Dalla puntata di Superquark del 06/08/2015

12 Ago 2015
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robertodefezilcasoogmDa ascoltare dal minuto 1.51.30.

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-eb6454c7-22b4-4707-ab40-c5876767d326.html#p=0

62 commenti al post: “Dalla puntata di Superquark del 06/08/2015”

  1. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Ma come, ma non sapete che Piero Angela ha fatto i soldi a palate perchè amico delle Multinazionali?

  2. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    condivido ……… pietro angelo ….. informazione sicuramente obiettiva e non di parte

    come può affermare che gli OGM in 20 anni non hanno procurato danni all’ambiente?
    …….. le piante coltivate OGM che negli USA sono diventate infestanti non hanno procurato danni all’ambiente?
    ……. le parentali selvatiche che hanno acquisito dalle piante coltivate OGM il transgene non hanno procurato danni all’ambiente?
    …….. la diffusione di marcatori di resistenza agli antibiotici non ha procurato danni all’ambiente?

  3. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    BALLE

  4. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    SOCIETA’ ITALIANA DI ECOLOGIA

    “L’aumento di produzione agricola dovuto a questi OGM è minimo, se non inesistente, l’unico cosiddetto “vantaggio” essendo la possibilità di utilizzare indiscriminatamente grandi quantità di erbicida senza danneggiare la specie coltivata. Ma gli OGM possono anche costituire un pericolo per il funzionamento degli ecosistemi, poichè la loro introduzione è del tutto analoga al rilascio di specie esotiche, una pratica che ha portato nel recente e lontano passato a qualche beneficio, ma anche a molti danni, di natura sia biologica che economica. L’introduzione di OGM ha già contribuito in alcuni casi al declino di specie e razze naturali e, se effettuata su larga scala, può contribuire a una drastica diminuzione della biodiversità dei nostri ecosistemi. Vogliamo ricordare con forza che a medio e lungo termine la salute dei nostri figli e dei nostri nipoti dipende dal mantenimento del funzionamento degli attuali sistemi naturali che forniscono gratuitamente non solo cibo, legname, fibre tessili, medicinali, ma anche servizi fondamentali per la nostra sopravvivenza quali la purificazione naturale di aria e acqua, il riciclo dei sali nutritivi, la stabilità dei versanti montagnosi, la protezione delle coste dall’erosione.”

  5. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    La SOCIETA’ ITALIANA DI ECOLOGIA racconta BALLE E PUTTANATE.

  6. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    OGM e rischi per l’ambiente

    I rischi sono parecchi e tipici a volte di un singolo OGM. Vediamo alcuni casi che rappresentano i temi di discussione più dibattuti nel mondo scientifico.

    Nel 1996 James Kling, un divulgatore scientifico, avviava una riflessione sulla rivista Science sul pericolo che colture transgeniche potessero trasferire geni di resistenza ad erbicidi, a virus, ad antibiotici ecc. a piante spontanee rendendole delle ’super-infestanti’ (superweeds è il termine coniato da Kling e diventato poi famoso nella letteratura giornalistica). Kling rappresentava con una notevole obiettività le posizioni del momento. Ecologisti e specialisti di genetica di popolazione ammonivano che il trasferimento di geni eterologhi presenti in colture transgeniche a specie selvatiche sarebbe stata solamente una questione di tempo, dato il ritmo con cui i permessi di coltivazione venivano rilasciati negli USA. Quelli che rilasciavano i permessi, rassicuravano che il problema del trasferimento genico all’ambiente (gene flow) era tenuto in attenta considerazione e che i permessi di coltivazione venivano accordati solamente quando il rischio era nullo. Nel giro di qualche anno s’è accumulata una copiosa quanto inutile letteratura scientifica sulla valutazione del rischio (Gressel e Rotteveel 2000) e sulle distanze di sicurezza per evitare inquinamenti a colture attigue o a specie spontanee (Scheffler e Dale 1994; McPartlan e Dale 1994; Scheffler et al 1995; Conner e Dale 1996).

