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Caro Babbo Natale

Dicembre 21st, 2010
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CARO BABBO NATALE………..Si approssima il Natale e ho deciso di scrivere anch’io una lettera a Babbo Natale che ora vi propongo, certo che i miei desideri siano anche i vostri.
“Caro Babbo Natale sono un agronomo (un po’ attempato lo riconosco, ma nell’animo ancora bambino) e ho pensato di scriverti, perché con l’approssimarsi del Natale ho una serie di desideri inespressi che spero tu possa esaudire. L’anno che sta per chiudersiè stato molto difficile per l’intero comparto agricolo, si è prodotto poco e adesso con il perdurare di questo stato di cose, si rischia la scomparsa di molte aziende agricole.
Il mio primo desiderio è perciò appunto quello che, in futuro, agli agricoltori sia riconosciuto un prezzo equo sui loro prodotti, del resto non si può continuare a produrre senza garanzie, considerando che il costo dei mezzi di produzione è in continuo aumento e i ricavi sono sempre di meno.
Ad esempio, penso a quanto è accaduto ad agosto con la raccolta del pomodoro, molti agricoltori hanno perso il raccolto o hanno prodotto ricavando meno di ciò che avevano speso. Penso alla barbabietola da zucchero, ormai coltura in via d’estinzione a causa di una politica comunitaria discutibile e ad un settore zootecnico in continuo affanno per i costi di produzione che non lasciano marginalità ai produttori.
So di chiederti troppo ma spero che il 2011 sia un anno di svolta, spero di poterti scrivere, l’anno prossimo, che i cerealicoltori sono felicissimi di aver prodotto grano di qualità e che lo stesso è stato pagato in modo equo dalle industrie molitorie. Spero di poterti dire che l’uva prodotta non è finita alle distillerie, ma è stata destinata a produrre un vino di ottima qualità e ancora che il nostro latte non è stato sottopagato per favorire l’ingresso di latte estero pagato meno e destinato a produrre i nostri formaggi.
Ho poi un altro desiderio, ammetto più difficile da esaudire, ma che il mio animo sognatore mi induce a pensare che per te sia facile realizzare. Come saprai la scienza moderna ci permette oggi di creare nuove varietà, adottando delle tecniche di miglioramento rapide e sicure, parlo di quelle che sono le colture OGM ossia Organismi Geneticamente Modificati. Si tratta in definitiva di piante in cui si può inserire resistenza a malattie o altro, utilizzando geni provenienti da altre piante.
Quello che io desidero è che finalmente chi vuole coltivarle sia libero di farlo, purtroppo, infatti, in Europa ci sono ancora troppi veti quando poi in realtà, alimenti provenienti da piante OGM sono presenti ogni giorno sulla nostra tavola.
Ecco allora che penso a quanto è accaduto a Giorgio Fidenato, che ha rischiato multe pesantissime per aver coltivato Mais OGM e spero che cose simili non accadano più, che in futuro cadano tutti i veti riguardo agli OGM e ognuno possa liberamente decidere di coltivare piante OGM o colture convenzionali, senza che nessuno glielo vieti.
Mi auguro che i miei desideri vengano anche solo in parte esauditi e ti auguro un Buon Natale e un Felice 2011. Fernando Di Chio
Torno serio e vi dirò che onestamente cercavo un modo simpatico per augurare a tutti coloro che leggono ciò che scrivo i miei più cari e sinceri Auguri di un Buon Natale e di un Felicissimo 2011. L’anno che sta per chiudersi è stato difficile e non sapevo proprio come impostare questo mio “articolo”, l’idea è nata pensando ai bambini (come mia figlia) che ancora credono a Babbo Natale, anche se so che rivolgersi a Babbo Natale è un’idea alquanto insolita, il mio voleva essere un modo scherzoso per riassumere un po’ quanto è accaduto quest’anno.
Di cose ne sono successe tantissime e il comparto agricolo ha risentito più di altri settori della crisi, la speranza è che il 2011 sia un anno di rivalsa per tutti, considerando che da figlio di agricoltore devo dire che mio padre anche nei momenti di maggior crisi non si è mai dato per vinto, anzi ha sempre cercato di trarre insegnamento dai momenti di crisi.
L’occasione però è anche utile per ringraziare tutti voi dell’opportunità che mi offrite di poter parlare del mio lavoro ed in particolare ringrazio Roberto Defez, Antonio Pascale e la redazione di Salmone che hanno creduto in me e mi hanno offerto questo spazio in cui potermi liberamente esprimere.
Salmone diventa ogni giorno di più un sito molto visitato e credo che insieme potremo farlo diventare un punto di riferimento importante per chi crede in un’agricoltura moderna e senza veti. La speranza che nutro è che l’anno prossimo potremo finalmente parlare di un agricoltura in forte ripresa, grazie anche al contributo offerto dalle nuove tecnologie quali sono appunto gli OGM che, non lo dimentichiamo mai, non sono come molti amano credere il risultato di strane alchimie, ma uno strumento per produrre di più riducendo i costi.
Magari approfittiamo delle vacanze natalizie, in cui più facilmente ci si ritrova intorno ad un tavolo con tanta gente, per spiegare i vantaggi di tali tecnologie e forse l’anno prossimo non avremo più bisogno di ricorrere a Babbo Natale per sperare che qualcosa cambi. Ancora cari auguri a tutti.
Fernando Antonio Di Chio

