Dopo tanta ideologia e demagogia asservita alle lobby che dall’anti-OGM traggono consistenti vantaggi, il neo-Ministro sposta la questione su un terreno, quello economico, sul quale gradiremmo confrontarci con numeri, scenari, prospettive ed annunciati disastri come quello che prevede un crollo del mais per uso zootecnico visti i consistenti vantaggi a conferirlo per uso di biogas. Leggi (premiare l’impresa che compete rispetto ai patrimoni)
Alberto Guidorzi nei confronti di Agricoltura industriale colture transgeniche e biodiversità
Carlo Modonesi Zoologo, Museo di Storia Naturale, Università degli Studi di Parma e Monica Oldani Etologa, Libera professionista.
Edito nell’ambito della raccolta di interventi edita da Slow Food ed avente per titolo: Scienza incerta e dubbi dei consumatori - Il caso degli organismi geneticamente modificati
1ª Affermazione singolare:
“La produzione industriale di cibo, dunque, si posiziona ai primi posti nell’elenco delle attività ecologicamente non sostenibili”
In base a questa affermazione Carlo Modonesi è Monica Oldani, a mio avviso, si collocano nella schiera dei nuovi profeti della decrescita in agricoltura, secondo la quale per tutti quelli che sono o resteranno esclusi dall’accesso al cibo non meritano di vivere in quanto la terra non li può ospitare, sembra paradossale ma la loro affermazione in ultima analisi porta a questo. Sono i seguaci, coscienti o incoscienti non lo so dire, del filosofo francese Dominique Bourg che vede nella natura un elemento di primazia sull’intelligenza umana e sulla stessa libertà. Sono in altri termini da catalogare tra gli ecologisti radicali. Per questi produrre cibo come l’abbiamo fatto fino ad ora è inaccettabile, benché si siano sfamati quattro miliardi di popolazione in più; infatti, il numero degli abitanti della terra in stato di fame è rimasto uguale a quando la popolazione era di tre miliardi, vale a dire 1 miliardo allora e un miliardo ora, che, invece, siamo 7 miliardi. Per loro 4 miliardi di umani sfamati non valgono il prezzo di un ambiente ancora recuperabilissimo. L’estinzione di un’etnia non vale l’estinzione di una specie animale o vegetale le quali probabilmente non avevano il patrimonio genetico adatto a sopportare la pressione selettiva di un’agricoltura più intensiva. Per loro occorre ritornare a pratiche colturali e d’allevamento “sani” ecologicamente ed economicamente e girare la schiena all’industrializzazione. Si tratta di privilegiare lo scambio o baratto ed il commercio di prossimità o anche detto “a km 0″. Guy Kastler, della rivista francese « Nature & Progrés », afferma : «occorre riportare un gran numero di donne e uomini nei campi”…. “in paesi come la Francia ciò vuol dire ridistribuire le terre a molti milioni di famiglie”. Una cosa del genere non è già stata tentata? Qualcuno si ricorda di Mao Tse Tung? Ci sembra però che i cinesi, appena hanno potuto, abbiano buttato al macero questa concezione e abbiano dato sfogo alla produttività da intensificazione. Il motto di Jacques Bové è “disfare lo sviluppo e rifare il mondo“, concetto che ha esplicitato meglio quando ha detto: “lasciamo i popoli poveri tranquilli…spendiamo già troppo per loro”. Si tratta di un’affermazione che fa il paio con quelle di Ivan Illithc che dice che: “non esiste una tecnologia buona, si tratta sempre di strumenti distruttori, qualsiasi siano le mani che li detengono, povere o ricche”. Si fa avanti ormai un movimento politico che ci vuol convincere che la crescita è finita, dobbiamo imparare a gestire la decrescita!
Paradossalmente queste idee fantasiose fanno presa presso molti, che però ogni mattina hanno soldi e disponibilità per comprare specialità o prodotti definiti naturali o biologici con maggiorazioni di prezzo esorbitanti. Si evita, però, di interpellare cosa pensano coloro che la crescita non l’hanno mai avuta.