    Le pubblicazioni scientifiche sull’argomento ammontano ormai ad oltre un centinaio. E’ chiaro, tuttavia, che quando una coltura transgenica assume le dimensioni che hanno assunto il mais, la soia o il colza, la speranza di non contaminare l’ambiente e le specie botaniche selvatiche non ha fondamento scientifico. Molto dipende dalle aree in cui si coltiva. Il mais coltivato in Europa probabilmente non darà luogo a flussi genetici nell’ambiente al di fuori delle aree agricole, perché non ci sono specie spontanee che possano ibridare con il mais coltivato; lo stesso non si può dire per il riso transgenico coltivato in Asia o il colza coltivato in Europa o la soia coltivata in Cina.

    Per inciso, è utile sottolineare che casi di negligenza nella sperimentazione con colture transgeniche (distanze di sicurezza, scelta della coltura successiva, notifiche alle autorità competenti ecc.) sono stati segnalati anche per test preliminari, cioè quelli condotti dalle compagnie costitutrici degli OGM, che avrebbero dovuto operare con la massima cura.

    A completamento dell’argomento possiamo dire che colture transgeniche a larga diffusione creano problemi anche agli agricoltori. Per esempio, chi produce mais non transgenico vicino ad un produttore di mais transgenico avrà il proprio prodotto inquinato, che dovrà vendere come prodotto transgenico. Il fatto è ancora più grave per gli agricoltori che fanno produzioni biologiche, ma questi sono ovviamente problemi di natura sociale piuttosto che scientifica.

    La riduzione del rischio di trasferimento di geni eterologhi da colture transgeniche a specie selvatiche viene perseguito dalle compagnie attraverso due vie:
    - inserimento dei costrutti transgenici nel DNA cloroplastico piuttosto che in quello nucleare, sfruttando il fenomeno dell’eredità materna dei cloroplasti, che è piuttosto comune nelle angiosperme. Questo impedisce la dispersione del costrutto attraverso il polline, che non porta generalmente plastidi;

    - riduzione della competitività naturale nei semi della generazione successiva, utilizzando le tecniche del tandem construct, cioè l’inserimento di un secondo gene che si manifesta nella generazione successiva, dando ad esempio maschiosterilità, scarsa vigoria alle piante, nanismo ecc. (Gressel 1999)

    Un altro caso dibattuto è l’uso di geni che codificano per proteine del capside di alcuni virus.
    La resistenza ad un determinato virus si può ottenere inserendo nella specie ospite il gene che codifica per le proteine del capside di quel virus. La pianta codificando le proteine del capside diventa resistente al virus. E’ il caso delle resistenza alla sharka (o PPV = Plum Pox Virus) ottenuta in susino con questa tecnica. Gli stessi ricercatori che hanno ottenuto il risultato di rendere il susino resistente alla sharka hanno anche dimostrato, lavorando con una specie modello di tabacco in grado di esprimere il capside del PPV, che questa proteina prodotta dal tabacco è in grado di incapsidare un altro virus, il virus del mosaico giallo degli zucchini. Questo potyvirus non trasmissibile attraverso gli afidi, una volta incapsidato con il capside prodotto dal tabacco, viene trasmesso dagli afidi come il PPV. Questo significa che è possibile produrre attraverso il rilascio di piante transgeniche nuovi tipi di virus, con caratteristiche epidemiologiche diverse (Lecoq et al 1998). Il rischio per l’ambiente è evidente e i ricercatori francesi stanno lavorando alla sequenza del capside per togliere ad essa le proprietà negative viste sopra, conservandone le caratteristiche che rendono la pianta transgenica immune al virus.

  7. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    1° Prima di validare una PGM si valuta l’impatto ambientale

    2° Studi su distanze e inquinamenti hanno detto che la convivenza è possibile

    2° L’unica PGM ammessa con modifica della proteina della capside è la Papaya ed ormai è coltivata da 20 anni e nessun inconveniente di tal genere si è verificato. Quando si giudica probabile il verificarsi di un inconveniente non si accetta la trasformazione genetica.

