Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Aprile 7th, 2016
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Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche refuso in meno, una spolverata di elogio dei migranti, ma restano le solite bufale su Ogm e “agroindustria”. Altrimenti il castello chic crolla.

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Fidenato e la nuova legge sulle semine

Settembre 18th, 2015
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Giorgio Fidenato ha ricevuto dalla Commissione UE una lettera (del 4 settembre 2015) con cui lo si informa che, a seguito della sua denuncia (la EU Pilot 3972/12/SNCO), l’Italia “ha abrogato le disposizioni pertinenti del Decreto legislativo 24.4.2001 n. 212”, quello cioè, se ve lo ricordate, che stabiliva l’obbligo, per chi volesse coltivare in Italia sementi GM già autorizzate dalla Commissione, di richiedere un’autorizzazione al Ministero dell’Agricoltura.

Fidenato commenta: “grazie alla mia denuncia, la Commissione era intervenuta nei confronti dell’Italia chiedendogli esplicitamente di abrogare la norma italiana che confliggeva con il diritto dell’Unione Europea.”
Andiamo allora a leggere il testo di legge invocato dalla Commissione.

Si tratta della Legge n. 115/2015, che è la solita “legge comunitaria”, in cui cioè si affastellano alla rinfusa parecchi provvedimenti per adeguare il diritto italiano agli strumenti comunitari più diversi, solitamente per evitare un procedimento d’infrazione da parte dell’UE appunto per il ritardo italiano nell’adattamento al diritto comunitario. All’art. 20 la Legge comunitaria 2015 apporta delle modifiche molto rilevanti all’art. 1 del Decreto legislativo n. 212/2001. Precisamente:

- al secondo comma, viene abrogato l’intero capoverso, che prevedeva per l’appunto l’autorizzazione del MIPAF alla semina;
- nel terzo comma, viene abrogata la lettera a) (in base alla quale la Commissione per i prodotti sementieri GM costituita presso il MIPAF esprimeva pareri sulle condizioni tecniche da seguire nella coltivazione);
- il quinto comma (che puniva con arresto o multa chiunque metteva a coltura sementi GM senza la previa autorizzazione) viene abrogato;
- infine, anche il sesto comma, che irrogava una sanzione amministrativa pecuniaria a chi violasse le prescrizioni tecniche contenute nell’autorizzazione del MIPAF, viene abrogato.

Dunque, Fidenato ha ragionissima: l’Italia ha interamente capitolato, e da oggi in poi non sarà più necessario chiedere l’autorizzazione al MIPAF se si vuole coltivare mais GM (o qualunque altra varietà vegetale GM debitamente autorizzata a livello comunitario.) Il che vuol dire anche che tutte le eventuali sanzioni, penali o amministrative, già irrogate a chi fosse stato condannato in base a queste norme enon ancora eseguite integralmente, non possono più avere esecuzione. E’ chiaramente una buona notizia per chiunque si trovi in questa situazione, dunque in primis proprio per Fidenato.
Tutto a posto dunque? Purtroppo no. Il solito Fidenato continua: “ma temo che, purtroppo, anche con il nuovo decreto sarà la stessa cosa!” E anche stavolta, l’impressione è che abbia più che mai ragione.

Infatti, l’art. 20 della stessa Legge comunitaria, oltre a modificare/abrogare l’art. 1 del D. lgs. n. 212/2001, ci spiega anche come intende muoversi in futuro l’Italia. Ci dice infatti che, in attesa della attuazione della famosa Direttiva UE n. 2015/412 – cioè, quella che consente agli Stati membri di vietare o limitare la coltivazione di OGM – l’Italia farà una serie di richieste alla Commissione (e precisamente, al fine di adeguare l’ambito geografico delle notifiche o domande presentate o delle autorizzazioni alla coltivazione già rilasciate). Se queste domande non verranno accolte, il MIPAF potrà, con un proprio decreto (sentiti altri Ministeri e le Regioni), limitare o vietare in tutto o parte del territorio italiano la coltivazione di uno o più OGM. E chiunque violerà questi divieti o limiti – salvo che l’atto costituisca più grave reato - sarà punito con una pesante multa (da Euro 25.000 a Euro 50.000), oltre che tenuto a rimuovere a sue spese le coltivazioni vietate e a realizzare “misure di riparazione primaria e compensativa” determinate dalla Regione territorialmente competente. Inoltre, restano in vigore i divieti già introdotti in via cautelare (ad es., col famoso Decreto interministeriale del 2013): non si sa fino a quando, ma verosimilmente, fino all’emanazione del nuovo decreto.

Perciò non c’è granché da esultare. Fidenato ha avuto finalmente ragione, vincendo dopo molti anni una autentica battaglia di civiltà, per la quale tutti dovremmo essergli riconoscenti; ma l’impressione è che questo riconoscimento sia arrivato troppo tardi. Nel frattempo l’Italia, prima con il Decreto interministeriale, ora con questa subdola Legge comunitaria, ci ha in qualche modo messo sopra una pezza, e coltivare OGM continua ad essere vietato, proprio come prima – con la sola differenza, però non trascurabile, che stavolta non c’è più alcun contrasto di principio tra la normativa italiana e quella comunitaria, visto che quest’ultima oggi consente ai singoli Stati di vietare la coltivazione di OGM. Certo, forse si potrebbe discutere se sia legittima una misura transitoria, cautelare destinata a restare in vigore per anni: ma stiamo parlando di scaramucce di retroguardia. La partita vera, inutile dirlo, si gioca a Bruxelles.