2ª citazione a supporto altrettanto singolare
“Non stupisce allora che nell’ambito della biodiversità animale - e certamente tra i mammiferi, gli uccelli e gli anfibi, ma probabilmente anche in una quantità imprecisabile di invertebrati - la principale causa di sofferenza demografica ed ecologica sia legata proprio agli effetti collaterali delle pratiche agricole e forestali (Baillie et al. 2004).”
Vogliamo,però, esplicitare bene cos’è questa biodiversità? Come ha evoluto, quando non vi era una presenza così pregnante dell’uomo e, quando questa, invece, ha cominciato a farsi sentire? Può andare bene una definizione di questo tipo per la biodiversità: “la variabilità degli organismi viventi di qualsiasi origine”? Siamo concordi nel ritenere che esistono tre tipi di biodiversità: Genetica, Specifica e di Ecosistema? Si sente parlare tanto di “conservazione di biodiversità”, ma conservare è conseguente ad averne valutato completamente il numero. Eppure noi non sappiamo quant’è la biodiversità totale! Fino ad ora sono state descritte circa 1.700.000 specie animali e vegetali, ma tutti sono concordi che potrebbero essere molte di più (forse 10 o 20 volte di più). Siamo carenti nella conoscenza dei microrganismi dal cui livello, tra l’altro, è partita la vita sulla terra ed evolvendosi hanno originato l’uomo.
Il voler vedere l’uomo come essere vivente estraneo alla natura, oltre ad essere quantomeno singolare, è anacronistico; ormai l’uomo ha antropizzato tutto il globo, in quella che amiamo chiamare foresta vergine alberga l’uomo, che non è quello che entra dall’esterno, ma colui che fa parte di quell’ecosistema, cioè che caccia, coglie e coltiva. Non per niente lotta per il suo territorio e se fosse riuscito a produrre strumenti adeguati lo avrebbe modificato molto di più. La biodiversità di quando eravamo due miliardi sul pianeta era sicuramente meno minacciata rispetto a quella dei 7 miliardi, ciò è insito nell’aumento demografico. Le soluzioni non sono tante: o si fa eugenetica o si adotta la decrescita (ma far decrescere uno che non è mai cresciuto è un esercizio un po’ difficile), oppure di adotta un’agricoltura produttiva seppur con canoni di durevolezza maggiore (cosa che avviene da ormai trent’anni). Non si può dimenticare che la diversità biologica è il frutto di una lunga storia ed è soprattutto l’effetto del cambiamento. Dunque una visione statica (conservazione della biodiversità) contrasta con quanto è accaduto e con ciò che le teorie Darwiniane hanno proposto. François Jacob, premio Nobel per la medicina nel 1965, ebbe a dire che la concezione darwiniana ha una conseguenza ineluttabile, il mondo vivente di oggi, come noi lo vediamo intorno a noi, non è che uno di quelli possibili. La sua strutturazione è il risultato della storia della terra, ma poteva essere anche molto differente; esso poteva benissimo non esistere del tutto!
Vogliamo passare in rassegna questa storia?
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Gli specialisti ci dicono che solo 1 specie su 1000 è sopravvissuta, ossia il 99,9% delle specie formatesi sono scomparse. Sempre gli specialisti ci dicono che si sono verificate “cinque crisi estintive”: la prima 250 milioni di anni fa dove il 90% delle specie esistenti sono scomparse (esempio: tutti i trilobiti), la quinta è di 65 milioni di anni fa, dove sparirono tutti i dinosauri, ma per spiegarlo siamo ancora a livello di ipotesi non provate.
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tra due crisi estintive si è sempre verificata una “fase esplosiva” della biodiversità
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Riferendoci all’Europa possiamo dire che la megafauna europea non si è estinta a causa della caccia come si vuol far credere da qualcuno, ma in conseguenza del susseguirsi nel tempo delle glaciazioni.
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Gli insetti sono il gruppo più diversificato presente sulla terra ed inoltre essi, come specie, sono sempre sfuggiti alle crisi estintive.