    Quindi si tratta di allarmismi tipici di Greenpeace, che non è mai riuscita a produrre uno straccio di una prova di quello che paventava e guarda caso la SOCIETA’ ITALIANA DI ECOLOGIA è nell’orbita di Greenpeace.

  8. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Rischi ambientali relativi agli insetti utili delle piante OGM

    Il problema ha due facce: la prima riguarda la creazione di resistenze in insetti contro i quali è stata prodotta la pianta transgenica; la seconda riguarda il danno che piante con geni che codificano per biopesticidi (tossine ecc.) possono recare alla entomofauna ‘non-target’, cioè agli insetti non direttamente obiettivo del biopesticida come i predatori e i visitatori occasionali.
    Per entrambi gli aspetti, molte ricerche hanno riguardato e riguardano tuttora l’uso di geni che codificano per tossine Bt, derivanti da Bacillus thuringiensis.

    Nel primo caso sono ormai documentate resistenze selezionate in alcuni lepidotteri dall’uso di piante Bt. In particolare, sono state trovate resistenze nella tignola delle crucifere (Plutella xylostella) allevata su broccoli Bt e colza Bt (Ramachandaran et al 1998 e Tang et al 1999 citati in Tabashnik et al 2000), nel verme rosa delle capsule di cotone (Pectinophora gossypiella), mentre per quanto riguarda le resistenze rilevate in popolazioni di piralide allevata su mais Bt i dati sono contrastanti. Prevalgono i lavori che riportano il superamento di resistenze e in tali lavori il dibattito è relativo al tipo di resistenza: dominante o recessiva. Come è noto i due tipi di resistenza hanno effetti molto diversi sulla possibilità di diffusione del gene stesso (Huang et al 1999; Tabashnik et al 2000).

    Per quanto riguarda il secondo aspetto, al di là delle ormai note vicende della farfalla monarca (Danaus plexippus) e del dibattito creatosi attorno a questa vicenda, i risultati riportati in bibliografia sono piuttosto contrastanti. Ciò è dovuto soprattutto all’eterogeneità dei protocolli e a qualche ‘ingenuità’ come l’uso di individui adulti come soggetti sperimentali, quando è noto che la tossina del B. thuringiensis è molto più efficace sugli stadi larvali. Molti dei dati che si trovano in bibliografia poi riguardano tests preparati per la registrazione di formulazioni a base di B. thuringiensis da utilizzare nei trattamenti alle colture e sono poco pertinenti al caso (Croft 1990). Solo recentemente si è operato alimentando predatori con prede cresciute su prodotto transgenico contenente la proteina Bt. I primi risultati non hanno riportato effetti negativi, ad eccezione di un caso in cui si sono registrate mortalità elevate in larve di crisopa (Chrysoperla carnea) alimentate con prede allevate a loro volta su mais Bt (Hilbeck et al 1998).

    Al di là dei risultati, è importante notare come le prime segnalazioni di resistenze siano comparse in letteratura già nel 1998, cioè ad appena due anni dall’inizio della coltivazione di mais, cotone e patata Bt negli USA. L’allarme è stato preso in seria considerazione da diverse società scientifiche e le perplessità che queste società avanzano con i loro documenti possono essere così riassunte (Wallimann 2000; Saxena et al 1999):

    1. la coltivazione su grandi aree a monocoltura di specie come mais o cotone, che esprimono costitutivamente composti ad azione insetticida come la tossina Bt, crea un ecosistema omogeneo con una grande pressione selettiva e quindi facilmente orientato a creare resistenze;

    2. creando resistenze si rischia di perdere un bio-pesticida, come il Bt, di grande valore, in uso con successo ormai da 30 anni in Agricoltura Biologica;

    3. la tossina Bt, oltre ad agire sui parassiti, sui loro predatori e su visitatori occasionali, viene essudata nel terreno e rimane attiva per oltre 200 giorni, avendo effetti non prevedibili su una miriade di insetti del suolo.