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Sentenza Fidenato

Febbraio 17th, 2015
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E così finalmente siamo arrivati alla fine della vicenda giudiziaria seguita al Decreto interministeriale del 12 luglio 2013. Ricorderete che, con la sentenza n. 4410/2014, il TAR del Lazio aveva rigettato i ricorsi di Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato per la nullità del decreto. Ricorderete forse anche che, nel mio commento su Salmone, avevo sottolineato come la sentenza del TAR presentasse parecchi, grossolani vizi e attendevo con una certa fiducia la pronuncia in appello.
E’ poi accaduto che (i) in appello è andato solo Fidenato, mentre Dalla Libera ha rinunciato a impugnare, e che (ii) il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 605/2015, ha confermato la decisione del TAR, concedendo a Fidenato solo il contentino della compensazione delle spese processuali.
A costo di sembrarvi ingenuo, vi dirò che la decisione del Consiglio di Stato (d’ora in avanti, “CdS””) mi sorprende. La sentenza del TAR era vistosamente sbagliata, e in precedenza, e proprio in materia di Ogm, era già accaduto più volte che il Consiglio di Stato desse ragione ai maiscoltori, annullando provvedimenti ministeriali contrari alla legge comunitaria. Stavolta no, e onestamente non mi rimane che prendere atto di una decisione che, giuridicamente parlando, non ha fondamento.

Le premesse sono sempre le stesse: con il Decreto, il Governo aveva vietato, per 18 mesi, la coltivazione del mais MON 810. In sostanza, il Decreto consisteva in una discreta versione italiana dell’analogo decreto francese del 16 marzo 2013, con alcune aggiunte di scarsa importanza; decreto che era già stato annullato dal Conseil d’Etat francese (con sentenza del 1 agosto 2013), a ciò confortato da conforme parere dell’EFSA del 7 maggio 2012 perché privo dei requisiti di urgenza di cui all’art. 54 del Regolamento CE n. 178/2002 (in sostanza, cioè, perché non sussistevano rischi evidenti di un danno grave alla salute o all’ambiente).

Inoltre, il 29 marzo 2013 l’Italia aveva già comunicato alla Commissione UE (ai sensi del medesimo Regolamento n. 178/2002) la sua intenzione di adottare una misura di urgenza sul MON 810, e che la Commissione aveva già provveduto a richiedere all’EFSA un parere in merito alla fondatezza scientifica del dossier predisposto dall’Italia. L’EFSA aveva a ciò provveduto con il proprio parere del 12 settembre 2013 (successivo cioè al Decreto), dichiarando che il dossier presentato dall’Italia non conteneva alcunché di nuovo, che quindi tutte le preoccupazioni ivi esposte erano già state prese in considerazione dall’EFSA nelle sue precedenti prese di posizione in merito alla sicurezza del MON 810 (che avevano sempre stabilito che non esisteva alcun motivo scientifico per vietare il prodotto in questione), e che di conseguenza non vi era alcuna ragione per rivedere le precedenti conclusioni a favore del MON 810.

Il TAR, nel confermare la validità del Decreto, aveva seguito una strada singolare: invece di discutere del dossier scientifico e degli argomenti a sostegno della misura di urgenza adottata col Decreto, il TAR si è concentrato sulle vicende del procedimento di rinnovo dell’autorizzazione del MON810, rilevando che il MON 810, pur validamente commercializzato in forza della prima autorizzazione e della successiva notifica di Monsanto del prodotto come già esistente (art. 17 della Direttiva n. 2001/18), è tuttora soggetto a procedura di rinnovo della (prima) autorizzazione, sottolineando come, “a distanza di sette anni dalla presentazione della menzionata istanza di rinnovo, la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione”.

Il punto – facevo notare nel mio precedente commento - era, in realtà, del tutto irrilevante: la Commissione ci sta effettivamente mettendo un po’ troppo tempo, però la cosa non ha alcuna importanza, in assenza di nuovi dati scientifici che facciano presumere l’esistenza di rischi; e si noti – cosa che dovrebbe tagliare la testa al toro – che di fatto l’EFSA, che per legge è il soggetto che deve istruire la pratica di rinnovo dal punto di vista scientifico, si era già pronunciata (nel 2009) dando parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810. Ma paradossalmente, secondo il TAR, il ritardo nel rinnovo dell’autorizzazione non sarebbe dovuto a ragioni, diciamo così, estravaganti (e quindi prive di significato giuridico), ma sarebbe dovuto al fatto che l’EFSA sta nel frattempo riesaminando i criteri in base ai quali aveva autorizzato prima, e poi nel 2009 nuovamente approvato, l’autorizzazione al MON 810: “quindi, non può essere seriamente posto in dubbio che il diffondersi di culture di Mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare una situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”.

Vediamo adesso cosa è successo in appello.
Il CdS ha innanzitutto rigettato tutti i tentativi dei resistenti (Governo e intervenienti) di far dichiarare inammissibile l’appello in forza dell’approvazione, nel frattempo, della Legge regionale FVG n. 5/2014 nonché della famosa nuova disciplina comunitaria degli Ogm: queste nuove norme non valgono certo per il passato e quindi non toglierebbero il diritto di Fidenato al risarcimento del danno, in caso di nullità del decreto, dunque l’interesse di Fidenato al ricorso sussiste. Fin qui, il CdS ha certamente ragione. Ma il resto è semplicemente agghiacciante.

