Buongiorno, sono un OGM (di Massimiliano Beretta)

10 Feb 2010
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Mi sono permesso di fare un’intervista ad una serie di persone di età compresa tra i 30 e i 50 anni riguardo all’argomento OGM/Biotecnologie. I risultati sono stati in parte incoraggianti e in parte disastrosi. Si può affermare con certezza una cosa: la gente sembra possedere solo lontanamente una conoscenza di base di che cosa sono le biotecnologie, quali sono le potenzialità e di cosa si parla quando vengono nominati gli OGM.

Una delle impressioni principali che ho riscontrato è che la paura intrinseca degli OGM e delle biotecnologie deriva principalmente da un pregiudizio collettivo dovuto ad incompetenza sul tema. In sostanza l’atteggiamento negativo che si riscontra nei confronti degli OGM non è dovuto tanto al loro potenziale effetto nocivo quanto al fatto che una persona comune non possiede spesso le conoscenze necessarie per una valutazione obiettiva. La conseguenza di ciò è la giustificata assunzione di un comportamento protezionista e di salvaguardia (di norma si ha paura di ciò che non si conosce) che si rivela ogni qual volta l’uomo viene posto davanti a un’innovazione che non è, in quel momento, in grado di comprendere appieno.

Il “rischio biologico”, di cui si sente tanto parlare, che dovrebbe essere causato dall’utilizzo delle biotecnologie e che oggi in Europa si sta cercando di evitare è minimale rispetto ad altri eventi, oggi sottovalutati, ma dalle conseguenze più disastrose, basti pensare all’inquinamento derivante dall’utilizzo di combustibili fossili, allo sfruttamento di materiali non riciclabili che portano all’accrescimento delle masse non smaltibili e all’inquinamento delle acque, dell’aria e dei terreni.

Questo scenario è assolutamente incongruente se pensiamo che la possibilità di immettere organismi OGM nell’ambiente potrebbe aiutare a bonificare i terreni, acque e aria da sostanze nocive. Credo che se oggi in Italia, così come in Europa, non stiamo sfruttando appieno le potenzialità delle biotecnologie e degli OGM, il motivo non sia da  ricercare in questioni etiche quanto economiche: dal 1998 ad oggi il numero di OGM concessi sul mercato europeo è ristrettissimo. Se pensiamo al fatto che lo Stato maggior produttore di OGM sono gli USA è più facile pensare che le restrizioni europee siano dovute ad una politica di protezionismo economico piuttosto che salutistico, che tendono a bloccare un mercato biotecnologico americano in espansione, spesso in mano a multinazionali, che si spinge verso il monopolio e quindi ad un’impossibilità di controllo. Oltre a questi aspetti ritengo che l’inserimento degli OGM nella nostra realtà europea sia un evento che è possibile soltanto rimandare perchè, OGM o naturali che siano, è difficoltoso poter fermare la propagazione di piante da un territorio all’altro, fatto ulteriormente favorito dalle ingenti quantità di piante transgeniche che vengono importate dall’America per essere sfruttate nei nostri allevamenti. Basti pensare che la gran parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti italiani è prodotta a partire da soia e mais geneticamente modificati importati da USA, Canada e America latina. L’Italia produce infatti solo l’8% della soia di cui necessita.

Per quanto riguarda i prodotti cosiddetti “biologici” la faccenda non cambia, infatti anziché utilizzare materiale di tipo transgenico vengono utilizzate varietà vegetali ormai stabilizzate derivanti da mutagenesi, ovvero organismi non considerati transgenici dall’unione europea, il cui uso è concesso e potenzialmente molto più pericolosi per la salute umana. E’ utile ricordare che l’unione europea stessa ha concesso per anni l’utilizzo, nella coltivazione del biologico, del “rotenone” un insetticida naturale a largo spettro d’azione estratto dalle radici di piante tropicali della famiglia delle Leguminose. Il rotenone ha un forte impatto ambientale e il suo utilizzo sarà sospeso ad esaurimento scorte (previsto per il 2012) poiché è accertato che sia causa dell’insorgenza del morbo di Parkinson (i test sono stati effettuati su cavie di ratto).