  9. SteoneNo Gravatar scrive:

    Molto meglio passare coi trampoli in fioritura e dare una bella spruzzata di Decis che è la morte sua

  10. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    BALLE INDIMOSTRATE SU BALLE INDIMOSTRATE

    SONO PIù DI 20 ANNI CHE SI SPARANO DEI “SEMBRA” E “PARE”

    TUTTO QUELLO CHE SI IMPUTA AGLI OGM APPROVATI SONO DA IMPUTARE AD ALTRI FATTORI

    Si fa come quella moglie che di fronte al marito di ritorno dalla prigionia dopo due anni ininterrotti di permanenza e trovatosi un pargolo in più in famiglia gli disse che “era stata colpa del guerra”.

  11. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Non ero arrivato a leggere i punti 1,2,3 e devo dire che l’intervento finisce con tre CITAZIONI/BALLE grandi come una casa

  12. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    ”Limitazioni all’impiego di resistenze genetiche derivano dalle continue modificazioni cui va incontro il patogeno che, come già riportato, sviluppando nuovi geni di virulenza, è in grado di superare rapidamente le resistenze presenti nell’ospite.”, Scarascia Mugnozza – Potenzialità del miglioramento genetico in piante ed animali – Accademia Nazionale di Agricoltura e CNR – Bologna, 2001

    Anche il prof. Francesco Sala si è occupato di questa problematica e, molto obiettivamente, aveva posto il problema relativo all’utilizzazione di promotori costitutivi nella creazione di piante OGM. In una sua pubblicazione si può leggere che:
    “Le piante GM oggi coltivate hanno transgeni con promotori costitutivi. Per esempio è costitutivo il promotore 35S del mais Bt. Ciò permette di esprimere il gene con alta efficienza, ma questo a volte non è raccomandabile. Nel caso del mais Bt stesso, la produzione continua della tossina Bt potrebbe determinare la scomparsa dell’insetto bersaglio, con conseguenze per la biodiversità, oppure potrebbe favorire la selezione di insetti resistenti.”, Francesco Sala – Biotecnologie vegetali: tra rifiuto e accettazione, LE SCIENZE, n. 386, ottobre 2.000

  13. SteoneNo Gravatar scrive:

    Molto meglio trattare il mais con i trampoli con un bell’insetticida abbattente. E’ la morte sua (ma anche un po’ nostra)

  14. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Steone
    però se tratti troppo con i trampoli prima o dopo la pressione selettiva che eserciti crea parassiti resistenti molto meglio tenere sotto controllo la fauna del tuo mais Bt ed mettere in calendario ogni tanto un trattamento con i trampoli.

    Ecco la dimostrazione che dire che il mais Bt crea resistenze è una IMBECILLITA’

  15. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    dimenticavo

    se poi fai la rotazione tanto meglio.

  16. SteoneNo Gravatar scrive:

    Alberto Guidorzi number 1!

  17. TC1507No Gravatar scrive:

    Una domanda: se insetticidi chimici e mais Ogm Bt creano resistenze, perché il bio-pesticida Bt usato in agricoltura biologica non dovrebbe crearle?

  18. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    abbiamo imparato che Scarascia Mugnozza a Francesco Sala, tra i maggiori sostenitori degli OGM in Italia, hanno scritto (non su un blog, ma su riviste scientifiche) delle IMBECILLITA’ ……. grazie veramente.

  19. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Infatti quello che ha detto il compianto Prof Francesco Sala (che era un fautore convinto dell’uso della transgensi non dimentichiamo e che abbiano mandato in Cina ad applicarla)si è rivelato un timore non vero e le IMBECILLITA’ le dice chi ne cita ora un timore espresso in anni ormai molto molto datati.

  20. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    TC1507

    La tua domanda è logicissima, ma non rivolta ad ideologi di stampo URSS.

  21. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Anche negli USA si sono accorti che gli insetti maturano una resistenza genetica alla tossina Bt

    Cresce la resistenza dei parassiti alle sementi Ogm e, con essa, i dubbi sulle virtù miracolose dei prodotti transgenici. Il caso è al centro di un articolo apparso su un quotidiano statunitense, secondo il quale anche nella nazione che più ha spinto sulle coltivazioni geneticamente modificate ci si sta rendendo conto che gli insetti hanno sviluppato una resistenza alle sementi ammazza-parassiti.

    http://www.wsj.com/articles/limits-sought-on-gmo-corn-as-pest-resistance-grows-1425587078

  22. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    non si apre ……….