La prima bizzarra affermazione del CdS è questa. L’art. 54 del Regolamento n. 178/2002, per le misure di emergenza, prevede che lo Stato membro chieda alla Commissione di intervenire, e questa decida se o meno emanare un provvedimento, cosicché “qualora la Commissione non abbia agito”, lo Stato membro può adottare le misure cautelari provvisorie. Nel nostro caso, badate bene, l’Italia aveva chiesto alla Commissione di adottare misure urgenti, e la Commissione non era rimasta inerte: al contrario, aveva risposto (in data 17 maggio 2013) di “non ritenerlo necessario”. Perciò, secondo il CdS, l’Italia aveva ogni diritto di procedere con il provvedimento d’urgenza. La tesi pare alquanto discutibile. Ma la vera bestialità il CdS la dice in un altro punto: precisamente dove sostiene che “nel caso in esame l’adozione delle misure d’emergenza avvenga in un contesto in cui si discute su una autorizzazione scaduta e sottoposta a proroga”. Questo non è solo falso, ma è pure assurdo: non c’è stata (e non c’è) alcuna discussione sulla proroga dell’autorizzazione al MON 810, né esiste alcun tipo di connessione fra la proroga e necessità o meno di emanare una misura d’emergenza, se non nella testa del Giudice amministrativo. Tanto più che, per aggiungere assurdità ad assurdità, il CdS sente il bisogno di aggiungere: “[nel nostro caso] l’efficacia interinale delle misure d’emergenza, adottate dallo Stato membro, assume anche la funzione di sollecitare l’adozione di una motivata decisione definitiva sul futuro dell’autorizzazione stessa”. Qui siamo oltre l’assurdo, in pieno regno del ridicolo: secondo il supremo Giudice amministrativo, se un prodotto transgenico già approvato va poi in regime di proroga tacita (il che, si noti, è perfettamente ammissibile), questo legittimerebbe il primo Stato membro che passa per strada a vietarne temporaneamente la circolazione a titolo di misura di emergenza, per “sollecitare” una decisione definitiva sull’autorizzazione! La misura d’emergenza, dunque, non servirebbe a risolvere il problema urgente per cui è prevista, ma per “mandare un messaggio” (sostanzialmente: “Sbrigati!”) alla Commissione. Decisamente, meglio non commentare. Anche perché la cosa è resa ancor più surreale dal fatto che, poco oltre, la stessa sentenza riconosce che, ai fini della validità del Decreto, “non è particolarmente rilevante individuare i motivi per i quali l’iter di verifica e valutazione della autorizzazione si sia bloccato”.

Il succo della sentenza sta nel suo capo 6.7, che tratta dei fondamenti scientifici (va be’, si fa per dire) del Decreto. Il CdS li elenca diligentemente, soffermandosi in particolare sulla Nota dell’ISPRA, che sembra aver particolarmente colpito il Giudice amministrativo di appello. Al riguardo, la sentenza opina di “poter desumere che ISPRA abbia condiviso le esigenze di adottare misure di gestione, già evidenziate dall’EFSA”. Ma, a parte che l’EFSA aveva detto tutt’altro, il punto è, ancora una volta, che la Nota dell’ISPRA si limita a ripetere cose tutte ben note, già più volte ritenute senza fondamento dall’EFSA, e che non costituiscono affatto quei “pericoli nuovi” che soli potrebbero giustificare l’adozione di una misura d’emergenza. Notate che secondo il CdS l’appellante (cioè Fidenato) non avrebbe “confutato la rispondenza di dette considerazioni a corretti metodi scientifici, né ne ha motivatamente messo in dubbio la rilevanza”, il che è abbastanza sorprendente, data la gravità delle conseguenze che ne trae il CdS (e cioè che “deve perciò ritenersi che, sulla base di simili elementi di valutazione”, e che pertanto ben abbiano fatto i Ministeri a emanare il Decreto). Davvero la difesa di Fidenato non ha preso posizione sulla Nota dell’ISPRA? Mi pare strano (visto tra l’altro che già Dalla Libera, in primo grado, ne aveva parlato a lungo). Come pure sorprende che il CdS non si sia posto il problema del fatto che l’EFSA aveva già replicato al dossier scientifico su cui l’Italia aveva basato il Decreto, rigettandolo integralmente: cosa che la difesa di Dalla Libera, in primo grado, aveva ben chiarito (purtroppo senza alcun risultato). Il che ovviamente rende superflue le considerazioni finali del CdS sul principio di precauzione (peraltro senza senso nel nostro caso: è vero che il principio di precauzione presuppone solo la prova del rischio potenziale, non certo della prova del nesso di causa tra condotta e evento dannoso che si vuole prevenire; ma il fatto è che nel nostro caso non c’è proprio la minima prova del rischio potenziale!) Chiaro che, su queste basi, cioè partendo dal presupposto che le evidenze scientifiche alla base del decreto fossero adeguate, la conclusione non poteva che essere questa.

A questo punto i giochi sono ahimé fatti: vista la recentissima riforma della policy comunitaria in materia di Ogm – e di cui parleremo prossimamente –, il residuo, piccolissimo spazio apertosi in Italia ad opera dei due valorosi pasdaran del transgenico (intendo, ovviamente, Dalla Libera e Fidenato) si è chiuso, e si è chiuso per un bel pezzo. Non ci resta che augurarci che si faccia un buon uso degli anni che verranno: un lavoro di culture-building che servirà, auspicabilmente, a giungere ai prossimi appuntamenti col progresso scientifico-tecnologico in condizioni migliori.

