Notizia in evidenza 27 Ago 2014| 2 Commenti

campo-coltivato-mano Il Prof Olivieri scrive alla Serracchiani ed a Futuragra. Vent’anni di errori in agricoltura messi in fila con la richiesta di rottamare anche i soliti noti che speculano sull’agricoltura nazionale.

Leggi la lettera di Olivieri

Nella categoria: Evidenza, OGM & Politica

Le HOT NEWS di Salmone

News, OGM & Europa

Da questo regolamento comunitario si capisce che forse non abbiamo mai mangiato un pollo o un uovo biologico e non lo mangeremo fino a tutto il 2017.
In cosa consista il 5% di non-biologico sono aperte le supposizioni: da come è scritto il regolamento potrebbe trattarsi di soia OGM. Leggi anche il regolamento EU intero

Sezione 2
Norme di produzione eccezionali in caso
d’indisponibilità di fattori di produzione
biologici ai sensi dell’articolo 22,
paragrafo 2, lettera b), del regolamento (CE)
n. 834/2007
Articolo 42
Uso di animali non biologici
Ove ricorrano le condizioni di cui all’articolo 22, paragrafo 2,
lettera b), del regolamento (CE) n. 834/2007 e previa auto-
rizzazione dell’autorità competente:
a) in caso di prima costituzione, rinnovo o ricostituzione del
patrimonio avicolo e in mancanza di un numero sufficiente
di avicoli allevati con il metodo biologico, possono essere
introdotti nelle unità di produzione biologiche avicoli
allevati con metodi non biologici, a condizione che le
pollastrelle destinate alla produzione di uova e il pollame
destinato alla produzione di carne abbiano meno di tre
giorni di età;
b) in mancanza di pollastrelle allevate con il metodo
biologico, fino al 31 dicembre 2011 possono essere
introdotte nelle unità di produzione biologiche pollastrelle
destinate alla produzione di uova allevate con metodi non
biologici, di età non superiore a 18 settimane, nel rispetto
delle pertinenti disposizioni del capo 2, sezioni 3 e 4.
Articolo 43
Uso di alimenti per animali non biologici di origine agricola
Ove ricorrano le condizioni di cui all’articolo 22, paragrafo 2,
lettera b), del regolamento (CE) n. 834/2007 e qualora gli
allevatori non siano in grado di procurarsi alimenti per animali
ottenuti esclusivamente con il metodo di produzione biologico, è
consentito l’impiego in proporzioni limitate di alimenti non
biologici di origine vegetale e animale. Sono autorizzate le
seguenti percentuali massime di alimenti non biologici nell’arco
di 12 mesi per le specie non erbivore:
a) 10 % nel periodo dal 1
o
gennaio 2009 al 31 dicembre
2009;
b) 5 % nel periodo dal 1
o
gennaio 2010 al 31 dicembre 2011.
Le percentuali sono calcolate annualmente in percentuale di
sostanza secca degli alimenti di origine agricola. La percentuale
massima autorizzata di alimenti non biologici nella razione
giornaliera è pari al 25 %, calcolata in percentuale di sostanza
secca.
Gli operatori conservano i documenti che provano la necessità di
ricorrere alla presente disposizione.

News, OGM & Luoghi comuni, OGM & Mondo

http://online.wsj.com/articles/the-gmo-fight-ripples-down-the-food-chain-1407465378

“Non-GMO” is one of the fastest-growing label trends on U.S. food packages, with sales of such items growing 28% last year to about $3 billion, according to market-research firm Nielsen. In a poll of nearly 1,200 U.S. consumers for The Wall Street Journal, Nielsen found that 61% of consumers had heard of GMOs and nearly half of those people said they avoid eating them. The biggest reason was because it “doesn’t sound like something I should eat.”

Una ulteriore evidenza che OGM e non-OGM coesistono anche nella patria degli OGM. Una ulteriore prova che dagli OGM si può tornare indietro.

News, OGM & Argomenti contro

Un articolo accurato e paziente che lascia una domanda inespressa: perché questa signora che si nutre delle sventure dei suicidi indiani a fini personali, perché deve essere presente ad EXPO 2015?

http://www.newyorker.com/magazine/2014/08/25/seeds-of-doubt

News, OGM & Insicurezza alimentare, OGM & Luoghi comuni, OGM & Soia

Alberto Guidorzi ci fa una rassegna della letteratura scientifica disponibile che tratta della ricerca di transgeni in animali nutriti con OGM.

Ci possono essere degli OGM nei prodotti di origine animale?

In questa forma la domanda non ha senso: un OGM è un organismo, e, in questo, caso specifico una pianta geneticamente modificata (PGM). Come tutti sanno, non c’è nessuna pianta nel latte o nella carne, anche se l’animale che ha prodotto le piante ha mangiato delle piante.

L’unica questione pertinente per il consumatore è:  c’è qualche differenza per il consumo umano di un prodotto alimentare derivato da un animale che si è nutrito con alimenti derivati ​​da colture biotecnologiche (soia, mais o colza) e un alimento equivalente derivato da animali allevati con mangimi ottenuti da piante che definiremo convenzionali, cioè non modificate geneticamente nel senso che qui è dato al termine?

Va tenuto presente che l’intero processo di selezione di una linea di PGM, fino alla sua autorizzazione di messa sul mercato, si confronta ad ogni generazione con una linea convenzionale ben conosciuta, con inclusa la valutazione della sua equivalenza in termini di qualità nutrizionale e tossicologica. Se, dunque, il cibo (PGM e convenzionale) sono equivalenti, è quindi molto improbabile che il consumo di alimenti di origine animale derivati da ​​PGM abbia diverse qualità nutrizionali. Infatti, ci sono più di 100 studi nutrizionali su animali d’allevamento che concludono tutti con il non esserci differenza di effetti dei derivati delle ​​PGM rispetto agli alimenti derivati da piante tradizionali di riferimento.
Leggi l’ articolo di rassegna di Gerhard Flachowsky (marzo 2007)

Tuttavia, esistono differenze riscontrabili analiticamente tra PGM e piante convenzionali. Le differenze sono: 1 o 2 geni esogeni (questo DNA è chiamato transgene) che permettono alla pianta di sintetizzare 1 o 2 proteine supplementari. Si ricordi che una pianta ha in media altri 30.000 geni circa).