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Dieta Mediterranea, un tempo necessità… ed oggi?

Novembre 22nd, 2010
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E’ notizia di questi giorni che l’UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’umanità la dieta mediterranea, la notizia è stata riportata su tutti i principali quotidiani e la cosa ha suscitato tanto scalpore.
Ora partendo dal presupposto che sono felicissimo per questa notizia, devo aggiungere una cosa, se mia nonna o mia padre fossero ancora vivi probabilmente si meraviglierebbero di tanto entusiasmo.
Perché mi chiederete? Ma scusate la dieta mediterranea da cosa è costituita?

Legumi, pasta , frutta e quant’altro un tempo ogni nostro avo riusciva a produrre nella sua azienda.
Del resto anch’io con mia figlia, ho seminato vari semi di cereali e leguminose in alcuni vasetti e per ogni seme che abbiamo piantato le ho spiegato perché quella determinata specie è coltivata e cosa si può produrre da essa. Perché ho fatto questo? Il mio intento, d’intesa con la maestra, era appunto quello di spiegare ai bambini che quei semi rappresentano ciò che per anni ha rappresentato la base alimentare per moltissime persone che per necessità non potevano avere una dieta più variegata e dovevano accontentarsi di un piatto di legumi in sostituzione di una fettina di carne.

Oggi scopriamo l’acqua calda, secondo me, dicendo che la dieta mediterranea è alla base per una vita salubre e questo non fa altro che alimentare ulteriormente quel sapore nostalgico per le cose di un tempo, con la capacità di vedere nelle innovazioni il diavolo o quant’altro.
Collegandomi a ciò vi racconto un’altra notizia letta in questi giorni su Agrisole. Una nota azienda della mia provincia (Foggia), è stata intervistata per parlare di un bel progetto che hanno iniziato e che consta nella coltivazione di una famosissima varietà di frumento duro il “Senatore Cappelli”, selezionata dal padre della selezione genetica in Italia ossia il dott. Strampelli oltre cinquant’anni fà.

Ora leggendo l’articolo e rammentando la notizia riguardo alla dieta mediterranea, ecco la nostalgia riapparire, il progetto parla in toni entusiastici di un grano dalle eccellenti qualità, poco produttivo ma destinato a produrre pasta e quant’altro.
Cosa c’è di sbagliato direte voi? Il problema è sempre lo stesso il modo in cui si pongono gli argomenti, comprendo la necessità di restar legati alle tradizioni e io l’ho fatto con mia figlia facendole vedere i semi di piante da sempre alla base della nostra alimentazione e convengo pure sul fatto che ci sia gente che apprezza (più di quanto faccio io) l’idea di mangiar pasta prodotta da un grano così famoso e oltretutto coltivato in biologico.
Però quello che non ammetto è ben altro ossia, nell’articolo si dice che questa varietà è “un grano con eccellenti qualità nutrizionali e un alto valore proteico, ottenuto dalla selezione di grani spontanei del Nord Africa. Un grano quindi che non ha subito mutazioni genetiche indotte o incroci con altri grani duri modificati geneticamente…….”
Ecco la paura “non ha subito modificazioni genetiche indotte” il solito timore che porta ad immaginare scienziati pazzi che si divertono a rimescolare geni per produrre chissà cosa, in pratica in poche frasi riappare e si esalta un qualcosa di obsoleto.

