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Dimezzare la carne nei nostri piatti

Aprile 24th, 2012
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Leggi l’ultimo articolo di Antonio Pascale uscito sul Corriere della Sera del 22 Aprile 2012.

Nella categoria: Antonio Pascale, OGM & Salute

La sinistra bio-illogica

Marzo 12th, 2012
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A metà degli anni ‘80 noi studenti del primo anno di agraria scoprimmo una particolarità nella variopinta massa di professori. I professori di destra - in realtà democristiani - preferivano un’agricoltura basata su pratiche convenzionali. I secondi - iscritti al PCI - si occupavano di genetica sperimentale. All’epoca militavo in Democrazia Proletaria. Ascoltavo i Rolling Stone. Sympathy for the Devil era la mia canzone preferita. Sarà perché abitavo a Caserta, una città dalle antichissime tradizioni borboniche, e noiosissime, ma mi veniva facile un’equazione: quei professori di genetica sperimentale erano come i Rolling Stone, ci invitavano a seguire un nuovo ritmo. Il loro ragionamento partiva dalla seguente storia. Quando un cacciatore raccoglitore raccoglieva i chicchi in una distesa di frumenti selvatici, probabilmente riusciva a ricavare 500 chili per ettaro. In età romana lo stesso contadino arrivava a produrre una tonnellata di frumento. Caduta dell’impero romano d’occidente, 476 d.c? Una tonnellata. Unificazione delle due Italie, quella longobarda e quella bizantina, ad opera di Carlo Magno, 800 d.c? Una tonnellata. Saltiamo fino all’Ottocento. Una tonnellata. La produzione dei cereali comincia a crescere solo nella seconda metà nel novecento: primi concimi chimici, agrofarmaci, e diserbanti. Il miglioramento genetico compie un passo importante, grazie a Norman Borlaug, che abbassa l’altezza della pianta. Una pianta più bassa spreca meno energia per il fusto e la concentra sulla granella: aggiungiamo concimi ed è il boom. Intere nazioni uscirono dalla fame e Borlaug ricevette il premio Nobel per la pace: “All’uomo che aiutato a procurare pane in un mondo affamato (…) chi produce pane fornirà anche pace” Però attenzione, dicevano quei professori di genetica: la rivoluzione verde ha portato straordinari vantaggi ma anche costi: monocultura spinta, scomparsa di molte varietà, erosione dello strato arabile e forte uso della chimica. Bisognava porre rimedio. Del resto, la popolazione nel 2050 si sarebbe attestata attorno ai nove miliardi. Come sfamare le bocche del futuro? Come farlo con meno imput energetici? Perché la verità spesso è infame: ottenere piante con frutti giganti è impossibile. La strategia doveva mirare a ottimizzare l’efficienza delle fasi produttive: irrigazione mirata, semina senza lavorazione, e magari tracciare una nuova mappa di siti agricoli più efficienti. A costo di sfidare il senso comune, allevare agnelli in nuova Zelanda, dove si nutrono di pascoli bagnati dalla pioggia che non hanno bisogno fertilizzanti e poi spedirli nel Regno Unito, richiede meno energia rispetto ad allevarli nel Regno Unito- insomma una nuova governance agricola. Infine, e qui entrava in campo la genetica, cercare di corazzare la pianta contro gli attacchi parassitari. Fatta 100 la produzione, ad ogni raccolto un buon 20% rimane in campo perché attaccato da insetti o patogeni. Se si potesse abbassare questa percentuale di danno e usare meno chimica, sarebbe una buona cosa. C’era ottimismo nell’aria, a metà degli anni ‘80. Per via di una novità: DNA ricombinate: OGM - un acronimo, certo bislacco e fonte di equivoci: tutto, a partire dalla nascita dell’agricoltura, è geneticamente modificato, cambia solo la tecnica per spostare i geni. Quei professori di genetica riuscirono a produrre tutta una serie di colture ogm, molto utili. Ma all’improvviso, tutto bloccato. In Italia, soprattutto. Associazioni ambientaliste, come Greenpeace cominciarono, contro tutti i dati scientifici (il sito salmone.org ne ha archiviato una gran mole) una campagna fortemente emotiva contro questa tecnica genetica (più sicura e precisa): la sinistra italiana seguì a ruota. Ancora oggi, chiedete a Dario Fo, all’ex DP, Mario Capanna, poi fondatore dell’associazione Diritti Genetici, chiedete al fondatore di Slow food, Carlo Petrini, ma chiedete anche a Coldiretti o leghisti come Zaia, e otterrete sempre la stressa risposta: vade retro. Risultato? In questo settore la sinistra ha vinto, anzi ha superato la destra e si è unita con la Lega. Due decreti, uno di Pecoraro Scanio, l’altro di Alemanno, hanno bloccato la sperimentazione in campo di piante ogm. I problemi che quella sinistra (logica) voleva affrontare con gli strumenti moderni sono stati accantonati. Ora a parlare di agricoltura, a imporsi sui giornali è sempre la sinistra, ma questa, però, è (bio) illogica, tutta protesa a pensare in piccolo, in armi per difendere concetti come naturale uguale sano, artificiale uguale diabolico. Sarà un condanna o chissà, ma di fronte a strumenti innovativi la sinistra arretra, li maledice e guarda indietro. Gli manca l’umiltà di affidarsi a un metodo scientifico, il coraggio di studiare, di analizzare i dati caso per caso. A volte si ha la sensazione che la sinistra (bio) illogica nutra una forte sfiducia nell’uomo. Dunque, in pratica, secondo la sinistra (bio)illogica, come si riparano gli errori della rivoluzione verde? Sperimentando,
innovando, integrando le conoscenze? No, con strumenti antichi, come il biologico. Una pratica che mio nonno e intere generazioni di contadini hanno usato in passato, per costrizione e non per scelta. Quando, appunto, si produceva una tonnellata di frumento, c’era davvero il biologico. Ma, fatte le dovute integrazioni, sono pratiche ancora efficaci? Bisognerebbe cominciare, intanto, a sfatare alcuni miti: nelle culture biologiche non si usano agrofarmaci. Sarebbe bello, ma gli insetti purtroppo non sanno leggere, non dicono: questo campo è biologico, attacchiamo quello convenzionale. Si usano allora altri agrofarmaci, detti tradizionali. Sono migliori di quelli moderni? Meno invasivi? Purtroppo no. E’ il caso del rame, un metallo pesante che può, in dose elevate, danneggiare la microfauna o, ancora, il rotenone. Provate a cercarlo sui motori di ricerca di lavori scientifici, beh, gli studi sugli effetti di questo principio chimico sono inquietanti. Le colture biologiche poi godono di un contributo ministeriale e scontano un prezzo sul prodotto finale più alto. Insomma, il biologico costa ma produce di meno. Purtroppo abbiamo bisogno di mantenere un buon standard di produzione con imput più bassi. Sarebbe bello se, in nome di una nuova alleanza, i coltivatori bio guardassero con favore tutte le pratiche di miglioramento genetico: perché il biologico vero è tecnologico. Come sarebbe bello se la sinistra proteggesse la ricerca pubblica e la lasciasse libera di occuparsi del miglioramento delle piante. Se, insomma, la sinistra tornasse a nutrire un po’ di logica simpatia per il diavolo.

