Notizia in evidenza 18 Apr 2016| 27 Commenti

712098478-calamaio-penna-per-scrivere-inchiostro-landshuter-hochzeit
Articolo aggiornato il 06 Giugno 2016
Chi volesse sottoscrivere il testo deve inviare una mail a sagri@salmone.org indicando Nome, Cognome e Professione. Il testo è lo stesso rispetto a quello sottoscritto dai 2400 imprenditori agricoli.
Leggi le prime 10 firme

Fa ancora emozione la puntata di Presa Diretta di Riccardo Iacona del 28 febbraio scorso. Fa emozione sui giornali, in Parlamento e nella voglia dei cittadini di scrivere il loro nome e cognome con carta e penna, senza un banale ed anonimo click.
Sono 2400 firme, sono 2400 grazie a chi ha fatto del vero Servizio Pubblico nell’interesse della verita’ e del Paese. Grazie Riccardo.

Leggi Troppe bugie sugli OGM
Leggi Diario di un ambientalista pentito

Leggi “senza il mais OGM, l’Italia muore” L’appello di 2400 imprenditori

Nella categoria: Evidenza, OGM & Argomenti contro, OGM & Media

Le HOT NEWS di Salmone

News, OGM & Ricerca

“L’affaire Gliphosate”, la cronistoria

Aggiornamento del 31 Marzo: leggi Una decisione dimostrata sbagliata con 10 immagini

Aggiornamento del 21 Marzo: leggi Agricoltura, una professione per intraprendenti

Aggiornamento del 4 Aprile: Vanno in fumo le riduzioni di emissioni di gas serra che l’uso del glifosato garantiva

Aggiornamento del 31 maggio Il glifosate non passa mai di moda (anche come polemica)

Aggiornamento del 08 Giugno Gli Stati membri scaricano su Bruxelles le scelte che gli fa comodo che altri prendano per loro.

Quando è iniziato il tutto?

Possiamo farlo partire dal 20 marzo 2015, quando il CIRC (IARC acronimo inglese)-Centro Internazionale di Ricerca sul Cancro che è un’emanazione dell’OMS http://www.iarc.fr/en/media-centre/iarcnews/pdf/MonographVolume112.pdf ha annunciato di aver classificato il gliphosate come “cancerogeno probabile”

Chi dice “gliphosate” dice “Roundup” e il tutto lo collega alla multinazionale Monsanto, prima, produttrice in esclusiva dell’erbicida totale ( irrorandolo fa morire tutte le piante erbacee verdi), dsl 1991 conserva l’esclusiva sul marchio, ma non sulla molecola che è divenuta libera. Esso è usato in agricoltura, ma anche in tutti gli spazi verdi inerbiti non agricoli da tenere puliti. Fatto veramente paradossale è che la molecola è divenuta erbicida in un secondo tempo, subito è stata una molecola studiata per essere “anticancro” e per questa caratteristica ne è stata chiesta l’approvazione. La molecola è stata abbandonata solo perché gli effetti erano troppo limitati. Dobbiamo ammettere quindi che ci fosse qualche scriteriato che volesse far passare una molecola anticancro per producente il cancro! Persone quindi pazze e autolesioniste.

Comunque l’annuncio, ben dopo 45 anni d’uso del diserbante, ha scatenato il martellamento mediatico di tutti gli anti-OGM, di tutto il mondo verde, delle agricolture alternative e della politica purtroppo, sia militante che non. L’esempio lo troviamo con due ministri italiani che recentemente hanno detto che sono favorevoli alla messa al bando del gliphosate vale a dire: il militante Ministro Martina ed il non-militante (ma che sia vero?) ministro Lorenzin.