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Le glaciazioni hanno modificato anche le foreste primarie tropicali umide, in Africa le attuali si sono ricostituite solo 10000 od 8000 anni fa. Che l’Amazzonia sia il polmone del pianeta, come si vuol far credere, è ascientifico. Essa, infatti, con il suo ciclo di vita e di morte (decomposizione) consuma tanto ossigeno quanto ne emette. Inoltre esse sono relativamente giovani e soprattutto si sono generate a seguito di un cambiamento e non di una staticità di condizioni.
Fino a qui l’uomo non ha avuto nessuna influenza nel cambiamento, comincia ad averla ora, e con lui nasce una “nuova biodiversità” che è quella attuale, frutto dell’interazione tra l’eredità pervenutaci dall’evoluzione e la società umana. Lo strumento che l’uomo ha usato è stato il fuoco perché rispetto agli altri esseri viventi è stato l’unico a prenderne possesso (accenderlo, controllarlo e spegnerlo); è la sola specie ad averlo fatto, mentre gli animali l’hanno temuto e continuano a temerlo ed i vegetali lo subiscono od al massimo si adattano. L’uomo è nato come specie “invadente”, è nella sua natura si tratta solo di disciplinarla, ma non tanto a suo discapito, bensì con una maggiore consapevolezza che deve imboccare la strada di compendiare aumento della produttività e salvaguardia dell’ambiente per conservare gli aumenti della produzione di cibo.
I cambiamenti che hanno prodotto la biodiversità non sono ancora finiti. Oggi siamo entrati in una fase di riscaldamento e forse l’uomo vi entra come agente. L’unica differenza con gli altri riscaldamenti intervenuti sul pianeta sta nel fatto che ora vi è una cassa di risonanza enorme che prima mancava e che si rifiuta di prendere considerazione cause non antropiche per incolpare solo l’uomo, contravvenendo così a quanto la storia ci dice. Un esempio: l’aumento del livello marino, a causa del riscaldamento, è stato “venduto” dai media come avente un effetto catastrofico sugli ecosistemi costieri, eppure si sa che in 15.000 anni il livello marino è rimontato di 120 metri. Perché il riscaldamento dovrebbe essere catastrofico? Si tratta di uno dei tanti cambiamenti che sarà motore di biodiversità. L’uomo in quanto specie per ciò non soccomberà, egli si adatterà, come lo ha già fatto molte altre volte nel passato. Il raffreddamento della fine del Medioevo (1300-1400) non ha cause antropiche, pur avendo generato cambiamenti e, tra i tanti, uno di questi è stato quello di aver concorso a rendere demograficamente disastrosa l’epidemia di peste bubbonica di metà del XIV sec. Parlare di equilibrio della natura in senso statico è un non senso: la natura evolve. Tuttavia l’ubriacatura dell’equilibrio ha portato ad esempio all’ipotesi GAIA (dal nome della dea greca della terra) secondo la quale, essendo la terra un vasto ecosistema, l’ecologia deve riguardare la sua globalità. La biosfera si autoregola e l’uomo non è il possessore del mondo. Da qui è derivata la cosiddetta “ecologia radicale”. Il punto debole di questo voler teorizzare sta nel fatto che i periodi di osservazione sono sempre troppo corti e quindi difficilmente possono predire le evoluzioni a lungo termine. René Dubos (filosofo e biologo) afferma che: Il problema non è di sapere se l’uomo modificherà o non i sistemi naturali, piuttosto è, invece, importante sapere come lo farà!