Altro dato importante da considerare è che il DNA è uno tra i composti normali di un alimento (un uomo consuma tra 0,1 e 1 g di DNA al giorno, una vacca 40-60 g). In questa operazione, il transgene di PGM è pari a circa 0,005% del DNA alimentare totale, ammesso che i soggetti consumino il 50% di PGM nella dieta).

Questo DNA transgenico, o la proteina corrispondente, rappresentano l’unica possibilità di differenziare un alimento vegetale ottenuto da PGM, da un alimento derivato ​​da piante convenzionali. Dunque per differenziare un animale alimentato con PGM da un’ altro non così alimentato, occorre che sia possibile individuare il transgene della PGM, o la proteina corrispondente. Ma gli animali, come l’uomo, degradano il DNA, che è una proteina esso stesso, e tutte le proteine ​​alimentari.

Tuttavia, c’è da chiedersi, sapendo che ora abbiamo metodi di rilevamento estremamente sensibili, si possono comunque rilevare le tracce di questo DNA (o proteine) trangenico negli animali nutriti PGM e dopo la digestione?
Generalmente, la risposta è no.

La digestione del DNA e delle proteine ​​viene avviata nello stomaco (nel rumine nel caso dei ruminanti) e continua nelle varie parti dell’intestino. Una frazione di un frammento di DNA digerito può attraversare la barriera intestinale, ma poi continua ad essere digerito fino alla sua completa scomparsa.
Ecco un paper di Alexander TW et al (2007), una  Sintesi  in lingua francese e il parere dell’EFSA in breve e in dettaglio

I risultati più recenti riguardanti latte .
° Uno studio condotto da Agodi et al. (2006) ha rilevato piccoli frammenti di tale DNA nel latte di vacca, ma questo è stato interpretato dagli autori come presenza di contaminanti esterni durante la raccolta del latte (contaminanti che provengono da alimenti derivati ​​da PGM o da batteri contenente naturalmente questo gene).
° Uno studio Tudisco et al. (2010) riporta il rilevamento di un frammento di transgene di soia nel sangue e latte sulla capre, nonché in diversi organi di capretti alimentati solo con latte materno, ciò è a priori molto sorprendente, infatti, contenendo il latte materno solo tracce transgene, è molto strano che se ne sia trovata traccia nel capretto …).
° Un terso studio Guertler et al. (2009)  non ha trovato né il DNA transgenico di un mais resistente agli insetti, né la proteina insetticida, in nessuno dei campioni analizzati di latte vaccino. Lo stesso gruppo ha confermato nel 2010  non aver trovato transgeni nel latte, nel sangue e nell’urina di vacche alimentate per 25 mesi con mais OGM Bt.  Leggere anche.
 
I risultati più recenti riguardanti il sangue .
Paul et al. (2008) non ha rilevato la proteina insetticida in mais resistente agli insetti nel sangue di vacche.  Allo stesso modo Bertheau et al. (2009) non ha rilevato la proteina o il DNA transgenico. Circa i lavori dell’ INRA: leggere.
 
In conclusione: non esiste attualmente alcun metodo di rilevazione di routine, affidabile e a posteriori ,  che permetta di controllare l’esattezza delle dichiarazioni di marketing (comprese quelle delle catene di grande distribuzione come Carrefour, Auchan o COOP che fanno dell’annucio “liberi da OGM” un richiamo propagandistico) circa l’assoluta non presenza di OGM in alimenti di origine animale dichiarati assolutamente OGM-free. Si tratta quindi di dichiarazioni non supportate da dati obiettivi di analisi di post-controllo e pertanto destituiti di veridicità assoluta per il semplice fatto che in Europa si importa mais e soprattutto soia OGM in grandi quantità e soprattutto crescenti. Ci si deve fidare della lealtà,ma….

Allo stato delle conoscenze questa conclusione può essere estesa ad altri animali.

° Nei polli Rehout et al. (2008) riportano l’individuazione in tre campioni di fegato di transgene di soia ( ma non di mais). Tuttavia non si è potuto confermare la cosa con la ripetizione dell’esperimento. Swiatkiewicz et al. 2010 non ha rilevato frammenti di transgeni nel sangue e negli organi interni di polli
° Nei conigli non è stato possibile evidenziare frammenti di DNA (salvo casi particolari).
° Nei pesci, alcuni studi, ma non tutti, hanno trovato tracce di piccoli frammenti di transgeni di PGM che hanno oltrepassato la barriera intestinale, ma la loro presenza non è stata riscontrata durare.

27 Ago 2014 | Commenta

News, Piante OGM

Alberto Guidorzi conclude l’opera di traduzione del documento dell’ Accademia sulle Piante Geneticamente Modificate PGM traducendo le Questioni 9 e 10.
In allegato anche il documento completo dell’ Accademia dell’Agricoltura Francese

Questione n° 9: Quali sono le conseguenze socio-economiche delle PGM?

Gli effetti socio-economici delle PGM sono identici in funzione della filiera e del paese?

Nello stesso modo in cui le PGM vanno valutate caso per caso, vale a dire in funzione della specie e del tratto transgenetico interessato, così vanno visti gli effetti socio economici in funzione della regione e del loro tipo di agricoltura. Anche se hanno molte cose in comune, gli interessi degli agricoltori non sono gli stessi rispetto al fatto che si pratichi un’agricoltura industriale come nei paesi sviluppati del clima temperato e nell’ambito di un’economia liberale, oppure che pratichino un’agricoltura familiare basata su molta manodopera in zona tropicale ed ad economia amministrata. Lo stesso discorso si può allargare alle filiere dei consumatori.
E’ per questo che è illusorio generalizzare circa l’influenza socio-economica delle coltivazioni PGM. Tuttavia si possono avere spunti interessanti analizzando qualche esempio illustrativo.