E’ buona cosa relativizzare la portata dell’annuncio

La classifica“cancerogeno probabile per l’uomo” è la categoria 2A e sotto di questa vi sono altre tre categorie che vanno da “cancerogeno possibile” (2B), ”inclassificabile circa la cancerogenicità per l’uomo” (3), “probabilmente non cancerogeno” (4). Siamo dunque a livello di non certezza, mentre sopra vi è la categoria in cui la “cancerogenicità è certa per l’uomo”.
La categoria 2A è quella categoria dove sono incluse quelle sostanze per le quali esistono prove sufficienti di cancerogenicità in laboratorio, cioè in vitro, e qualche indizio di cancerogenicità per l’uomo, ma senza prove sufficienti, ad esempio chi cuoce un alimento ad alta temperatura è destinato a produrre sostanze appartenenti alla stessa categoria del gliphosate, unitamente ai raggi ultravioletti, agli steroidi androgeni, al tricloroetilene , alla combustione domestica (i fumi di un caminetto per intenderci) e le esposizioni professionali di tutte le parrucchiere e i barbieri.
Non si creda che alla categoria dei sicuri cancerogeni (categoria 1) vi siano delle sostanze strane, vi è l’alcol, il tabagismo (attivo e passivo) e ciò che viene usato per fabbricare o aggiustare le scarpe (colle e coloranti vari).
Relativizzare non significa negare, tanto è vero che a questo esercizio vi si è dedicato anche il CIRC nella persona del suo presidente M. Aaron Blair, egli ha precisato che la classifica data riguarda solo la questione che: “ una sostanza può causare danni in certe circostanze ed a certi livelli di esposizione”. In altre parole, la CIRC dice che il glifosato probabilmente potrebbe causare il cancro negli esseri umani, ma non che probabilmente lo fa. Però la cosa che risulta paradossale è che non si sono preoccupati in quali precise circostanze ed a quali livelli d’esposizione e soprattutto se queste si realizzano nella realtà. Ecco questa è una precisazione che non compare in nessun articolo che riporta la notizia. A tutti interessa solo spargere paura nei lettori. Eppure dovrebbe essere compito di chi è chiamato a determinare un pericolo, reale o ipotetico, di valutarne anche il rischio. Ricordo che “pericolo e rischio” non sono la stessa cosa: Il pericolo è una fonte potenziale di danno. Il pericolo in sé non pone problemi in quanto è funzione dell’esposizione. Il rischio invece è la probabilità del pregiudizio legato all’esposizione ad un pericolo. In una casa in Italia un coltello rappresenta un rischio di pericolo maggiore di un serpente a sonagli. E’ però d’uso comune associare sempre il rischio al massimo del pericolo e quindi nell’uso comune il serpente rappresenta un rischio di pericolo maggiore anche alle nostre latitudini. Si poteva benissimo preliminarmente indagare se negli agricoltori utilizzatori dell’erbicida e quindi ai maggiori livelli di esposizione da ormai 45 anni (un lasso di tempo non indifferente, anzi che nelle decisioni politiche fa concludere non esistere rischio) vi era un’incidenza di cancro maggiore. Ebbene tutte le indagini dicono che come categoria di persone esposte è quella con la minore incidenza di tumori.

I media ci hanno subito marciato

Da subito sembrava che fosse solo il gliphosate ad essere esaminato, ma in realtà nella stessa categoria e nello stesso momento vi ha classificato il: diazinone (usato come insetticida domestico) ed il parathion (un fitofarmaco organofosforico insetticida) e nelle categoria immediatamente inferiore (2B) il malathion (altro fitofarmaco insetticida delle stessa categoria di cui sopra) e il tétrachlorvinphos (un antipulci per animali domestici largamente usato ed anche lui organofosforico). Avete sentito qualcun lanciare l’allarme? Pensate che non ci si è preoccupati nemmeno per gatti e cani che nelle nostre società sembrano assumere una valenza giuridica quasi superiore agli uomini; Malathion ed il Parathion sono due esteri fosforici ad azione nervina (i gas nervini usati in guerra sono proprio queste sostanze) usati come insetticidi da almeno 40 anni e più e da subito sono stati classificati di “prima classe” cioè i più pericolosi. Nessuno ha messo parola e tra tossicità intrinseca del gliphosate e di un estere fosforico vi è un abisso.

Però è ormai da un anno, ed ora le discussioni sono divenute parossistiche, che il gliphosate per il cittadino è divenuto qualificato semplicemente “cancerogeno” (il probabile è sparito), mentre degli altri fitofarmaci accomunati nell’analisi CIRC, come detto sopra, non se ne parla neppure, Il paradosso lo si raggiunge in un recente articolo in cui si strombazza che in 14 birre tedesche sono state trovate tracce di gliphosate, ma si tace che per assumere una quantità pericolosa di gliphosate occorrerebbe berne 1000 litri al giorno di birra con quei residui! Non solo ma si evita di dire che in una birra normalmente vi è in media un 5% di alcol, che è certamente cancerogeno e per non rischiare veramente ci si deve smettere di berne molto prima di arrivare a 1000 litri.