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Commento sulla sentenza del Riesame contro Fidenato

Ottobre 5th, 2014
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L’ordinanza del 22 settembre 2014 con cui il Tribunale penale di Pordenone ha rigettato la richiesta di riesame di Giorgio Fidenato contro il decreto di sequestro preventivo del suo terreno disposto in data 5 agosto 2014 è, credo, la prima pronuncia emessa seguito dell’emanazione del D.L. n. 91/2014, noto fra noialtri che ci occupiamo del diritto italiano degli Ogm (cioè il Vs. affezionatissimo, Gabriele Pirocchi e un manipolo di altri) come il decreto “manette a Fidenato”.

Cosa dice questo decreto legge? Dice (tra le altre cose: art. 4.8) che “chiunque viola i divieti di coltivazione introdotti, anche in via cautelare, ai sensi degli articoli 53 e 54 del regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio del 28.1.2002 è punti con la multa da euro 25.000 a euro 50.000”, oltre a rimuovere le coltivazioni vietate e a realizzare le misure di riparazione. Se ricordate il famoso Decreto interministeriale (anzi, triministeriale) del 12 luglio 2013, non vi sfuggirà il fatto che detto provvedimento aveva vietato, per 18 mesi, ogni coltivazione di MON 810 proprio in forza degli artt. 53 e 54 del Regfolamento n. 178/2002. Il Governo, insomma, si era reso conto, con un certo ritardo, del fatto che chi violava i divieti temporanei assunti in via d’urgenza non rischiava nessuna sanzione, e quindi ha pensato bene di correre ai ripari.

Asteniamoci pure dal considerare se abbia senso, in uno Stato di diritto, disporre della sanzione penale in un caso come questo (la condotta di Fidenato, anche se fosse in contrasto con la lettera della norma – poi vedremo meglio in che limitato senso questo sia vero -, è chiaramente priva di qualsiasi lesività: non solo, come sappiamo, non esiste alcuna evidenza scientifica che il MON 810 sia dannoso per la salute o l’ambiente, ma anzi esiste abbondante evidenza scientifica, a cominciare dall’EFSA che aveva già bocciato il dossier allegato dall’Italia a sostegno della sua richiesta alla Commissione di adottare misure d’urgenza), come pure ci asterremo da ogni valutazione di merito: andiamo semplicemente a vedere cosa ha deciso il Tribunale penale di Pordenone, e perché.
Il Tribunale friulano comincia con l’esporre la disciplina comunitaria, per giungere poi a sostenere che il Decreto interministeriale del 2013 sarebbe del tutto valido e conforme alla disciplina comunitaria: esso è infatti, dicono i giudici, una misura d’urgenza, emanata ai sensi dell’art. 54 del Regolamento 178/2002 e in presenza dei relativi presupposti (manifesta presenza di gravi rischi alla salute o all’ambiente e inerzia della Commissione), addirittura “valorizzando il parere rilasciato dall’EFSA il 8.12.2011”. Quanto al periculum in mora, Fidenato ha sempre manifestato apertamente la sua volontà di coltivare il MON 810, sicché il sequestro risulta giustificato.

Da quest’ultimo punto di vista non c’è molto da dire: è chiaro che, se il Decreto del 2013 è una valida misura d’urgenza, allora Fidenato ha violato la norma e non c’è dubbio che debba essere assoggettato alla misura del sequestro. Ma è proprio questo il punto: è vero che il Decreto era valido?
Sappiamo già che il TAR si è pronunciato proprio in questo modo, il che in un certo senso scusa il fatto che il Tribunale di Pordenone si sia pedissequamente adeguato. Ma non lo scusa del tutto: il Giudice ordinario infatti può sempre disapplicare le misure amministrative italiane che siano in contrasto con la normativa comunitaria, anche in caso di inerzia della magistratura amministrativa. E stando così le cose, il giudice friulano non poteva esimersi dal valutare se davvero il Decreto interministeriale fosse fornito dei suoi necessari presupposti: si trattava, in fondo, di confermare o revocare un provvedimento penale di una certa gravità, nei confronti di un soggetto (Fidenato) che, diciamocelo, non ha fatto male a nessuno.

Qui ahimé si vede come i Tribunali italiani siano del tutto sprovvisti della capacità di entrare nel merito di questioni scientifiche anche solo minimamente complicate. Abbiamo già notato come il Tar del Lazio fosse andato completamente fuori strada nel momento in cui si è trattato di valutare l’esistenza dei presupposti del provvedimento d’urgenza (= presenza manifesta di un rischio grave alla salute o all’ambiente): ma il Tribunale di Pordenone riesce, se possibile, a fare ancor peggio. L’ordinanza ha la faccia tosta di sostenere che il decreto avrebbe “accertato l’esistenza di un grave rischio per l’agrobiodiversità” (dove? come? quando?) e di richiamare, a sostegno, il parere dell’EFSA dell’8.12.2011 che in realtà, come abbiamo visto, diceva tutt’altre cose1. Ovviamente il Tribunale si guarda bene dal menzionare il fatto, purtroppo decisivo, che l’EFSA aveva, col suo parere del 12.9.2013, dichiarato che il dossier scientifico allegato dall’Italia alla propria richiesta alla Commissione di adottare una misura d’urgenza non conteneva alcun elemento scientifico nuovo tale da invalidare le conclusioni già precedentemente raggiunte dalla stessa EFSA, e che pertanto esso non giustificava l’emanazione di una misura d’urgenza.

Non c’è, evidentemente, molto altro da dire sull’ordinanza di Pordenone: il Giudice ha completamente omesso di considerare gli unici elementi rilevanti, e si è limitato a prendere, diciamo così, per oro colato le affermazioni dei tre Ministri nel preambolo del Decreto. In sostanza, Fidenato viene condannato perché ha violato un ordine dell’autorità, anche se quest’ordine è esso stesso illegittimo e in patente violazione delle norme comunitarie. Ma in uno Stato di diritto, gli unici ordini che si debbono rispettare sono quelli legittimi.

