Ad occhi chiusi contro Monsanto

24 Feb 2009
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Questa volta Petrini, Coldiretti e COOP pur di avversare Monsanto spendono decine di migliaia di euro per pubblicizzare un povero contadino che sul suo orticello di 416 ettari (si’ 416,82 ettari) passa il tempo a spruzzare erbicidi e rubare semi come un qualunque contraffattore di marchi.
Strano che a Slow Food si offendano per le imitazioni taroccate del Parmigiano o della mozzarella di bufala, per la pirateria alimentare della cucina mediterranea, mentre se si tratta di rubare ad una multinazionale la cosa e’ benemerita.
Meglio di qualunque commento la vicenda e’ ricostruita con scrupolo e documentazione da Dario Bressanini e da BiotecnologieBastaBugie .

Chi ha tempo e coraggio vada a contestare a Pollenza, Milano, Bologna e Roma la diffusione della favola del povero agricoltore canadese.

Dal sito di Dario Bressanini (quì)

Dal sito BiotecnologieBastaBugie (quì)

3 commenti al post: “Ad occhi chiusi contro Monsanto”

  1. Blog | Scienza in cucina » Blog Archive » OGM: il ritorno di Schmeiser scrive:

    [...] Recenti Stefano su OGM: il ritorno di SchmeiserAd occhi chiusi contro Monsanto | Salmone.org su OGM: il ritorno di Schmeiserbacillus su OGM: il ritorno di SchmeiserDario Bressanini su OGM: il [...]

  2. robertoNo Gravatar scrive:

    A OCCHI APERTI, INVECE

    Seguo la questione Monsanto/Schmeiser da tempo.

    Come testimonia l’esito della votazione alla Corte suprema (5 voti per la condanna di Schmeiser contro quattro per la sua assoluzione), la faccenda non era (e non è) proprio semplice e, soprattutto, investe una serie di altre questioni che non mi sembrano tenute nel debito conto.

    La questione affrontata dalle corti canadesi è se gli Schmeiser avevano “usato” oppure no il brevetto Monsanto, senza entrare nel merito di come la sequenza genetica sia arrivata nei loro campi (cross contaminazione, acquisto di sementi “in nero”, sabotaggio: fa lo stesso, in ogni caso si configura l’uso di un bene di cui ha il monopolio il detentore del brevetto, che può concederne l’utilizzo dietro corrispettivo).

    Nel 1997 si è registrata una presenza dell’evento genetico Monsanto sui campi degli Schmeiser che, come facevano sempre, hanno riseminato la LORO colza che presentava una significativa presenza della sequenza genetica brevettata, diffondendola ulteriormente.

    Il nodo a me sembra questo.
    Se si dimostra che hanno recuperato abusivamente sementi brevettate, vanno condannati, non ci piove.
    Se non lo si dimostra (e nè Monsanto nè altri, salvo qualche blogger che non sembra aver letto i documenti, li hanno accusati di ciò), che si fossero accorti o no di questa contaminazione, sembrerebbe contare davvero poco: non hanno fatto altro che fare quello che facevano da anni, cioè mettere da parte i semi delle LORO piante coltivate nei LORO terreni per riseminarli l’anno successivo.

    Monsanto (e anche la sentenza 5 a 4 canadese) sostengono, invece, il contrario: se nei campi di un agricoltore ci sono piante OGM (arrivate in qualsiasi modo, ivi compresi derive da vento, uccelli, rimorchio non pulito tra un trasporto e l’altro, casini nello stabilimento che concia le sementi…), gli è inibita la possibilità di riseminare, ed è tenuto a pagare le royalties al titolare del brevetto.

    Nel 2008 gli Schmeiser hanno rilevato una nuova cross contaminazione (che non sembra poter derivare dalle proprie sementi: dopo il processo, le acquistano di tipo commerciale di anno in anno), e stavolta hanno citato in giudizio Monsanto che, prima di entrare in aula, il 19 marzo ha chiuso la vertenza extra-giudizialmente, indennizzandoli dei costi per la rimozione delle piante contenti la sequenza genetica brevettata sgradita.