La decisione del CIRC è stata subito contestata

Lo ha fatto la Monsanto, ma non dobbiamo darci un grande peso se non si vuole essere apostrofati dall’ormai frase fatta: “ma chi ti paga”. Allora diremo che la contestazione della decisione verteva sul fatto che il CIRC ha preso la decisione sulla base di soli 4 lavori congruenti la tesi da dimostrare, scartando moltissimi altri lavori che non confermavano, anzi contraddicevano i dati dei
lavori ritenuti a prova. Ad esempio la rivista “ Nature” commenta dicendo : « le valutazioni del CIRC sono generalmente buone, ma le prove citate nel caso del gliphosate appaiono un po’ limitate »
La contestazione da maggiormente considerare è stata quella del Bundesinstitut für Risikobewertung (BfR).E’ l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi. Ecco il testo del comunicato emesso: http://www.bfr.bund.de/cm/349/does-glyphosate-cause-cancer.pdf
Attenzione che questo Istituto è stato scelto appositamente dalla Commissione Europea per fare il lavoro preparatorio in vista della ulteriore valutazione del gliphosate in previsione del rinnovo dell’autorizzazione per altri 15 anni. Quindi è stata una investitura ufficiale riconoscendo la qualifica a giudicare dei membri dell’Istituto. Adesso si dice che tra i valutatori delle prove vi erano dei componenti che erano funzionari di ditte chimiche, ed è vero quello che si dice, ma sono ditte chimiche che non producono gliphosate ed inoltre sono stati scelti come specialisti e non sono stati solo loro a decidere in quanto i loro pareri sono stati valutati da altri colleghi non tacciabili di conflitti d’interesse. Se è per questo anche tra i componenti del CIRC che ha emesso il parere di probabile cancrogenicità vi era un noto esponente di un ONG ecologica anti-OGM!
In sintesi il comunicato dice: “Secondo il parere del BfR la classifica 2A del gliphosate come cancerogeno probabile è una sorpresa in quante altre valutazioni fatte da istanze sovrannazionali come il Panel dell’OMS della riunione congiunta (FAO e OMS) sui residui di pesticidi (JMPR 2004), ed anche da delle agenzie nazionali di regolamentazione come l’EPA negli USA, hanno concluso in senso contrario ,più precisamente che il gliphosate non è cancerogeno”.
Anche la Monsanto, come già detto, ha protestato, ma la sua protesta non è da considerare in quanto potrebbe, sotto sotto, avere interesse che il gliphosate venga interdetto in modo da tirar fuori dal cassetto una nuova molecola che gli ridia il monopolio nel mondo dei diserbi totali ed inoltre mettendo fuori gioco un tratto genetico modificato che diverrà presto di dominio pubblico. A mio avviso ed in questo caso è da inviare il “chi ti paga” a queste organizzazioni pseudo ecologiste che nell’occasione potrebbero lucrare contributi anonimi sostanziosi.

Tuttavia la bagarre mediatica si scatenò

In Francia si cominciò a gridare:

>>>> “…la Francia deve prendere delle misure immediate di ritiro dei pesticidi a basedi gliphosate…”

>>>> “ …vedete che aveva ragione Seralini”

>>>> “: … il rapporto dell’OMS dice che il gliphosate attenta alla vita dei nostri cittadini amanti del giardino e dell’orto”

>>>> “…occorre procedere all’interdizione immediata della vendita e l’uso di questo erbicida in zone non agricole (foreste, giardini, parchi, strade e ferrovie). Per quanto riguarda le zone agricole la Francia deve agire immediatamente per rivedere la classificazione del gliphosate nella regolamentazione europea

>>>> “ …. Non è accettabile che un prodotto probabilmente cancerogeno e sospettato di essere un perturbatore endocrino (ndr: questa è un’accusa nuova di zecca!) rimanga disponibile in
Commercio”

In Italia è avvenuta la stessa cosa ed il tutto è stato fatto pervenire a chi di dovere al fine di fare assumere la posizione che hanno assunto gli ineffabili nostri Martina e Lorenzin.
Solo che loro per coerenza dovrebbero anche dire: “ via tutte le rivendite di tabacchi, estirpiamo tutte le viti per non mettere in commercio alcol, devono essere proibite le pillole contraccettive (Lorenzin sono dei perturbatori endocrini per antonomasia!), andiamo tutti a piedi e restiamo al freddo nelle case perché benzina e gasolio sono cancerogeni ed anche la legna è tale…anche quando si cuoce una bella fiorentina (vanto “cancerogeno” del Made in Italy, vero Martina) si rischia, anzi si rischia doppio prima per la combustione poi perché mangiamo carne rossa.

