Agricoltura convenzionale (AC) e biologica (AB) danno cibi diversi?

05 Mar 2013
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di Alberto GUIDORZI
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Innanzitutto occorre premettere come sono regolati i controlli:

Per ottenere una AMM (Autorizzazione di Messa sul Mercato) un prodotto di trattamento di una derrata si deve fornire per ogni coltura e uso: la tecnica di applicazione, dose d’impiego, la cinetica di degradazione, la natura dei metaboliti , i rischi potenziali, come evolvono nel processo di trasformazione, i metodi analitici e dei risultati sperimentali. Il tutto viene sottoposto ad una analisi che controlla sperimentalmente i dati tossicologici dichiarati. Da questo si ricava la DSE (Dose Senza Effetto). Vale a dire la dose che il consumatore può assumere senza avere degli effetti tossici e si esprime in mg/kg di peso corporeo/giorno. Questi dati portano alla (DGA  o Dose Giornaliera Ammissibile) che è la dose che un essere umano può assumere giornalmente per tutta la vita  senza effetto nefasto sulla salute. IL calcolo si esegue così: si parte dalla DSE più bassa osservata presso la specie più sensibile e sulla quale sono applicati dei coefficienti  di sicurezza con valori che non sono mai minori di 100. In nessun caso la somma dei residui di una sostanza suscettibile di trovarsi nella razione alimentare deve superare la DGA.

In più di tutto ciò vi sono dei valori pratici  a cui l’utilizzatore del prodotto di trattamento deve attenersi:

-        Intervallo di impiego prima della raccolta (IPR) indicato sulla scatola del prodotto.

-        Limite massimo dei residui (LMR) tollerati in una derrata anch’essa indicati sulla scatola. Dal 2009 le LMR sono armonizzate in sede europea.

Un accenno va fatto  sui metodi di analisi: se nel 1970 i metodi detectavano una parte per milione (ppm) oggi si lavora in parti per miliardo (ppb). Pertanto il residuo “0″ è divenuto via via più “piccolo”. Dunque spesso il confronto tra dati ottenuti in epoche diverse deve tener conto di questo assunto.

Ci sono residui di pesticidi nella nostra alimentazione?

  1. L’EFSA ha monitorato per 14 anni (1996-2009) la quasi totalità delle derrate agricole di AC ed i risultati  dimostrano che benché dei trattamenti pesticidi siano stati effettuati:

-        il 58,4 % dei campioni non contiene residui individuabili dalle analisi.

-        il 37,7% presentano residui inferiori alla LMR  consentita per ogni fitofarmaco e relativa utilizzazione in base all’ AMM ricevuta. Il tasso di conformità è andato via aumentando da 96% nel 2007 mano mano si è passati al 96,5% e infine al  97,4% nel 2009.

-        Dei residui non regolamentati sono stati trovati nel 3,9% dei campioni

-        L’armonizzazione delle regolamentazioni e il miglioramento delle tecniche di spandimento hanno ridotto i campioni non conformi all’1,2%.

-        Sugli 85 casi d’infrazione rilevati nel 2009: 40 sono dovuti ad uso deviato, 13 sono dei falsi positivi per la presenza di sostanze naturali ( i pesticidi sono prodotti anche dalle piante), 10 sono  effetto delle distorsioni tra LMR dei vari Stati.

-        Nel 2009 sono stati analizzati 74.000 campioni.

-        Gli alimenti di origine animale (latte, burro, carne e uova) per il 99,7% sono indenni da residui evidenziabili . Le tracce riscontrate sono solo ambientali e non dovute a pratiche  di allevamento.

  1. I prodotti di AB contengono residui di prodotti di sintesi?

-        Non è possibile fare una disamina come sopra per i prodotti di AB, mancano i dati e i pochi che ci sono vengono  comunicati in ritardo.

-        Il confronto dei dati è poi impossibile per  protocolli diversi e il modo di presentare i risultati. Gli studi datati inoltre non hanno più valore, per l’evoluzione della sensibilità delle analisi. Le pratiche AB, inoltre, sono difformi tra i vari Stati.

-        Si parte inoltre dal presupposto che per i pesticidi ammessi in AB non ci sia bisogno di analisi in quanto considerati dei ” non-pesticidi”, eppure si tratta di Rame, zolfo, rotenone, piretrine, azadiractine e che non sono considerati totalmente innocui, anzi… (vedi rotenone).

-        Qualche dato pero smentisce  chi dice che  il cibo AB  è senza pesticidi. Infatti, se in AC abbiamo il dato del 41,6% di presenza di residui (complemento al 58,4% esenti) nell’AB vi è presenza che va dal 6% al 30,1% e vi sono anche dei dati che oltrepassano la LMR, precisamente tra l’1,42% e il 6,1%. Evidentemente questi ultimi dati sono da paragonare al 3,9% dell’AC riferito sopra.

-        L’1,2% di non conformità di AC è da paragonare ad un 1,4% di prodotti non conformi di AB. La non conformità evidentemente è diversa essendo diverso il grado di tolleranza tra le due agricolture.

-        Ad onor del vero possiamo ammettere che molte non conformità non siano frodi, ma dovute solamente a derive di trattamenti limitrofi o inquinamenti insiti nei terreni per pratiche antecedenti.

-        Tuttavia non è da credere che i prodotti ammessi in AB siano inoffensivi , infatti anch’essi hanno una DGA. Es. per il rame la DGA è di 0,5 mg/kg/g contro un 0,05 mg/kg/g del mancozeb o del cymoxanil. Addirittura per il rotenone,  usato molto nel passato in viticoltura bio la DGA è addirittura di 0,0125 μg/kg/g. Se poi diamo credito alla seguente notizia:  http://www.lunion.presse.fr/article/marne/champagne-bio-letude-secrete-qui-embarrasse vi sono più lombrichi  nella viticoltura AC che non nell’AB, il che lascia interdetti di fronte alle notizie di cui si nutrono gli amanti del bio.

-        In conclusione se l’assenza di pesticidi in AC è del 57,7% quella in AB è maggiore, ma non raggiunge limiti vicini al 100. Un dato plausibile è del 70/80%, e certe forme di inquinamento dei terreni per le eccessive dosi dei prodotti consentiti in AC non sono da trascurare.

  1. Vi sono rischi specifici di contaminazioni in AB?

-        In AB sono ammessi i fosfati naturali, ma questi sono ricchi in cadmio (il tenore limite  autorizzato è di 30 mg per kg di fosfato naturale, il che non è poca cosa), contrariamente ai fosfati trattati e purificati  usati in AC e proibiti in AB.

-        L’uso eccessivo di rame  comporta una maggiore presenza dell’elemento nelle verdure.

-        L’obbligo alla coltivazione all’aperto in AB comporta, rispetto alla coltivazione in serra o in ambiente confinato, un contenuto maggiore di sostanze sospese nell’aria  e che ricadono sul terreno. Così dicasi degli allevamenti al coperto rispetto all’allevamento brado.

-        Le contaminazioni batteriche sono più frequenti in AB che in AC per l’uso più abbondante di reliquati organici.

-        Per latte e uova  bio, il rischio  di contaminazione è maggiore a causa di animali che vivono all’aperto, in particolare Campylobacyer e Brucella.

Conclusioni

I consumatori di cibo biologico sono arciconvinti di magiare un cibo più sano e migliore,  gli ambienti  che perorano la causa bio  glielo lasciano credere anzi avvalorano la credenza, ma essa  ha molto poco fondamento scientifico. Infatti l’agricoltura biologica non ha nessun obbligo  di fornire cibi con qualità organolettiche superiore e nessuna analisi di prevendita è prevista a questo riguardo. Tutti i test sono stati negativi o senza significanza statistica, anzi uova, vino e latte spesso sono peggiori organoletticamente. Molti altri fattori che hanno a che fare sia con l’AB che con l’AC influenzano la qualità. Ad esempio un pollo bio di 70/80 gg non lo si può comparare con un pollo “industriale” di 40 gg; anche un pollo industriale di 70/80 gg convenientemente allevato in funzione della maggiore sopravvivenza diviene  altrettanto buono.

Benchè il battage pubblicitario sia martellante dobbiamo constatare  che l’incidenza degli alimenti provenienti da AB è inferiore al 2%, inoltre per far crescere questo dato non possiamo contare su un aumento nazionale di AB, causa produzioni troppo inferiori e prezzi non rapportati. Non dimentichiamo che l’AB produce la metà in cereali a paglia, i 2/3 nel mais e girasole e colture proteiche, massima aleatorietà produttiva nel colza, solo il foraggio è prodotto pressappoco in maniera uguale (infatti,  quasi il 70% delle superfici in AB sono prati pascoli). Solo, quindi,  una maggiore importazione di prodotti bio, tra l’altro perseguita dalla grande distribuzione per poter contare su margini di guadagno maggiori, può aumentare il tasso di alimentazione bio. Eppure si fa tanto parlare e si decanta come risultato grandemente positivo che un 15% di consumatori mangino un prodotto bio una volta alla settimana e solo un 6% ne mangino uno tutti i giorni, però nessun dato è svelato di quanti consumatori mangino esclusivamente cibo bio per l’intero pasto e sempre (è un dato comunque compreso in quel 6%). Ora resta da stabilire quale effetto sulla salute ci possa essere a mangiare un solo alimento bio una volta alla settimana o una volta al giorno!!!! Secondo me nessunissimo.

2 commenti al post: “Agricoltura convenzionale (AC) e biologica (AB) danno cibi diversi?”

  1. andreaNo Gravatar scrive:

    non so se la mia domanda abbia attinenza con l’argomento, ma vorrei chiedere se sia possibile sostenere ( e valutare scientificamente) che i cibi biologici sono più saporiti rispetto a quelli coltivati convenzionalmente.

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Andrea

    Bisognerebbe una prova in cieco con assaggiatori, ma occorre scegliere bene il campione degli assaggiatori e cercare di rendere molto simili i campioni da assaggiare. L’aspetto del biologico non è sempre uguale a quello del convenzionale

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