    Limits Sought on GMO Corn as Pest Resistance Grows
    Rootworm gains ground; seed producers criticize EPA proposal
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    A rootworm beetle. Each year, rootworm costs American corn farmers up to $2 billion in damages and outlays to thwart the insect. PHOTO: JOSEPH L. SPENCER/UNIVERSITY OF ILLINOIS
    By
    JACOB BUNGE
    March 5, 2015 3:24 p.m. ET
    121 COMMENTS
    U.S. regulators for the first time are proposing limits on the planting of some genetically engineered corn to combat a voracious pest that has evolved to resist the bug-killing crops, a potential blow to makers of biotech seeds.
    The measures proposed by the Environmental Protection Agency represent a bold step to thwart the corn rootworm, a bug that ranks among the most expensive crop threats to U.S. corn farmers.
    The plan is aimed at widely grown corn varieties sold by MonsantoCo., the first to sell rootworm-resistant corn, and rival seed makers including DuPont Co. and Dow Chemical Co. Such corn seeds have been genetically modified to secrete proteins that are toxic to destructive insects, but safe for human consumption, helping to reduce farmers’ reliance on synthetic pesticides.

    The EPA’s proposal would require seed companies to limit some Midwestern farmers’ practice of sowing fields with corn year after year in areas harboring resistant rootworms, whose cream-colored larvae gnaw on corn roots and stunt plants’ growth. The EPA is concerned that if the resistance continues, it will lead farmers to use more synthetic chemicals to thwart the bug, creating environmental risks.
    Representatives of the biotech-seed industry have criticized some parts of the proposal, which was released in January and is subject to a public-comment period until March 16, after which the EPA will finalize any new requirements.
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    Pests are becoming resistant to GMO corn meant to thwart them. PHOTO: JOSEPH L. SPENCER/UNIVERSITY OF ILLINOIS
    The agency is taking a tougher stance because the industry’s efforts haven’t done enough to stem the spread of pesticide-resistant rootworms in the Midwest, officials said.
    “It is getting worse,” saidBill Jordan, the EPA’s deputy head of pesticide programs. “What’s happened so far hasn’t prevented these problems from arising, so we see need for something more.”
    Seed-company officials say they already encourage farmers to alternate planting of corn and other crops like soybeans to prevent resistant rootworms from establishing themselves. Other efforts also have helped, such as planting small quantities of non-biotech corn in parts of farmers’ fields to slow the bugs’ evolution, they say. Each year, the rootworm costs U.S. corn farmers about $1 billion to $2 billion in damages and outlays to thwart the insect, according toMichael Gray, an entomologist at the University of Illinois at Urbana-Champaign.

    Parts of the EPA’s plan are “quite prescriptive,” said Jeff Bookout,head of U.S. commercial stewardship at Monsanto and chairman of the Agricultural Biotechnology Stewardship Technical Committee, an industry group. “We need to make sure we provide choices and options for growers…not a one-size-fits all [solution].”
    Midwestern farmers’ embrace of pest-resistant corn since the first varieties’ launch in 1996 has diminished its power over some bugs like the corn rootworm, however. Repeated exposure to the corn’s bug-killing proteins means that the small number of rootworms that are able to consume the BT toxin and live can reproduce by the thousands and spread across fields that are used to grow corn year after year.
    Researchers at Iowa State University in 2011 documented rootwormsin an Iowa corn field that had evolved to withstand a biotech corn variety created by Monsanto and first sold in 2003. Last year, Iowa State scientists separately confirmed rootworm resistance to a separate corn variety developed by Syngenta AG, which has been on the market since 2007. Researchers also have documented resistance in Illinois, Nebraska and Minnesota.
    Researchers have yet to confirm rootworm resistance to a separate, newer strain of Syngenta corn, along with a variety developed by DuPont and Dow Chemical.
    “The worst-case scenario is, over large areas, the [insect-resistant] corn plants will lose effectiveness, and growers will be forced to rely much more on insecticides,” said Bruce Tabashnik, an entomology professor at the University of Arizona. “That’s bad for their bottom line, and it’s bad for the environment.”
    Among its proposed changes, the EPA would require makers of rootworm-resistant corn to curb some repeated corn planting in areas badly afflicted by the pest. In portions of Iowa, Illinois, Nebraska and some surrounding states—what EPA officials called the rootworm “red zone”—the agency is pushing for about 35% of corn fields to be planted with another crop, such as soybeans, after two consecutive years of planting of rootworm-resistant biotech corn. Other high-risk fields should be planted with newer corn that can produce multiple types of bug-killing proteins, according to the EPA proposal.

