Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-settings.php on line 512 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-settings.php on line 527 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-settings.php on line 534 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-settings.php on line 570 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-includes/cache.php on line 103 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-includes/query.php on line 61 Deprecated: Assigning the return value of new by reference is deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-includes/theme.php on line 1109 Deprecated: Call-time pass-by-reference has been deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-content/plugins/newsletter/plugin.php on line 910 Deprecated: Call-time pass-by-reference has been deprecated in /web/htdocs/www.salmone.org/home/wp-content/plugins/newsletter/plugin.php on line 910 Luca Simonetti | Salmone.org

Il decreto interministeriale del 12 luglio 2013

Luglio 17th, 2013
Post2PDF Versione PDF | 8 Comments

Ed eccoci all’ultimo atto (per ora) della guerra tra il Governo italiano e gli Ogm: il 12 luglio scorso tre Ministri (quello della Salute, quello dell’Agricoltura e quello dell’Ambiente) hanno congiuntamente firmato un decreto che vieta su tutto il territorio nazionale la coltivazione di mais MON 810, divieto che dovrebbe, nelle intenzioni, restare in vigore “fino all’adozione di misure comunitarie di cui all’art. 54.3. del Regolamento CE 178/2002” e comunque non oltre 18 mesi.

Il decreto si muove (come recitano esplicitamente i suoi Considerando) sul solco di una analoga mossa del Governo francese, senz’altro il leader del movimento anti-Ogm all’interno dell’UE: quest’ultimo, il 16.3.2012, ha appunto invocato l’art. 54 del Regolamento 178/2002. Scrivo “sul solco” a ragion veduta: il testo del decreto del Ministro francese è letteralmente riprodotto (in una discreta versione italiana) nei “Considerando” del decreto in commento, con alcune aggiunte minori, così confermando (se mai ce ne fosse bisogno) che quel che i politici italiani difettano in originalità, compensano abbondantemente  con la diligenza.

Il Ministro francese era ricorso all’art. 54 del Regolamento 178/2002, diciamo così, per disperazione. Infatti, dopo averle provate letteralmente tutte per bloccare il mais MON 810, infine, all’ultimo coniglio tirato fuori dal cappello francese la Corte di Giustizia, con la sentenza dell’8.9.20011 nelle cause riunite da C-58/10 a C-68/10, aveva stabilito che il MON 810 non poteva esser assoggettato, da parte di uno Stato membro, alle misure di sospensione o divieto provvisorio ai sensi dell’art. 23 della Direttiva 2001/18, mentre poteva esserlo alle misure assunte ai sensi dell’art. 34 del Regolamento 1829/2003. Quest’ultima norma richiama per l’appunto l’art. 534 del Regolamento 178/2002.

Per esprimermi in maniera un po’ meno criptica, vi dirò che l’art. 34 del Regolamento 1829/2003 prevede che, qualora sia “manifesto” che “prodotti autorizzati dal presente regolamento o conformemente allo stesso possano comportare un grave rischio alla salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente“, si possono adottare delle misure in base alla procedura prevista dagli artt. 53 e 54 del Regolamento 178/2002. Notiamo quindi anzitutto che si deve trattare a) di un grave rischio per la salute o per l’ambiente e b) di un rischio  manifesto, cioè evidente, vistoso, inequivocabile.

Gli artt. 53 e 54 del Regolamento 178/2002 prevedono due distinte procedure per le c.d. “situazioni di emergenza”. L’art. 53 prevede che - “quando sia manifesto che alimenti o mangimi di origine comunitaria o importati da un paese terzo possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente“: come vedete, si tratta degli stessi requisiti di cui all’art. 34 - a muoversi sia la Commissione, e di conseguenza questa non ci interessa qui (la Commissione non ci pensa neanche a intervenire). L’art. 54 prevede che se uno Stato membro informa “ufficialmente” la Commissione circa la “necessità di adottare misure urgenti” ai sensi dell’art. 53 (quindi: manifesto grave rischio alla salute o all’ambiente, e in più l’urgenza di provvedere) e la Commissione rimane inerte, lo Stato in questione “può adottare misure cautelari provvisorie“, informandone immediatamente gli altri Stati e la Commissione. Quest’ultima dovrebbe affrontare la questione nei 10 giorni successivi, ma lo Stato membro può tenere in vigore le proprie misure cautelari provvisorie fino all’adozione delle misure comunitarie. E il Governo italiano aveva appunto informato la Commissione (con nota del 2.4.2013) della necessità di adottare misure di emergenza ai sensi dell’art. 53 del Regolamento 178/2002.

Possiamo dunque dire che, formalmente, tutto è a posto: il decreto francese, e adesso quello italiano, rispettano la procedura prevista dai due Regolamenti.

Ma ricorrono anche tutti i presupposti giuridici sostanziali per applicare delle misure, sia pure “provvisorie”, gravi come un divieto su tutto il territorio nazionale della coltivazione di un seme come il mais MON 810, già autorizzato dall’UE?