Certi discorsi, in definitiva sembrano puntare al ritorno dei bei tempi andati, alla famiglia da Mulino Bianco, al punto che prima o poi mi aspetto che qualcuno per ridurre l’inquinamento atmosferico, proponga di tornare a fare la raccolta a mano del frumento, accusando le mietitrebbia dell’eccessiva emissione di CO2.
In definitiva si parla del “Senatore Cappelli” come di un grano che a dire loro è puro e magari, inconsapevolmente(spero) si sminuisce il lavoro di ricerca di tutti quelli che hanno dedicato una vita a cercare varietà di frumento destinate a produrre di più sia quantitativamente che qualitativamente.

E’ solo verso la fine dell’articolo che si fa notare l’aspetto più importante ossia che questa varietà è alta quasi due metri(soggetta cioè all’allettamento), non produce più di 20 ql ad ettaro e pur non conoscendola, presumo sia abbastanza suscettibile alle malattie fungine più comuni presenti nei nostri ambienti.
Ora mi domando se ciò sia plausibile, si sottolinea che è un grano esente da modificazioni genetiche indotte (attaccando involontariamente chiunque timidamente tenti di far capire che anche le piante OGM hanno lo scopo di darci produzioni qualitativamente superiori), rilanciando vecchie varietà di frumento, dalle qualità indiscutibili ma meno produttive e si parla della dieta mediterranea come di un modus vivendi capace di farci vivere cent’anni.
In conclusione ciò che mi rattrista è vedere il facile entusiasmo con cui si parla di certi argomenti, si spaccia la dieta mediterranea come uno stile di vita da seguire e su ciò ne convengo, ma non ammetto che si esageri. Ma ancora si esaltano progetti che mirano alla coltivazione di varietà di frumento ormai superate, mentre poi si guarda al nuovo, al futuro come qualcosa di pericoloso di dannoso e nocivo.

Io da parte mia continuerò a mangiare “fave e cicorie” (piatto principe della dieta mediterranea) condito con del buon olio pugliese, ma non disdegnerò mai un prosciutto o una polenta ottenuti a partire da mais OGM, perché ritengo le due cose entrambi sicure.

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Italia, ossia… “Il paese delle contraddizioni

Novembre 15th, 2010
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L’autunno incalza e con esso la preparazione dei fondi destinati ad ospitare il frumento, si lavora alacremente per preparare il terreno e ci si adopera per ottenere un buon grano. In questo clima e con le ultime scelte del nostro governo, però mi sovviene alla mente mio padre che negli anni settanta in questo periodo attuava una pratica antica ma che sembra stia tornando di moda.

Un tempo infatti al momento della trebbiatura si conservava parte del raccolto e si procedeva alla “svecciatura” ossia la pulitura del grano per quello che oggi si definisce il reimpiego aziendale, ossia l’utilizzo di parte di esso per la semina nell’anno seguente. Questa pratica era assai diffusa ma scomparve quando venne emanata la legge sementiera che regolò la commercializzazione delle sementi e da quando fu reso obbligatorio l’uso del seme certificato (oltre vent’anni fa).

Perché mi è venuto in mente tutto questo? Per un motivo molto semplice e legato al famoso articolo 68 ( introdotto per gli areali centro-meridionali che applicano una rotazione biennale) e che ha reintrodotto il reimpiego aziendale del seme di cereali o comunque di seme non certificato ENSE.

Però non molti sanno che essendo ancora valida la Legge Sementiera (Legge n°1096 del 25/11/1971) la commercializzazione delle sementi è ad essa legata perciò, se da un lato è ammesso il reimpiego, dall’altro è vietata la commercializzazione di seme che non sia certificato, ossia controllato dall’Ente Nazionale Sementi Elette (ENSE).

