Fuso spiega che Naturale non vuol dire buono

Febbraio 29th, 2016
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Mentre il mondo va avanti senza aspettare i nostri tempi. I cinesi comprano Syngenta mentre noi spacchiamo in 4 il glifosato.

Leggi Il Secolo XIX , Affari e Finanza, Corriere della Sera

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Quando i conti non li fa l’oste

Febbraio 24th, 2016
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Il Bio è ancora in crisi, nonostante quello che ci viene propagandato da chi lo vende.

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Le nostre case sono innaturali e le dighe dei castori no

Febbraio 1st, 2016
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Tante false certezze di chi vorrebbe il biologico solo perche’ se lo puo’ permettere, ma che se fosse adottato da tanti farebbe inauditi danni ambientali. Il libro di Silvano Fuso aiuta a mettere in riga tanti falsi miti.
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Il Biologico nemico dell’ambiente

Novembre 3rd, 2015
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willamette-national-forest-oregon Un lucido ritratto del vero biologico, numeri alla mano, di Alberto Guidorzi

Il Biologico salva l’ambiente? Esattamente il contrario.
Spesso le lobby del biologico contestano che la produzione agricola nel suo complesso che loro ottengono sia inferiore rispetto all’agricoltura convenzionale.
In USA nel 2014 è stata fatta un’indagine che conferma inequivocabilmente tale assunto. Un’altra inchiesta uguale era stata fatta nel 2008. Le medesime indagini l’USDA le fa per il convenzionale, ma non pubblica i raffronti tra le due. Ci si è cimentato però Steve Savage rinvenendo e confrontando 370 coppie di piante coltivate rispettivamente in biologico (AB) e in convenzionale (AC) nel medesimo Stato, ma solo se questo aveva almeno 8 ettari di biologico per quella data coltivazione oggetto di raffronto. Le 370 coppie rappresentano una superficie di 107 milioni di ettari. La comparazione è tale che copre l’80% della superficie a biologico americana. In 92 di queste comparazioni, ossia l’84%, se rapportiamo il tutto alla superficie a biologico, le rese del bio erano più basse. Vi erano anche 55 di queste comparazioni, dove le rese erano più alte, ma nell’89% dei casi si trattava di produzioni di fieno o di vegetali da insilare e quindi non di coltivazioni per l’alimentazione umana. E’ la tesi che si sostiene da sempre: il classificare a biologico una coltivazione foraggera o un prato non ha senso in quanto i sistemi di coltivazione si equivalgono (o non si concima o si concima molto poco organicamente o sono necessari eccezionalmente trattamenti di protezione, cosa che in casi eccezionale si fa anche in AB domandando deroghe). Quindi quando l’Italia dichiara il 67% di queste coltivazioni sul 1,3 milioni di ettari di superficie bio che le statistiche vantano e se ne compiace come se fosse un grande risultato, compie solamente tanta disinformazione ed il Ministro tiene loro bordone per suoi interessi elettorali.

Scarica il pdf con tutti i dati sugli effetti delle coltivazioni biologiche e l’articolo completo.

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Tagliabue su Nature Biotechnology

Settembre 21st, 2015
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psicanalisi Articolo aggiornato il 24 Settembre con la traduzione completa, dopo la sua pubblicazione iniziale.

Un commento che analizza un testo incentrato sul principio di precauzione declinato come al solito a senso unico. Memorabile il passaggio che descrive gli effetti dell’olocausto nucleare come “locali” e quelli degli Ogm come “globali”.

Un testo da usare in psicanalisi.

leggi “The nonsensical GMO pseudo-category and a precautionary rabbit hole

Assurdità pseudo-precauzionistiche e “OGM”

Il Principio di precauzione (PP) è formulato nella Dichiarazione sull’ambiente e lo Sviluppo (Rio de Janeiro, 1992), al punto 15 . Originariamente creato per ottimi scopi di protezione ambientale, cioè per spingere i governi ad adottare politiche preventive contro le “minacce” di danno ambientale, anche in assenza di prove scientifiche sicure, nella sua successiva interpretazione da parte della Commissione Europea (2000) il Principio fu esteso alle politiche di salvaguardia dei consumatori e della salute umana, animale e vegetale. Il che va benissimo, purché gli orientamenti siano ben fondati: “Una decisione di invocare il Principio di precauzione non significa che le misure saranno adottate su basi arbitrarie o discriminatorie”; le iniziative che vengono intraprese a scopi ambientali o salutistici devono essere sempre basate su “dettagliate informazioni scientifiche, o comunque obiettive.”