Francamente no, non sembra. Il Ministero italiano richiama, per giustificare il rischio grave e manifesto per la salute e l’ambiente, nell’ordine:

1) il fatto che il MON 810 è stato autorizzato nel 1998, in base a un quadro normativo che era diverso e meno stringente di quello attuale (ma poi l’autorizzazione è stata rinnovata nel 2009 in base a un parere favorevole dell’EFSA);

2) il fatto che il Consiglio dell’UE, nel dicembre 2008 (quindi, prima del rinnovo dell’autorizzazione del MON 810…) ha sostenuto che le procedure di valutazione del rischio ambientale degli OGM dovrebbero essere rafforzate;

3) il fatto che l’EFSA ha pubblicato nel 2010 nuove linee guida che sono in corso di discussione tra Commissione e Stati membri;

4) il fatto che nel parere dell’8.12.2011 sul mais BT11, l’EFSA avrebbe concluso che questo mais “impatti in relazione all’acquisizione di resistenze da parte di parassiti e sulla popolazione di lepidotteri sensibili” e che queste conclusioni siano applicabili anche al MON 810; questo vorrebbe dire che, in base al parere dell’EFSA, il MON 810 è “chiaramente suscettibile di presentare un grave rischio per l’agrobiodiversità in assenza di misure di gestione in grado di limitare questo rischio”; però, nessuna misura di gestione del genere è stata prevista per il MON 810;

5) il fatto che, a seguito della nota del Governo italiano, la Commissione non ha adottato “alcuna azione al fine di cambiare le condizioni della messa in coltura del MON810 per imporre l’attuazione di misure di gestione necessarie per la protezione dell’ambiente raccomandate dall’EFSA”;

6) il fatto che il decreto del Ministro francese del 2012 è ancora in vigore;

7) il fatto che ci sarebbero altri rischi non considerati dal parere dell’EFSA sul BT11 (mancherebbe una valutazione “sugli effetti sub-letali” e inoltre uno studio recente dell’Istituto federale di tecnologia di Zurigo conferma che la tossina Cry1Ab “aumenta la mortalità delle larve di coccinella; il dossier del CRA menzionerebbe evidenze successive al 2009 sugli effetti nocivi del MON 810; il parere ISPRA del 30.4.2013 conclude che il MON810 sarebbe pericoloso per le “popolazioni di lepidotteri non target” e “non escludono” la possibilità di “impatto negativo sugli organismi acquatici sensibili alle tossine Cry1Ab”).

Sulla base di questi dati, il decreto conclude che “è urgente, dato il protrarsi della stagione di semina” adottare le misure temporanee.

Il sottoscritto non è uno scienziato e dunque non si azzarderà a dire quel che pensa delle giustificazioni “scientifiche” (le virgolette, però, ce le metto) addotte dai tre Ministri. Mi limito a rilevare che il parere dell’EFSA sul BT11 dice tutt’altro (cioè dice che solo quando ci sia davvero un pericolo per lepidotteri altamente sensibili allora occorrerà adottare misure gestionali; inoltre, queste misure non sono necessarie quando il mais BT coltivato è meno del 7,5% dell’area coltivata; e infine, che “misure gestionali” possono e devono essere adottate anche dalle Autorità statali, non necessariamente da quelle comunitarie, e d’altronde  non dovrebbero affatto equivalere a vietare tout court la coltivazione del mais BT), e che i punti 2), 3), 5) e 6) di cui sopra sono del tutto privi di rilevanza. Soprattutto, è abbastanza chiaro che i rischi (i) non sono affatto manifesti e (ii) non sono affatto urgenti (anche perché, se ci fosse davvero stata urgenza, allora il decreto sarebbe stato da adottare all’inizio della stagione di semina, non alla fine).

Quali saranno gli effetti del decreto? E’ abbastanza prevedibile che la Commissione e l’EFSA negheranno l’esistenza dei presupposti per la normazione d’urgenza; ma fino a quel momento - che potrebbe non essere prossimo: non si sa ancora, per es., se la Commissione abbia o meno replicato al Governo francese - il decreto resta valido e vincolante. Certo, si può decidere di ignorarlo nella speranza che il Giudice di turno decida di disapplicare la norma italiana, o si potrà direttamente impugnare dinanzi al TAR il decreto stesso invocando la violazione delle norme comunitarie da esso stesso invocate; ma non sembra una strada velocissima (probabilmente, arriverebbe prima la reazione della Commissione). C’è pure da chiedersi, ed è una questione molto interessante, cosa accade nel frattempo dei campi di mais Ogm già seminati (come quello di Giorgio Fidenato). Sembra chiaro che il decreto dovrebbe avere applicazione solo dopo la sua entrata in vigore, visto che la legge (e a maggior ragione, quindi, un atto amministrativo come un decreto ministeriale) dispone solo per l’avvenire; d’altronde non c’è dubbio che quando il mais è stato seminato, prima cioè dell’entrata in vigore del decreto, la semina era perfettamente lecita, dunque anche eventuali provvedimenti di confisca o sequestro ai danni del mais già seminato sembrerebbero, almeno a prima vista, del tutto abusivi.

