Cerchiamo di essere seri

09 Mag 2016
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Di Alberto Guidorzi

Come si può continuare a discutere senza avere analizzato tutti i risvolti e conseguenze di certe decisioni? Purtroppo è quello che facciamo in Italia, ma ciò che è più grave lo fanno soprattutto i nostri politici (a Roma a Bruxelles e a Parigi) quando decidono su agricoltura e impatto ambientale. I lettori sanno che ho un’antenna perennemente rivolta verso ciò che si fa in Francia (è stata un po’ una seconda patria, ma preferisco l’Italia con i suoi difetti…), ebbene ho seguito fin dalla sua formulazione il loro piano ECOPHYTO. Esso è stato lanciato nel 2007 in occasione di “Grenelle de l’environnement” e si prefiggeva di raggiungere questi obiettivi entro il 2018, in dieci anni dunque:

1° Istituire una certificazione obbligatoria per l’uso e la vendita dei prodotti fitosanitari
2° arrivare al 20% di superficie agricola coltivata con metodo biologico
3° ridurre del 50% il consumo dei prodotti fitosanitari in agricoltura.

Un piano ambizioso dunque, ma da subito molto contestato. Siamo ora al 2016 e quindi si può tracciare un bilancio che, però, vede per il primo e secondo obiettivo un vero e proprio scacco per il governo francese: la certificazione era troppo controproducente e macchinosa e non se n’è fatto niente, mentre il biologico non si è mosso dal 2% (si prende in considerazione la sola superficie che produce derrate alimentari) della superficie coltivata in Francia. E’ questo un caso di scuola di ciò che vorremmo analizzare in questa nota: cioè l’agricoltore fa il bilancio costi/benefici del produrre biologico e decide di non farne nulla. Il terzo obiettivo, invece, è rimasto solo sulla carta, ma la politica non demorde dal perseguirlo ed ecco che si è formulato un “Ecophito 2” un nuovo piano con scadenza 2025 e dove ci si prefigge un primo obiettivo intermedio (2020) per una diminuzione del 25% dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura e di raggiungere il 50% alla scadenza predetta. Nel nuovo piano il primo obiettivo è stato eliminato ed il secondo invece è stato allargato a tutti i sistemi agro ecologici (agricoltura ragionata, integrata nelle sue due forme: a basso uso di intrants e veramente ragionata) e non esclusivamente al solo biologico, prevedendone un sostegno normativo e finanziario.

Focalizziamo dunque la nostra attenzione sul fatidico traguardo della diminuzione del 50% e analizziamo le critiche e le indagini che sono state poste a supporto di una discussione che è iniziata fin da subito e si sta protraendo tutt’ora. Subito però sono state le idee degli ambientalisti che hanno prevalso nel senso che si sono fissati degli indicatori di misura come l’IFT a livello di azienda agricola (Indicatore di Frequenza dei Trattamenti) e il NODU a livello regionale (corrisponde in pratica al numero medio di trattamenti fatti annualmente coltura per coltura a livello nazionale). Si è tenuta però distinta l’agricoltura convenzionale da quella biologica, ma senza che vi sia una ragione valida visto il grande numero di trattamenti che si è obbligati a fare con il rame su certe coltivazioni, e che questo incide negativamente sulla florofauna del terreno. Una critica subito fatta al NODU è stata che non si teneva conto del grado di tossicità per l’uomo e l’ambiente del prodotto distribuito durante i trattamenti. Infatti l’indice di controllo così formulato poteva indurre l’agricoltore a usare prodotti molto più tossici e permanenti al fine di ridurre i passaggi in campagna e migliorare quindi l’indice, ma così facendo si contravveniva proprio allo spirito del provvedimento; in altri termini si facevano meno trattamenti, ma si usavano prodotti ad impatto ambientale negativo molto maggiore. Ne è risultato che il primo piano “ecophito” si è rivelato più il frutto “dell’ideologia al potere” che di una sincera volontà a volere affrontare un problema valutandone rischi e benefici o viceversa. Il secondo invece deve ancora partire, ma l’impronta è la stessa. perchè la realtà è che in tutto questo lasso di tempo si è assistito solo ad una enumerazione dei rischi dei fitofarmaci e ben poco dei benefici. Anzi i benefici sono stati imputati come colpa agli agricoltori nel senso che sono il frutto di uno sfrenato egoismo produttivistico, da cui ne risulta purtroppo una convinzione che da una trentina d’anni a questa parte i produttori di derrate alimentari, scordandosi che da queste derivano i cibi di cui tutti si nutrono, siano dei puri e semplici avvelenatori. Accusa che però dovremmo rivolgere a maggior ragione ai nostri avi e padri in quanto l’uso dello zolfo per l’oidio della vite data 1847, l’uso del rame contro la peronospora risale al 1878, l’uso dei primi diserbanti sul frumento data 1895 (solfato di rame a forti dosi e perfino l’acido solforico) e che questi sono diventati di sintesi nel 1945 con l’uso di prodotti ad effetto ormonale, oppure che quella campagna che ora idealizziamo o consideriamo un ambiente idilliaco perduto, usava prodotti arsenicali, estratti di nicotina, il benzene, solfuro di carbonio, cianuro di calcio, fosfuro di zinco in modo scriteriato e che da tempo noi abbiamo proibito.