    Monsanto, per dimostrare la sua correttezza, dichiara nel suo sito che si tratta della sua procedura standard, senza accorgersi che ammette così la grande facilità di cross contaminazioni indesiderate.

    Nelle sentenze si legge che la colza convenzionale e quella con la sequenza genetica brevettata sono apparentemente del tutto identiche. Solo due sono i modi per identificarle: o spruzzare il diserbante Round Up (le piante OGM resistono, quelle convenzionali muoiono) o un’analisi del DNA.
    Il produttore che voglia essere sicuro di non coltivare piante brevettate dovrebbe quindi diserbare (rimanendo solo con le piante OGM che non può “usare”, dato che quelle che potrebbe aver liberamente “usato” sono state uccise dal diserbante, il che mi sembra abbastanza folle) oppure sopportare i costi delle analisi genetiche sul suo raccolto (che se non è abbastanza folle, poco ci manca).

    La mia opinione (che non mi sembra rivoluzionaria, ma pacatemente liberale) è che nei loro campi gli Schmeiser e chiunque altro hanno il diritto di coltivare quel che gli pare, raccogliere le sementi e riseminarle: se dall’esterno arriva una sequenza genetica brevettata che non è stata né acquistata né richiesta, è assurdo che il titolare del brevetto possa vantare un qualche diritto sui raccolti la cui linea genetica ha inquinato, e questo indipendentemente dal fatto che chi ha subito la contaminazione se ne sia reso conto o meno.

    Sarebbe come senza mia richiesta una casa cinematografica mi spedisse a casa un DVD masterizzato e che allertasse la Guardia di Finanza perchè mi irrompesse in casa non appena lo infilo nel lettore, accusandomi di non aver pagato i diritti Siae: io non vi ho richiesto niente, il DVD me l’avete spedito voi, cosa cavolo volete da me? Non ho voluto acquistare il vostro DVD in negozio, non sta nè in cielo nè in terra che me lo spediate voi per costringermi a pagarvi le royalties.

    Il caso in questione, quindi, non è assolutamente se Schmeiser è in buona fede o se è un birichino (altrimenti deviamo dal problema vero), ma se un agricoltore è libero di scegliere cosa seminare (e, eventualmente, se può riseminare i suoi semi), oppure se questa libertà d’impresa è definitivamente sospesa e tutti devono pagare royalties a un’impresa sementiera in virtù del fatto che la tecnologia da questa brevettata è imperfetta e non impedisce di diffondere caratteristiche genetiche proprietarie nei campi di imprese che i suoi semi avevano deciso di non acquistare.

    Se la tecnologia attuale non consente di risolvere i problemi delle cross contaminazioni e la normativa attuale non è in grado di tutelare il diritto a non subirle nei campi e a non doverle pagare nelle aule di tribunale, significa che tecnologia e normativa non sono ancora pronte per la diffusione commerciale degli OGM.
    Si metta mano (senza strepiti, con serenità e competenza) a questi aspetti e i dubbi sugli OGM da parte del mondo agricolo caleranno di brutto.

  3. roberto defezNo Gravatar scrive:

    Risposta al Post di Roberto dal titolo: A OCCHI APERTI, INVECE

    In grassetto le mie risposte:

    Seguo la questione Monsanto/Schmeiser da tempo.
    Come testimonia l’esito della votazione alla Corte suprema (5 voti per la condanna di Schmeiser contro quattro per la sua assoluzione), la faccenda non era (e non è) proprio semplice e, soprattutto, investe una serie di altre questioni che non mi sembrano tenute nel debito conto.

    Concordo con la Sua visione che la vicenda non è semplice e non è banale. Aggiungo solo che siccome tutto il mondo è paese, la condanna al latifondista (altro che contadino) canadese non prevedeva alcun pagamento a Monsanto, diciamo una sentenza che scontenta tutti.

    La questione affrontata dalle corti canadesi è se gli Schmeiser avevano “usato” oppure no il brevetto Monsanto, senza entrare nel merito di come la sequenza genetica sia arrivata nei loro campi (cross contaminazione, acquisto di sementi “in nero”, sabotaggio: fa lo stesso, in ogni caso si configura l’uso di un bene di cui ha il monopolio il detentore del brevetto, che può concederne l’utilizzo dietro corrispettivo).
    Nel 1997 si è registrata una presenza dell’evento genetico Monsanto sui campi degli Schmeiser che, come facevano sempre, hanno riseminato la LORO colza che presentava una significativa presenza della sequenza genetica brevettata, diffondendola ulteriormente.
    Il nodo a me sembra questo._Se si dimostra che hanno recuperato abusivamente sementi brevettate, vanno condannati, non ci piove._Se non lo si dimostra (e nè Monsanto nè altri, salvo qualche blogger che non sembra aver letto i documenti, li hanno accusati di ciò), che si fossero accorti o no di questa contaminazione, sembrerebbe contare davvero poco: non hanno fatto altro che fare quello che facevano da anni, cioè mettere da parte i semi delle LORO piante coltivate nei LORO terreni per riseminarli l’anno successivo.

    Mi permetto di aggiungere che il lavoro di seminatori dei LORO semi lo sanno fare bene, tanto che la colza GM ripiantata sui loro 416, 82 ettari, un orticello, era tra il 95 ed il 98% transgenica. Come a dire che la “contaminazione” non sembra accidentale, direi piuttosto cercata con cura e professionalità.

    Monsanto (e anche la sentenza 5 a 4 canadese) sostengono, invece, il contrario: se nei campi di un agricoltore ci sono piante OGM (arrivate in qualsiasi modo, ivi compresi derive da vento, uccelli, rimorchio non pulito tra un trasporto e l’altro, casini nello stabilimento che concia le sementi…), gli è inibita la possibilità di riseminare, ed è tenuto a pagare le royalties al titolare del brevetto.

    Ho parlato proprio ieri con un imprenditore vivaista italiano che mi ha spiegato come questa pratica vige anche in Italia per le potature di vite e di pesco (nessuna delle due da OGM, ovviamente e nemmeno brevettate). Nel senso che i vivaisti nostrani, non multinazionali, impongono agli acquirenti di BRUCIRE i tralci derivati da potatura vietando loro di regalarli, venderli o dimenticarli in modo che finiscano in mani di altri coltivatori. Poi siccome l’Italia è il paese che è, questi stessi vivaisti non danno ai nostri coltivatori gli incroci di ultima generazione, ma gli incroci vecchi di 10 anni che ormai non vuole più nessuno. Gli incroci più recenti, produttivi, ambiti, li mandano in Spagna dove evidentemente si rispettano le leggi, e la giustizia ha un’altra marcia. Tutto questo per dire che (e le parlo da Napoli, patria dell’abbigliamento taroccato e dei furti dei marchi) il nostro approccio da furbetti ci ha già relegato al ruolo di Arlecchini e Pulcinella. Non può sfuggire a nessuno che una cosa è vivere d’espedienti e rubacchiare qualche seme per piantarlo nel proprio orto, o campetto di un paio di ettari. Ma quando il poveretto canadese pianta 416 ettari e risparmia 15000 dollari, non dovrebbe essere un agricoltore biologico (COME LEI?) che si rizela e lo invita a fare il gran tour in Italia. Detto ciò resta aperta la questione dei brevetti.

    Nel 2008
    (immagino sia il 1998) gli Schmeiser hanno rilevato una nuova cross contaminazione (che non sembra poter derivare dalle proprie sementi: dopo il processo, le acquistano di tipo commerciale di anno in anno), e stavolta hanno citato in giudizio Monsanto che, prima di entrare in aula, il 19 marzo ha chiuso la vertenza extra-giudizialmente, indennizzandoli dei costi per la rimozione delle piante contenti la sequenza genetica brevettata sgradita.
    Monsanto, per dimostrare la sua correttezza, dichiara nel suo sito che si tratta della sua procedura standard, senza accorgersi che ammette così la grande facilità di cross contaminazioni indesiderate.