Ecco quindi la contraddizione, da un lato l’articolo 68 non obbliga più l’agricoltore all’uso di seme certificato, dall’altro però le leggi vigenti vietano la commercializzazione di seme che non sia certificato, tutto questo quindi crea un caos indescrivibile in chi opera nel settore, perché gli agricoltori chiedono sempre più spesso seme non certificato, che ovviamente non può essere venduto da chi seleziona.
L’uso di seme non certificato, visto come un risparmio da parte degli agricoltori, spinti a ricercare una riduzione dei costi, comporta un risparmio pari all’1% sul costo, quindi irrilevante ma con gravi danni per la qualità. Lavoro da ormai oltre dieci anni nel settore sementiero, più volte ho difeso l’operato di chi come l’ENSE (ritenuto falsamente un Ente inutile) opera nel controllo della qualità delle sementi e non posso che difendere l’uso del seme certificato.

Perché dico questo? In primo luogo perché il seme certificato è seme “garantito” quanto a purezza (intesa come assenza di semi estranei), ma ancora il seme certificato offre garanzie di germinabilità e sanità, che quello non certificato non può garantire. Del resto è compito dell’ENSE verificare che ciò che viene commercializzato sia seme con caratteristiche minime di germinabilità (85% minimo per il frumento duro) e quindi mi chiedo:”chi ci garantisce usando seme non certificato?”

Inoltre un’ultimo aspetto non meno importante è “la garanzia dell’origine”, un seme certificato è un seme di cui si può ricostruire l’intero percorso dalla semina al raccolto (indispensabile in un’ottica di sviluppo dei contratti di filiera). Del resto laddove si voglia fare un discorso di qualità, il seme non certificato non può garantire i fruitori finali (i mulini appunto) sulle caratteristiche merceologiche della granella che viene lavorata.

Su un noto giornale di settore ho letto un dato che mette in luce un altro aspetto favorevole all’adozione di seme certificato, pare infatti che la ricerca e il miglioramento varietale dal 1900 ad oggi, hanno fatto crescere la produzione per ettaro di un quintale ogni cinque anni. Ma la ricerca e il miglioramento come sono cresciute?

Sicuramente grazie all’uso del seme certificato perché ogni costitutore che ha una varietà, cedendola alle ditte sementiere ne ricava dei profitti sotto forma di royalties, che in parte aiutano il costitutore a sviluppare nuove varietà. Vorrei poi in ultimo fornire un ulteriore dato che riguarda l’effetto avuto sull’uso di seme certificato, da quando si è approvato il famoso articolo 68.

L’anno scorso primo anno di applicazione di detto articolo la flessione percentuale delle sementi certificate è stata di circa il 20% passando da 301.060 a 240.422 tonnellate (dati ENSE). Il 20% in meno è rappresentato da frumento commercializzato, senza richiedere certificazione ENSE, pur trattandosi (si spera) di frumento selezionato, cioè si è commercializzato grano in sacchi senza identificarne la varietà.
Il problema dov’è? Il problema è in primo luogo il mancato rispetto della legge sementiera, in secondo luogo un simile modo di operare non garantisce chi acquista sula qualità del prodotto. Il punto perciò è sempre lo stesso, il certificato ENSE è una garanzia di qualità, non essendoci, si può spacciare per una qualunque varietà ciò che il sacco contiene e tutto a discapito della qualità.

Del resto tale fenomeno si è concentrato maggiormente nel meridione d’Italia laddove l’articolo 68 ha trovato larga applicazione e dove a fronte di una cerealicoltura in crisi, l’agricoltore ha ritenuto di ottenere un risparmio utilizzando seme non certificato. I maggiori controlli applicati quest’anno e la divulgazione sull’importanza nell’utilizzo di seme certificato per le caratteristiche che lo distinguono, dovrebbero in parte arginare il problema dell’uso di seme non certificato.

Del resto ben poche sono le aziende che conservano grano per riutilizzarlo e la maggioranza di esse si affida a commercianti i quali nel rispetto della legge sementiera, devono obbligatoriamente vendere grano certificato. Questo dato fa riflettere su quanto una errata informazione possa provocar gravi danni, considerando che lo scorso anno, si parlò con un entusiasmo eccessivo, della possibilità di utilizzare seme non certificato.