Articolo pubblicato il 13/03/2012 sul Corriere della Sera

Nella categoria: Antonio Pascale

Decrescita

Febbraio 29th, 2012
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Pubblicato sul Corriere della Sera

Mi capita di ascoltare svariate volte la parola decrescita. È di gran moda, la usano un pò tutti. Di recente, l’ho sentita pronunciare da Serena Dandini, Luca Mercalli, Carlo Petrini a dal mio scrittore preferito, Sandro Veronesi. E con sfumature particolari anche i piccoli e medi imprenditori, quelli cioè che dovrebbero crescere.

Marco Cassini della Minimumfax: “impegnarsi insieme, e reciprocamente, in una campagna di “decrescita felice”: produrre meno per produrre meglio”. Il benestante italiano, più o meno di sinistra, si sta inscrivendo al club della decrescita e insiste su un punto: questo livello di consumi non è sostenibile per il pianeta. L’obiettivo è giusto, sono tuttavia incerto se rubricare questa posizione sotto la voce sensibilità verso il prossimo o sotto nuovo egoismo. Il fatto è che di solito, il concetto di decrescita non trova, in realtà, spazio nei dipartimenti di Economia ma abbonda sulla bocca di quelli di noi che non hanno mai superato un esame di micro e macroeconomia, dunque tendono a coprire le lacune tecnico scientifiche con un raffinato eloquio, grazie al quale, i punti nevralgici vengono elusi e concetti tra loro distanti prendono, come dire, una buona e consolante nota, piacevole all’orecchio: l’abbondanza frugale (Lautoche).

O ancora, e sempre sulla capacita oratoria, nella trasmissione Che tempo che fa, del 29 gennaio 2012, Daniel Pennac tenta un raccordo tra l’amletica frase di Bartleby lo scrivano: preferirei di no, e l’attuale crisi finanziaria: “la crisi viene da un eccesso di desiderio”. Di fronte a questo accumulo di inutili desideri, meglio una posizione di radicale ma gentile disappunto: preferirei di no. Una decrescita gentile. Ma come si misura l’eccesso di desiderio? Il desiderio di Pennac di parlare delle sue idee si traduce in un consumo, culturale e non: deve prendere un aereo, venire a Milano, pernottare in albergo, tocca usare la carta di credito, credito e finanza sono intrecciati, e insomma consumi e CO2 anche per Pennac, e allora viene da dire: non è che il preferirei di no, si applica sempre al consumo degli altri o a quei consumi che non ci piacciono?
C’è da dire che esistono vari modi di intendere la decrescita:
a) decrescita come riduzione del PIL;
b) decrescita come riduzione dei consumi;
c) decrescita come fuoriuscita ‘radicale’ dall’economia di mercato.

C’è poi chi insiste sul cambiamento delle abitudini e della cultura (Serge Latouche). Un’altra sfumatura - la “Decrescita Felice” di Maurizio Pallante - si basa sulla distinzione tra ‘merci’ e ‘beni’: riduciamo i primi e aumentiamo i secondi (interessante on line il forum sulla decrescita). Sia come sia, i concetti suddetti sono intrecciati e il ragionamento si complica. Per esempio, la mattina quando butto la spazzatura nei bidoni della differenziata ho sempre una crisi ascetica, mi chiedo: ma perché tutta questa plastica, perché tutti questi consumi? Ma per il resto della giornata sono un consumatore, se compro qualcosa non faccio sottili differenze tra merci e beni, e anzi tento di accrescere il mio personale PIL. Non è che questa parola sta diventando una classica parola ameba? Di quelle che significano tutto e niente. In realtà decrescere è facilissimo: basta autoridursi lo stipendio. Produzione e reddito sono infatti la stessa cosa. Meno reddito, minor produzione, consumi più bassi. Ci tocca fare un gesto coraggioso: andare dal nostro editore, dal nostro direttore e chiedere di meno. Purtroppo è un’equazione matematica. L’ha scritta J. M. Keynes: Y (PIL)=C (consumi)+I (investimenti)+G (spesa pubblica)+X (differenza tra esportazioni e importazioni). Se vogliamo divertirci e scrivere un pò di formule inverse, e se assumiamo che G e X rimangano costanti, il PIL finisce per essere determinato solo da consumi e investimenti: Y=C+I. Perciò, se si riducono i consumi, il reddito si ridurrà, a meno che non aumentino gli investimenti. Ma siccome gli investimenti attuali sono guidati dalle aspettative delle imprese sui futuri profitti, e quindi su quelli che saranno i consumi futuri, una riduzione generalizzata dei consumi finirà col produrre un ristagno degli investimenti. Risultato? Crisi economica e riduzione del reddito.