    Giusto, le cross contaminazioni esistono e sopratutto da colza. Tanto è vero che piante di colza resistenti ad erbicidi si sono trovate fino a 3Km dal sito dove era piantata colza resistente. L’esperimento, che trova anche qui su salmone.org, è stato fatto con colza “naturalemente” resistente ad erbicida, non con colza GM. Dico questo per dire che tutti i pollini di colza volano, non solo quelli da OGM.

    Nelle sentenze si legge che la colza convenzionale e quella con la sequenza genetica brevettata sono apparentemente del tutto identiche. Solo due sono i modi per identificarle: o spruzzare il diserbante Round Up (le piante OGM resistono, quelle convenzionali muoiono) (ossia quello che ha fatto Schmeiser per ottenere l’anno dopo una purezza del 95-98% di colza GM) o un’analisi del DNA._Il produttore che voglia essere sicuro di non coltivare piante brevettate dovrebbe quindi diserbare (rimanendo solo con le piante OGM che non può “usare”, dato che quelle che potrebbe aver liberamente “usato” sono state uccise dal diserbante, il che mi sembra abbastanza folle) oppure sopportare i costi delle analisi genetiche sul suo raccolto (che se non è abbastanza folle, poco ci manca).
    La mia opinione (che non mi sembra rivoluzionaria, ma pacatemente liberale)
    (che bella parola dichiararsi pacatamente “liberale”, grazie!) è che nei loro campi gli Schmeiser e chiunque altro hanno il diritto di coltivare quel che gli pare, raccogliere le sementi e riseminarle: se dall’esterno arriva una sequenza genetica brevettata che non è stata né acquistata né richiesta, è assurdo che il titolare del brevetto possa vantare un qualche diritto sui raccolti la cui linea genetica ha inquinato, e questo indipendentemente dal fatto che chi ha subito la contaminazione se ne sia reso conto o meno.
    Sarebbe come senza mia richiesta una casa cinematografica mi spedisse a casa un DVD masterizzato e che allertasse la Guardia di Finanza perchè mi irrompesse in casa non appena lo infilo nel lettore, accusandomi di non aver pagato i diritti Siae: io non vi ho richiesto niente, il DVD me l’avete spedito voi, cosa cavolo volete da me? Non ho voluto acquistare il vostro DVD in negozio, non sta nè in cielo nè in terra che me lo spediate voi per costringermi a pagarvi le royalties.
    Il caso in questione, quindi, non è assolutamente se Schmeiser è in buona fede o se è un birichino (altrimenti deviamo dal problema vero), ma se un agricoltore è libero di scegliere cosa seminare (e, eventualmente, se può riseminare i suoi semi), oppure se questa libertà d’impresa è definitivamente sospesa e tutti devono pagare royalties a un’impresa sementiera in virtù del fatto che la tecnologia da questa brevettata è imperfetta e non impedisce di diffondere caratteristiche genetiche proprietarie nei campi di imprese che i suoi semi avevano deciso di non acquistare.
    Se la tecnologia attuale non consente di risolvere i problemi delle cross contaminazioni e la normativa attuale non è in grado di tutelare il diritto a non subirle nei campi e a non doverle pagare nelle aule di tribunale, significa che tecnologia e normativa non sono ancora pronte per la diffusione commerciale degli OGM._Si metta mano (senza strepiti, con serenità e competenza) a questi aspetti e i dubbi sugli OGM da parte del mondo agricolo caleranno di brutto.