In conclusione mi domando perciò se siamo o non siamo il paese delle contraddizioni? Si è in definitiva favorito lo sviluppo di una tecnica (il reimpiego aziendale di seme o comunque l’adozione di seme non certificato) che non aiuta di certo chi intende fare della cerealicoltura di qualità, danneggiando un settore già in forte crisi.

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La madre degli stupidi è sempre incinta

Settembre 30th, 2010
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Volevo condividere con voi la rabbia che mi ha preso nell’apprendere quanto è accaduto in Friuli. Greenpeace si vanta di essere stata artefice della distruzione del campo di mais transgenico e si bea che il GIP di Pordenone abbia multato l’agricoltore colpevole.
Premesso che ho rispetto per le idee altrui, questo atteggiamento da “Salvatori della Patria” non mi piace assolutamente.

Ho sempre visto Greenpeace come un’ottima cosa, mi piacciono le loro battaglie per salvaguardare specie in via di estinzione, ma vorrei porre una domanda a queste persone: ”Lo sanno che anche gli agricoltori, di questi tempi, sono da ritenersi una specie a rischio? Si rendono conto che ben altre sono le cose di cui dovrebbero occuparsi? Possibile che il settore agricolo debba essere sempre alla mercè di chiunque abbia fiato per parlare?”
Tutto questo crea solo ulteriore confusione nell’opinione pubblica, acuisce questa “caccia alle streghe”e non aiuta di certo un settore già in fortissima crisi.

Non voglio esser noioso tornando su cose già dette ma mi chiedo e passo a voi il quesito “ Se trent’anni fa Greenpeace, o qualunque altra associazione ambientalista, avesse ostacolato una qualsiasi multinazionale che produceva un antiperonosporico per il pomodoro o per la vite, cosa sarebbe oggi la nostra agricoltura?”
La rabbia aumenta vedendo l’aria soddisfatta dei tanti fan di dette associazioni che festeggiano quella che per loro è una grande vittoria, ma che in realtà con il persistere di una simile situazione sarà solo una sconfitta per l’intero comparto agricolo.

Spesso mi trovo a parlare con consumatori spaventati dall’eccessivo uso di antiparassitari e la mia rabbia aumenta nel cercare di far capire che, l’agricoltura non è fatta di gente compiaciuta nell’utilizzare “pesticidi” o quant’altro, ma bensì di gente che cerca di produrre nel miglior modo possibile salvaguardando il raccolto e cercando di produrre qualità.

Attualmente, e questo concetto credo sia noto a chi come me opera in campo, l’uso dei fitofarmaci è limitatissimo, la grande distribuzione richiede prodotti con zero residui.
Spesso, a causa di ciò, per la difesa contro taluni insetti o contro talune malattie non si ha la possibilità di intervenire perché i principi attivi non sono ammessi da chi ritira il prodotto.
Allora mi chiedo “ Perché non si aiuta la gente a comprendere le difficoltà che incontra chi produce?” Perché invece di additare gli agricoltori come i peggiori fuorilegge non si fa maggior informazione per spiegare quanti e quali limiti vengono imposti nella coltivazione delle principali colture?

Certo mi rendo conto che è più facile additare un povero agricoltore come il signor Fidenato o è più facile dire che gli OGM sono una peste preservando i “prodotti biologici” che fanno tanto chic, senza pensare poi che le semole bio possono risultare pericolose per l’alto tenore di micotossine presenti al loro interno.
Ma qualcuno di Greenpeace ha mai pensato quanto sia importante per la sopravvivenza della razza umana l’adozione di tecniche che incrementano le produzioni? No loro sono attenti soltanto ad additare gli OGM come il Frankestein del nuovo millennio.

Del resto è facile parlare di queste cose quando i più illustri letterati e politici vantano conoscenze sulle metodologie di produzione delle piante OGM, neanche produrre OGM fosse facile come cucinare una torta di mele.
Scusatemi per lo sfogo, ma purtroppo vorrei che di agricoltura si occupasse soltanto chi veramente conosce le problematiche, sono stanco di sentire strafalcioni da parte di chiunque, riguardo agli OGM, riguardo l’uso dei fitofarmaci e quant’altro.

In ultimo permettetemi di esprimere piena solidarietà al signor Giorgio Fidenato per quanto accaduto e complimentarmi con lui per il coraggio che ha dimostrato.

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Il cervello ha bisogno di zucchero… Lo zucchero ha cervello!