    Seed companies could incorporate such requirements into the agreements farmers sign when they buy biotech corn, or use incentives to encourage participation, according to regulators. The EPA said it is open to discussing other approaches.
    Adding leverage for the EPA: 15 varieties of insect-resistant biotech corn must be re-registered with the regulator by Sept. 30, which requires producers such as Monsanto, DuPont, and Syngenta to outline current plans to stem pest resistance.
    Boyd Epperson, a Nebraska corn farmer who has grappled with resistant rootworms since 2013, bristled at the EPA’s proposal, saying it could limit his business choices. “To me, it should be more an individual decision and not the government telling us what to do,” he said.
    Write to Jacob Bunge at jacob.bunge@wsj.com

  23. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Sciorinatura di altre BALLE E AMENITA’ da programmi televisivi del mattino, dove la scientificità regna sovrana…..

  24. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Tuttologo…. guarda chi sono i tuoi referenti scientifici!
    http://www.agweb.com/livestock/beef/blog/the-truth-about-trade/paltrow-labeling-politics-is-out-of-touch-with-science/?mkt_tok=3RkMMJWWfF9wsRokuajBZKXonjHpfsX57OUoW6Sg38431UFwdcjKPmjr1YEIRct0aPyQAgobGp5I5FEATrPYRadit6IEWA%3D%3D

  25. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    tò …… è ritornato lo smerdatore di vacche per conto delle multinazionali che, però, lascia fare il lavoro agli indiani ……. a loro piace tanto farlo! “Sis de vac ….. parfum deodorant”

  26. SteoneNo Gravatar scrive:

    Troppo insetticida secondo me…

  27. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    tuttologo… In quanto a creatività lasci molto a desiderare…. I tuoi post sono sempre gli stessi!

  28. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Nel 1964 con dieci vacche si stava bene, oggi ne servono 300

    Peccato che voi “Smerdatori di vacche per conto delle multinazionali” non riusciate a capire che le importazioni di latte sono la contropartita per sostenere le esportazioni di prodotti industriali ……e che gli OGM fanno parte di questa strategia …… peccato ……. Sarà per un’altra volta

    Crolla il prezzo del latte
    Chiude una stalla ogni settimana

    A giugno 2014 era pagato 44 centesimi al litro. Oggi 36.

    di PIETRO GORLANI

    Altro che ripresa e ripresina. L’agricoltura lombarda e bresciana - e in particolare il settore lattiero - sta vivendo uno dei suoi momenti più drammatici. Lo scorso anno ha chiuso in media una stalla a settimana. Un trend che prosegue da 10 anni — spiega la Coldiretti Lombardia — visto che tra il 2003 e il 2013 — il numero degli allevamenti è sceso di oltre il 30 per cento, passando da 8.761 a 6.042. Non va meglio ne l Bresciano, prima provincia agricola d’Italia, con 1,2 miliardi di litri di latte munto ogni anno. Allevatori schiacciati dai debiti, costretti a lavorare 14 ore al giorno per non guadagnare nulla, che decidono di mollare. Anche il 2015 non pare offrire margini di speranza. Il prezzo del latte alla stalla oggi è infatti crollato a 36 centesimi di euro al litro, quando il break even - ovvero il ricavo minimo che secondo i produttori assicura la sostenibilità economica - è di 42 centesimi. Eppure solo a giugno veniva pagato 44 centesimi al litro. Cosa è successo?