A proposito che ne facciamo della biodiversità che ci nuoce, non tocchiamo pure quella? Ci sforziamo di mantenerla in equilibrio? Eppure alcune hanno cambiato la storia: l’epidemia di peste, probabilmente, però, tifo che ha colpito Atene ai tempi di Pericle (430 a.C.), il colera che ha decimato l’esercito di Alessandro Magno in Pakistan (323 a.C.). Vi sono state poi le vere epidemie di peste (batterio Yersinia pestis). La prima è stata quella bubbonica di Costantinopoli del 542, detta anche peste di Giustiniano e che è citata come concausa che ha fatto desistere l’imperatore dal voler ripristinare l’impero romano. La successiva è quella definita “nera” o bubbonica. Anche questa, che si scatenò tra il 1347 ed il 1350 in tutta l’Europa, ne ha quasi dimezzato la popolazione. Eppure lo stesso meccanismo che ha dato luogo alla biodiversità, cioè la capacità di adattamento ai cambiamenti da parte di tutti gli esseri viventi, sono alla base della conservazione della patogenicità dei parassiti. In ultima analisi credo che non sia il catastrofismo che ci debba condurre, ma impariamo a coltivare la speranza:
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Crediamo di più nell’improbabile e meno nelle previsioni come fossero realtà.
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Contiamo di più sul fatto che le risorse umane e della scienza sono immense.
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Confidiamo sul fatto che i segreti della natura non li abbiamo ancora tutti scoperti.
Perché non riflettiamo su queste due considerazioni?
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La vita sul pianeta non finisce con noi e neppure è possibile stabilizzarla per renderla immutabile.
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L’evoluzione sta preparando la BIODIVERSITA’ di domani ed il futuro sarà sicuramente diverso.
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3ª citazione riportata a supporto e controproducente;
“La complicazione nasce dal fatto che, di volta in volta, del fenomeno che si vuole studiare (per esempio la risposta fenotipica di un certo organismo) mutano le condizioni esterne (per esempio una o più variabili ambientali), ossia cambiano tutti quei fattori che fanno variare il risultato dell’interazione tra il fenomeno da studiare e il suo contesto (Zbilut e Giuliani, 2008).”
L’aver riportato questa citazione toglie la possibilità a molti di trincerarsi dietro il “principio di precauzione” usato e abusato. Perché quanto citato provoca questa conseguenza? Lo fa perché alla base dell’invocazione del principio predetto vi è la ricerca del “rischio zero”,
Per spiegare riportiamo una definizione di “Principio di Precauzione” che dovrebbe essere obiettiva: “Affinchè un danno non sia arrecato in maniera grave e irreversibile all’ambiente, le istituzioni s’incaricano di vigilare, applicando il principio di precauzione, per evitare il realizzarsi del danno, come anche la messa in opera di procedure di valutazione dei rischi che si corrono “. Innanzitutto bisogna chiedersi come si può fare una valutazione dei rischi degli OGM se non si può sperimentare una PGM in pieno campo, cioè in ambiente non confinato. Infatti, se l’obiettivo è di dover dimostrare il rischio zero, per farlo su una PGM si dovrà sperimentare per un “congruo numero di anni” ma così facendo a maggior ragione vale l’affermazione della citazione: “….cambiano tutti quei fattori che fanno variare il risultato dell’interazione tra il fenomeno da studiare e il suo contesto”. Però, se viene meno la possibilità di ricerca del rischio zero, il principio di precauzione non lo si può applicare per impedire che si corra il pericolo del “non rischio zero”. Anzi lo si deve intendere con ragionevolezza e permettere che si conoscano i limiti dell’innovazione biotecnologica e valutarne i rischi.
A proposito della biodiversità perduta, si legga questo.
http://www.seedquest.com/news.php?type=news&id_article=22010&id_region=&id_category=&id_crop

Mentre i Paesi emergenti comprano milioni di ettari di terreni agricoli, noi chiudiamo le aziende. Mentre oramai non si trova più in giro soia non OGM noi siamo fermi a questioni ideologiche (ed interessi economici inconfessabili).
Per salvare l’Italia si dovrebbe smettere di nascondere la testa sotto la sabbia come uno struzzo, anche perché il resto del corpo resta ben visibile e molto vulnerabile.
Leggi l’intervento di Veronesi sui mangimi OGM
La vicenda del brevetto sui broccoli continua a tenere banco. Ancora non si riesce a capire quale sia il problema vero evocato da chi protesta. Dalle dichiarazioni dei manifestanti si capisce che:
1. l’aumento dei prezzi atteso (ossia il 10% in 3-5 anni) sarà inferiore all’aumento dell’inflazione nello stesso periodo.