Non si pensi che anche prodotti più noti, in particolari formaggi, i cui spot esaltano l’origine naturale dei prodotti che vengono lavorati siano esclusi dalla categoria OGM. La lavorazione di formaggi a pasta dura prevede infatti un trattamento con un enzima, la rennina, che è in grado di scindere la caseina e portare alla precipitazione della massa caseosa. Tale rennina veniva estratta fino a pochi anni fa dallo stomaco dei vitelli (che normalmente la usano per poter digerire il latte materno), ma oggigiorno questo enzima viene prodotto per via ricombinante tramite microrganismi transgenici che sono in grado di produrla.

Questi sono solo alcuni esempi delle realtà che stiamo vivendo, ma che vengono insabbiate per far vivere l’illusione di una tutela che non esiste e che non ci permette di scegliere.
La legge dovrebbe tutelare il consumatore facendo si che su ogni prodotto che contenga transgeni o derivanti da OGM, anche in minima parte, sia specificato indicando inoltre il nome, l’esatta composizione e la fonte del transgene utilizzato. In questo modo sarebbe garantito anche il diritto di scelta di un acquirente tra prodotti biologici, naturali e transgenici.
Nonostante il rischio di incorrere in malattie o intossicazione da ingestione di un OGM siano pari a quelle di un organismo naturale è importante che il consumatore finale possa scegliere e non essere ingannato come avviene oggi.

Bisogna sottolineare però che la legge non è molto stringente ed è piuttosto vaga: secondo il Regolamento 1830/2003 (esplicitato nel primo paragrafo) viene ammesso un limite dello 0.9% per la presenza accidentale di OGM in prodotti che non dovrebbero contenerne. Analizzando materialmente tale restrizione è però possibile accorgersi che non può funzionare in quanto tale, vediamo il perché: prendiamo in considerazione delle piante di riso, il cui genoma è lungo all’incirca 3,9×108 bp. Lo 0,9% di 3,9×108 è circa 3.510.000bp, ovvero circa 3,5Mb. Sapendo che un gene varia le sue dimensioni tra 0,5 e 100Kb allora un’azienda non in buona fede potrebbe creare appositamente delle piante mutagenizzate, inserendo anche più di un transgene e, secondo la legge, passarla liscia. Credo che questo esempio permetta di comprendere appieno l’inefficacia e l’inadeguatezza della formulazione di tale legge.

In conclusione ritengo positiva l’apertura del mercato europeo all’utilizzo, alla ricerca e lo sviluppo all’interno dell’Europa di OGM (siano essi piante, animali o microrganismi) in modo da poterne comprendere appieno le potenzialità e farne a nostra volta un patrimonio da esportare.
Oggi siamo prede dell’ignoranza che deriva dalle riviste scandalistiche, dei telegiornali pilotati e di gente che diffonde notizie senza la minima competenza nel settore, ma noi stessi per primi dobbiamo cambiare atteggiamento e affrontare le novità con lo spirito di voler valutare un’invenzione con criteri oggettivi e non con il pregiudizio. Siamo di fronte ad un tipo di tecnologia estremamente innovativo che può portare allo sviluppo di cambiamenti straordinari nel giro di pochi anni e migliorare il nostro stile di vita quotidiano.

Le domande che dobbiamo porci devono avere uno spettro molto più ampio: cosa è giusto e cosa è sbagliato nell’agricoltura biologica, negli OGM e nelle coltivazioni naturali? Cosa fa veramente male e da cosa invece trae beneficio il nostro organismo? Quali aspetti possiamo condividere di queste tecniche di coltivazione per creare un prodotto finito migliore? La verità sta nel mezzo.
Allo stesso tempo sarebbe opportuno creare delle leggi, insieme a personale competente, che realmente sia in grado di tutelare il consumatore e non fornisca soltanto illusioni. Incentrandosi su questi due aspetti si potrebbe avvicinare la gente comune a questo tipo di tecnologia e incentivare/migliorare la ricerca in tale ambito per aprire nuove prospettive di lavoro e di studio.

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Nella categoria: News, OGM & Media

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