No! Sempre “l’ineffabile duo” Martina-Lorenzin si sono uniti al coro di quelli che non vogliono la riomologazione del gliphosate e la gran parte egli agricoltori italiani si mettono a 90°.

Comunque la situazione ad oggi è la seguente: Per sapere se l’autorizzazione all’uso del glifosate nell’Unione Europea sarà rinnovata o meno bisognerà aspettare almeno fino a metà maggio. La Commissione Europea ha infatti rinviato la decisione, vista la difficoltà di fare una scelta condivisa; ora aspetta il parere dei 28 Paesi entro il 18 marzo e una decisione dovrebbe essere presa nella riunione del Comitato preposto, prevista per il 18 maggio.
In realtà si tratta di un copione già visto, come nel caso dell’autorizzazione all’import di semi ogm: a parole tutti i Paesi si dicono contrari ma quando si tratta di votare la maggioranza di defila, lasciando alla Commissione l’onere di prendere una decisione. Salvo poi, quando l’Esecutivo dà l’OK, riprendere a protestare.

Postscriptum:

Ecco il comunicato della BfT del 4 marzo 2016.

http://www.bfr.bund.de/cm/349/sensitive-populations-especially-children-are-the-measure-of-all-things-in-scientific-risk-assessment.pdf

Qui in pratica si dice che, dato che sono i bambini (per il loro peso corporeo) i più sensibili alle sostanze potenzialmente nocive, ciò è tenuto in conto nella valutazione dei rischi per la salute nei componenti attivi dei pesticidi e nella fissazione dei valori limite per la salute. Infatti la DGA (Dose Giornaliera ammissibile) e DARf (dose acuta di riferimento), che sono fissate da un panel di esperti internazionali, sono comparate all’esposizione al pesticida da parte dei bambini. Ciò è stato fatto anche per il gliphosate che è un pesticida omologato in Germania e nel mondo intero. Inoltre la rivelazione a livello delle urine del gliphosate mostra che questo è rapidamente escreto.
Nel quadro del programma tedesco di sorveglianza degli alimenti negli ultimi sei anni sono stati testati circa 1400 campioni per la ricerca dei livelli di residui del gliphosate. I residui sono stati trovati in 21 campioni. Il risultato è che sia nei bambini che negli adulti l’esposizione al gliphosate rappresenta meno dell’1% della DGA.
Allorché il prodotto è usato correttamente in funzione della sua destinazione nessun rischio del gliphosate è da attendersi nei bambini. Le procedure di valutazione dei rischi durante l’approvazione e l’autorizzazione garantiscono che la quantità più elevata di possibile ingestione e contatto sono testate per tutti i componenti della popolazione, compresi i bambini.
Le valutazioni degli esperti degli Stati Membri europei hanno confermato queste valutazioni, compreso il parere dell’EFSA http://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/corporate_publications/files/efsaexplainsglyphosate151112de.pdf

Ebbene cosa fanno i nostri ministri che purtroppo abbiamo eletto e permesso di occupare indegnamente un posto istituzionale? Credono più a questi ciarlatani:
http://proof.nationalgeographic.com/2015/03/16/the-powerful-picture-that-changed-a-girls-life/

La vicenda della ostilità al glifosato non è recente e non può essere banalizzata attribuendola ai soliti devoti di Seralini.

Di certo IARC ha rilanciato in grande stile la campagna di avversione al glifosato e tanti dilettanti gli sono andati dietro.

Ma si dovrebbero riguardare le pubblicazioni citate da IARC che nel suo report comunque esclude che i sospetti derivino da analisi su una coorte di addetti all’agricoltura (chi sono mai gli analizzati? camionisti addetti al trasporto della polvere di glyphosate?). I testi sono tre ed i dati statunitensi e canadesi sono piu’ solidi, ma meno allarmanti. Discorso diverso per i dati svedesi (anche qui).

Il problema degli svedesi è che guardano 29 casi totali ed usano solo 18 non esposti come controllo. In queste condizioni l’errore non e’ dietro l’angolo, ma lo ha gia’ svoltato

Non appare quindi strano che l’EFSA assuma una posizione autonoma.

Leggi anche Nejmp, Children health, Round steroids, roundup-cyclinB

News

Martedì 10 maggio 2016
POLO MULTIFUNZIONALE A. VALLISNERI
Viale G. Colombo, 3
AULA MAGNA

Giornata informativa per gli studenti di Biotecnologie

Biotecnologie in Europa tra passato, presente e futuro.

Dialogo a più voci sulle possibili applicazioni innovative del genome editing.