2. gli effetti generali si dovrebbero riperquotere sulla spesa generale dei cittadini che viene artificiosamente stimata al 25% dei budget familiari (in Italia vale il 16% in media) . Si vorrebbe far capire che dal 25% si passerebbe al 27,5% come se broccoli e pomodori incidessero più di carne, pesce e derivati del latte.
3. non si capisce perchè il broccolo anticancro dovrebbe diventare il primo alimento consumato in Europa (chi dice che funziona davvero?, a che dosaggi funziona come anticancerogeno?, quanti cittadini sono disponibili a modificare la loro dieta in maniera da consumare abbastanza broccolo senza avere garanzie? visto che l’anticancerogeno è presente in tutte le brassicacee, perchè non continuare a mangiare cavoli, broccoli baresi o di Natale e verze?).
Nei prossimi giorni cercheremo di avere l’opinione di un esperto che ci aiuti a capire quale è il problema. Resta la domanda di chi abbia pagato il viaggio ai manifestanti.
Ecco come ti brevetto il broccolo: da contadini e consumatori appello all’Ue contro le multinazionali
di Antonella Loi
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I tentacoli delle multinazionali sui broccoli, le patate e i pomodori, quelli che ogni giorno si trovano sulle nostre tavole. Ebbene, intorno agli ortaggi di cui la nostra dieta non può fare a meno, ieri come oggi, si sta stringendo la morsa del brevetto, cioè il diritto del privato di disporre (economicamente) del prodotto naturale come se fosse un’invenzione. La protesta che si è svolta mercoledì scorso davanti all’Ufficio europeo brevetti (Epo), a Monaco di Baviera, alla quale hanno partecipato cittadini, agricoltori e Ong europee, contro le royalties sul broccolo (il caso EP1069), su cui la corte d’Appello dell’Epo si sarebbe dovuta esprimere - ma l’udienza è stata annullata - proprio mercoledì. Una mobilitazione che ha lo stesso sapore delle grandi manifestazioni degli “Indignati” che dall’Europa agli Stati Uniti dicono “no” a governi asserviti alla logica del profitto privato. Nella morsa dei brevetti - “Siamo scesi in piazza lo stesso e con motivazioni ancora più forti - spiega Fabrizia Pratesi, segretaria generale del comitato scientifico di Equivita - Non pronunciare la sentenza significa aprire la strada surrettiziamente alla brevettazione degli organismi viventi”. Cioè degli esseri viventi, come le piante, frutto di selezioni naturali praticate dall’uomo nei millenni.
Cosa cambia oggi allora, tanto da tornare su quei principi dalle chiare connotazioni etiche e morali, fino ad oggi incontestati? “Cambia il fatto che le multinazionali hanno bisogno di nuovi canali per guadagnare altre fette di mercato”, spiega l’ambientalista. E qualche breccia in Europa, che fino ad ora ha retto alle pressioni delle corporation agroalimentari, quali Monsanto (”la più aggressiva”), Dupont, Syngenta o Bayer solo per citarne alcune, sembra si stia aprendo. “Dopo aver perso la battaglia contro il brevetto sugli Ogm, il rischio è perdere quella per i prodotti della natura”.
Il broccolo e il pomodoro - E allora si combatte sul campo di una varietà di broccolo con proprietà “anticancerogene” ottenuta non attraverso un procedimento biotecnologico (Ogm) ma con metodi convenzionali usati da sempre in agricoltura. Il sì a questo tipo di brevetto spalancherebbe le porte alle potenti multinazionali che nel giro di poco tempo finirebbero per controllare l’intero mercato europeo, come già fanno per gli organismi geneticamente modificati. Stesso discorso per una varietà di pomodoro (il brevetto è stato concesso nel 2003 dallo Stato di Israele) sul quale la corte dell’Epo si troverà a decidere il prossimo 8 novembre. “Noi abbiamo sempre denunciato la pericolosità per gli effetti prodotti sull’agricoltura e sui consumatori - dice ancora Pratesi -: le royalties si pagano ad ogni risemina e si ripercuotono sui prezzi finali. Per chi detiene quei diritti i guadagni sono immensi”. Le pressioni che questi giganti sono poi capaci di fare sui governi e di riflesso sull’Europa, sono spaventosi: le rivelazioni di Wikileaks ne hanno dato la misura.