1 - Perchè gli agricoltori adottano le PGM ? Quali sono le ripercussioni?
Un numero crescente di agricoltori utilizzano le PGM sul pianeta (17 milioni nel 2012), in particolare nei paesi in via di sviluppo ((PVS) e che interessano più di 7 milioni di agricoltori in Cina, ed altrettanti in India. Da 17 anni, dei milioni di agricoltori di una trentina di paesi hanno scelto di seminare delle PGM per più di 100 milioni di volte. Nei paesi dove non è stata concessa l’autorizzazione di coltivare le PGM, la richiesta si fa sentire.
Le ragioni della scelta dei coltivatori non differiscono sia che si tratti di PGN che di piante convenzionali. Tutti gli agricoltori cercano, seppure in grado diverso in funzione del loro statuto ed origine: di diminuire il loro lavoro nei campi, ridurne la fatica (lavori senza aratura, distribuzione ridotta ecc.), una maggior sicurezza, una maggiore protezione sanitaria (minore esposizione ai pesticidi….), avere una stabilizzazione maggiore delle produzioni (riduzione dei rischi biologici e agro-climatici), miglioramento delle rese, accrescimento dei ricavi e miglioramento dell’impronta ecologica della loro attività. Qualsiasi siano le coltivazioni, le PGM costituiscono sovente un interesse per esaudire qualcuna delle suesposte esigenze.
La questione dell’interesse economico è l’oggetto di tantissimi dibattiti. In realtà è molto difficile avere, a livello aziendale e nelle medesime condizioni, una coltivazione transgenica e la stessa in forma convenzionale al fine di fare valutazioni il più possibile obiettive. La comparazione diventa ancora più difficile quando il rapporto tra le due coltivazioni è molto sbilanciato nell’uno o nell’altro senso (ad es. la soia negli USA è più del 93% GM, mentre in molti paesi la percentuale è ancora bassa perché solo ora cominciano a votarsi alle PGM ed in altri vi è il rifiuto).Da un anno all’altro tutto cambia come ad es. la climatologia, i mercati dei prodotti agricoli e ciò rende la comparazione impossibile. Un’analisi globale a livello aziendale tende a mostrare generalmente che i carichi per i pesticidi sono diminuiti, ma sono compenati da un costo più elevato delle sementi, ma con una resa delle PGM mediamente migliore, seppure il prezzo del prodotto alla vendita spunti prezzi identici. Il bilancio economico a livello di azienda è spesso positivo all’inizio, ma non sempre a medio termine a causa di un diminuito interesse (comparsa di resistenze Ndt: anche se imputare questo alle PGM è sbagliato in quanto con un uso scriteriato degli ingressi le resistenze sono apparse anche nelle coltivazioni convenzionali)), per l’evoluzione dei prezzi degli ingressi e dei prodotti agricoli, delle coltivazioni, delle quantità prodotte, ecc. Occorre anche tener conto dei costi delle misure di coesistenza lungo tutta la filiera. Ecco appunto il perché siamo d fronte ad analisi economiche disuguali. Escludendo le produzioni alimentare, le PGM possono creare dei mercati nuovi, come ad esempio i garofani blu molto apprezzati nel Nord dell’Europa e che quindi hanno permesso un nuovo sbocco commerciale e aumento di guadagni ai coltivatori poveri della Colombia e dell’Equador.
A proposito della dizione del “brevetto del vivente” (ndt: un’ affermazione totalmente falsa) che a molti cittadini sembra una imposizione indicibile al mondo agricolo, essi dimenticano che se è per questo essa è solo un’aggiunta al fatto di essere dipendenti dall’acquisto di fattori di produzione, dei carburanti, delle macchine, all’affitto dei terreni e che gli agricoltori hanno sempre compensato con una migliore produzione ottenibile.
Per contro nei paesi in via di sviluppo (PVS), la questione può porsi in modo diverso ed è opportuno relativizzarla, in quanto il costo delle licenze è variabile secondo i paesi che negoziano con le multinazionali. Ad esempio in Burkina Faso è stata ottenuta una riduzione sostanziale del prezzo delle sementi, oppure un altro caso è il “riso dorato” che non sarà caricato di diritti di brevetto nel PVS e dove agli agricoltori è stato concesso di seminare e riseminare senza nulla pagare annualmente fino al limite di una produzione pari a 10.000 dollari USA
Le PGM sono solo concepite per essere usate nei paesi industrializzati? No di certo! Anzi le PGM possono benissimo essere viste in aziende contadine di tipo famigliare (ricordiamo che il 90% dei coltivatori di PGM appartengono a tale categoria. Le modifiche sociali indotte dalle coltivazioni PGM sono funzione delle condizioni socio-economiche del paese. Infatti, in certi paesi dell’America del Sud la messa in coltura della soia tollerante un erbicida ha generato una profonda evoluzione e riorganizzazione della produzione vegetale in centinai di province argentine, tuttavia la situazione non è generalizzata e neppure generalizzabile. Altro esempio, quando fu autorizzata la semina di piante GM in Francia dal 2001 al 2008, le aziende famigliari tradizionali che avevano scelto di coltivare delle varietà di mais GM l’hanno fatto senza che le loro strutture siano cambiate; dato che molte di queste aziende sono situate nel regione del Lot et Garonne, che è un dipartimento di policoltura. Ugualmente in Africa del Sud sono stati i piccoli agricoltori che si sono dimostrati più interessati al cotone transgenico.
In conclusione, è difficile fare un bilancio rigoroso e generale della durevolezza dell’interesse sociale ed economico circa gli agricoltori aventi adottato le culture di PGM (ndt: non si dimentichi che le PGM fino ad ora messe in commercio, anche perché la loro autorizzazione è burocraticamente farraginosa e i costi dei controlli sono proibitivi, portano solo qualche tratto genetico esogeno e quindi i benefici sono limitati e circoscritti). Se ci si guarda intorno si notano qui e là meno sforzo fisico nel coltivare, meno rischi per una manipolazione ridotta dei pesticidi, che non sono da negliger; il’imparare l’uso di certi fattori di produzione e di raccolte più regolari vanno incontro all’esigenza di migliori margini. Tuttavia la concentrazione a monte porta ad una minore indipendenza nelle forniture e restrizione della libertà di scelta (ndt: nel campo delle sementi questo è avvenuto ben prima dell’avvento delle PGM ed alla luce del sole in quanto sono avvenute sul mercato e senza che nessuno di quelli che gridano oggi mettesse lingua) che possono avere incidenza sulla produzione e formazione dei prezzi finali. Ciò può incidere di più nei paesi poveri e con una popolazione agricola poco organizzata.

2- Le filiere sono coinvolte dalle PGM?

L’impatto può essere considerevole o modesto a secondo che i paesi pratichino o no l’etichettatura (vedi questione n° 6), in quanto l’etichettatura esige una separazione delle filiere PGM e convenzionali. UN a tale richiesta risponde ad una domanda forte della società, seppure non risponda a nessun criterio obiettivo in quanto una soglia di tossicità non è mai stata rilevata. La stessa cosa vale per le distanze d’isolamento (ndt: cioè la cosiddetta coesistenza) tra campi, che è variabile da una specie all’altra, dalle condizioni del luogo e soprattutto si possono solo basare su dati statistici. I valori risultano da decisioni politiche, fondate sullo stato della conoscenza e dell’accettabilità da parte dell’opinione pubblica, circa l’autorizzazione o meno delle coltivazioni di PGM. Sono questi i motivi per cui la scelta di etichettare è piena di conseguenze.
La creazione di filiere “senza OGM” è tuttavia necessaria nei paesi che esportano verso chi ha messo in azione una etichettatura specifica. Queste filiere hanno un costo che deve essere sopportato dai diversi attori che vanno dal produttore al consumatore, ma la cui ripartizione non è ancora ben definita. Le PGM vanno a far parte della moltitudine dei sistemi sociali, agricoli, bio-industriali e alimentari del mondo. Ad uno sguardo sommario le principali filiere interessate sono più sviluppate nei paesi industriali ed emergenti che in quelli in via di sviluppo. Detto ciò, le PGM intersecano queste categorie e presentano degli aspetti strutturali discriminanti ai fini delle filiere convenzionali e delle classifiche fate in certi paesi.
L’impatto delle PGM sulle coltivazioni Bio è particolare. Sul piano sociale vi è una forte opposizione dei consumatori Bio, ma che esprimono una posizione ideologica considerando le PGM come “ una violenza sulla natura” e degli agricoltori Bio che temono alla lunga una concorrenza severa perché certe piante GM potrebbero affrancarsi dei fattori di produzione allo stesso livello del cibo prodotto con metodo Bio e determinare così una posizione invidiabile in fatto di rispetto ambientale. In altri termini annullerebbe gli atout del marketing Bio. Infatti le PGM potrebbero contribuire molto a rendere più accessibile il coltivare Bio, vuoi da un punto di vista di durabilità, di produttività, di redditività dell’agricoltore e di rispetto dell’ambiente. Infatti molti preconizzano una complementarietà tra convenzionale e transgenico al fine di poter ridurre l’uso dei pesticidi. Tuttavia finché il Bio rimarrà solo un obbligo di adeguamento ad un protocollo di coltivazione e non ad una certificazione di qualità intrinseche, la questione delle relazioni tra BIO e PGM si limita alla questione dell’etichettatura (Ndt: si badi bene da un punto di vista analitico l’etichetta bio e quelle convenzionale sono uguali), a delle distanze di isolamento, ma come si è già visto si tratta di una questione essenzialmente politica.
I problemi di coesistenza e di tracciabilità dal sacco delle sementi al campo ed al piatto, attraverso anche dei segmenti di filiera e frontiere dei paesi, hanno paradossalmente degli effetti positivi nella dinamica di sviluppo. Al limite limitano i fenomeni di dominio e dipendenza, provocano l’apprendimento e l’innovazione delle istituzioni e delle pratiche degli attori, aprono a delle strategie di differenziazione e di valorizzazione e non solamente in riferimento alla diminuzione dei costi.
La creazione delle PGM ha rivoluzionato l’industria sementiera? Se la paragoniamo con le colture convenzionali la risposta è si e per due ragioni principali: il brevetto (vedi questione n° 8) e l’autorizzazione per la messa in coltivazione (vedi questione n° 7). L’abbandono dello sviluppo delle PGM sotto la pressione dei cittadini dei paesi europei, assoggettati al COV o Certificato di Ottenimento Vegetale ha liberato il campo alle multinazionali (bdt: che già avevano fatto incetta delle migliori ditte sementiere europee per dotarsi del germoplasma), in particolare americane, ma non solamente e che funzionano sotto regime brevettuale. Se ciò non è molto importante per l’agricoltore (Vedi questione n° 8) lo è per le PME sementiere che invece devono acquistare licenze per sviluppare PGM che contengono transgeni brevettati. Ma la cosa enormemente costringente sono i costi e la complessità per riempire i dossier di omologazione estremamante rigorosi.. Questa misura esclude subito tutti i piccoli sementieri dalla competizione e obbliga alla concentrazione delle società del seme. Costoro non possono sopportare la stesura di un dossier di omologazione e quindi sono obbligati a acquistare una licenza di sfruttamento da una grande compagnia dominante per avere la disponibilità del transgene, Inoltre i costi dei metodi di biologia molecolare e le competenze necessarie a monte della creazione delle PGM non sono più un ostacolo, visto che lo sviluppo della genomica generato dal biomedicale ha affossato i costi. Pertanto anche se Monsanto ha una posizione egemonica, questa società non è più sola ed altri grandi compagnie investono nel settore (ndt: anche europee, solo che i loro prodotti ottenuti li devono sfruttare altrove e non nei paesi di origine). Tuttavia solo i gradi gruppi hanno una reale capacità di sviluppare la ricerca e lo sviluppo necessario al lancio di nuone PGM. Per ciò che concerne invece la ricerca pubblica, delle PGM potranno al massimo essere create laddove i laboratori accademici non hanno smantellato la ricerca e lo sviluppo delle piante transgeniche. E’ il caso del pruno Sweet Honey, resistente alla malattia virale della sharka, sviluppata dall’USDA (ricerca pubblica americana) in collaborazione con paesi europei (tra cui la Francia) che sarà sottomessa in Europa al regime del COV e non del brevetto. Solo che questi casi sono molto rari, in quanto la ricerca pubblica non può quasi più investire nei test di omologazione e quindi essa deve trovare dei partner privati, ma questi sono disponibili solo in caso di sottoporre a brevetto le varietà vegetali GM. Anche se i paesi emergenti investono fortemente nella ricerca pubblica in materia di PGM, ma le eventuali costituzioni non possono sfuggire al brevetto se non si vuole regalare agli altri il lavoro costoso eseguito. Per quanto riguarda i paesi dove vige il COV, la riduzione o addirittura l’abbandono della R&D sulle PGM lascia il campo libero ai brevetti depositati dall’industria sementiera.

3 – Accettazione delle PGM da parte dei consumatori e dei cittadini

La posizione dominante degli attori transnazionali del fronte tecnologico a monte, vale a dire sementi e agrochimica, e delle loro zone di appartenenza (USA, EUROPA, OCSE) e con Monsanto leder simbolico, ma non unico, con in più qualche impresa di Stato come in Cina, creano una dinamica d’offerta unica. Questa posizione dominante, che poco ancora si basa sul valore supplementare che è percepito dalla società, suscita un timore di abuso a causa di una divisione inuguale del valore nella filiera (rendita fatta sul vivente ecc,) e per tacere alla società eventuali danni collaterali (ambiente e salute). Tuttavia questa posizione è ben lontana dall’essere unica, anzi è il caso di ben altre situazioni di cui però non si discute più così frequentemente aeronautica, finanza , energia ecc.).
Il consumatore-cittadino dei paesi industrializzati non vede nessun beneficio diretto nelle PGM attuali. Sul piano della salute, l’assenza di micotossine nei prodotti Bt è un argomento che non fa presa e ancora l’arrivo dei prodotti biofortificati non lo concerne, in quanto egli trova tutto ciò che è necessario nei complementi alimentari, in quanto tardano ancora ad arrivare. Forse dei frutti e delle verdure più adatte ai suoi bisogni (che si conservano meglio o che non si ossidano come la mela Ogm “Artic”) potranno convincere qualche consumatore. Per quanto riguarda l’aspetto monetario, il consumatore non vedrà delle ricadute positive delle biotecnologie fin tanto che i prodotti OGM avranno lo stesso prezzo dei convenzionali.
Pertanto queste percezioni negative dell’opinione pubblica. Coniugate alla militanza in gruppi di pressione e accompagnate da politiche restrittive, in particolare nei paesi dell’UE, ma non solo, limitano o proibiscono non le PGM, bensì delle specie o varietà a livello della produzione o del consumo, obbligando ad autorizzare delle importazioni per gli usi intermediari come l’allevamento zootecnico, limitando tracciabilità e etichettatura più o meno ragionata e circostanziale.
In paesi industrializzati la popolazione è informata, è poi attirata da temi ambientali e di salute, sovente anche a livello di percezione quasi magica, propria dell’Uomo con l’Alimento e culturale con la Natura, alla stregua di un processo duale come per il Bio o l’AOC, ma completamente invertito, il Geneticamente modificato è fatto diventare a-naturale, a-culturale, ed per di più se il portatore è considerato “invasivo”, ma anche quando la sua necessità non è convincente. Da parte degli Stati, la “precauzione” non è indenne da delle volontà protezioniste, diplomatiche, elettorali ecc.
Questa sfiducia dei consumatori nei riguardi delle PGM ha delle conseguenze sulle strategie dei grandi gruppi e della grande distribuzione. In Francia e in maggioranza in Europa, il loro marketing sposa la posizione anti-PGM in modo tale da portare molto in alto la loro opposizione alle PGM e garantiscono al consumatore la fornitura di alimenti esenti (ndt: posizione molto facile da sostenere in quanto nessuna analisi potrà ad esempio mai verificare se la carne è stata ottenuta da animali non alimentati da mangimi contenenti OGM, in quanto questi non sono rivelabili perché inesistenti. Pertanto è solo prefigurabile come propaganda ingannevole). Per quanto riguarda invece le piccole industrie agroalimentari, esse preferiscono portarsi sul Bio, portatore di un grande valore aggiunto, ed evitano per di più le PGM non tanto per delle ragioni obiettive di qualità dei prodotti, ma per difendere una posizione sul mercato (caso dei polli Loué). Queste posizioni molto nette in Francia, sono sempre meno condivise dall’Inghilterra, dove, verosimilmente di fronte alla difficoltà di approvvigionarsi di certi prodotti senza PGM (soia in particolare) degli attori della distribuzione abbandonano pubblicamente la posizione no-OGM (esempio Marks e Spencer).

4 – Le PGM sono fattore di sviluppo o di rivoluzione?

Sono solo 30 anni che le PGM sono apparse, ma annoverano già un impressionate risultato in termini quantitativi. Degli effetti sono già particolari, ma senza che si possano generalizzare o estrapolare in ciò che concerne tipi di filiera e di paese, ma solo per ciò che riguarda gli sbocchi agroindustriali. L’aspetto monopolistico a monte del settore non è ne proprio al settore e neppure alle varie branche. Le PGM si estendono abbastanza indifferentemente in tutte le fattispecie di strutture fondiarie e dei sistemi di produzione. Quale senso darà il futuro a questa realtà strette tra le attese del mondo in sicurezza alimentar e le strategie degli attori pubblici e privati? Regressione delle coltivazioni o il permanere di uno staus quo sono poco probabili. In termini di sviluppo ci si può attendere l’apertura di nuove filiere nei nuovi paesi in risposta a nuove finalità alimentari, nutrizionali e tecnologiche e di costrizioni ecologiche, climatiche e agronomiche, tramite nuove tecniche in fatto di sementi e di nuove buone pratiche in agricoltura. Riso, gagioli, manioca, mais, miglio, frutti, frumento, resistenze ai periodi di siccità….. le sfide sono enormi e gravi.

