Alberto Guidorzi pubblica la settima puntata della traduzione del documento dell’Accademia dell’Agricoltura Francese

24 Giu 2014
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Questione n° 7

Come avviene, dalla creazione alla commercializzazione, lo sviluppo delle PGM?

Qual è l’apporto delle tecniche di transgenesi al miglioramento vegetale?

Il trasferimento di geni all’interno della stessa specie,  nel mondo vivente avviene normalmente il trasferimento di geni senza che vi sia l’intervento dei meccanismi della riproduzione (dal quale si genera un trasferimento di geni cosiddetto “orizzontale), questo fenomeno ci è attestato dallo stesso genoma umano dove il 9% è di origine virale. Lo scambio di geni comporta un rimaneggiamento genetico che costituisce, tra l’altro, uno dei motori dell’evoluzione.

La  transgenesi, frutto dell’attività umana,  imita questo trasferimento orizzontale di geni che definiremmo spontaneo, ma avendo il controllo della scelta dei geni da inserire in un organismo, inoltre procedendo con molta più precisione in modo da anticipare le conseguenze derivanti da questa modifica genetica puntiforme. Contrariamente alla riproduzione sessuata, essa non opera un rimescolamento generalizzato tra i due genomi aploidi portati dal maschio e dalla femmina, mentre il genoma di un individuo proveniente dalla riproduzione sessuata è un assemblaggio di geni dei due parentali e che origina un individuo tutto nuovo rispetto al padre e alla madre. Dunque l’organismo che si origina dalla transgenesi e quasi perfettamente identico a quello da cui ha preso origine, di cambiato vi è solo la piccola parte esogena di DNA che si è integrato volontariamente in uno dei suoi cromosomi. In altri termini la transgenesi in miglioramento vegetale permette di mantenere il buon complesso genico  già accumulato nel miglioramento precedente, vale a dire di creare dei cloni identici alla pianta madre (come da tempo immemorabile facciamo con la riproduzione agamica, semina di tuberi, bulbi e talee) con in più un carattere supplementare da noi scelto per il suo interesse.

Quali sono le tappe tecniche di una operazione di transgenesi?

La transgenesi vegetale, tal quale viene praticata dai selezionatori, associa delle conoscenze:  biochimiche (fase di ingegneria genetica), delle colture in vitro, dei tessuti vegetali ( fase di rigenerazione della pianta intera a partire da singole cellule trasformate), ma anche di genetica classica, come quando si fanno incroci intraspecie onde fissare nelle linee elite un carattere trasferito per via sessuata. Trattasi dunque di un lungo lavoro concatenato che può svilupparsi su vari anni.

  • Preliminarmente si fa una prospezione per identificare e scegliere, in un organismo donatore anche filogeneticamente molto lontano, un gene capace di conferire un carattere interessante
  • Isolamento, caratterizzazione e integrazione della sequenza di questo gene da trasferire in un costruzione genica (che non è altro che una piccolissima porzione biosintetica di DNA) che comprende il gene da trasferire accoppiato da zone indispensabili alla sua futura espressione (un promotore ed un terminatore), in più,  si mette anche un gene marcatore  che permetterà di vedere lquando la trasformazione  si è realizzata.
  • Moltiplicazione di questa costruzione genica (ndt è questa costruzione  e solo questa che viene brevettata, ma il gene  che si è trasferito non è brevettato se liberato dalla costruzione) attraverso l’inserimento in un plasmide batterico, che è un elemento genomico batterico che si moltiplica in maniera autonoma ( si tratta della fase di clonazione del gene da trasferire) e tutto ciò ci fornisce  un gran numero di repliche  del montaggio di DNA da trasferire.
  • Successivamente si procede all’ introduzione meccanica  di questa costruzione genetica di DNA clonato nelle cellule delle piante preliminarmente coltivate in vitro, attraverso un procedimento biolostico (sparo di micro particelle avvolte delle preparazioni del DNA precedent), oppure per elettroporazione ( modifica della porosità della membrana cellulare  mediante  stress fisico-chimici o elettrici), oppure trasferimento mediante trasformazione biologica (uso di batteri del suolo che facilmente hanno la capacità di trasferire dei frammenti di DNA alle cellule delle piante); il batterio Agrobacterium thumefaciens, agente dei tumori  alla base delle piante (galle del colletto) è il più usato per questi trasferimenti, salvo eliminare dalla costruzione il gene inducente  la formazione del tumore.
  • Rigenerazione in vitro di una pianta intera e verifica che il gene interessante che si voleva trasferire sia stato ben integrato nella pianta intera che andiamo formando, ecco il perché del gene marcatore introdotto, e che agisca e si esprima come si deve
  • Eliminazione del o dei geni marcatori di selezione (ndt: quanto can can è stato fatto su questi geni marcatori perché apportanti resistenze agli antibiotici, eccoli accontentati, si mettono e poi si tolgono a scopo raggiunto)
  • L’ultima tappa è l’introgressione (vale a dire l’inserzione duratura del gene interessante) nelle linee elite attraverso ibridazioni successive onde creare numerose varietà dotate del carattere scelto, in questo modo ci si è collegati al  sistema classico di miglioramento e alla selezione tradizionale..