Convegno della CIA sulle eterne discussioni attorno al mais: vecchio, ibrido o Ogm

Programma:
14:00-14:15 Saluto di Benvenuto, panoramica sulle biotecnologie e
introduzione degli ospiti
Prof. Pietro Benedetti. Presidente del Corso di Laurea in Biotecnologie
14:15-15:00: cosa è successo in Europa con gli OGM
dott.ssa Nathalie Moll, Segretario Generale di EuropaBio, Bruxelles.
15:00-15:45: cosa non deve succedere in Europa con il genome editing
dott. Roberto Defez, IBBR-CNR, Napoli.
15:45-16:30 Discussione con gli studenti.
Scarica la locandina

09 Mag 2016 | Commenta

News

Di Alberto Guidorzi

Come si può continuare a discutere senza avere analizzato tutti i risvolti e conseguenze di certe decisioni? Purtroppo è quello che facciamo in Italia, ma ciò che è più grave lo fanno soprattutto i nostri politici (a Roma a Bruxelles e a Parigi) quando decidono su agricoltura e impatto ambientale. I lettori sanno che ho un’antenna perennemente rivolta verso ciò che si fa in Francia (è stata un po’ una seconda patria, ma preferisco l’Italia con i suoi difetti…), ebbene ho seguito fin dalla sua formulazione il loro piano ECOPHYTO. Esso è stato lanciato nel 2007 in occasione di “Grenelle de l’environnement” e si prefiggeva di raggiungere questi obiettivi entro il 2018, in dieci anni dunque:

1° Istituire una certificazione obbligatoria per l’uso e la vendita dei prodotti fitosanitari
2° arrivare al 20% di superficie agricola coltivata con metodo biologico
3° ridurre del 50% il consumo dei prodotti fitosanitari in agricoltura.

Un piano ambizioso dunque, ma da subito molto contestato. Siamo ora al 2016 e quindi si può tracciare un bilancio che, però, vede per il primo e secondo obiettivo un vero e proprio scacco per il governo francese: la certificazione era troppo controproducente e macchinosa e non se n’è fatto niente, mentre il biologico non si è mosso dal 2% (si prende in considerazione la sola superficie che produce derrate alimentari) della superficie coltivata in Francia. E’ questo un caso di scuola di ciò che vorremmo analizzare in questa nota: cioè l’agricoltore fa il bilancio costi/benefici del produrre biologico e decide di non farne nulla. Il terzo obiettivo, invece, è rimasto solo sulla carta, ma la politica non demorde dal perseguirlo ed ecco che si è formulato un “Ecophito 2” un nuovo piano con scadenza 2025 e dove ci si prefigge un primo obiettivo intermedio (2020) per una diminuzione del 25% dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura e di raggiungere il 50% alla scadenza predetta. Nel nuovo piano il primo obiettivo è stato eliminato ed il secondo invece è stato allargato a tutti i sistemi agro ecologici (agricoltura ragionata, integrata nelle sue due forme: a basso uso di intrants e veramente ragionata) e non esclusivamente al solo biologico, prevedendone un sostegno normativo e finanziario.

Focalizziamo dunque la nostra attenzione sul fatidico traguardo della diminuzione del 50% e analizziamo le critiche e le indagini che sono state poste a supporto di una discussione che è iniziata fin da subito e si sta protraendo tutt’ora. Subito però sono state le idee degli ambientalisti che hanno prevalso nel senso che si sono fissati degli indicatori di misura come l’IFT a livello di azienda agricola (Indicatore di Frequenza dei Trattamenti) e il NODU a livello regionale (corrisponde in pratica al numero medio di trattamenti fatti annualmente coltura per coltura a livello nazionale). Si è tenuta però distinta l’agricoltura convenzionale da quella biologica, ma senza che vi sia una ragione valida visto il grande numero di trattamenti che si è obbligati a fare con il rame su certe coltivazioni, e che questo incide negativamente sulla florofauna del terreno. Una critica subito fatta al NODU è stata che non si teneva conto del grado di tossicità per l’uomo e l’ambiente del prodotto distribuito durante i trattamenti. Infatti l’indice di controllo così formulato poteva indurre l’agricoltore a usare prodotti molto più tossici e permanenti al fine di ridurre i passaggi in campagna e migliorare quindi l’indice, ma così facendo si contravveniva proprio allo spirito del provvedimento; in altri termini si facevano meno trattamenti, ma si usavano prodotti ad impatto ambientale negativo molto maggiore. Ne è risultato che il primo piano “ecophito” si è rivelato più il frutto “dell’ideologia al potere” che di una sincera volontà a volere affrontare un problema valutandone rischi e benefici o viceversa. Il secondo invece deve ancora partire, ma l’impronta è la stessa. perchè la realtà è che in tutto questo lasso di tempo si è assistito solo ad una enumerazione dei rischi dei fitofarmaci e ben poco dei benefici. Anzi i benefici sono stati imputati come colpa agli agricoltori nel senso che sono il frutto di uno sfrenato egoismo produttivistico, da cui ne risulta purtroppo una convinzione che da una trentina d’anni a questa parte i produttori di derrate alimentari, scordandosi che da queste derivano i cibi di cui tutti si nutrono, siano dei puri e semplici avvelenatori. Accusa che però dovremmo rivolgere a maggior ragione ai nostri avi e padri in quanto l’uso dello zolfo per l’oidio della vite data 1847, l’uso del rame contro la peronospora risale al 1878, l’uso dei primi diserbanti sul frumento data 1895 (solfato di rame a forti dosi e perfino l’acido solforico) e che questi sono diventati di sintesi nel 1945 con l’uso di prodotti ad effetto ormonale, oppure che quella campagna che ora idealizziamo o consideriamo un ambiente idilliaco perduto, usava prodotti arsenicali, estratti di nicotina, il benzene, solfuro di carbonio, cianuro di calcio, fosfuro di zinco in modo scriteriato e che da tempo noi abbiamo proibito.