Infine, inutile commentare, di nuovo, il patetico bailamme di tutti gli anti-Ogm della politica, della carta stampata e del business che plaudono alla “legalità ripristinata” a proposito di un atto amministrativo che è in stridente contrasto proprio con la legalità. Ognuno ha la cultura e la politica che si merita e noi, evidentemente, questo e non altro ci meritiamo.

http://www.legifrance.gouv.fr/affichTexte.do?cidTexte=JORFTEXT000025525099 (il decreto francese)

http://www.efsa.europa.eu/it/search/doc/2478.pdf (il parere EFSA sul BT11)

http://www.efsa.europa.eu/it/efsajournal/doc/2193.pdf (linee guida EFSA)

Nella categoria: Luca Simonetti

Ordinanza UE sul caso Fidenato

Giugno 7th, 2013
Post2PDF Versione PDF | 14 Comments

La recente pronuncia della Corte UE nel caso Fidenato (Ordinanza 8.5.2013) è di particolare interesse in quanto giunge, per dir così, a chiudere il cerchio delle possibilità residue, per il MIPAF, di impedire la coltivazione di mais OGM già autorizzato a livello comunitario ed iscritto al Catalogo comune.

Come forse ricorderete, circa un anno fa (con sentenza del 6.9.2012; ne avevamo parlato qui : http://www.salmone.org/la-corte-europea-fa-giustizia-dei-divieti-agli-ogm/) la Corte UE si era pronunciata su un ricorso in via pregiudiziale da parte di Pioneer. In quel caso, il Consiglio di Stato aveva chiesto alla Corte UE, in relazione alla famosa autorizzazione alla messa in coltura di cui all’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001, di chiarire (a) se la messa in coltura di varietà OGM già autorizzate a livello UE e iscritte nel Catalogo comune potesse essere assoggettata a una (nuova) procedura nazionale di autorizzazione e (b) se l’art. 26-bis della Direttiva n. 2001/18 consentisse a uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura di OGM “nelle more dell’adozione di misure di coesistenza”. La Corte aveva risposto di no ad entrambi i quesiti: da una parte, una volta autorizzata a livello comunitario, il governo nazionale (nel nostro caso, l’Italia) non può sottoporre la coltura OGM a una nuova procedura di autorizzazione; dall’altra, l’Italia non può nemmeno vietare in via generalizzata la coltivazione di OGM già autorizzati in attesa dell’emanazione di norme di coesistenza: o le emana, e allora le applica per i loro propri fini (tra i quali non rientra certo un divieto generalizzato di coltivazione), oppure, se ne ricorrono i presupposti, userà gli altri strumenti previsti dal diritto comunitario, vale a dire, fondamentalmente, invocherà una clausola di salvaguardia. Ma non può nascondersi dietro alla mancata adozione dei piani di coesistenza.

Tuttavia, rimaneva inevaso un dubbio: non è che l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 possa esso stesso essere considerato come una misura di coesistenza? In altre parole, non sarà che la richiesta di un nuovo procedimento autorizzatorio si possa giustificare in base alla necessità di verificare, di volta in volta, i presupposti per garantire la coesistenza tra coltivazioni OGM e non-OGM? Il dubbio in realtà non avrebbe ragione di esistere, epperò la sostanziale ambiguità del testo normativo (ricordiamo che l’art. 1.2 del D.Lgs. n. 212/2001 prevede che l’autorizzazione alla messa in coltura stabilisca, tra le altre cose, “misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali”, dunque parla esplicitamente anche di coesistenza) giustifica in qualche modo una richiesta di chiarimento.

Nel nostro caso, il Tribunale penale di Pordenone, che deve giudicare Giorgio Fidenato per il reato di cui al medesimo D. Lgs. n. 212/2001 (art. 1.6), cioè per aver messo a coltura mais OGM senza aver prima richiesto e ottenuto la predetta autorizzazione, si è trovato perplesso tra due pronunzie non proprio concordanti. Da un lato, la sentenza Pioneer (già citata), per cui uno Stato membro non può pretendere nuovamente di autorizzare la coltivazione di varietà OGM già autorizzate a livello comunitario. Dall’altro, la Cassazione penale che (con la sentenza del 15.11.2011, proprio contro Fidenato: ne avevamo parlato qui) ha ritenuto che chi coltiva mais Ogm senza la prescritta autorizzazione del MIPAF commette reato. Il Tribunale di Pordenone ha quindi pensato di tirarsi fuori dal contrasto chiedendo alla Corte UE di chiarire, in via pregiudiziale, 1) se l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 sia o meno in contrasto con la normativa comunitaria, e 2) se uno Stato membro, nello stabilire che le coltivazioni OGM sono soggette ad una autorizzazione che sia anche “specificamente volta a tutelare il principio di coesistenza”, possa farlo anche nel caso di OGM già autorizzati a livello UE.

La Corte non solo risponde negativamente a entrambe le questioni, ma ritiene per di più che i principi necessari per rispondere ad esse fossero già contenuti nella sentenza Pioneer, sicché pronuncia non una sentenza ma una semplice ordinanza. Essa spiega che il diritto dell’UE consente sì agli Stati membri di disporre misure di coesistenza e in tale modo di limitare o escludere sul proprio territorio la coltivazione di varietà OGM, ma a condizione di emanare effettivamente dette misure: non è invece legittimo opporsi alla coltivazione nelle forme di una autorizzazione alla messa in coltura di OGM, perché una siffatta procedura di autorizzazione non può costituire una misura di coesistenza. La procedura di autorizzazione, in realtà, è per la Corte intrinsecamente e radicalmente in contrasto con la normativa UE, e dunque è puramente e semplicemente illegittima; non c’è modo di “salvarla” interpretandola come una misura volta esclusivamente a determinare le modalità di coesistenza.