Questione n° 10: Come sono percepite le PGM? Come modificare la loro percezione negativa?

Allorché i professionisti dell’agricoltura di numerose regioni del mondo hanno adottato le PGM che rispondevano alle loro esigenze, l’opposizione alle PGM ( tra l’alto evidenziatosi come un rifiuto totale, indipendentemente dal transgene e dalla coltivazione) si è verificata principalmente in Europa, proprio dìove le PGM vi sono molto minoritariamente coltivate; una parte della società civile sensibile alle argomentazioni di associazioni ambientaliste e di organizzazioni professionali che volevano difendere i sistemi detti alternativi della produzione agricola ne è stata influenzata.
Questa “specificità europea” s’inserisce anche nell’insieme delle evoluzioni profonde della società, con rapporti nuovi stabiliti con l’alimentazione, la scienza e più generalmente verso il “progresso”. La questione delle PGM e più in generale degli OGM, sembra come una cristallizzazione, ma in realtà ne costituisce solo un epifenomeno. La situazione è diversa in una grande parte del resto del mondo, dove sono attualmente coltivate la maggior parte delle PGM.

1- lo stato dell’opinione pubblica europea

1-1 la misura dell’opinione

Una fotografia dell’opinione nel 2010 è stata ottenuta attraverso dei sondaggi e sotto la responsabilità di Eurobarometro, essa aggrega dei risultati ottenuti in Europa senza incrociarli sia con il contesto sociale di ogni paese (esistenza di associazioni attive, grado di urbanizzazione dei cittadini, sviluppo delle tecnologie in generale ecc.), sia con il contesto politico (ruolo dei governanti, e dei politici). Comunque sia, cumulando tutti i paesi dell’UE la percezione delle PGM è in maggioranza negativa, anche se esiste qualche differenza di apprezzamento a seconda dei paesi presi in esame.
I sondaggi mettono in evidenza, attraverso le risposte alle domande poste, una suspicione generale del pubblico europeo circa gli alimenti ricavati da PGM e che cresce regolarmente da 15 anni
- 70% degli Europei considerano che gli alimenti ricavati da PGM non siano fondamentalmente “naturali”.
- 59% degli Europei considerano che questi alimenti non siano senza pericoli per la salute.
- una maggioranza del 54% degli Europei è d’accordo nel dire che “ gli alimenti ricavati dalle PGM non sono buoni per se e per la loro famiglia”
- Un po’ meno di ¼ (23%) di chi ha risposto e d’accordo nel dire che gli alimenti GM non sono nocivi per l’ambiente, mentre sono il 53% a pensare il contrario. La risposta alla questione in prospettiva “lo sviluppo delle PGM deve essere incoraggiato?” costituisce un buon indicatore della percezione globale degli Europei sulle PGM. Mentre 15 anni fa l’opinione era spartita in due gruppi uguali di risposte (44% di favorevoli allo sviluppo delle PGM nella produzione di cibo e 44% erano sfavorevoli), oggi il 61% degli europei sono divenuti ostili allo sviluppo delle PGM. Solo il 23% si dichiara favorevoli al loro sviluppo. L’Inghilterra (44%), Repubblica ceca (41%), il Portogallo e la Spagna sono relativamente i paesi più favorevoli a questo sviluppo delle PGM. Inversamente la Francia, la Bulgaria, la Romania, l’Austria e la Grecia sono i paesi più ostili con meno del 15% di sondati che dichiarano essere favorevoli allo sviluppo delle PGM.
Da notare che più i cittadini hanno partecipato a dei dibattiti e si sono informati sulle PGM, più si dichiarano essere in disaccordo per incoraggiare il loro sviluppo e la loro coltivazione ( fonte: Daniel Boy – futuribili marzo 2012).

1-2 Qualche spiegazione di fronte a questa percezione negativa delle PGM

Per i contrari, le PGM sono prima di tutto, collegate alla manipolazione del vivente vissuta come una trasgressione non naturale ( che oltrepassa la barriera delle specie e crea delle chimere), pericolosa e difficilmente controllabile. Gli Europei sono anche inquieti circa l’irreversibilità potenziale della disseminazione delle PGM nell’ambiente. In più, il sentimento di non capire ciò che sono le PGM e le ragioni per le quali si sono create, genera, nei consumatori e nei cittadini europei , un sentimento di angoscia e di sfiducia. Questa sfiducia dei consumatori nei riguardi delle PGM è stata particolarmente sostenuta dalle loro fonti d’informazione, in particolare:

La preminenza del discorso emozionale e drammatico degli oppositori alle PGM rispetto al discorso razionale degli scienziati e le attese degli utilizzatori economici.
Il sostegno dei media, spesso in favore delle teorie degli oppositori, si è sostituito o ha modificato l’opinione, ma senza fornire una informazione equilibrata e leale.
Il discorso allarmistico dei poteri pubblici che hanno preferito assecondare l’opinione maggioritaria ricorrendo sistematicamente al principio di precauzione al fine di eludere eventuali contestazioni.