Chi poi si è azzardato a enumerare i benefici ed ha fatto notare che:

§—— se produco di più per unità di superficie significa che coltivo meno terra per produrre la stessa quantità. Dato, però, che i consumi di cibo aumentano saremo obbligati a produrre molto ma molto di più ed, infatti, la FAO dice che entro il 2050 dovremo aumentare la produzione attuale di cibo del 70% lasciando praticamente intatta la superficie mondiale coltivata,

§—— se vi fosse un calo dei prezzi degli alimenti, in particolare frutta e verdura, esso avrebbe un impatto positivo sulla salute dei consumatori. Lo dimostrano due studi, uno universitario (Askan Afshin et al.) che dice che un abbassamento del 10% dei prezzi di frutta e verdura porterebbe nel 2030 a diminuire dell’1% le malattie cardiache, mentre la rivista Lancet (Marco Springmann et al.) pubblica che se calasse del 4% la produzione di frutta e verdura, nel mondo morirebbe mezzo milione di persone in più,

NOTA: mi piace far notare che i due studi citati ci dicono che le differenze di resa o di prezzo considerati sono inferiori ai differenziali tra agricoltura biologica e convenzionale. Perché non si usa lo stesso effetto sanitario per valutare la transizione verso l’agricoltura biologica, notoriamente tanto meno produttiva e tanto, invece, sostenuta e spinta?

§—— se proteggo le coltivazione dagli attacchi crittogamici riduco il problema delle micotossine, fattore questo ancora molto sottovalutato,

Ebbene questi che affermavano quanto sopra si sono visti subito accusare di essere dei portaborse dei produttori di fitofarmaci.

In altri termini i rapporti costo/beneficio e rischio/ beneficio sembra che non debbano essere valutati analiticamente in quanto è amorale mettere a confronto la salute con dei benefici materiali. Infatti tutti gli studi fatti anche da organismi indipendenti, che invece dovrebbero essere neutrali, non si occupano della valutazione dei benefici. Questo comportamento contravviene proprio il tanto invocato “principio di precauzione” che, se viene applicato sui rischi, avrebbe ragione anche di essere applicato nella valutazione di benefici mancati o addirittura diminuiti, cioè bisognerebbe precauzionarsi anche di mantenere intatti i livelli di disponibilità di cibo raggiunti.

Per trovare conferma di quanto suddetto basta scorrere le ricerche agronomiche presentate nel 2015, che sono state 81. Ebbene 36 si sono occupati della presenza dei pesticidi nell’ambiente, 10 della relativa contaminazione umana, 3 sull’impatto non intenzionale dei pesticidi sulla florofauna. Solo 5 si sono occupati di suggerire indicatori per aiutare gli agricoltori a migliorare le loro pratiche. In conclusione ben poco è stato fatto per valutare l’impatto economico del ridurre del 50% l’uso dei fitofarmaci, fatto salvo un lavoro fatto dall’INRA all’inizio di questa ondata di ambientalismo che ha permeato la politica, eppure essa non doveva restare lettera morta perché le conclusioni non erano da trascurare.
L’INRA tra l’altro non ha preso in considerazione le forme di agricoltura agli antipodi dell’agricoltura produttivistica e intensiva, ma si è limitata a forme intermedie rispetto all’agricoltura intensiva-AI (1) come ad esempio l’agricoltura ragionata-AR (2) e l’agricoltura integrata (AInt) (3).