La questione allora andrebbe formulata con un pò di rigore matematico: quanto siamo disposti a perdere in termini di reddito per salvare il nostro pianeta dall’eccesso di desiderio? Finora si trascura questa misura. C’è poi un’altra questione: consumare meno significa consumare meglio? Qualità e quantità vanno di solito di pari passo, perché la qualità costa e i poveri, sempre e dovunque, consumano non solo meno, ma anche peggio dei ricchi. Ancora un dubbio: ma chi sono quelle persone che stabiliscono cosa possiamo e cosa non possiamo consumare? Ci sarà un comitato? Insomma oltre al quanto vogliamo decrescere, con quali strumenti intendiamo farlo? Se esaminiamo lo stato del mondo (www.gapminder.org) notiamo che benessere e reddito sono in crescita, aumenta la vita media e decresce la mortalità infantile. A questi cittadini del mondo, chi gli dice: dovete fermarvi? Oppure: preferire di no? Purtroppo, è vero, le risorse disponibili sono in diminuzione, è necessario produrre con meno input energetici. Si può fare. Strano, ma non siamo i primi a vedere nero: Il reverendo Thomas Malthus, aveva previsto una pessima fine per il nostro pianeta: più risorse, più popolazione più lotta per dividersi la torta. All’epoca non eravamo nemmeno un miliardo. Negli anni ‘60 il club di Roma segnalò un problema analogo. Per ora, certo con qualche costo, è andata diversamente Per mantenere un buon livello di reddito, è necessario certamente gestire le scorie. Per farlo abbiamo solo una strada: ricerca e innovazione tecnologica. In fondo, e per esempio, una bottiglia di plastica meno spessa è più degradabile si può produrre se e solo se cresceranno (e non decresceranno) i contribuiti e la cultura dei chimici, dei fisici, dei matematici, dei microbiologici. Se crescerà la cultura e la competenza e di contro decresceranno le dichiarazioni facili e le parole amebe.

Nella categoria: Antonio Pascale, OGM & Economia

Fragole della steppa

Dicembre 13th, 2011
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Antonio Pascale scrive una ficcante riflessione su Letture del Corriere della sera del 27 novembre scorso (leggi Bufale scientifiche). Il vero bersaglio del pezzo sono gli scienziati autorevoli che non intervengono con assiduità a ribattere ad affermazioni degne di maghi e veggenti e stanno tranquilli ritirati nei loro uffici a pensare a cose più importanti.

Ma a Mario Capanna non sembra vero che qualcuno parli di lui e quindi che lui possa “propanare” il suo verbo ai quattro venti. Il termine “propanare” non esiste, ma Mario Capanna lo usa sistematicamente e con convinzione: daltronde non è l’unica cosa che non esiste se non nella sua fervida immaginazione. Cercando su Google il verbo propanare si trova solo riferito ad un altro ignoto creativo che lo riferisce all’uso di una automobile alimentata a gas (propano???).
Dunque Capanna scrive una lettera al Corriere a cui Pascale risponde per le rime (leggi la leggenda della fragola).

L’articolo citato da Capanna è questo (leggi fragola-pesce). Dal testo si desume che trattasi di trasformazione di foglie, rigenerazione a callo e differenziamento di piantine la cui “morfologia non è differente dalla forma iniziale”. Insomma di lische di pesce non si parla, ma sopratutto non si parla di frutti. Gli autori non descrivono i frutti ossia le fragole (e sopratutto non li descrivono nelle generazioni ossia non si sa se erano delle vere piante transgeniche o solo delle chimere).

Non si trova in lettaeratura scientifica notizia di un prosieguo di questa ricerca da parte degli stessi autori che già nel 1998 sembrava che pubblicassero le loro attività su un foglio ciclostilato più che su un giornale scientifico accreditato.
Per onestà dobbiamo ammettere che altri potrebbero aver proseguito le ricerche del Santo Graal ossia la fragola con la lisca, ma ammettiamo con imbarazzo di non essere capaci di tradurre dal mongolo questo interessante articolo (fragola-mongola).

Nella categoria: Antonio Pascale, OGM & Luoghi comuni

Come abbiamo smesso di essere un paese agricolo

Ottobre 21st, 2011
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Fantastico intervento a TEDx di Antonio Pascale su innovazione in agricoltura ed OGM.

Nella categoria: Antonio Pascale