Come abbiamo visto più volte, purtroppo la strada verso il ristabilimento della legalità, in materia di Ogm, è tuttora lunga e piena di ostacoli: né potrebbe essere altrimenti, quando sono proprio il Governo e il Parlamento a dichiarare di non volere in alcun modo rispettare le norme comunitarie. Ci vuole, diciamo, molta ma molta pazienza.

(1) Esso infatti conclude che, in certi casi e in certi luoghi, può essere opportuno che vengano adottate delle misure di mitigazione del rischio per la coltivazione del mais Bt11 (al quale è assimilato il MON 810). Qui va subito notato che l’EFSA non dice affatto che si debbano modificare i criteri di valutazione del rischio: dice che, in certi  limitatissimi casi (precisamente, quando si coltiva il mais Bt11/MON 810 in prossimità di popolazioni di lepidotteri non-target che siano “estremamente sensibili” alla tossina del mais Bt11/MON 810 e sempreché la coltivazione del mais Ogm superi il 7,5% dell’area agricola utilizzata, altrimenti non c’è nessun problema), bisogna adottare delle misure di mitigazione del rischio: ad es., basta stabilire che il mais Ogm in tal caso non sia coltivato a meno di 20 metri di distanza dalle aree che contengono le popolazioni di lepidotteri “estremamente sensibili”, oppure che vi sia in mezzo una fascia dove è coltivato mais non-Ogm. L’EFSA, in altri termini, non sta affatto dicendo “dobbiamo rivedere i criteri di valutazione generale del rischio del mais Ogm, perché potrebbe essere più pericoloso di quel che si credeva per le larve di alcuni lepidotteri non-target”, ma sta dicendo: “come sappiamo e diciamo da tempo, in certi casi bisogna stabilire delle misure di mitigazione del rischio per evitare che certe larve di lepidotteri non-target vengano danneggiate”. Ma si tratta, come spiega ad nauseam la stessa EFSA, di rischi molto limitati, e che non giustificano misure generali, perché anche nel caso in cui esistano specie di lepidotteri a rischio, molte misure di mitigazione del rischio potrebbero rivelarsi eccessivamente onerose.
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Le fragili congetture del TAR

Maggio 20th, 2014
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martello-tribunale Il commento di Luca Simonetti alla sentenza del TAR al ricorso di Dalla Libera e Fidenato, mostra come ci siano ampi margini di miglioramento nella giurisdizione nazionale.

[Faccio una premessa: ero uno dei difensori di Silvano Dalla Libera – l’altro era Gabriele Pirocchi - nel giudizio concluso con la sentenza del TAR in commento. Perciò non sarò, temo, sempre obiettivo nel commentare la sentenza; e se vi sembra che qualche volta il tono del sottoscritto sia un po’ esacerbato, be’, è probabile che abbiate ragione.]

Ricorderete che con il Decreto interministeriale del 12 luglio 2013, i tre Ministeri della Salute, dell’Ambiente e delle Politiche agricole avevano vietato, per 18 mesi, la coltivazione del mais MON 810. In sostanza, il Decreto consisteva in una discreta versione italiana dell’analogo decreto francese del 16 marzo 2013, con alcune aggiunte di scarsa importanza; decreto che era già stato annullato dal Conseil d’Etat francese (con sentenza del 1 agosto 2013), a ciò confortato da conforme parere dell’EFSA del 7 maggio 2012 perché privo dei requisiti di urgenza di cui all’art. 54 del Regolamento CE n. 178/2002 (in sostanza, cioè, perché non sussistevano rischi evidenti di un danno grave alla salute o all’ambiente).
Si aggiunga a tutto ciò che il 29 marzo 2013 l’Italia aveva già comunicato alla Commissione UE (ai sensi del medesimo Regolamento n. 178/2002) la sua intenzione di adottare una misura di urgenza sul MON 810, e che la Commissione aveva già provveduto a richiedere all’EFSA un parere in merito alla fondatezza scientifica del dossier predisposto dall’Italia per giustificare l’emissione della misura d’urgenza. L’EFSA aveva a ciò provveduto con il proprio parere del 12 settembre 2013 (successivo cioè al Decreto), dichiarando che il dossier presentato dall’Italia non conteneva alcunché di nuovo, che quindi tutte le preoccupazioni ivi esposte erano già state prese in considerazione dall’EFSA nelle sue precedenti prese di posizione in merito alla sicurezza del MON 810 (che avevano sempre stabilito che non esisteva alcun motivo scientifico per vietare il prodotto in questione), e che di conseguenza non vi era alcuna ragione per rivedere le precedenti conclusioni a favore del MON 810.

A questo punto, vi starete sicuramente chiedendo come abbiamo fatto a perdere la causa: infatti, se il Decreto era identico a uno francese già cassato dal Giudice amministrativo francese, se l’EFSA si era già pronunciata negativamente sia sul dossier scientifico predisposto dall’Italia per giustificare il Decreto sia, in precedenza, su quello francese, e se, per soprammercato, l’EFSA non ha fatto altro, negli ultimi anni, che ripetere che il MON 810 era del tutto innocuo, come ha fatto il TAR a non annullare il Decreto? E’ una bella domanda, ma non è facile rispondere. Proviamo però almeno a capire cos’è successo. Per dirla molto in breve: si è parlato d’altro.

Gli argomenti che Dalla Libera (e Fidenato, difeso dall’avv. Longo, nella causa gemella che è stata discussa alla stessa udienza e decisa con identica sentenza in pari data) aveva addotto erano quelli esposti qua sopra: in sostanza, non sussistevano i motivi di manifesta gravità e urgenza richiesti dalle norme comunitarie invocate dai tre Ministeri per emanare una misura come quella prevista dal Decreto. Infatti, per poter procedere in via di urgenza, è necessario che sia manifesto che alcuni prodotti già autorizzati ai sensi della normativa comunitaria (se non fossero già stati autorizzati, infatti, il problema non si porrebbe neppure: il MON 810 non potrebbe essere commercializzato, stop) possano comportare gravi rischi per la salute umana, la salute animale o l’ambiente e che questi rischi siano immediati e urgenti (tali, cioè, da non consentire di attendere che su di essi si pronunci la Commissione). E si noti che, per giurisprudenza costante della Corte di Giustizia, il rischio non deve essere meramente ipotetico, ma dev’essere reale e fondato su dati scientifici nuovi (cioè, non presi in esame in precedenza) e attendibili. Posti questi presupposti (cioè, presenza manifesta di un rischio grave per la salute o l’ambiente, non meramente ipotetico ma risultante da dati scientifici nuovi e attendibili) lo Stato membro deve informare preventivamente la Commissione della sua intenzione, assieme a tutte le informazioni su cui si basa; se la Commissione non interviene nei termini previsti, lo Stato membro può allora adottare misure cautelari provvisorie. Così, l’Italia ha scritto alla Commissione, inviandole un dossier formato (in gran parte) di materiale identico a quello già utilizzato l’anno prima dalla Francia (e rigettato dal Conseil d’Etat, e ancor prima sbertucciato dall’EFSA); dopodiché, in attesa della pronuncia della Commissione, ha emanato il Decreto.

La controversia all’esame del Giudice amministrativo consisteva, quindi, essenzialmente nel verificare se esistessero i presupposti per la misura d’urgenza che l’Italia pretendeva applicare. Questo richiedeva un esame sommario delle evidenze scientifiche addotte dall’Italia; ma il lavoro era semplificato dal fatto che gran parte di questi dati erano già stati analizzati (e giudicati insufficienti) dall’EFSA e dal Conseil d’Etat francese tra il 2012 e il 2013, e poi integralmente rigettati nel settembre 2013 dall’EFSA (stavolta con riferimento all’istanza dell’Italia).

Ebbene, la discussione in udienza ha preso immediatamente una piega che sarebbe difficile non definire bizzarra: invece di discutere del dossier scientifico e degli argomenti a sostegno della misura di urgenza adottata col Decreto, il TAR ha voluto parlare delle vicende del procedimento di rinnovo dell’autorizzazione del MON810. Su questo punto si diffonde ampiamente anche la sentenza, che ne discetta per svariate pagine. Eppure si tratta di una questione che nulla aveva a che fare con l’oggetto del giudizio. Nessuno, infatti, né i Ministeri resistenti, né gli intervenienti, si è mai sognato di sostenere che il MON 810 non fosse validamente commercializzabile nell’UE per un vizio nel procedimento autorizzatorio o di rinnovo dell’autorizzazione. Invece il TAR si è dilungato sul punto, facendo notare che il MON 810, pur validamente commercializzato in forza della prima autorizzazione e della successiva notifica di Monsanto del prodotto come già esistente (art. 17 della Direttiva n. 2001/18), è tuttora soggetto a procedura di rinnovo della (prima) autorizzazione, sottolineando come, “a distanza di sette anni dalla presentazione della menzionata istanza di rinnovo, la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione”.

Il punto è, in realtà, del tutto irrilevante: la Commissione ci sta effettivamente mettendo un po’ troppo tempo, però la cosa non ha alcuna importanza, in assenza di nuovi dati scientifici che facciano presumere l’esistenza di rischi; e si noti – cosa che dovrebbe tagliare la testa al toro – che di fatto l’EFSA, che per legge è il soggetto che deve istruire la pratica di rinnovo dal punto di vista scientifico, si era già pronunciata (nel 2009) dando parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810. Ma proprio qui arriva il bello: secondo il TAR, infatti, l’EFSA “la quale aveva rilasciato nel 2009 un parere favorevole, successivamente … avrebbe assunto una posizione più articolata e problematica (pareri dell’8/12/2011; dell’11/12/2012 e del 13 dicembre 2013) prendendo in considerazione nuovi aspetti per la valutazione del rischio ambientale sulla base di criteri non presi in considerazione dal parere del 2009”.

Dunque, secondo il TAR, il ritardo nel rinnovo dell’autorizzazione non sarebbe dovuto a ragioni, diciamo così, estravaganti (e quindi prive di significato giuridico), come magari il carico di lavoro o, più verosimilmente, problemi di tipo ‘politico’, ma sarebbe dovuto al fatto che l’EFSA sta nel frattempo riesaminando i criteri in base ai quali aveva autorizzato prima, e poi nel 2009 nuovamente approvato, l’autorizzazione al MON 810.

Allora qui ci sarebbe innanzitutto da chiedersi: ammesso e non concesso che questo sia vero, dall’inerzia dell’EFSA (e della Commissione) che tipo di conclusioni bisognerebbe trarre? Se davvero l’EFSA da 5 anni sta riesaminando i criteri di valutazione già adottati per autorizzare il MON 810, ma ancora non ha concluso il suo riesame, e nel frattempo però si è guardata bene anche solo dall’accennare a una qualche pericolosità del MON 810 per la salute o l’ambiente, è davvero questo un motivo sufficiente per giustificare l’emissione di una misura di urgenza contro il MON 810? Le norme comunitarie parlano di rischi manifesti di danni gravi risultanti da dati scientifici nuovi e affidabili: davvero il fatto che l’EFSA da cinque anni sta ripensando i criteri di risk assessment sarebbe sufficiente per affermare che un rischio (nuovo, grave, manifesto) esiste? Non è che, fino al momento in cui i criteri di risk assessment verranno effettivamente modificati, il giudizio sul MON 810 vada eseguito in base ai criteri attualmente vigenti? Se non fosse così, tra l’altro, ne deriverebbe che, nelle more della riforma della normativa, persino dei prodotti già autorizzati e che, a norme vigenti, avrebbero tutto il diritto al rinnovo dell’autorizzazione, non potrebbero più circolare – il che è una autentica assurdità.
Intanto, però, andiamo a vedere se è vero che l’EFSA starebbe “ripensando” i criteri di valutazione del rischio e se davvero essa, dal 2009 ad oggi, avrebbe assunto “una posizione più articolata e problematica”, come pretenderebbe il TAR.

Intanto, dei tre pareri citati dal TAR, il terzo (quello di dicembre 2013) non esiste1. Gli altri due dicono tutt’altro.
Quello dell’11 dicembre 2012, sentite un po’, riferisce che l’EFSA ha analizzato tutte le pubblicazioni scientifiche serie (= pubblicate su riviste scientifiche peer reviewed) apparse dal tempo dell’autorizzazione al MON 810 in poi, e ha concluso che nessuna di esse “riportava nuove informazioni che possano invalidare le precedenti conclusioni sulla sicurezza del mais MON 810 assunte dal GMO Panel dell’EFSA. Pertanto, il Panel GMO dell’EFSA ritiene che le sue conclusioni precedenti in materia di valutazione del rischio sul mais MON 810, come pure le sue precedenti raccomandazioni sulle misure di mitigazione del rischio e di monitoraggio, rimangono valide e applicabili”. Niente, insomma.
L’altro, cioè quello del dicembre 2011, conclude che, in certi casi e in certi luoghi, può essere opportuno che vengano adottate delle misure di mitigazione del rischio per la coltivazione del mais Bt11 (al quale è assimilato il MON 810). Qui va subito notato che l’EFSA non dice affatto che si debbano modificare i criteri di valutazione del rischio: dice che, in certi limitatissimi casi (precisamente, quando si coltiva il mais Bt11/MON 810 in prossimità di popolazioni di lepidotteri non-target che siano “estremamente sensibili” alla tossina del mais Bt11/MON 810 e sempreché la coltivazione del mais Ogm superi il 7,5% dell’area agricola utilizzata, altrimenti non c’è nessun problema), bisogna adottare delle misure di mitigazione del rischio: ad es., basta stabilire che il mais Ogm in tal caso non sia coltivato a meno di 20 metri di distanza dalle aree che contengono le popolazioni di lepidotteri “estremamente sensibili”, oppure che vi sia in mezzo una fascia dove è coltivato mais non-Ogm. L’EFSA, in altri termini, non sta affatto dicendo “dobbiamo rivedere i criteri di valutazione generale del rischio del mais Ogm, perché potrebbe essere più pericoloso di quel che si credeva per le larve di alcuni lepidotteri non-target”, ma sta dicendo: “come sappiamo e diciamo da tempo2, in certi casi bisogna stabilire delle misure di mitigazione del rischio per evitare che certe larve di lepidotteri non-target vengano danneggiate”. Ma si tratta, come spiega ad nauseam la stessa EFSA, di rischi molto limitati, e che non giustificano misure generali, perché anche nel caso in cui esistano specie di lepidotteri a rischio, molte misure di mitigazione del rischio potrebbero rivelarsi eccessivamente onerose.

Per riassumere: non è vero che l’EFSA avrebbe espresso la necessità di rivedere i criteri di valutazione del rischio per il mais MON 810. Invece, l’EFSA – continuando a ribadire, nel 2009, nel 2010, nel 2011, nel 2012 e nel 2013, che il MON 810 non è pericoloso né per la salute né per l’ambiente – si è limitata a dire che è opportuno, in alcuni limitatissimi casi, che si prevedano misure di minimiizzazione del rischio per alcune specie di lepidotteri. Perciò, non è possibile che sia per questa ragione che la Commissione abbia omesso, finora, di concludere l’iter di rinnovo dell’autorizzazione del MON 810. E ancor più importante, quand’anche fosse questo il motivo, ripetiamolo, ciò non avrebbe nessuna conseguenza sul caso del Decreto: perché la legittimità o meno del Decreto nulla a che fare con l’iter di rinnovo dell’autorizzazione al MON 810 (che non solo è legittimamente commercializzato pur in pendenza della decisione sul rinnovo, ma anche perché, ricordiamolo, l’EFSA non solo ha dato parere favorevole al rinnovo, nel 2009, ma ha continuato a dichiarare il MON 810 innocuo anche negli anni successivi).