Il passaggio dall’agricoltura intensiva all’agricoltura ragionata comporta un vantaggio per l’agricoltore in quanto il suo margine netto aumenta del 9,4% (prezzi 2006), solo che com’è strutturata l’AR essa non permette certo di ridurre del 50% i pesticidi in quanto l’IFT dell’AR si riduce di solo il 28% rispetto all’AI. Inoltre l’AR in certe coltivazioni (frutticole in particolare) è già ora largamente praticata (in viticoltura solo il 13% è ancora intensiva) e quindi è una via già largamente sfruttata.
Se guardiamo solo l’aspetto ambientale l’AR non è sufficiente per imprimere una vera svolta e non lo è neppure l’AInt, ma occorre passare all’agricoltura integrata veramente tale-AIntVT (4) per pensare di poter ridurre del 50% l’uso dei pesticidi, ma dato che i rilievi sono una media nazionale di tutte le coltivazioni, si deve supporre che se prendessimo in considerazione solo la vite è la frutta il traguardo del 50% non è raggiungibile anche con questa agricoltura integrale piuttosto spinta, stanti le tecniche disponibili.

Tuttavia, occorre subito dire che in Francia la transizione ipotizzata sopra comporterebbe una diminuzione della produzione agricola del 12% ed un abbassamento del margine lordo aziendale del 16%. Di fronte a questo scenario lo studio dell’INRA ha anche calcolato quale sarebbe il livello di sovvenzioni che occorrerebbe elargire agli agricoltori per ripagarli delle perdite dovute al passaggio da AR ad AIntVT: occorrerebbe, infatti, elargire 200 €/ha che rapportati alla superficie agricola francese equivarrebbe a stanziare ogni anno nel bilancio pubblico la non modica cifra di 5,8 miliardi di €. Solo che se i prezzi agricoli dovessero aumentare, come ad esempio è capitato nel 2008, ma che si sa essere una tendenza solo all’inizio, visto lo squilibrio continuo della domanda di cibo rispetto all’offerta, allora le elargizioni a compensazione dovrebbero aumentare e quindi sarebbero superiori ai 200€ citati sopra e di conseguenza anche il bilancio dello Stato ne sarebbe ulteriormente aggravato.
Il rapporto dice anche che una riduzione dell’uso dei pesticidi fino al 20% non comporterebbe conseguenze economiche valutabili, mentre queste sarebbero incisive quando si spinge la diminuzione dell’uso dal 30 al 50%.

Senza contare che l’uso dei pesticidi non segue una regola fissa ma varia di anno in anno in funzione della virulenza degli attacchi parassitari. Inoltre se andiamo oltre nel cambiamento del modo di fare agricoltura (biologico, biodinamico ecc.ecc.) e non ci fermiamo alle forme intermedie, queste per ora godono del fatto che la minor produzione è in parte compensata da aumenti dei prezzi al consumo, sfruttando una nicchia di clientela disposta a spendere di più, ma se generalizziamo di più la diminuzione di produzione che certe scelte di conduzione agricola portano con sé, allora non si potrà più contare su questa categoria di persone con maggiori disponibilità finanziarie. Insomma certe scelte occorre vederle calate nella realtà dell’attività agricola e in quella del potere di acquisto del consumatore, altrimenti diventa un esercizio solo teorico e avulso da una realtà che cambia. Purtroppo lo studio in Francia è rimasto isolato e non più aggiornato, quando invece sarebbe essenziale prevedere e divulgarne scenari e previsioni al fine di permettere alla collettività di valutare con più cognizione di causa. In Italia scimmiottiamo da tempo la Francia, ma pur consci di realtà totalmente diverse, non facciamo nessuna valutazione d’impatto di un eventuale piano ecophito anche nel nostro paese. Sicuramente possiamo anche dire che i bisogni di fitofarmaci nel nostro paese sono inferiori a quelli francesi, dove il clima non li aiuta certo.