Chi poi si è azzardato a enumerare i benefici ed ha fatto notare che:

§—— se produco di più per unità di superficie significa che coltivo meno terra per produrre la stessa quantità. Dato, però, che i consumi di cibo aumentano saremo obbligati a produrre molto ma molto di più ed, infatti, la FAO dice che entro il 2050 dovremo aumentare la produzione attuale di cibo del 70% lasciando praticamente intatta la superficie mondiale coltivata,

§—— se vi fosse un calo dei prezzi degli alimenti, in particolare frutta e verdura, esso avrebbe un impatto positivo sulla salute dei consumatori. Lo dimostrano due studi, uno universitario (Askan Afshin et al.) che dice che un abbassamento del 10% dei prezzi di frutta e verdura porterebbe nel 2030 a diminuire dell’1% le malattie cardiache, mentre la rivista Lancet (Marco Springmann et al.) pubblica che se calasse del 4% la produzione di frutta e verdura, nel mondo morirebbe mezzo milione di persone in più,

NOTA: mi piace far notare che i due studi citati ci dicono che le differenze di resa o di prezzo considerati sono inferiori ai differenziali tra agricoltura biologica e convenzionale. Perché non si usa lo stesso effetto sanitario per valutare la transizione verso l’agricoltura biologica, notoriamente tanto meno produttiva e tanto, invece, sostenuta e spinta?

§—— se proteggo le coltivazione dagli attacchi crittogamici riduco il problema delle micotossine, fattore questo ancora molto sottovalutato,

Ebbene questi che affermavano quanto sopra si sono visti subito accusare di essere dei portaborse dei produttori di fitofarmaci.

In altri termini i rapporti costo/beneficio e rischio/ beneficio sembra che non debbano essere valutati analiticamente in quanto è amorale mettere a confronto la salute con dei benefici materiali. Infatti tutti gli studi fatti anche da organismi indipendenti, che invece dovrebbero essere neutrali, non si occupano della valutazione dei benefici. Questo comportamento contravviene proprio il tanto invocato “principio di precauzione” che, se viene applicato sui rischi, avrebbe ragione anche di essere applicato nella valutazione di benefici mancati o addirittura diminuiti, cioè bisognerebbe precauzionarsi anche di mantenere intatti i livelli di disponibilità di cibo raggiunti.

Per trovare conferma di quanto suddetto basta scorrere le ricerche agronomiche presentate nel 2015, che sono state 81. Ebbene 36 si sono occupati della presenza dei pesticidi nell’ambiente, 10 della relativa contaminazione umana, 3 sull’impatto non intenzionale dei pesticidi sulla florofauna. Solo 5 si sono occupati di suggerire indicatori per aiutare gli agricoltori a migliorare le loro pratiche. In conclusione ben poco è stato fatto per valutare l’impatto economico del ridurre del 50% l’uso dei fitofarmaci, fatto salvo un lavoro fatto dall’INRA all’inizio di questa ondata di ambientalismo che ha permeato la politica, eppure essa non doveva restare lettera morta perché le conclusioni non erano da trascurare.
L’INRA tra l’altro non ha preso in considerazione le forme di agricoltura agli antipodi dell’agricoltura produttivistica e intensiva, ma si è limitata a forme intermedie rispetto all’agricoltura intensiva-AI (1) come ad esempio l’agricoltura ragionata-AR (2) e l’agricoltura integrata (AInt) (3).