Cosa succederà ora? Di certo, a parte gli effetti immediati per la posizione penalistica di Fidenato (che a questo punto davvero non si riesce a capire come possa venir condannato), lo spazio a disposizione per impedire la semina di mais OGM si riduce notevolmente. Sia la sentenza Pioneer sia l’ordinanza Fidenato sono assai chiare: la procedura di autorizzazione ex D. Lgs. n. 212/2001 è illegittima, punto e basta. Da questo momento in poi, chi voglia seminare mais OGM (purché già autorizzato a livello UE, beninteso!) potrà farlo e dovrà chiedere nient’altro che le normali autorizzazioni necessarie a chiunque voglia seminare una varietà ‘tradizionale’. Quindi le tattiche dilatorie e defatiganti adottate negli ultimi anni dal MIPAF parrebbero ormai essere state messe in scacco, grazie al combinato disposto delle pronunzie ottenute da Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato (e dai rispettivi avvocati). A questo punto, è probabile che l’ultima battaglia – in attesa di eventuali decisioni che potrebbero giungere dalla UE – si combatterà dalle parti della clausola di salvaguardia (come sembra doversi dedurre dalle recentissime vicende parlamentari, che commenteremo prossimamente).

Nella categoria: Luca Simonetti, OGM & Aspetti legali

Commento alll’ultima sentenza su Silvano Dalla Libera

Marzo 11th, 2013
Post2PDF Versione PDF | 8 Comments

Di seguito il commento di Luca Simonetti, all’ultima sentenza (vittoriosa) di Silvano Dalla Libera

Con la recente sentenza del TAR del Lazio (n. 2022/2013 del 25.2.2013), c’è stata l’ennesima vittoria sul MIPAF da parte di Silvano Dalla Libera (assistito come sempre dall’Avv. Gabriele Pirocchi, che a questo punto deve essere visto al MIPAF come una specie di spauracchio - ma forse l’ho già scritto). E’ una sentenza davvero molto semplice da commentare.

Ricordate la vicenda delle autorizzazioni alla semina di mais GM per l’anno 2012? Chi l’ha mandata, ha ricevuto dal MIPAF una graziosa letterina con cui si richiedeva una serie di informazioni, per lo più irrilevanti o già in possesso dell’Amministrazione, e che avevano il solo scopo di prendere tempo e ritardare il più possibile la pronuncia sull’istanza dell’agricoltore (”rappresentando l’impossibilità della prosecuzione del procedimento” in mancanza di risposta).

A differenza di molti altri agricoltori, Dalla Libera si era però mosso assai per tempo, trasmettendo al MIPAF la propria richiesta di autorizzazione già in data 7.2.2012. Decorso il termine di 30 giorni per la conclusione del procedimento, quindi, Dalla Libera ha impugnato il silenzio del Ministero sull’istanza, ne ha chiesto l’annullamento perché in contrasto con le norme italiane e europee, chiedendo altresì il risarcimento del danno derivante dalla mancata semina di mais GM e dalla necessità di seminare mais non modificato, meno redditizio e più costoso.

Cosa è successo a questo punto? E’ successo che al MIPAF sono pervenute altre richieste di semina e il Ministero, in preda a un comprensibile allarme, nel tardo giugno 2012 ha pensato bene di inviare a tutte le aziende richiedenti la letterina di cui sopra. A tutti, anche a Dalla Libera. Il problema però è che a Dalla Libera la letterina è arrivata il 6.7.2012, cioè ben oltre il termine per la conclusione del procedimento sulla domanda di autorizzazione (che scadeva il 10 marzo: vedi appresso). A questo punto, Dalla Libera propone motivi aggiunti e impugna anche la lettera del MIPAF.

Il TAR comincia chiarendo che la lettera del MIPAF non è l’atto conclusivo del procedimento autorizzatorio, ma è solo un atto endoprocedimentale, cioè un atto che possiede un’efficacia solo nell’ambito del procedimento amministrativo e ivi si esaurisce. Come tale, non potendo materialmente danneggiare alcuno, esso non è autonomamente impugnabile. Invece, è impugnabile il silenzio sull’istanza di autorizzazione, e il TAR dice subito che il ricorso di Dalla Libera, a questo riguardo, è fondato. Nel caso dell’istanza di autorizzazione ex art. 2.1 del D.Lgs. n. 212/2001, il termine di conclusione del procedimento è quello generale di 30 giorni previsto dalla L. n. 241/1990, art. 2.

Cosa ne deriva? Ne deriva che, al momento dell’arrivo della letterina del MIPAF, il termine per provvedere era già decorso, sicché la richiesta di ulteriori informazioni - ammesso che potesse avere efficacia sospensiva del termine - era tardiva.

Il rimedio che il TAR ritiene di poter concedere a questo tipo di interesse del ricorrente è l’ordine, rivolto al MIPAF, di concludere il procedimento entro 30 giorni dalla comunicazione o notificazione della pronuncia. Quindi, entro breve tempo il MIPAF dovrà comunicare a Dalla Libera se autorizza, o meno, la semina, in entrambi i casi motivando la sua decisione. Quanto alla richiesta di danni, il TAR ha pilatescamente concluso che essa andasse respinta, “non essendo stata accertata la fondatezza della pretesa sostanziale”: e siccome questa pretesa potrà essere accertata solo all’esito del procedimento amministrativo di autorizzazione. La questione dei danni, quindi, è rinviata. Del resto, visto che ben difficilmente un’autorizzazione per la semina nel 2012 potrà avere alcuna utilità nel corso del 2013, alla fin fine solo di danni si andrà a parlare.