    Io ho forti critiche da fare al sistema brevettuale, ma l’esempio da Lei scelto non sta bene in piedi, mi spiego. Se si trattasse di una varietà Bt la vicenda sarebbe molto più discutibile perchè un seme Bt potrebbe davvero avere un vantaggio selettivo e nonstante che io spruzzi normalmente pesticida è sensato attendersi che una varietà Bt dia semi migliori (naturtalemnte non se si parla di mais per la derivazione da ibridi), ma qui stiamo parlando di piante resistenti ad erbicidi. Su queste se non si spruzzano erbicidi il vantaggio non solo non esiste ma scommetteri che hanno uno svantaggio e che mai e poi mai per puro caso nel giro di due stagioni si arriverebbe ad avere 416,82 ettari di pura coltivazione di piante Bt.
    Ribadisco il concetto. Non si possono trattare i singoli ed i piccoli come si trattano i latifondisti. Se uno è un industriale si comporti come tale, non faccia la parte del povero ambulante che non chiede le fatture per risparmiare sull’IVA ed usa il gasolio agricolo per andarci in vacanza con la famiglia. Di questo approccio da ricchi-pezzenti non ne possiamo più. L’innovazione costa e la devono pagare le grandi imprese industriali, non la devono pagare nè i poveri nè i piccoli, quindi Schmeiser metta mano al suo pesante portafoglio e paghi quello che deve.
    Ma non sfuggo all’aspetto vero che Lei solleva sui brevetti in generale. La vera rivoluzione dovrebbe essere sulle tutele brevettuali. Una cosa è tutelare una pianta che rispetti le regole brevettuali (innovativa e non-ovvia, e non sempre credo che gli attuali OGM rispettino queste due condizioni!), altra cosa sono i brevetti di sbarramento su tutte le tecnologie che portano ad ottenere la nuova pianta. Su questi aspetti l’Europa annaspa e continua a concedere vantaggi alle multinazionali che ringraziano per questa falsa moratoria europea che li lascia padroni del 90-93% del mercato di soia e mais, tutto indirizzato ai mangimi.
    Trovo paradossale scagliarsi solo, ed a occhi chiusi ripeto, contro Monsanto senza notare che l’Europa guida la classifica mondiale dei produttori di agrofarmaci e pesticidi avendo la prima seconda e terza multinazionale del settore, ovvero quelle che ci perdono dall’introduzione degli OGM. Quello che serve è una Europa che smetta di strangolare la ricerca pubblica favorendo sia le une che le altre ad esclusivo danno della ricerca per la sua assurda politica di tolleranza brevettuale.
    Ma non posso chiudere questo commento senza domandarmi se chi mi scrive non sia per caso quel Roberto Pinton di Padova, “segretario di AssoBio, associazione nazionale delle imprese di trasformazione e distribuzione di prodotti biologici”. Ho posto la domanda ma non ho avuto risposta dall’ignoto, cortese, commentatore. Certo se fosse lui gli chiederei anche altro. Per esempio come valuta l’ipotesi di etichettare i prodotti da agricoltura biologica come “Sconsigliati ai Vegetariani” visto il massiccio uso di farine animali usate come fertilizzanti nei campi del biologico.
    Oppure che opinione ha dei recenti articoli della “loro” Kornelia Smalla (http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2009/02/kornelia_smalla.pdf ) dove l’esperta di trasferimento orizzontale di geni segnala come i letami, l’altro fertilizzante ammesso in agricoltura biologica, siano un concentrato di plasmidi che trasferiscono resistenze multiple ad antibiotici.
    Io credo che la colza canadese sia l’ultimo dei problemi che abbiamo davanti e che ad essere tutti davvero un po’ “moderatamente liberali” si possono trovare le regole di coesitenza per cui chi vuole coltivare biologico possa farlo senza dover ricevere l’indesiderato polline da OGM. Tanto quanto un coltivatore di mais Bt ha lo stesso equivalente diritto a non avere la falda acquifera inquinata da farine animali del coltivatore biologico che nel suo liberissimo diritto ritiene che queste ed i letami al “plasmide” siano meno pericolose del gene per il Bt.
    Se smettessimo di credere che tutte le ragioni siano da una parte sola forse dimostreremmo davvero di non avere alcun conflitto d’interesse in questa vicenda.

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