Il passaggio dall’agricoltura intensiva all’agricoltura ragionata comporta un vantaggio per l’agricoltore in quanto il suo margine netto aumenta del 9,4% (prezzi 2006), solo che com’è strutturata l’AR essa non permette certo di ridurre del 50% i pesticidi in quanto l’IFT dell’AR si riduce di solo il 28% rispetto all’AI. Inoltre l’AR in certe coltivazioni (frutticole in particolare) è già ora largamente praticata (in viticoltura solo il 13% è ancora intensiva) e quindi è una via già largamente sfruttata.
Se guardiamo solo l’aspetto ambientale l’AR non è sufficiente per imprimere una vera svolta e non lo è neppure l’AInt, ma occorre passare all’agricoltura integrata veramente tale-AIntVT (4) per pensare di poter ridurre del 50% l’uso dei pesticidi, ma dato che i rilievi sono una media nazionale di tutte le coltivazioni, si deve supporre che se prendessimo in considerazione solo la vite è la frutta il traguardo del 50% non è raggiungibile anche con questa agricoltura integrale piuttosto spinta, stanti le tecniche disponibili.

Tuttavia, occorre subito dire che in Francia la transizione ipotizzata sopra comporterebbe una diminuzione della produzione agricola del 12% ed un abbassamento del margine lordo aziendale del 16%. Di fronte a questo scenario lo studio dell’INRA ha anche calcolato quale sarebbe il livello di sovvenzioni che occorrerebbe elargire agli agricoltori per ripagarli delle perdite dovute al passaggio da AR ad AIntVT: occorrerebbe, infatti, elargire 200 €/ha che rapportati alla superficie agricola francese equivarrebbe a stanziare ogni anno nel bilancio pubblico la non modica cifra di 5,8 miliardi di €. Solo che se i prezzi agricoli dovessero aumentare, come ad esempio è capitato nel 2008, ma che si sa essere una tendenza solo all’inizio, visto lo squilibrio continuo della domanda di cibo rispetto all’offerta, allora le elargizioni a compensazione dovrebbero aumentare e quindi sarebbero superiori ai 200€ citati sopra e di conseguenza anche il bilancio dello Stato ne sarebbe ulteriormente aggravato.
Il rapporto dice anche che una riduzione dell’uso dei pesticidi fino al 20% non comporterebbe conseguenze economiche valutabili, mentre queste sarebbero incisive quando si spinge la diminuzione dell’uso dal 30 al 50%.

Senza contare che l’uso dei pesticidi non segue una regola fissa ma varia di anno in anno in funzione della virulenza degli attacchi parassitari. Inoltre se andiamo oltre nel cambiamento del modo di fare agricoltura (biologico, biodinamico ecc.ecc.) e non ci fermiamo alle forme intermedie, queste per ora godono del fatto che la minor produzione è in parte compensata da aumenti dei prezzi al consumo, sfruttando una nicchia di clientela disposta a spendere di più, ma se generalizziamo di più la diminuzione di produzione che certe scelte di conduzione agricola portano con sé, allora non si potrà più contare su questa categoria di persone con maggiori disponibilità finanziarie. Insomma certe scelte occorre vederle calate nella realtà dell’attività agricola e in quella del potere di acquisto del consumatore, altrimenti diventa un esercizio solo teorico e avulso da una realtà che cambia. Purtroppo lo studio in Francia è rimasto isolato e non più aggiornato, quando invece sarebbe essenziale prevedere e divulgarne scenari e previsioni al fine di permettere alla collettività di valutare con più cognizione di causa. In Italia scimmiottiamo da tempo la Francia, ma pur consci di realtà totalmente diverse, non facciamo nessuna valutazione d’impatto di un eventuale piano ecophito anche nel nostro paese. Sicuramente possiamo anche dire che i bisogni di fitofarmaci nel nostro paese sono inferiori a quelli francesi, dove il clima non li aiuta certo.