Che insegnamenti trarre da questa pronuncia? Il primo è che la strada verso la piena attuazione delle norme comunitarie in materia di Ogm, in Italia, è ancora lunga: e soprattutto, che l’attuazione non verrà da sé. Come gli sforzi di Dalla Libera ed altri stanno a dimostrare, il Governo e le Regioni continueranno a frapporre ostacoli delle più varie specie, finché non verranno materialmente costretti a consentire la coltivazione, oppure finché non verranno sepolti da valanghe di richieste di risarcimento danni. E una delle armi a disposizione degli agricoltori consiste nel fatto che i termini imposti al MIPAF per rispondere sono molto brevi: una ondata coordinata di istanze, inviate al MIPAF con ragionevole preavviso rispetto alla data della semina, potrebbe mettere il Governo in serissime difficoltà.

Il secondo insegnamento da trarre è che la strada più razionale per agire è proprio l’ultima: attrezzarsi fin d’ora per potere, allo scadere dei termini, richiedere danni per milioni di Euro allo Stato e alle Regioni. Non è una bella prospettiva, per chi continua a nutrire la giusta pretesa di vivere in uno Stato di diritto: ma purtroppo è la verità.

Nella categoria: Luca Simonetti

Commento alla richiesta d’informazioni della Commissione

Gennaio 21st, 2013
Post2PDF Versione PDF | 8 Comments

Dunque accade che la Repubblica Italiana si è vista recapitare, da parte della Commissione UE, una richiesta di informazioni circa l’applicazione in Italia delle Direttive 2001/18 e 2002/53 nonché del Regolamento n. 1829/2003. Se le spiegazioni dell’Italia non risulteranno convincenti, la Commissione potrà, se lo ritiene, avviare una procedura d’infrazione: vale a dire, la Commissione indicherà all’Italia cosa deve fare per adempiere ai suoi obblighi comunitari (cioè per applicare correttamente gli strumenti comunitari citati), imponendole di adeguarsi entro un certo termine; se l’Italia non lo fa, la Commissione può citarla davanti alla Corte di Giustizia, la quale, se accoglie il ricorso della Commissione, ordinerà all’Italia di adempiere, irrogandole anche una multa in caso di ritardo.

Il  tutto muove da una denuncia di Giorgio Fidenato, il quale, nel raccontare alla Commissione la sua pazzesca vicenda giudiziaria, ha puntato in particolare il dito contro l’art. 1 del D.lgs. n. 212/2001 (quello che richiede l’autorizzazione per la coltivazione di sementi gm) e la Legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011 (che, all’art. 2, vieta sul territorio della Regione la coltivazione di OGM.

La richiesta di informazioni ricapitola il quadro normativo comunitario sugli Ogm, alla luce della sentenza del 2012 della Corte di Giustizia sul caso C-36/11, Pioneer Hi Bred Italia, tutte cose che i lettori di Salmone già ben conoscono.

In sostanza, secondo la Commissione (ed è difficile darle torto), per quel che riguarda la valutazione del rischio dei prodotti Gm per la salute e l’ambiente, essa spetta all’autorità comunitaria e risulta già compiuta nel momento in cui il prodotto stesso viene autorizzato  ai sensi del Regolamento 1829/2003 oppure viene iscritto al Catalogo comune europeo ai sensi della Direttiva 2002/53. Siccome questo è proprio il caso del mais MON 810 (che è l’unico che interessa nel caso di Fidenato), ne segue, come ha statuito la Corte nella sentenza citata, che l’Italia non può pretendere di sottoporre nuovamente il medesimo mais Ogm a una procedura di autorizzazione “fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente“.

La Commissione ricorda peraltro che esistono tre eccezioni, riconosciute dal diritto comunitario, ricorrendo le quali un singolo Stato può vietare o limitare la coltivazione di Ogm. I tre casi sono i seguenti:

a) Le misure d’emergenza ex art. 34 del Regolamento 1829/2003, che presuppongono un grave rischio per la salute o per l’ambiente. Siccome, dice la Commissione, l’Italia mai ha notificato alcunché del genere all’UE, se ne deve dedurre che “l’Italia non ha adottato misure d’emergenza in relazione al MON 810 ai sensi dell’art. 34 del Reg. 1829/2003“. Conclusione che mi pare irrefutabile (anche perché i rischi in questione, come tutti sanno, non esistono).

b) Le restrizioni all’uso o alla commercializzazioni ai sensi della Direttiva 2002/53. Qui si richiamano gli artt.  16 e 18, che consentono a uno Stato di vietare in tutto o in parte la coltivazione o commercializzazione di Ogm se è accertato che la varietà in questione possa nuocere ad altre coltivazioni; se ci sono prove scientifiche che indicano che la varietà Ogm non è adatta alla coltivazione nello Stato per le sue caratteristiche geografiche; oppure se lo Stato ha altri motivi validi per ritenere che la varietà Gm in questione presenti rischi per la salute o l’ambiente. Anche qui la Commissione giunge alla conclusione che l’Italia, non avendo presentato alla Commissione alcuna domanda in merito a dette norme, non ha adottato alcune misura del genere autorizzato dalla Direttiva 2002/53. E anche qui, mi sembra difficile dissentire.