Insomma l’uso dei fitofarmaci risulta essere l’unico capro espiatorio di una presupposta velenosità di questi e quindi di un attentato alla salute della collettività. Solo che se diciamo che esistono i fitofarmaci è per distinguerli dagli “umano farmaci” e questi non sono ne più ne meno che dei veleni come i farmaci per le piante, ma ambedue sono stati concepiti per curare e non per costituire pericolo. Allora perché non si lancia una campagna del tipo: “riduciamo del 50% l’uso delle medicine”. Se si lanciasse questa iniziativa subito si sentirebbe dire che le medicine fanno guarire e che la salute è da preservare dimenticando di citare gli effetti collaterali veleniferi dei medicamenti, per contro per le medicine delle piante si pensa subito all’essere esse veleni e si dimentica che servono per curare le piante perche una derrata arrivi ugualmente numerosa nella disponibilità dei cittadini.

Ma ha basi solide questa paura inconsulta dei residui dei fitofarmaci? La risposa è negativa se stiamo a quanto ci dicono le autorità preposte. L’ANSES francese (ed anche l’istituto della Sanità italiano perché non ha mai detto il contrario) dice che : « generalmente gli studi confermano il buon livello di padronanza dei rischi sanitari associati alla presenza potenziale di contaminanti chimici negli alimenti e ciò sulla base delle soglie regolamentari ed ai valori tossicologici di riferimento disponibili”. Ora noi sappiamo che il 97,4% dei residui riscontrati nei controlli o sono assenti per il 54% o rientrano nelle norme per il resto.
Circa la cancerogenicità sono fondati gli allarmi che si vogliono lanciare? Anche qui la risposta è negativa se stiamo a questo studio:
http://social-sante.gouv.fr/IMG/pdf/synthese_cancer.pdf ; infatti qui alla seguente domanda: “I redisui di pesticidi contenuti nella frutta e nella verdura presentano rischi per l’insorgere di un cancro ?” si risponde: “ No, se la regolamentazione è rispettata”.
Infine uno studio del 2007 fatto da AICR (American Institute for Cancer Reaserch) e da WCRF (World Cancer Research Fund) rileva che: “ Fino ad ora non ci sono prove epidemiologiche sostanziali che uno qualunque dei contaminanti includenti pesticidi, soli o in combinazione e tali che attualmente regolamentati ed abitualmente consumati negli alimenti, con l’acqua ed in altre bevande, abbiano un effetto sigificativo sui rischi di cancro”.

NOTE:

1 - Agricoltura Intensiva (AI) : applica i trattamenti con fitosanitari in modo sufficiente per proteggere contro le malattie o insetti devastatori i raccolti, ma lo fa spesso in modo del tutto preventivo senza assicurarsi di verificare se i i parassiti sono presenti in numero tale da costituire pericolo di danno.

2 - Agricoltura Ragionata (AR) : essa conserva gli stessi obiettivi produttivi dell’AI ed anche gli stesi modi di produzione, ma ogni trattamento è preventivamente valutato circa la sua necessità. Quindi nessun trattamento è preventivo, ma si decide di eseguirlo solo se la presenza dei parassiti supera la soglia di nocività.

3 - Agricoltura Integrata (AInt): è un’agricoltura sempre ragionata, ma con l’aggiunta di pratiche profilattiche al fine di ridurre il rischio parassitario. Ad esempio sono misure profilattiche quello di seminare meno fitto il frumento o di introdurre più tipi di colture diverse in rotazione, anche con il rischio di avere problemi di trovare mercati di sbocco dei relativi raccolti. La strategia è quella dell’agricoltura biologica, ma senza ancoraggi a schemi obbligati, come ad esempio quello di usare solo prodotti di trattamento definiti “naturali”, infatti si usano liberamente i fitofarmaci di sintesi, seppure scegliendo quelli a minore tossicità (che non è detto che sia sempre più elevata del prodotti naturali dell’agricoltura biologica). Questa si può suddividere in due sottocategorie: limitare tutti gli intrants oppure usare le rotazioni e gli avvicendamenti colturali per meglio adattare di anno in anno le profilassi (4 – AintVT)

News

Simpson Le rivelazioni sul TTIP non dicono, ancora una volta, quasi nulla se non che Mark Lynas ha avuto ragione (e tanti prima di lui) ad abbandonare Greenpeace per la sua palese ostilità ad usare dati scientifici per sostenere le sue tesi. Se invece di fare i Sipmson come succede spesso nella carta stampata nazionale.

Se decidiamo di accendere il cervello, come fanno Parente e Capone, dovremmo anche chiederci quali interessi stanno coprendo e a quali giochi stanno giocando nella multinazionale dell’ambiente.

Leggi La Repubblica, Il Giornale, Il Tempo, Avvenire, Libero

Le rubriche di Salmone

Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche…