Antonio Pascale scrive una ficcante riflessione su Letture del Corriere della sera del 27 novembre scorso (leggi Bufale scientifiche). Il vero bersaglio del pezzo sono gli scienziati autorevoli che non intervengono con assiduità a ribattere ad affermazioni degne di maghi e veggenti e stanno tranquilli ritirati nei loro uffici a pensare a cose più importanti.
Ma a Mario Capanna non sembra vero che qualcuno parli di lui e quindi che lui possa “propanare” il suo verbo ai quattro venti. Il termine “propanare” non esiste, ma Mario Capanna lo usa sistematicamente e con convinzione: daltronde non è l’unica cosa che non esiste se non nella sua fervida immaginazione. Cercando su Google il verbo propanare si trova solo riferito ad un altro ignoto creativo che lo riferisce all’uso di una automobile alimentata a gas (propano???).
Dunque Capanna scrive una lettera al Corriere a cui Pascale risponde per le rime (leggi la leggenda della fragola).
L’articolo citato da Capanna è questo (leggi fragola-pesce). Dal testo si desume che trattasi di trasformazione di foglie, rigenerazione a callo e differenziamento di piantine la cui “morfologia non è differente dalla forma iniziale”. Insomma di lische di pesce non si parla, ma sopratutto non si parla di frutti. Gli autori non descrivono i frutti ossia le fragole (e sopratutto non li descrivono nelle generazioni ossia non si sa se erano delle vere piante transgeniche o solo delle chimere).
Non si trova in lettaeratura scientifica notizia di un prosieguo di questa ricerca da parte degli stessi autori che già nel 1998 sembrava che pubblicassero le loro attività su un foglio ciclostilato più che su un giornale scientifico accreditato.
Per onestà dobbiamo ammettere che altri potrebbero aver proseguito le ricerche del Santo Graal ossia la fragola con la lisca, ma ammettiamo con imbarazzo di non essere capaci di tradurre dal mongolo questo interessante articolo (fragola-mongola).
Questo era il nome di una magica pozione che il professor Lumacorno consegnava in premio a Harry Potter. La pozione dava un (transitorio) effetto di ottimismo sfrenato e certezza che qualunque cosa si stesse per fare avrebbe avuto successo.
Vogliamo per un momento vivere sotto l’effetto di questa droga magica sperando che qualche baggliore di ottimismo ci venga portato dalla nuova patata di BASF chiamata appunto Fortuna.
Non si riesce ancora a mettere le mani sui dettagli tecnici di cosa sia stato fatto per davvero, ma le scarse notizie ci dicono che dopo oltre 20 anni di tentativi di introdurre per incrocio tradizionale due geni da patate messicane la resistenza a peronospora, ora BASF e’ riuscita nell’intento per le vie brevi.
Chissa’ se i maestri della MAS non riusciranno a ri-produrla con le loro mirabolanti nuove tecnologie senza ricorrere agli OGM.
Ma la Fortuna Liquida non sta nell’aver fatto una nuova pianta GM.
Le Fortune sono due:
La prima e’ che una azienda Europea ed in aggiunta tedesca ed in aggiunta un gruppo leader nella chimica decida di abbattere in maniera molto significativa (non annullare) i trattamenti con fungicidi per garantire la produzione di patate resistenti a peronospora.
La seconda e forse maggiore Fortuna e’ che si tratta del piatto simbolo della cucina tedesca, come se noi modificassimo la pasta, e che l’idea e’ di fare un prodotto per l’uso diretto per l’alimentazione umana. Senza giri di parole verso produzioni destinate alla mangimistica o all’abbigliamento, ma dritti al cuore del problema: esseri umani che mangiano un OGM.
(Nel 2014 la prima patata OGM ad uso alimentare)
Non sappiamo se e quanto durera’, non sappiamo ancora i dettagli tecnici dell’0assemblaggio che ha portato a Fortuna, e non sappiamo nemmeno se passera’ al giudizio dell’EFSA e se quindi davvero potremo mangiare Fortune fritte nel 2015, ma per adesso ci prendiamo questo attimo di effimero ottimismo sperando che sia un segnale verso le altre aziende della chimica Europee ad innovare nella direzione che gia’ e’ stata decisa dalla gran parte delle agricolture del pianeta.
Il Fatto Quotidiano rilancia un nuovo interminabile e vacuo rapporto del network delle organizzazioni anti-OGM mondiali: (OGM: 250 mila contadini si suicidano)
Il cervello pensante di questa organizzazioe ha ora sede in Toscana (della serie i guai non finiscono mai). Alla nuova organizzazione (Mario Capanna-free!!!) servono ben 251 iteminabili pagine (chi volesse puo’ scaricarsele dal loro sito) per fare la collezione di luoghi comini e vecchie storie di fallimenti annunciati degli OGM poi rivelatesi errori di valutazione scientifica. Visto chi coordina questo ensemble di musiche scordate, Il Fatto mette in risalto il nuovo record dello spread che questa volta non riguarda i Bund ed i BTP, ma la distanza tra i suicidi di contadini indiani ora giunti a quota 250.000 e la verita’ matematicamente osservabile dai dati accurati proposti dall’IFPRI che certifica invece la diminuizione dei suicidi che tra l’altro non sono attribuibili ad alcuna coltivazione specifica.
A fronte di numeri, tabelle, analisi, dati veri analizzati in dettaglio la risposta e’ che l’IFPRI ha semplicemente manipolato i dati (IFPRI e i dati sgraditi). Ecco noi fino a che non ci sara’ un dettagliato documento con numeri, tabelle, analisi e fatti, redatto da una agenzia titolata ed autorevole del Governo indiano continuerempo a fidarci dell’IFPRI.
Tempo fa Carlo Petrini elencò dieci punti per ribadire il no ai cosiddetti “ogm”. Il punto otto merita una particolare attenzione. Petrini sosteneva, tra l’altro, che “le piante mal sopportano le modificazioni genetiche”. Ora, se durante un esame di biologia avessi fatto un’affermazione del genere sarei bocciato a libretto. L’evoluzione dei prodotti agricoli (da diecimila anni) è stata possibile perché le piante sopportano – e come! - le modificazioni genetiche. Nei millenni non abbiamo fatto altro che spostare geni da una parte all’altra. La prima modifica indotta (empiricamente) è stata quella che ha permesso la creazione di cereali che non disperdevano i semi. Abbiamo modificato il loro status selvaggio cercando di ottenere cariossidi più grandi e più ricche di proteine.
Questo è avvenuto e avviene ancora e avverrà sempre e riguarda tutto ciò che consumiamo. Quando modifichiamo un prodotto modifichiamo i suoi geni – per questo tutto è ogm. Ora, affermazioni come quella di Petrini contribuiscono a formare un immaginario ecologista (e di sinistra) di stampo creazionista, un po’ alla testimone di Geova. Meglio non muoversi affatto perché, simbolicamente parlando, le piante non sopportano le modificazioni genetiche, quindi ogni tentativo di miglioramento produce un danno e inquina un presunto stato naturale. Questo atteggiamento – che, tra l’altro, incide sulle élite (di sinistra), ossia quelle che producono e trasmettono cultura - sta strutturando, appunto, l’idea di un ecologismo sì, ma senza innovazione tecnologica. Un paradosso. Per esempio, una foto di famiglia ritrae mio nonno, mia nonna, mio padre ed io, bambino (due anni). Questa foto (1968) illustra tre generazioni. Mia nonna sullo sfondo lavava i panni. L’ha sempre fatto, per tutta la vita – poi è stata felicissima di potersi servire dell’innovazione portata dalla lavatrice, per lei quella era una scelta ecologica, recuperava tempo e risparmiava acqua.
Mio nonno era un contadino, povero, sdentato, con i postumi della pellagra. Coltivava biologico e non per scelta etica. Non aveva né fertilizzanti né agrofarmaci. Si lamentava degli insetti che mangiavano la sua roba e la distruggevano, i suoi prodotti non erano buoni e la gente al mercato non li comprava (la sua più grande sofferenza, questa. Perché si spaccava la schiena e lavorava con costanza e determinazione e gli sembrava ingiusto essere colpito da una punizione così crudele) – in effetti, bisognerebbe spiegare a tanti fortunati di oggi che con facilità parlano del mondo contadino, elogiando i ritmi naturali e i cibi sani di una volta che, per esempio, gli insetti non sono culturalmente modificati, cioè non dicono: questo campo è biologico non l’attacchiamo. Mio nonno, ancora, si è spostato nell’arco di tutta la vita, forse di una cinquantina di chilometri dalla sua proprietà. Povertà, ignoranza, sofferenza (tanta) e lingua dialettale stretta gli hanno impedito di accedere a dimensioni diverse da quella agricola. Naturalmente mio nonno mangiava solo prodotti a chilometro zero. E questo per una buona parte della sua vita, fino agli anni ‘60.
Ma qui, la parola passa a mio padre. Che invece ha goduto delle innovazioni tecnologiche di quegli anni. Agrofarmaci, fertilizzanti, meccanizzazione e miglioramento genetico. Ha visto la produzione agricola e il reddito aumentare, quindi ha potuto lentamente fare quello che a mio nonno e a mia nonna non riusciva fare, affrancarsi dalla terra e studiare. Io, dei tre, sono stato il più fortunato. Perché ho potuto beneficiare appieno della rivoluzione agricola e nello stesso tempo capire che questa aveva prodotto dei danni. Come rimediare? C’è solo un modo, capire, ora, attraverso quali nuove tecnologie si arriva a produrre di più, meglio e con meno costi sociali. Si possono ottenere agrofarmaci biodegradabili e innocui? Certo e lo si sta già facendo. Si possono mettere insieme le competenze di varie discipline, agronomia, genetica, ecc e creare dei protocolli di produzione, via via analizzati e studiati, grazie ai quali gli imprenditori agricoli si trasferiscono nuove conoscenze per meglio coltivare? Certo, la Bayer per esempio, sta avviando questo protocollo sulla vite. Si possono ottenere delle piante resistente alla siccità e agli insetti? Certo.
Il più grande filosofo della modernità, e il miglior esperto di lombrichi e colombi, Charles Darwin ci ha insegnato che tutto è cultura, la natura non esiste, perché non si può identificare un suo stato perenne né, la natura, contiene al suo interno speciali valori, inanti (e romantici) e quindi immodificabili. Tutto scorre e si modifica e tutto avviene attraverso l’innovazione culturale e tecnologica. Solo e con i fondi alla ricerca si può sperare di modificare in meglio il mondo, perché non solo le piante, ma il mondo ha bisogno di essere modificato, entrambi, per così dire, sopportano le modificazione genetiche. E’ fondamentale farlo e includere nel cambiamento
l’abbattimento della emotività e una maggiore dose d’analisi e quindi più precisione e maggior attenzione ai costi. Sarebbe un disastro se la sinistra perdesse di vista due parole: innovazione e inclusione. Più innovi più includi.
Adesso la sinistra (a leggere la pubblicità) è oltre. Dove però, non è chiaro, sospetto che, culturalmente, sia precipitata nel buco nero del passato.
Pensavamo che il mito della corazzata Potiomkin avvesse immunizzato tutti ed invece c’e’ chi ci riprova con un interminabile video intitolato Il mondo secondo Monsanto.
Mi trovo costretto a pubblicare un vecchio articolo perche’ il film e’ stato appena proiettato a Treviso per merito di Slow Food e temo che l’idea geniale possa infettare altri.
Il goal è dimostrare che Monsanto è brutta sporca e cattiva e quindi che tali sono gli OGM. Ma a ben vedere di OGM non si parla quasi mai e quando se ne parla vengono fatte affermazioni quantomeno sorprendenti.
Dopo circa 45 minuti di filmati tanto appassionanti quanto un film intimista francese, si afferma che il mais OGM ha inquinato quello naturale messicano come conferma una autorevole pubblicazione su PNAS.
L’articolo originale è (leggi Mais Messico) questo a firma dei ricercatori dell’istituto di ecologia, ma basta solo leggere il titolo per capire che la giornalista francese deve masticare poco l’inglese:
Absence of detectable transgenes in local landraces of maize in Oaxaca, Mexico



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