    L’embargo russo e il quasi monopolio Lactalis
    Nel 2003 c’erano 2.447 stalle. Nel 2014 sono calate a 1661, il 30% in meno. Ben 52 hanno chiuso solo lo scorso anno
    Pesa indubbiamente una situazione congiunturale molto difficile; l’embargo russo che prosegue da agosto ha fatto dirottare milioni di litri di latte (ma anche carni suine) dal Nord Europa all’Italia, come ha ricordato recentemente al Corriere il presidente dell’Upa Francesco Martinoni. E c’è l’innegabile problema del peso - nella definizione del prezzo - di una multinazionale come Lactalis, proprietaria di caseifici italiani come Parmalat, Invernizzi, Cademartori, Santa Lucia e Vallelata.

    Ma c’è dell’altro.
    I mancati accordi con la grande distribuzione
    C’è la grande distribuzione che pare davvero «speculare» sulle spalle degli allevatori. Questa, almeno, la denuncia secca di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Brescia e Lombardia. Prandini parte da una semplice constatazione, i prezzi del latte e dei formaggi sui banchi del supermercato: «Rispetto a giugno i nostri allevatori stanno prendendo il 20% in meno. Ma sui banchi del supermercato (al netto di qualche offerta sottocosto) i prezzi si sono mantenuti stabili. Questo è inaccettabile, perché a guadagnarci non sono né gli allevatori né i consumatori».
    Che fare quindi? «Guardiamo alla Francia oppure alla Germania - prosegue Prandini -; i loro governi in casi come questi aprono dei tavoli di concertazione dove uniscono grande distribuzione e produttori. E si media. Cosa che non si fa qui». Se è vero che Lactalis è un colosso difficile da combattere, «si potrebbe però iniziare a sedersi intorno a un tavolo con i primi tre gruppi italiani della grande distribuzione, che sono Coop, Conad ed Esselunga».

    Nel 1964 con dieci vacche si stava bene, oggi ne servono 300
    Oggi il costo medio di un litro di latte fresco in un market è di 1,41 euro mentre trent’anni fa era di 1,31 euro e cinquant’anni fa di 1,23 euro (dati Sole 24Ore , aggiornati all’indice di inflazione). «Il problema è che un tempo gli allevatori avevano la metà dei costi fissi attuali - aggiunge Prandini -. Con dieci vacche si manteneva dignitosamente una famiglia; oggi un’azienda con trecento capi fa fatica ad arrivare alla fine del mese». La globalizzazione e le economie di scala non hanno risparmiato le eccellenza lombarde. Infatti le stalle diminuiscono ma la produzione aumenta (due milioni di quintali di latte in più nel decennio), segno che a resistere sono le grandi aziende (e le cooperative). A rimanere stritolati sono gli allevatori piccoli e medi, quelli che non riescono a rientrare delle spese correnti (mangimi, carburanti, sementi) e degli investimenti fatti per migliorare la loro azienda (sala mungitura, macchinari). Se non cambierà la situazione, la mazzata finale per loro arriverà con la fine delle quote latte. Ad aprile.

  29. SteoneNo Gravatar scrive:

    E tutto questo senza OGM. Fantastico

  30. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Va beh d’ora in poi ti chiamo gwyneth! Io nel 1964 non c’ero e non so come si stava…. Da quel che mi è stato detto gli agricoli di allora non se la passavano tanto bene. Mio padre negli anni 60 girava con la lambretta e doveva fare a turno con i suoi fratelli, ora in famiglia ci sono 10 patenti e 10 macchine! Fa un po’ te! Sei proprio un coltivatore diretto!

  31. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    @Smerdatore di vacche per conto delle multinazionali che, però, lascia fare il lavoro agli indiani

    non ho scritto che nel ‘64 gli allevatori se la passavano bene! poi tu puoi capire e scrivere quello che vuoi

    da quello che hai scritto si capisce che non vivi di agricoltura.

    at salut smerdatore con 10 macchine (da scrivere?) e 10 patenti ……. si vede che lavorate molto …….