c) Infine, ci sono le misure di coesistenza, autorizzate dall’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, che tuttavia possono, sì, restringere, e persino vietare in parte, la coltivazione di Ogm, ma - secondo la sentenza della Corte di Giustizia - “solo per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate in osservanza della loro finalità“. Il che vuole dire, 1) che lo Stato membro non può invocarla a vanvera (cioè al mero scopo, non già di garantire la coesistenza, ma di vietare tout court la coltivazione di Ogm), e 2) che non può sospendere o vietare la coltivazione di Ogm in attesa della futura emanazione di misure di coesistenza, dato che adottarle o meno è una facoltà, ma non un obbligo, dello Stato. Su questo, la Commissione non trae alcuna conclusione in merito all’atteggiamento dell’Italia. Allora aggiungiamo noi che l’Italia non ha mai adottato misure di coesistenza, né a livello statale né a livello regionale; tuttavia, una legge regionale (cioè per l’appunto la famigerata legge del Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011) ha invocato l’art. 26-bis, peraltro - ad avviso di chi scrive - a vanvera (vedi sotto).

A questo punto, la Commissione fa sei domande (in corsivo qui di seguito)  all’Italia:

A) l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 è ancora in vigore? E qui la risposta non può che essere positiva: l’articolo non è stato ancora abrogato, e bisognerà vedere come i giudici italiani lo interpreteranno a seguito della sentenza della Corte di Giustizia. Poi la Corte chiede come mai detta norma non è stata notificata alla Commissione: la domanda però a me pare bizzarra, dato che  mi risulta, al contrario, che il d.lgs. 212/2001 sia stato notificato.

B) le autorità italiane continuano ad applicare l’art. 1 del d.lgs. n. 212/2001 anche dopo la sentenza della Corte di Giustizia del 2012? E qui la risposta è: non si sa. Ancora non mi risulta vi siano state applicazioni.

C) a seguito della sentenza della Corte del 2012, le autorità italiane intendono  modificare il d.lgs. n. 212/2001 o le altre norme rilevanti per assicurare ottemperanza alla sentenza? E qui la risposta non può che essere: buona questa!

D) l’art. 1 del d.lgs. n. 224/2003 è ancora in vigore? E qui la risposta è: sì. Poi la Commissione chiede se la disposizione in esame sia stata notificata; e qui, ancora una volta, confesso il mio sconcerto (la disposizione mi risulta sia stata notificata eccome). Poi si chiede la sua rilevanza ai fini che ci interessano. La mia risposta:  non c’entra granché (il d.lgs. 224/2003 è un’attuazione della Direttiva n. 2001/18, ma non riguarda l’ulteriore autorizzazione alla coltivazione, di cui si controverte nel caso Fidenato).

E) la legge regionale n. 5/2011 della Regione Friuli/Venezia Giulia è ancora in vigore? Risposta: sì. E’  stata notificata alla Commissione? Risposta: mi risulta di no. In che senso questa legge è rilevante ai fini della coltivazione Ogm? Risposta: semplice, è un divieto totale alla coltivazione di Ogm nel territorio regionale, asseritamente in base all’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, quindi in quanto misura di coesistenza.  Dovrebbe pertanto ritenersi inefficace (perché non notificata alla Commissione), invalida (perché in contrasto con la normativa comunitaria, come interpretata, da ultimo, dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 2012), sempre che sia conforme ai principi costituzionali del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.

F) infine la Commissione chiede ragguagli in merito alle vicende giudiziarie di Fidenato. Su questo punto è da osservare che, sebbene in linea di principio la giurisdizione penale dell’Italia sia sovrana e non soggetta a scrutinio comunitario, tuttavia appare abbastanza chiaro che una sanzione penale non dovrebbe essere irrogata a un cittadino italiano per aver violato una norma interna in contrasto con le norme comunitarie: e questo è proprio il caso di Fidenato. Vero è che detta conclusione discende dai principi di diritto nazionale (in particolare dal principio di offensività della norma penale), più che da principi comunitari; tuttavia sono molto curioso di sapere cosa risponderà l’Italia.

Sempre che, ovviamente, l’Italia decida di rispondere. Finora, l’Italia si è rigorosamente limitata a guadagnare tempo facendo finta di nulla. Scommetto my two cents su quest’ultima via d’uscita.  Tanto, di qui alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia, chissà cosa sarà successo, e  soprattutto, chi sarà stato al Governo.

Nella categoria: Luca Simonetti

La Corte Europea fa Giustizia dei divieti agli OGM

Settembre 14th, 2012
Post2PDF Versione PDF | 152 Comments

La tanto attesa sentenza della Corte di Giustizia sul caso Pioneer vs MIPAAF è uscita da meno di una settimana eppure, benché nel silenzio assordante dei giornali italiani di prima fascia, già si sono sentiti i commenti più strampalati: dalla Coldiretti che sostiene che nulla cambia e il “divieto di piantare OGM rimane in vigore”[1], alla C.I.A. secondo cui l’UE deve finalmente dotarsi di “norme chiare”[2]. Vediamo quindi di capire, esattamente, di che si tratta.

La causa viene da un rinvio del Consiglio di Stato, di fronte al quale Pioneer, che aveva richiesto al MIPAAF di autorizzare la messa a coltura di alcune varietà di mais MON 810 e si era vista rispondere di non poter procedere all’istruttoria della richiesta “nelle more dell’adozione, da parte delle regioni, delle norme idonee a garantire la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e transgeniche“, aveva impugnato detto provvedimento. Il Consiglio di Stato, comprensibilmente stufo di vedersi di fronte da anni sempre le stesse questioni, ha deciso di vederci chiaro una buona volta e ha sospeso il processo, sottoponendo alla Corte UE la seguente questione pregiudiziale:

Se, qualora lo Stato membro abbia ritenuto di subordinare il rilascio dell’autorizzazione alle coltivazioni di OGM, ancorché iscritti nel catalogo comune, a misure di carattere generale idonee a garantire la coesistenza con colture convenzionali o biologiche, l’art. 26 bis della Direttiva 2001/18, letto alla luce della raccomandazione del 23.7.2003 e della sopravvenuta raccomandazione del 13.7.2010, debba essere interpretato nel senso che, nel periodo antecedente l’adozione delle misure generali:

  • l’autorizzazione debba essere rilasciata, avendo ad oggetto OGM iscritti nel catalogo comune;
  • ovvero, l’esame dell’istanza di autorizzazione debba essere sospeso in attesa dell’adozione delle misure di carattere generale;
  • ovvero, l’autorizzazione debba essere rilasciata, con le prescrizioni idonee ad evitare nel caso concreto il contatto, anche involontario, delle colture transgeniche autorizzate con le colture convenzionali o biologiche circostanti“.

Ad aprile, l’Avvocato Generale aveva depositato le proprie conclusioni, che sono state poi sostanzialmente seguite dalla Corte.

Come al solito, la Corte inizia con una diligente rassegna delle norme comunitarie e nazionali in vigore. Innanzitutto, il MON 810 di cui si controverte è autorizzato nell’UE su due basi: 1) si tratta di “prodotti esistenti” ai sensi dell’art. 20 del Regolamento 1829/2003, e inoltre 2) si tratta di prodotti iscritti nel catalogo comune di cui alla Direttiva 2002/53. A livello italiano, invece, le norme rilevanti sono: 1) l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001, che richiede un’autorizzazione del MIPAAF per le richieste di messa a coltura di sementi OGM, e 2) l’art. 8 del  D.L. n. 279/2004, che vietava, fino alla adozione dei piani di coesistenza, le colture transgeniche a scopo commerciale. Quest’ultima norma è stata dichiarata incostituzionale con sentenza C.Cost. n. 116/2006. Da notare che il MIPAAF (con la circolare del 31.3.2006, n. 269) ha sostenuto che il divieto di coltivazioni OGM restasse in piedi, nonostante la pronuncia di incostituzionalità; ma la Corte UE ha trascurato del tutto la questione dell’inidoneità di una circolare ministeriale (che notoriamente non è fonte di legge) a tenere in piedi una norma dichiarata incostituzionale, e dunque ha ragionato come se il divieto generalizzato fosse tuttora in vigore: il che non è corretto ma, come vedremo, ha indotto la Corte a enunciare un interessante principio di diritto.

Così ricostruita la base normativa, la Corte passa a rispondere ai quesiti del Consiglio di Stato. Innanzitutto, una volta che un prodotto OGM sia stato autorizzato, o in virtù del Regolamento 1829/2003, ovvero perché iscritto nel catalogo comune, “uno Stato membro non è libero di subordinare a un’autorizzazione nazionale, fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente, la coltivazione di OGM autorizzati“. Questo  perché tali considerazioni (quelle, cioè, relative alla tutela della salute e dell’ambiente) sono di spettanza comunitaria e sono già state svolte dall’UE al momento del rilascio dell’autorizzazione. Dunque, una volta autorizzate a livello comunitario, le sementi OGM devono poter liberamente circolare nell’Unione: non si può sottoporle nuovamente, su base nazionale, alla stessa istruttoria che esse hanno già superato positivamente a livello comunitario.

Ovviamente vi sono eccezioni, ma queste eccezioni devono essere solo ed esclusivamente quelle previste dai medesimi strumenti comunitari: vale a dire, o le misure di cui al Regolamento 1829/2003 (art. 34) o alla Direttiva 2002/53 (art. 16.2 e 18), oppure le misure di coesistenza di cui alla Direttiva 2001/18 (art. 26 bis). Non è invece lecito  imporre una preventiva autorizzazione di una autorità nazionale: dunque, l’art. 1  del D.Lgs. n. 212/2001, è in contrasto col diritto comunitario.

Chiarito questo, la Corte si chiede poi: è legittimo per uno Stato membro vietare le coltivazioni OGM di varietà autorizzate a livello comunitario nelle more dell’adozione delle misure di coesistenza? Infatti questa è la giustificazione da ultimo adotta dal MIPAAF (che peraltro, come si è visto, continua erroneamente a sostenere che il divieto di coltivazione di OGM ai sensi del D.L. n. 279/2004 sia ancora in vigore). Ma il fatto è, rileva la Corte (sollecitata all’uopo dalla Spagna e dalla Commissione), che l’art. 26 bis della Direttiva 2001/18 prevede sì che gli Stati membri possano emanare norme di coesistenza, ma non che debbano farlo.  Se non lo fanno, pazienza: non è che per questo motivo si possa vietare la coltivazione.  In caso contrario, infatti, “nell’ipotesi in cui uno Stato membro si astenesse da qualsivoglia intervento nel settore, un divieto di coltivazione di Ogm potrebbe protrarsi per un periodo di tempo illimitato e  costituire un mezzo per aggirare le procedure previste agli art. 34 del Regolamento 1829/2003 nonché 16.2. e 18 della Direttiva 2002/53“. Con le misure di coesistenza si può limitare, e perfino vietare localmente, la coltivazione OGM, ma solo per le finalità proprie degli strumenti di coesistenza, e dunque non a scopi di tutela della salute e dell’ambiente. “Tale disposizione non consente, pertanto, agli Stati membri di decidere una misura come quella oggetto del procedimento principale la quale, nelle more dell’adozione di misure di coesistenza, vieta in via generale la coltivazione di OGM autorizzati ai sensi della normativa dell’Unione e iscritti nel catalogo comune“.

Come avete ormai capito, la sentenza della Corte dice due cose ben distinte. La prima è che l’Italia non può imporre ai coltivatori italiani di sementi OGM già autorizzate nell’UE di richiedere una nuova autorizzazione, stavolta nazionale. La seconda è che l’Italia non può nemmeno vietare in via generalizzata la coltivazione di OGM già autorizzati in attesa dell’emanazione di norme di coesistenza: o le emana, e allora le applica per i loro propri fini (tra i quali non rientra certo un divieto generalizzato di coltivazione), oppure, se ne ricorrono i presupposti, userà gli altri strumenti previsti dal diritto comunitario, vale a dire, fondamentalmente, invocherà una clausola di salvaguardia. Ma non può nascondersi dietro alla mancata adozione dei piani di coesistenza, sia perché questi non sono obbligatori, sia perché altrimenti la libera circolazione delle sementi OGM autorizzate nell’UE potrebbe essere surrettiziamente impedita sine die.

Quale sarà l’impatto di questa pronuncia sul futuro degli OGM in Italia? Il discorso è complesso.

In primo luogo, ovviamente, la Corte ha trasmesso un perentorio (e anche un po’ umiliante) invito all’Italia ad assumersi le sue responsabilità: le misure di coesistenza sono un alibi puerile, se davvero avete argomenti per contestare l’innocuità degli OGM, allora dovete affrontare la questione nelle appropriate sedi comunitarie. In bocca al lupo, aggiungiamo noi: finora non c’è riuscito nessuno!

In secondo luogo, da oggi l’autorizzazione nazionale alla messa in coltura di varietà OGM già autorizzate in UE non può più essere pretesa: nessuno potrà più impedire, su quella base, ai Fidenato o ai Della Libera di coltivare mais MON 810 sui loro terreni. Il principio enunciato dalla Corte, infatti, è immediatamente vincolante non solo per il Consiglio di Stato nel giudizio di rinvio, ma anche per ogni altro giudice italiano che dovesse in futuro essere investito di una questione vertente sul punto.

Infine, siccome l’art. 1 D.Lgs. 212/2001 è illegittimo perché in contrasto col diritto comunitario, tutti i coltivatori italiani a cui è stato finora impedito di coltivare mais OGM perché, pur avendone fatta apposita richiesta, se la sono vista rigettare, potranno - ovviamente se ne ricorrono i presupposti, che vanno valutati caso per caso e non sono uguali per tutti - richiedere al Ministero il risarcimento dei danni.

Tuttavia, di qui alla prossima semina è altamente probabile che il legislatore italiano venga chiamato, dagli alti lai del variegato schieramento anti-OGM, a intraprendere nuove e avventurose strade per impedire le semine. Queste strade sembrano fondamentalmente due (fermo restando che la capacità inventiva di Governo e Parlamento non va mai sottovalutata): o l’Italia si unisce a quegli Stati, come la Francia, che invocano la clausola di salvaguardia richiamando l’ultimo studio “scientifico” di Greenpeace o magari della Fondazione di Capanna, per vedersela rigettare sghignazzando dall’EFSA e riproporla nuovamente, pari pari, l’anno successivo; oppure decide una buona volta di dotarsi di piani di coesistenza, ma facendolo, come dire, da par suo. Che so, richiedendo 15 km di intervallo tra una coltivazione OGM e l’appezzamento confinante, oppure l’erezione di barriere in kevlar alte fino alla ionosfera, o roba del genere. In entrambi i casi, si guadagna tempo e si va avanti come prima, fino all’ennesima impugnativa, in attesa che arrivi, come nelle fiabe, un cavaliere bianco a vietare definitivamente questi dannati OGM. Invece l’unica alternativa dignitosa, cioè quella di affrontare da adulti la questione a livello politico nell’UE, premendo per introdurre la libertà di scelta per ogni Stato membro, ovvero in caso di sconfitta adeguarsi, pare oggettivamente difficile: purtroppo l’Italia ha in questo momento ben altri problemi e saggiamente dovrà spendere il (non vasto) capitale politico che le rimane per risolvere quelli, invece di dedicarsi a una battaglia di retroguardia per accontentare la Coldiretti e qualche ecologista da salotto.


[1] http://www.agi.it/food/notizie/201209061907-eco-rt10242-ogm_coldiretti_sentenza_non_cambia_niente_in_italia_no_biotech

[2] http://www.teatronaturale.it/tracce/mondo/14286-ogm:-l-ue-deve-adottare-subito-regole-nuove-e-piu-chiare.htm

Nella categoria: Luca Simonetti