Prezzi su del 10% - Le conseguenze, in soldoni, al di là della ovvie motivazioni ideologiche, sarebbero visibili a partire dal nostro piatto di insalata. “Secondo le nostre stime - ci spiega Flavio Mollicone, portavoce dell’Adoc consumatori - nell’arco di tre-cinque anni si avrebbe un aumento del 10 per cento dei prezzi dei prodotti sottoposti a brevetto”. E il broccolo potrebbe essere l’apripista di una serie di riconoscimenti che impatterebbero senza pietà sul prezzo finale dell’alimento. “In un calcolo generale sulla spesa delle famiglie europee - aggiunge Mollicone - gli alimenti incidono per il 25 per cento: è chiaro che quel 10 per cento ulteriore metterebbe in difficoltà molti fra gli 800 milioni di cittadini europei”. Tutto ciò, chiarisce, “all’interno di un’esigenza generale di rivedere l’intero comparto agro-alimentare dal punto di vista della qualità e della sicurezza dei prodotti”.
A rischio le ditte semenziere - Come cambierebbe quindi il mercato agricolo? “Il cibo passerebbe in breve nelle mani di poche multinazionali e questo avrebbe come effetto di far scomparire la ricerca pubblica e condannare i contadini alla dipendenza dai privati. Inoltre, danno gravissimo, scomparirebbero le ditte semenziere che nel mondo dominato dai brevetti non hanno né spazio né potere economico”, spiega Riccardo Bocci, coordinatore nazionale della Rete semi rurali. L’urgenza c’è tutta: in questo momento “non bisogna abbassare la guardia”, dice, “ma portare a conoscenza dell’opinione pubblica quanto sta accadendo intorno ai beni comuni, tra cui rientrano tutti gli organismi viventi inclusi i prodotti naturali della terra”. Norme in contrasto - “E poi - aggiunge la segretaria di Equivita - bisogna agire attraverso i governi perché facciano pressione sull’Unione europea affinché intervenga e blocchi questo tipo di brevetti”. Che peraltro sarebbero contrari alla norma comunitaria, in particolare alla Direttiva 98/44/EC, visto che nel caso del broccolo “l’elemento anticancerogeno” è già presente in natura. Il problema allora è un altro: l’Ufficio europeo brevetti è un organismo indipendente rispetto all’Ue, nato attraverso una convenzione firmata da 19 Stati nel ‘72. E oggi l’Europa dei 27 ha chiare difficoltà ad armonizzare la sua disciplina con quella dell’Epo. “Ci aspettiamo che, come già in passato, Stati quali l’Italia e l’Olanda facciano pressioni sull’Europa perché i brevetti sugli esseri viventi non passino”, chiosa Pratesi. E di recente la stessa Olanda e la Germania hanno promesso un loro impegno a Bruxelles per una revisione più restrittiva delle norme. E’ prima di tutto una battaglia di civiltà che, come spesso accade, si combatte su piano squisitamente economico.
27 ottobre 2011 http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/11/10/brevetti_broccoli_pomodoro.html
Elio Cadelo ha coordinato un nuovo libro sugli OGM che tiene insieme molte competenze interessanti. Oltre a molti specialisti che già conoscete credo saranno di grande interesse le parole sulla psicologia degli OGM da parte di Vittorino Andreoli ed i dati tecnici di un analista finanziario come Giovanni de Caro.
Il libro è ora in libreria a 12€ e Elio Cadelo è interessato ad andare a presentarlo in tutta Italia, quindi chi volesse organizzare un evento può scrivere a sagri@salmone.org proponendo una iniziativa attorno al tema del libro.



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