A ciò bisogna aggiungere, i timori della brevettabilità delle varietà GM per l’indipendenza degli agricoltori (vedere Questione 8 e 9) e la sfiducia ideologica nei riguardi delle grandi società di biotecnologia che controllano la creazione delle PGM. Mentre i supposti rischi sono anteposti, i benefici concreti apportati dalle PGM sono posposti e non mostrati con convinzione ed obiettività all’opinione pubblica europea. Infatti, i consumatori si domandano spesso: “ a cosa possono servirci questi benedetti OGM?”, ma spesso sono stati lasciati soli a farsi una propria idea sul rapporto beneficio/rischio.
In questo modo, malgrado tutte istanze europee e nazionali di regolazione e di sorveglianza messe in atto, il peso dell’opinione pubblica ed il gioco dei governanti hanno portato a questa situazione conflittuale e di blocco di fatto di tutti i dossier di autorizzazione concernenti la PGM in Europa. Paradossalmente, durante questi ultimi 20 anni, le difficoltà a convincere ed a fugare la suspicione reiterata della loro neutralità sono state risentite dolorosamente dagli ambienti scientifici implicati. Questo “muro di vetro”, percepito come irrazionale, ha suscitato presso di loro una forma di incomprensione, d’irritazione e d’impazienza. Il tutto è stato visto dagli oppositori come un forma evidente del loro partito preso, del loro sostegno favorevole agli OGM, e perfino di interessi economici collegati (ndt: non si vedono però tutti quei reali interessi economici, che stanno alla base anche del convincimento contro le PGM, che, invece, sono legati ai prodotti biologici, al cibo naturale e all’abuso della naturalità su cibi frutto di trasformazione dell’uomo), ciò ha avuto come risultato di indurire ancora di più le posizioni ed il tutto è andato nella direzione appunto dell’obiettivo ricercato.

1-3 Anche delle evoluzioni sociali più globali, più profonde, di ordine culturale, ideologico, filosofico possono spiegare l’esacerbarsi della questione delle PGM

Innanzitutto, il rifiuto delle PGM e degli OGM concerne, in generale, dei paesi dove la questione della sicurezza alimentare si pone poco o molto poco. Allontanandosi le paure di penurie alimentari, le popolazioni sono state sensibilizzate, a giusto titolo, ai diversi problemi di salute pubblica legati a ogni sorta di eccessi (diabete, colesterolo, obesità e malattie cardiovascolari, allergie….)
Le industrie agroalimentari ed il marketing nell’alimentazione, la cosmesi ed i prodotti di casa hanno preso in conto questo nuovo dato ed hanno condotto i consumatori in una strana apologia del “senza” che definisce i prodotti non più per ciò che contengono, ma per ciò che non contengono: “ senza additivi , senza conservanti, senza coloranti, senza aromi artificiali, senza olio di palma, senza zucchero o sale aggiunto, senza parabene, senza alcol, senza nitrati, senza ADN, ecc. Per contro ben pochi prodotti sono venduti con la menzione “arricchiti in…” (prodotti bancari, automobile, ecc.). Bizzarramente, gli OGM hanno subito la stessa sorte di un additivo, come se la rappresentazione che il consumatore se n’è fatto fosse quella di un “ingrediente” il più delle volte inutile o peggio nocivo, come tutti gli altri.
Questa fobia si estende a tutti i settori e marca negativamente ogni linguaggio. I termini di sviluppo, di crescita, di espansione, di disseminazione, di proliferazione, di progresso vengono connotati tutti negativamente. Sia perché sembrano divenuti inutili, anzi evocano uno sviluppo incontrollato, sia perché sono supposti realizzarsi a detrimento di qualche cosa e a scapito della maggioranza dei consumatori e dei cittadini. Tutte le forme di gigantismo, specialmente nell’agricoltura industriale, sono proscritte. Malgrado la necessità impellente di dover nutrire 2 miliardi di persone in più sul pianeta nel 2050 ed in uno spazio sempre più ristretto, gli argomenti concernenti l’aumento della produttività sono sempre più mal accettati, perlomeno nei paesi industrializzati, tra l’altro molto spesso poco sensibili alla miseria nei paesi poveri. Questo rigetto include tutti gli obiettivi di modernizzazione dell’agricoltura che tendono ad aumentare le rese. A dispetto degli obiettivi globali suddetti, l’argomentazione pro-OGM è stata piazzata subito in controcorrente rispetto all’opinione maggioritaria in Europa o in Giappone.
Gli oppositori amalgamano tutti i casi e tutte le fonti, insistendo sull’inutilità di aumentare la redditività, la produttività e sul carattere poco probante dei benefici possibili in materia di qualità dei prodotti e del benessere, ma anche di salute delle popolazioni.
Nel medesimo ordine di idee, conviene studiare più precisamente in avvenire ciò che significa, nelle rappresentazioni dei cittadini consumatori, le nozioni di “naturale” o la fobia delle “modifiche genetiche”, che attenzionano più l’atto di “manipolare” che non l’obiettivo di “migliorare”.
Una forma di epicureismo, nel senso antico di valorizzazione del piacere legato alla sobrietà, vale a dire della capacità di gioire delle buone cose, ma in piccola quantità, si sta sviluppando anche nelle rappresentazioni del lusso: piccole porzioni nei ristoranti rinomati della “nouvelle cuisine”, estetica più spoglia delle decorazioni interne d’ispirazione giapponese o scandinava ( da qui le locuzioni: “meno è meglio”, “città in transizione”), inoltre l’influenza aumenta ogni giorno.

2 – Le percezioni fuori dall’Europa

Fuori Europa, nei paesi che hanno adottato massicciamente le PGM come gli USA ( o l’India e il Brasile), l’opinione pubblica sembra spontaneamente più aperta, senza esclusione, però, di qualche posizione ostile. Le ragioni? Forse perché non ci sono state crisi sanitarie alimentari maggiori in questi paesi, come lo è stata la “vacca pazza” da noi(ndt: anche se il caso del 2011di infezione da E. coli in Germania ha provocato più morti e invalidi, ma è stata prontamente silenziata da chi aveva la coda di paglia perché intaccava il totem della naturalità del biologico), o perché i consumatori sono meno informati su ciò che consumano (non vi è etichettatura), o perché essi sono più aperti ai benefici apportati dalla scienza e dal progresso tecnico. Può essere che siano meno toccati dalle polemiche molto mediatizzate come quelle che noi conosciamo in Europa sulla brevettazione del vivente o l’agricoltura intensiva… Tuttavia, si constata, negli USA ad esempio, che gli adepti dell’agricoltura biologica esercitano una pressione mediatica crescente contro lo sviluppo delle PGM, la contestazione non ha un effetto neutro, anzi può influenzare progressivamente l’opinione pubblica. In definitiva questo irrompere delle critiche ha seminato il dubbio nella società civile europea sulla legittimità delle PGM, verosimilmente perché gli attori delle biotecnologie hanno peccato di un pauroso deficit di comunicazione e non hanno risposto in maniera udibile alla questione che tutta la società si pone: “ A cosa possono in particolare servirci queste PGM?” Non è un azzardo se in Francia (ndt: al pari dell’Italia) ad esempio, gli agricoltori che seminano le grandi coltivazioni estensive sono più favorevoli alle PGM che altre categorie interessate: essi conoscono bene i vantaggi che possono avere dalle PGM per il loro reddito e le loro condizioni di lavoro….