Settembre 7th, 2010
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Prendo in prestito questa frase da una vecchia pubblicità che rappresentò, in un tempo ormai lontano, il modo migliore per incentivare il consumo dello zucchero prodotto dalla barbabietola. In realtà, considerando la fine che ha fatto la barbabietola da zucchero, non credo sia stata una pubblicità che ha avuto molto successo…

La chiusura di molti stabilimenti con promesse di riconversione e il ridimensionamento di altri ha fatto in modo che molti agricoltori si siano disinnamorati di una coltura che ( io ne sono un testimone privilegiato perché figlio di bieticoltore) negli anni andati rappresentava una fonte di reddito importante, oltre che un’ottima coltura da rinnovo da inserire in un piano colturale agronomicamente corretto.
Il comparto bieticolo conta attualmente circa 10.000 aziende agricole, 4 stabilimenti di produzione e 2.000 dipendenti, pertanto è importantissimo pensare ad un rilancio di una coltura che è in grado di occupare un così alto numero di addetti. Dall’ultimo annuario INEA vi indico qualche dato che ci aiuta a capire lo stato in cui il settore versa, si consideri che nel 2005 erano coltivati circa 250.000 ettari a fronte dei circa 61.000 ettari coltivati attualmente, in pratica nell’arco di un quinquennio si è avuta una flessione delle superfici di circa il 76%.

Delle superfici attuali poi circa il 70 % si localizzano nel Centro Nord dove, ovviamente, con la semina primaverile si ottiene un sicuro abbattimento dei costi. Guardando poi alle produzioni di zucchero si nota che nel solo 2008 queste si sono attestate intorno alle 500.000 tonnellate con una flessione di circa il 10% rispetto all’anno precedente, tutto questo come conseguenza sia di una riduzione delle superfici (-29%) che delle produzioni (-24%).

Cosa ha determinato questo netto ridimensionamento della coltivazione della bietola? Secondo l’opinione comune, il calo delle superfici è da imputarsi alla OCM zucchero, oltre ad un prezzo finale troppo basso perché si possa ritenere conveniente la sua coltivazione.

A quanto pare però, e questo può essere un respiro di sollievo per i bieticoltori del Sud, con il nuovo accordo sottoscritto per le semine 2010 dallo Zuccherificio di Termoli, si otterrà un prezzo vicino ai 5 euro, che dovrebbe consentire un rilancio della coltura. Perché dico questo? Perché i costi di produzione per un ettaro di barbabietola si aggirano intorno a 1.500-1.700 euro e con la coltivazione in asciutto solitamente si producono mediamente 300 ql che giungono a circa 600 ql di produzione se irrigate, perciò con 5 euro al quintale si ottiene una PLV che va dai 1.500 ai 3.000 euro.

Partendo da questa considerazione penso che, coloro i quali quest’anno hanno coltivato pomodoro, l’anno prossimo, forti delle quote acquisite con la nuova OCM ortofrutta, potrebbero coltivare barbabietola da zucchero, dato che il contributo AGEA stimato intorno a 1.500-1.700 euro è in grado da solo a coprire le spese di coltivazione della barbabietola da zucchero.

In tal modo si riuscirebbe ad ottenere un duplice risultato, da un lato si ridurrebbero le superfici a pomodoro, a tutto beneficio di coloro che intenderanno ancora “rischiare” con la coltivazione di questo ortaggio, ma dall’altro si rilancerebbe una coltura come è appunto la barbabietola da zucchero.

Ciò comporterebbe la salvezza per molti agricoltori, che a causa di recenti discutibili scelte politiche, potrebbero tornare a fare un’agricoltura da reddito, in cui coltivare non significa sopravvivere, ma guadagnare…

Un’ultima considerazione è d’obbligo, la barbabietola da zucchero è una di quelle colture su cui la tecnologia OGM ha permesso la creazione di varietà maggiormente resistenti al Gliphosate, con un abbattimento dei costi elevato, considerando che il diserbo nella bietola rappresenta almeno il 20% del costo di produzione. Allora ecco un ulteriore dubbio, ma perché non si deve pensare ad un uso di simili varietà per ottenere un rilancio della coltura, abbinato ad una riduzione dei costi?

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