Seguendo questo schema ben costruito, qualsiasi tentativo di applicare il PP ai cosiddetti “OGM” non ha senso. Il punto è che “OGM” è una falsa categoria, che cerca di forzare in un solo mucchio molti diversi prodotti agricolturali, dotati di tratti vari, ottenuti attraverso parecchi distinti processi; in certi casi, sequenze genetiche da altre specie sono inserite nel genoma bersaglio (“transgenesi”); in altre situazioni non viene aggiunto del DNA, ma alcuni geni vengono “spenti”; a volte, gli stessi tratti desiderati possono essere ottenuti tramite metodi diversi, come la mutagenesi, e di conseguenza non sono legalmente considerati “OGM”. Inoltre, il concetto farlocco ha confini sfuggenti, indefinibili: possiamo avere piante innestate su un portainnesto DNA-ricombinato (un “mezzo OGM”?!); o nuove varietà attenute con piccoli cambiamenti che sono prima inseriti nel genoma, poi cancellati senza che restino tracce; colture la cui struttura genetica è lasciata intatta, ma viene manovrata epigeneticamente per ottenere dei risultati interessanti. I gruppi “anti-OGM”, molto probabilmente guidati da motivazioni ideologiche o anti-industriali (malintese, ancorché legittime), da qualche decennio combattono un donchisciottesco mulino a vento.

Così, non sembra paradossale affermare che, non essendo un oggetto con una propria realtà, gli “OGM” non possono essere oggetto di considerazione: non hanno caratteristiche generali che possano essere valutate nel complesso, allo scopo di prevedere teoricamente, o di accertare empiricamente, un ipotizzato impatto sull’ambiente o sulla salute. Di conseguenza, ogni sforzo teso a fare una valutazione di qualcosa che non ha senso o riferimento semantico è semplicemente assurdo. Punto.

La situazione peggiora ulteriormente se al tentativo di distorcere il PP si unisce l’incomprensione di fondo riguardo a ciò che si suppone siano “gli OGM”, creando così risultati del tutto bislacchi (per usare un termine educato): è questo il caso di un articolo, (non sottoposto a peer-review) il cui primo autore è Nassim Taleb, un esperto statunitense in gestione del rischio.

Come ho discusso altrove, ci sono parecchi errori nelle analisi proposte. Qui ne discuterò solo alcuni fra i più grossi.

Il PP, dicono gli autori, deve essere invocato solo quando si prevede un pericolo estremo, le conseguenze del quale “possono implicare una rovina totale e irreversibile, come l’estinzione dell’umanità o dell’intera vita sul pianeta”. Il lettore, debitamente impressionato, comprende che il Principio deve essere applicato solo in caso di prospettive apocalittiche. Allacciate le cinture, perché questo è il caso delle colture “OGM”.

“Gli OGM hanno la propensione a diffondersi senza controllo, e di conseguenza il loro rischio non può essere localizzato.” (Le citazioni sono dalle pagine 7-9 del documento). Un’affermazione ben strana. Quale organismo vegetale può mai diffondersi compulsivamente in tutto il globo? E persino ammettendo che esistano colture così invasive da essere paragonate, sembra, a una pandemia globale, in che senso tale caratteristica sarebbe collegata al grado o modo in cui il loro DNA è stato modificato? E per esprimere quali tratti? Prima asserzione catastrofica ingiustificata.

In questa singolare visione, “gli OGM” sono la spada di Damocle che pende sull’umanità. Così, dovremmo essere terrificati alla vista di un campo di patate Amflora [en.wikipedia.org/wiki/Amflora] (transgeniche), ma sentirci al sicuro in una coltivazione di Super potato (mutagenizzate), anche se le due varietà esprimono lo stesso tratto, cioè l’assenza di un certo tipo di amido? Ci spaventeremo al cospetto del mais Roundup Ready (transgenico, tollerante a un certo erbicida) e non avremo timori di fronte al campo adiacente di mais Clearfield (mutagenizzato, tollerante a un erbicida diverso)?

Corriamo rischi ambientali catastrofici se ingegnerizziamo un piccolo tratto del genoma del girasole, per renderlo tollerante a un erbicida, ma salviamo il mondo in extremis se scopriamo che una varietà dotata di quel tratto è emersa per mutazione naturale, e così ne utilizziamo forme ibride che sono state incrociate con essa tramite modalità tradizionali? Le barbabietole DNA-ricombinate si propagheranno senza fine, mentre le loro “cugine” normali se ne staranno buone buone in campo? Su che pianeta vivono questi autori?

Subito dopo, il lettore apprende che “La monocoltura, in combinazione con l’ingegneria genetica, incrementa drammaticamente i rischi.” Un’affermazione completamente ingiustificata: “ingegneria genetica” significa molte cose diverse; di conseguenza, nella frase citata non significa nulla. Facciamo solo un paio di esempi. Immaginiamo una florida, vasta coltivazione di arachidi, una tipica monocoltura “non OGM”; un valido biotecnologo si presenta all’agricoltore e gli propone di rimpiazzare tutte le piante con piante identiche, nelle quali, però, il suo laboratorio è riuscito a silenziare il gene che produce effetti allergici in parecchi consumatori. Affare fatto; l’intera piantagione – e, speriamo presto, ogni coltivazione delle gustose spagnolette in tutto il mondo – è ora “OGM”: questo, secondo gli autori, aumenterebbe enormemente il rischio di “rovina” (globale)… Altra situazione: una modifica genetica, ideate a livello universitario, permetterebbe di salvare il castagno americano, pianta seriamente minacciata, varietà quasi spazzata via nel secolo scorso da una specie invasiva di fungo asiatico; molte piantagioni di castagni verrebbero ripopolate, in qualche area si tratterebbe di monocolture “OGM”: questo, secondo gli autori, incrementerebbe drammaticamente il rischio di “rovina” (planetaria)…
Persino ipotizzando che siano valide le analisi teoriche del rischio, che Taleb e co-autori delineano preliminarmente, l’intera struttura collassa quando si vuole applicare il PP a… a cosa? Di nuovo: “gli OGM” non sono qualcosa - una classe o categoria o collezione di alcun genere – che abbia un minimo comun denominatore in alcun senso che riguardi l’ambiente e la salute; tanto meno a proposito di presunti pericoli, parlando genericamente e superficialmente. Ma… un momento! Non è forse vero che qualsiasi coltura implica un certo livello di rischio, che deve assolutamente essere preso in considerazione? Certo che sì – che essa sia “un OGM” od ottenuta tramite qualsiasi altro metodo biotecnologico: così effettueremo studi sull’impatto ambientale e le conseguenze per la salute relative a ogni nuova cultivar. Caso per caso; localmente.

Viene poi precisato che l’ingegneria genetica può “manipolare larghi gruppi di fattori indipendenti allo stesso tempo, con rischi drammatici di conseguenze inaspettate”: assolutamente nessuna spiegazione è offerta riguardo a cosa siano tali fattori interlacciati e interdipendenti e come da essi possano derivare seri rischi. Forse si intende dire che il taglia-e-incolla genetico può generare esiti indesiderati, dato che la riorganizzazione spontanea del genoma modificato produce, non raramente, modifiche fenotipiche che cancellano i vantaggi ottenuti: ciò è perfettamente vero, e infatti abbiamo liste di “OGM” falliti, che sono finiti nel cassonetto perché i risultati delle trasformazioni erano insoddisfacenti. Lo stesso fenomeno può essere atteso, e in effetti è accaduto in parecchie occasioni, nella creazione di nuove varietà con metodi tradizionali; solo tre esempi: zucca con proprietà tossiche; sedano [archderm.jamanetwork.com/article.aspx?articleid=548785] resistente a certi insetti, che generava eruzioni cutanee in chi lo maneggiava; patata molto tossica, nome commerciale Lenape.

Proprio per questa ragione, come gli scienziati non smettono di raccomandare, le analisi dell’impatto sull’ambiente e la salute devono essere svolte caso per caso, esaminando ogni singolo prodotto, indipendentemente dai processi biotecnologici usati per crearli, nessuno dei quali è intrinsecamente più o meno rischioso. Una petizione firmata da migliaia di biologi e genetisti, tra cui 25 premi Nobel, dichiara: “Nessun prodotto alimentare, sia esso ottenuto con tecniche di DNA ricombinante o con metodi più tradizionali, è completamente esente da rischi. I rischi posti dai cibi sono in funzione delle caratteristiche biologiche di quei cibi e degli specifici geni che sono stati usati, non dei processi utilizzati nel loro sviluppo.” Invece, questi esiti geno-fenotipici imprevedibili, che possono solo essere accertati singolarmente (a posteriori) sono attribuiti da Taleb e soci pluralmente (a priori) solo agli “OGM”, che “impongono un enorme rischio sull’intero sistema alimentare”.

Dire che siamo di fronte ad affermazioni cervellotiche e squinternate non è sufficiente: sembra di leggere uno di quegli opuscoletti fantasiosamente apocalittici. Invece, a differenza degli allarmismi dilettanteschi, che fanno un po’ sorridere, le previsioni terrificanti qui sfatate sono presentate come inevitabilmente derivanti da una corretta, scientifica applicazione del PP. Un lettore che abbia limitata conoscenza di quello che “gli OGM” sono (o meglio, non sono) rimarrà necessariamente colpito dalla tranquilla sicumera sciorinata da questi sedicenti esperti. Il testo in questione è sfortunatamente un eccellente esempio di “agnotologia”, la creazione o il rafforzamento dell’ignoranza e della disinformazione. Constatiamo dunque che un autore considerato valido nel suo campo, con alcuni colleghi, dice baggianate su un possibile olocausto mondiale, che rischia di essere causato da qualcosa che non può neanche essere coerentemente definito: ciò mostra che alcuni accademici in materie non biologico-genetiche, una volta che affrontano lo pseudo-argomento “OGM”, letteralmente sclerano; e non abbiamo purtroppo una spiegazione piena e convincente dello strano fenomeno…

Il testo in questione ha già ricevuto parecchie critiche ben fondate qui, qui, qui, qui, qui, qui e qui.

Recentemente, il professor Taleb ha reagito contro chi critica le sue posizioni “anti-OGM” in modo talmente inaccettabile, con insulti e contumelie, che c’è stato chi ha persino lanciato una petizione perché sia licenziato dalla sua università per grave scorrettezza professionale.

Prenderà ragionevolmente atto che tutte le sue elucubrazioni scombinate tra PP e “OGM” sono un grave errore? Lo spero.

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Luca Simonetti

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