3 – Cosa fare?

# Per quanto concerne l’immediato

° Riconsiderare la questione nel suo insieme: uscire dall’opposizione sterile e dimenticare l’ossessione di voler convincere. Riaffermare che il ruolo della ricerca scientifica è quello di produrre conoscenza e di fare chiarezza circa le possibilità e gli effetti delle scoperte scientifiche, ma deve esimersi dall’immischiarsi direttamente sulle decisioni da prendere, questo è compito della politica.

° La posizione di “ostaggio” della ricerca scientifica presa come parte avversa nelle questioni degli OGM, non è una situazione nuova nella storia delle scienze, è tuttavia è molto emblematica dei due ultimi decenni e giustifica la difficoltà nel dimostrarne l’indipendenza agli occhi del pubblico.

° E ormai tempo di comunicare più e meglio circa i benefici che le PGM possono apportare a consumatori e cittadini. E’ una questione essenziale per cercare di riequilibrare la bilancia dei benefici percepiti rispetto ai rischi percepiti. Ciò presuppone però che anche i sementieri concorrano nel creare delle sementi transgeniche che apportino infine dei benefici concreti anche ai consumatori e non solo agli agricoltori, quali una maggior sicurezza alimentare, una miglior qualità dell’alimentazione, migliori prezzi e maggior rispetto ambientale. E’ la messa disposizione di PGM come il “Riso Dorato” (apportante vitamina A) che può cambiare il punto di vista dei consumatori circa l’interesse delle PGM ed incitarli, anche loro, a farsi un’opinione su una o l’altra delle PGM, cioè distinguendo caso per caso, invece del rifiuto in blocco. Tuttavia alle società sementiere non può essere richiesto di sviluppare dei progetti non redditizi, benché utili e benefici per i consumatori. E’ qui che devono intervenire gli istituti di ricerca pubblici, ma purtroppo sia la Francia che l’UE sono ormai fuori gioco per giocare questa partita umanitaria.

# A medio termine, occorre decidere caso per caso

° L’evoluzione della regolamentazione (nell’accezione di valutazione del rischio) dovrà porre differentemente la questione del rischio e ciò non potrà farsi che valutando caso per caso, cominciando dai più favorevoli, quelli i cui benefici nel contesto europeo si mostreranno più evidenti, vale a dire che, nei paesi dove l’opinione è reticente o che rifiuta le PGM ( considerata come simbolo di una crescita sfrenata e che occorre limitare o anche stoppare), occorrerà porre l’accento sui vantaggi in termini di riduzione dei consumi (energia, acqua, insetticidi, erbicidi, concimi…). Su ciò occorrerà porre la questione del rischio che, benché sia prioritario per gli oppositori delle PGM, non ha evidentemente nessuna comparabilità con altri rischi molto più importanti ed anche più accettati.

# a lungo termine occorre ripensare la formazione dell’opinione pubblica, della gioventù e dei quadri dirigenti

° Occorre ripensare come riproporre la logica di un ragionamento all’opinione pubblica, ai giovani e alle elites, al come argomentare, ad usare la dialettica come confronto di ciò che è razionale e di ciò che è culturale. L’obiettivo deve essere la ricerca del consenso come supporto dell’azione.

° Rinvigorire la formazione del pubblico, dei giovani, delle elites al ragionamento scientifico ed alla cultura scientifica (scuole e media).
Occorrerà, infatti, interrogarsi sulle ragioni del disinteresse attuale per gli studi scientifici, per le trasmissioni che parlano di ricerca e che concorrono alla formazione dello spirito scientifico, dei ragionamenti e dei metodi, della diffusione della cultura scientifica, e degli elementi che rendono impermeabile la dimostrazione ed insensibili alle prove. Altro elemento da ben analizzare è come la credenza ( o il suo contrario che è la sfiducia sistematica) e l’irrazionale ( o piuttosto l’idea che tutte le razionalità si equivalgono) s’impongono surrettiziamente.
Converrà rimettere in questione (ma come?) il modo di funzionamento di certi media che esaltano sempre la polemica, senza puntare ai fondamenti veri delle questioni trattate e confortanti l’idea che vi è un partito preso ( o da prendere), ma tralasciando la ricerca del consenso o anche semplicemente il reale progresso del dibattito basato sulle conoscenze.

° Infine, è urgente iniziare il grande pubblico, i giovani e le elites alle questioni etiche, alla conservazione o alla costruzione del bene comune ( compresa la ricerca scientifica come bene comune). Questa problema capitale suppone la ricerca del consenso sui valori indispensabili da trasmettere alle giovani generazioni al fine di assicurare il massimo del benessere e della capacità al vivere in comune e nella quale la ricerca scientifica trova tutto il suo senso. La questione del rigetto delle PGM non è uno smacco per le capacità della comunità scientifica a farsi intendere dal grande pubblico, e solo un elemento rivelatore. Essa pone semplicemente degli interrogativi sull’evoluzione della società, delle attese dei cittadini e sulle rappresentazioni solo intuite e fluide che essi hanno del loro avvenire.

27 Ago 2014 | Commenta

Le rubriche di Salmone