Ciò detto, torniamo alla sentenza. Questa scrive che l’autorizzazione originaria al MON 810 era stata data nel 1998, cioè in base a “una normativa superata da quella attualmente in vigore, tant’è che a distanza di ben sette anni dalla data di presentazione dell’istanza di rinnovo della suddetta autorizzazione nessuna decisione è stata adottata in merito dalla Commissione”. Qui dispiace far notare al TAR che 1) la normativa anteriore è identica, nella sostanza, a quella attualmente in vigore, e infatti il parere dell’EFSA del 2009 giunge alle medesime conclusioni di quello reso per l’autorizzazione originaria; 2) non è comunque questa la ragione per cui la Commissione, dal 2009 ad oggi, non si è ancora pronunciata sul rinnovo (e d’altronde, la Commissione non ha mica spiegato perché non si è ancora pronunciata; cosa facciamo, i processi alle intenzioni?); e infine 3) la cosa è comunque del tutto irrilevante. Anche se fosse vero che l’autorizzazione del 1998 sia stata emanata in forza di una normativa obsoleta (e si noti che non è affatto vero 3), rimane da verificare se ci siano o meno ragioni scientifiche nuove e affidabili che dimostrino l’esistenza manifesta di rischi gravi derivanti dalla coltivazione del MON 810. Di questo, e solo di questo, dovremmo parlare. Del resto, proprio in questo senso il Conseil d’Etat francese costituiva un precedente significativo: nella già citata sentenza, il Giudice transalpino aveva infatti chiarito che queste circostanze non possono considerarsi come quelle ragioni di urgenza che giustificano una misura interdittiva.

4) Il TAR aggiunge che “tale situazione di impasse è avvalorata dalla circostanza che l’EFSA, che è l’organo competente a dare il proprio parere sotto l’aspetto scientifico, se nel 2009 aveva dato parere positivo, tuttavia successivamente … si era pronunciata diversamente, tenendo conto anche di altri aspetti del rischio ambientale non tenuti presente nel parere del 2009”. Ma questo, come abbiamo visto sopra, è completamente errato: l’EFSA non si è affatto “pronunciata diversamente”, ma ha continuato a ripetere che il MON 810 è innocuo, che nulla in senso contrario è emerso nella letteratura scientifica, e che quanto ai famosi lepidotteri non-target basta adottare, nei soli rarissimi casi in cui la cosa è davvero necessaria, alcune anodine misure di contenimento del rischio, non diverse (e anzi, probabilmente meno onerose) di quelle che possono essere richieste da motivi di coesistenza. Anche su questo si era già limpidamente pronunciato il Conseil d’Etat.

5) Ci siamo fin qui? Bene. Guardate adesso la sbalorditiva conseguenza che ne ricava il TAR: “quindi, non può essere seriamente posto in dubbio che il diffondersi di culture di Mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare una situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”.
Insomma, secondo il TAR:
a) l’autorizzazione al MON 810 è stata data molto tempo fa, senza tener conto né di una normativa successiva più restrittiva, né
b) di rischi ambientali successivamente emersi;
c) questi rischi erano avvalorati dagli studi richiamati nel Decreto;
d) tutti questi fatti avevano precluso alla Commissione di procedere al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810; e pertanto
e) il diffondersi del MON 810 su queste basi rappresenta una situazione di pericolo tale da giustificare l’adozione del Decreto.
Si noti, come spero di aver già mostrato, che tutte le premesse, da a) fino a d), sono errate. La a), perché la normativa successiva non è più stringente, nella sostanza, della precedente; la b), perché nel frattempo non sono affatto emersi rischi ambientali nuovi (e se ci si riferisce alla questione dei lepidotteri non-target, essa in primis non è affatto nuova, e in secundis non è giudicata dall’EFSA abbastanza grave da richiedere una nuova valutazione del rischio, ma giustifica, semmai, solo l’adozione di puntuali e limitate misure di gestione); la c), perché gli studi richiamati nel Decreto non sono affatto nuovi, visto che la stessa EFSA, sia nel 2012 sia nel 2013, ha esplicitamente rilevato come essi richiamassero fatti già ben noti e già ripetutamente presi in esame dalla stessa EFSA nei suoi precedenti pareri; e infine la d), perché non è vero (o comunque, non è minimamente provato) che siano state queste ragioni a impedire alla Commissione di rinnovare l’autorizzazione al MON 810.

Ma quel che è veramente decisivo è un altro punto. E il punto decisivo è questo: che, anche se tutte le premesse a), b), c) e d) fossero vere (non lo sono, ma fingiamo per amor di discussione che lo siano), non ne seguirebbe comunque e), cioè non ne discenderebbe la liceità di una misura d’urgenza come il Decreto. Infatti, la misura d’urgenza richiede prove scientifiche nuove di danni gravi e manifesti alla salute o all’ambiente, e nessuna delle circostanze da a) a d), anche se fossero vere, può servire a questo scopo. Le vicende dell’autorizzazione al MON 810 e del suo rinnovo, a questo riguardo, sono del tutto irrilevanti. Il MON 810 è stato validamente autorizzato nel 1998 e continua validamente a essere commercializzato pur in pendenza della procedura di rinnovo; le ragioni del mancato rinnovo non possono servire a giustificare una misura d’urgenza come il Decreto, perché i presupposti d’adozione di questa misura sono completamente diversi, e attengono – come ormai si sarà capito – alla successiva emersione di nuovi e affidabili dati scientifici che dimostrino l’esistenza manifesta di gravi rischi alla salute e all’ambiente. Niente del genere è emerso; e dunque il Decreto è illegittimo.

La mia personale conclusione è semplicemente che il TAR, come peraltro già successo altre volte in analoghe occasioni, non se la sia sentita di dar torto al Governo su una questione così “sensibile” come il mais Ogm. Ma ci sono sempre dei giudici a Berlino! Auguriamoci, per il bene della giustizia, che l’appello di Fidenato al Consiglio di Stato venga accolto: la sentenza del TAR, come abbiamo appena visto, non ha né capo né coda.

Nella categoria: Luca Simonetti, News, OGM & Aspetti legali

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