Insomma l’uso dei fitofarmaci risulta essere l’unico capro espiatorio di una presupposta velenosità di questi e quindi di un attentato alla salute della collettività. Solo che se diciamo che esistono i fitofarmaci è per distinguerli dagli “umano farmaci” e questi non sono ne più ne meno che dei veleni come i farmaci per le piante, ma ambedue sono stati concepiti per curare e non per costituire pericolo. Allora perché non si lancia una campagna del tipo: “riduciamo del 50% l’uso delle medicine”. Se si lanciasse questa iniziativa subito si sentirebbe dire che le medicine fanno guarire e che la salute è da preservare dimenticando di citare gli effetti collaterali veleniferi dei medicamenti, per contro per le medicine delle piante si pensa subito all’essere esse veleni e si dimentica che servono per curare le piante perche una derrata arrivi ugualmente numerosa nella disponibilità dei cittadini.

Ma ha basi solide questa paura inconsulta dei residui dei fitofarmaci? La risposa è negativa se stiamo a quanto ci dicono le autorità preposte. L’ANSES francese (ed anche l’istituto della Sanità italiano perché non ha mai detto il contrario) dice che : « generalmente gli studi confermano il buon livello di padronanza dei rischi sanitari associati alla presenza potenziale di contaminanti chimici negli alimenti e ciò sulla base delle soglie regolamentari ed ai valori tossicologici di riferimento disponibili”. Ora noi sappiamo che il 97,4% dei residui riscontrati nei controlli o sono assenti per il 54% o rientrano nelle norme per il resto.
Circa la cancerogenicità sono fondati gli allarmi che si vogliono lanciare? Anche qui la risposta è negativa se stiamo a questo studio:
http://social-sante.gouv.fr/IMG/pdf/synthese_cancer.pdf ; infatti qui alla seguente domanda: “I redisui di pesticidi contenuti nella frutta e nella verdura presentano rischi per l’insorgere di un cancro ?” si risponde: “ No, se la regolamentazione è rispettata”.
Infine uno studio del 2007 fatto da AICR (American Institute for Cancer Reaserch) e da WCRF (World Cancer Research Fund) rileva che: “ Fino ad ora non ci sono prove epidemiologiche sostanziali che uno qualunque dei contaminanti includenti pesticidi, soli o in combinazione e tali che attualmente regolamentati ed abitualmente consumati negli alimenti, con l’acqua ed in altre bevande, abbiano un effetto sigificativo sui rischi di cancro”.

NOTE:

1 - Agricoltura Intensiva (AI) : applica i trattamenti con fitosanitari in modo sufficiente per proteggere contro le malattie o insetti devastatori i raccolti, ma lo fa spesso in modo del tutto preventivo senza assicurarsi di verificare se i i parassiti sono presenti in numero tale da costituire pericolo di danno.

2 - Agricoltura Ragionata (AR) : essa conserva gli stessi obiettivi produttivi dell’AI ed anche gli stesi modi di produzione, ma ogni trattamento è preventivamente valutato circa la sua necessità. Quindi nessun trattamento è preventivo, ma si decide di eseguirlo solo se la presenza dei parassiti supera la soglia di nocività.

3 - Agricoltura Integrata (AInt): è un’agricoltura sempre ragionata, ma con l’aggiunta di pratiche profilattiche al fine di ridurre il rischio parassitario. Ad esempio sono misure profilattiche quello di seminare meno fitto il frumento o di introdurre più tipi di colture diverse in rotazione, anche con il rischio di avere problemi di trovare mercati di sbocco dei relativi raccolti. La strategia è quella dell’agricoltura biologica, ma senza ancoraggi a schemi obbligati, come ad esempio quello di usare solo prodotti di trattamento definiti “naturali”, infatti si usano liberamente i fitofarmaci di sintesi, seppure scegliendo quelli a minore tossicità (che non è detto che sia sempre più elevata del prodotti naturali dell’agricoltura biologica). Questa si può suddividere in due sottocategorie: limitare tutti gli intrants oppure usare le rotazioni e gli avvicendamenti colturali per meglio adattare di anno in anno le profilassi (4 – AintVT)

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