Lo sappiamo: noi uomini siamo più propensi a raccontare gli incubi che i bei sogni. Ragioni fisiologiche, in fondo. Raccontando di continuo gli incubi e immaginando scenari cupi, facciamo in modo che se arriva una buona notizia (o un bel sogno) facciamo fatica a crederci. Si tende sempre a mantenere lo status quo. Questo elementare meccanismo nasce, è bene dirlo, da dinamiche psicologiche, ovvero, si raccontano gli incubi nel tentativo di trasformare un trauma (che non può essere condiviso) in dolore (che invece è condivisibile). Eppure nella società contemporanea gli incubi stanno diventando dei veri incubi, asfissianti. Voglio dire, è una questione di stile, bisognerebbe almeno capire come raccontarli. Purtroppo, la comunicazione va avanti meglio e meglio si diffonde se gli incubi (cupi) occupano nella narrazione un posto di rilievo. Amplificati, diffusi in tutti i canali comunicativi. Ora, la sensazione che tutti noi proviamo quando veniamo assaliti da racconti da incubo o da senari da incubo ecc., è, alla lunga, quella della chiusura. La chiusura presuppone una mente sterile che nel tentativo di sopravvivere agli incubi, si ripiega in se stessa e riduce al minimo le sue attività. Ci accontentiamo del nostro io minimo. Evitiamo la complessità e gli approfondimenti e quindi il nostro sentimento del mondo si semplifica dannatamente. In effetti, la dannazione è semplice, e i diavoli lo sanno bene. In Italia questo approccio all’apocalisse ha origini antiche, ma per venire a tempi più recenti è stato (con forza e nobiltà) portato avanti da Pasolini. Il suo “io so ma non ne ho le prove” è stato la rivendicazione orgogliosa di un metodo, non certo epistemologico, basato sulla forza dell’intuizione poetica. Buona parte di noi scrittori e critici e saggisti e storici ecc, si sa, preferiscono, con forzature acritiche, riferirsi costantemente a Pasolini. Costa meno e si fa più bella figura. Del resto, oggi dichiararsi nostalgici è cool, come è cool dichiararsi apocalittici. Si vende molto a prendere la posa del profeta. Fatto sta che a Pasolini sono legate alcune immagini e concetti che tutti ormai hanno fatto propri: la mutazione antropologica, la scomparsa del mondo contadino, l’arrivo dell’infausta modernità e soprattutto quel sentimento di nostalgia per un passato scomparso. Ci si chiede se questi concetti, oramai addomesticati o quel suo grido poetico e rabbioso, “io so ma non ho le prove”, siano ancora validi e se invece, non sia necessario, proprio per aumentare il grado di complessità del sistema, imparare a dimostrare. Del resto, negli stessi anni nei quali Pasolini usava il corriere della sera per lanciare i suoi avvertimenti, un altro scrittore Parise cominciava a collaborare al corriere, ma scegliendo un altro approccio poetico: “credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione di tutti i cittadini per un discorso pubblico. E credo alla pedagogia insieme alla democrazia perché non ci può essere l’una senza l’altra”. Se questa frase contiene una qualche verità, e la contiene, allora è necessario impegnarsi affinché il discorso pubblico vada di pari passo con la pedagogia. Significa che in un mondo di incubi bisogna portare la necessaria dose di analisi. Le analisi vanno fatte caso per caso e spesso non offrono soluzioni definitive. Ma questo è un bene, davanti a un sistema complesso, composto, cioè, da molte variabili, non ci resta che impegnarsi a fondo per accrescere di pari passo la nostra sete di conoscenza. Un ottimo esempio di analisi di questo tipo sono i documenti scientifici in peer review. Un’operazione pedagogica e democratica sarebbe certamente quella di diffondere il più possibile la conoscenza di documenti in peer review. Non che siamo segreti, anzi, sono facilmente reperibili e scaricabili, ma in molti non ne sospettano nemmeno l’esistenza e soprattutto ignorano il metodo democratico che permea questi lavori. E’ davvero un canone della democrazia quello di cercare continuamente le prove di quanto affermato e soprattutto affidare questa ricerca non solo all’intuizione poetica, ma alla revisione di esperti. Sarebbe interessante se di tanto in tanto grandi giornali, o siti di buona diffusione, acquisissero e divulgassero peer review, soprattutto quelle che affrontano argomenti di moda. Ne otterremo di sicuro benefici. Prima di tutto è piacevole e interessante sentire parlare persone competenti in uno specifico campo, seconda cosa avremmo modo di prendere sul serio gli incubi e provare a smontarli per vedere se ci sono elementi davvero preoccupanti o se invece dobbiamo aprire la nostra mente a una benefica ventata di conoscenza. Insomma, un po’ di fiducia nella pedagogia non guasta mica.
I prezzi delle principali commodity stanno salendo in maniera preoccupante. Riso, mais e sopratutto soia si stanno incamminando su prezzi che fanno presagire una nuova crisi alimentare globale. Le cause sono molte. La richiesta di derrate dalla Cina anche per produrre carne, la severa siccita’ che ha colpito l’Argentina, la scarsita’ di credito ai coltivatori unita agli alti costi dei fertlizzanti. Ed intanto i fondi sovrani investono nelle commodity agricole.
Leggi l’articolo (qui) pubblicato sul Financial Times il 10.06.2009
OGM: ZAIA, NON FANNO GUADAGNARE DI PIU’
(ANSA) - ROMA, 9 GIU - E’ un ‘No agli Ogm’ motivato quello espresso oggi dal ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali Luca Zaia, in un’intervista di Gian Antonio Stella su Rai Radio3. “Sono contrario agli Ogm - ha detto il ministro Zaia - in quanto il mondo scientifico è esattamente spaccato a metà e nei Paesi dove si coltiva con gli Ogm non si guadagna di più. Abbiamo fatto un G8 Agricoltura per dimostrare che affamano di agricoltori e non risolvono l’emergenza alimentare del pianeta, dove 3 milioni di persone muoiono di fame”. Il paradosso, ha aggiunto Zaia, è che “gli alimenti a base di Ogm si stanno configurando non come cibo del futuro, ma per i poveri. Mentre i ricchi possono permettersi una spesa certificata e biologica. Una cosa assolutamente da combattere perché - ha detto il ministro - la qualità a tavola non deve essere un lusso per pochi”. Sulla qualità effettiva delle produzioni da agricoltura biologica, Zaia ha ricordato di aver inaugurato la ’stagione della tolleranza zero’, con i numerosi controlli effettuati. “Ma non va dimenticato - ha concluso - che in Italia ci sono 1,7 milioni di aziende agricole, perlopiù Pmi, che fanno qualità”.(ANSA).
La review passa in rassegna le tante bufale che ancora inquinano il dibattito sugli OGM: le morti da triptofano, le patate di Putzai, il mito della fragola-lisca, la pretesa qualità nutrizionale del biologico, le allergie ed il destino dei geni da piante GM ingeriti con la dieta. E poi ancora la possibilità di insorgenza di insetti resistenti al Bt, la perdita di biodiversità, la paura di erbe super-infestanti, la possibilità di coesistenza di colture GM e non. Ed infinerà chi ci guadagna dall’uso di piante GM, la vicenda Terminator, i brevetti sulle piante GM, quanto cibo produciamo e quanto abbiamo bisogno di piante GM?



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