Quali sono le tappe regolamentari per far arrivare alla commercializzazione una varietà vegetale transgenica?

Una varietà transgenica può comportare da uno a più “tratti genetici” apportati con la transgenesi, cioè mediante l’inserzione in una posizione particolare del genoma per effetto di una data operazione di transgenesi. Questo tratto è inserito in seguito tramite incrocio nel materiale elite che potrà poi sfociare in una varietà proposta  per la commercializzazione. E’ richiesta, però, una preliminare autorizzazione all’uso del tratto genetico.  La domanda di autorizzazione prevede, dopo una descrizione minuziosa sul piano molecolare: del transgene,  del suo sito di inserimento, della biologia della pianta prima e dopo la trasformazione operata, la presentazione di un dossier tossicologico (rischio per il consumatore umano ed animale) ed ecotossicologico, come anche un piano del rischio per l’ambiente. Si deve dimostrare la sua innocuità, nel riguardi della salute umana e animale e dell’ambiente. Se non risultassero chiari  tutte queste verifiche  la varietà contenente il transgene non verrebbe autorizzata E’ richiesto anche una pianificazione di controlli di post-commercializzazione tramite una sorveglianza   degli effetti non intenzionali  prevedibili e non prevedibili. La domanda di autorizzazione deve essere rinnovata ogni 10 anni.

L’agenzia  europea di sicurezza sanitaria dell’ EFSA (European food safeti Agency) e le agenzie nazionali omologate esaminano i vari dossier di cui sopra e le domande di autorizzazione. In Francia vi è anche L’Alto Consiglio delle biotecnologie che esprime un avviso consultativo.

Nell’UE, una varietà che integra una modifica transgenica, deve poi essere sottoposta alla regolamentazione specifica delle varietà vegetali. Essa deve, come tutte  le altre varietà convenzionali, soddisfare  dei test DHS/VATE (distinzione in rapporto alle varietà preesistenti,  Omogeneità e Stabilità nel tempo, Valore agronomico, tecnologico e ambientale) al fine di poterne accettare l’iscrizione nel Registro Varietale  europeo o nazionale, che comprende tutte le varietà vegetali identificate come originali e che quindi possono fare oggetto di commercio.

Questi controlli sono una garanzia per i consumatori. Però una tale regolamentazione particolarmente severa e costringente per ottenere l’autorizzazione del tratto genetico modificato trasferito, favorisce  le società che hanno un struttura  sufficientemente importante di ricerca e di successiva vendita al fine di sopportare i costi particolarmente grandi per riuscire a presentare questi dossier (parecchie decine di milioni di euro). Solo le società multinazionali  possono  sopportare tali anticipazione di denaro. Ciò l’abbiamo già verificato nel settore della protezione fitosanitaria in generale, ma in più ancora  qui vi è prescritto durante la commercializzazione delle PGM che esse necessitano  di un piano regolamentato di sorveglianza in post-commercializzazione sempre più esaustivo al fine di riscontrare subito degli eventuali effetti non prevedibili.

Quali sono le difficoltà per mettere in coltivazione una PGM?

Nel momento in cui una pianta transgenica  ottiene  l’autorizzazione ad essere messa in coltivazione, la sua utilizzazione, nella maggioranza dei paesi europei, dovrà essere regolamentata tramite delle norme di coesistenza al fine di evitare  la disseminazione accidentale del transgene nelle coltivazioni convenzionali (cfr questione n° 6). In Francia vige la legge  del 25 giugno 2008 relativa agli OGM che garantisce: ” la libertà di produrre e consumare con e senza OGM e nel rispetto dei sistemi precedenti”.  Dei regolamenti  di esecuzione precisano le distanze di isolamento al fine di organizzare la coesistenza. (ndt: in  Italia invece le regole non sono emanate apposta per cercare di bloccare le semine di PGM, vale adire tutti accettano un soppruso palese).

In conclusione, il successo di una varietà transgenica  sul mercato dipende  dunque  non solo dalla sua riuscita tecnica, dei vantaggi agronomici che offre agli agricoltori, ma anche dalla volontà di altri coltivatori viciniore di voler seminare mais convenzionale, dal poter avere accesso alle strutture di stoccaggio e di trasformazione delle produzioni di una PGM, ma anche dall’attitudine che hanno degli attori estranei alla professione agricola, dalla politica  e dei consumatori in particolare.

La liberta di scelta degli agricoltori, sancita in Francia dalla legge, è dunque particolarmente regimentata solo per il fatto che trattasi di piante transgeniche.

1 commento al post: “Alberto Guidorzi pubblica la settima puntata della traduzione del documento dell’Accademia dell’Agricoltura Francese”

  1. Franco NulliNo Gravatar scrive:

    …instancabile Alberto!
    Grazie, leggerò con calma…

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