  32. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    hey gwyneth…. Sicuro di non essere bipolare?

  33. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Mbianchessi

    forse tu mi puoi illuminare. Ho letto sul giornale che vogliono togliere l’IRAP sulle imprese agricole e che quelle che la pagano sono intorno alle 230.000.

    Mi è venuto spontaneo fare un divisione, cioè dividere 12 milioni di ettari che a mio avviso dovrebbe essere la SAU che ci è rimasta per le 230.000 aziende e ne risulta che queste avrebbero a disposizione 52 ettari ognuna.

    So bene che il 52 ettari sono un dato grossolano e non veritiero, però credo che sia lecito chiedersi: se la superficie media dichiarata è di 8 ettari significa che vi è una caterva di terra che non appartiene alle imprese agricole, cioè quelle che lo fanno per mestiere!

    Mi potresti dire dove è errato il mio ragionamento? Oppure se è emblematico di una situazione che tra l’altro se non se ne esce diverrà il modo tutto italiano di non produrre cibo?

  34. Giorgio FidenatoNo Gravatar scrive:

    OGM bb: non ti dice niente che, da quando tu fai i conti, la produttività in agricoltura sia decuplicata e che quindi i prodotti agricoli ora valgono molto meno. Nel mio paesello negli anni ‘70 c’erano ancora una 40 famiglie che producevano 20 q.li di latte al giorno. Significava che per produrre 30 q.li di latte ci lavoravano 100 persone circa. Oggi per fare 30 q.li di latte al giorno ci lavorano si e no 4 persone. Questo a te non dice niente e pretenderesti che il latte valesse ancora, in termini relativi, a quello che valeva 50 anni fa???

    Non ti dice niente il termine offerta superiore alla domanda??? Basta vedere cosa ha fatto l’incentivazione della produzione di latte negli anni 70-80 del secolo scorso. Ad un certo punto i politici di tutti i paesi si sono accorti che i magazzini erano pieni di burro e di polvere di latte.

    Gli intelligentoni (meglio i furbi, per continuare ad avere il controllo politico sui contadini) dei politici, di fronte a questa catastrofe di sovrapproduzione dovuto agli incentivi, cosa fanno??? Invece di togliere, come sarebbe stato logico, gli incentivi e lasciare che la domanda ed offerta si incontrassero sui mercati, cosa hanno fatto??? Hanno messo le quote, lasciando intatti gli incentivi. E’ da qui che nasce la catastrofe dell’agricoltura, non dalla baggianate che dici!!!!

  35. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Alberto,
    Devo confessarti che non ne ho la più pallida idea e onestamente lascio la sociologia ai coldiretti che si preoccupano più delle aziende che chiudono i battenti piuttosto che insegnare a quelle che restano come fare reddito. Quel che posso dire è che probabilmente essendo l’ Irap una tassa sul fatturato, può essere che le micro aziende tanto care alla coldiretti non siano conteggiate nelle 230000 che la pagano. Purtroppo, agganciando il ragionamento di Giorgio, la spasmodica ricerca del mercato di nicchia che io preferisco chiamare di m…chia, fa perdere di vista il concetto di produttività. In Italia e non solo si sta diffondendo la malsana idea che produrre 100 da un ettaro di terra e produrre lo stesso 100 da 10 ettari sia la stessa cosa!

  36. Giorgio FidenatoNo Gravatar scrive:

    E’ così. Per via dei contributi l’imprenditore ha perso il senso del processo produttivo e considera quasi un male che aumenti la produttività, perché dopo c’è più prodotto sul mercato!!! Semmai dovrebbe calare la produzione, non la produttività. Invece siccome il contributo è legato all’ettaro coltivato, si continua a coltivare terra per prendere il contributo senza accorgersi che. forse, non servirebbe produrre tanto o perlomeno non servirebbe produrre sui terreni marginali e dove costa di più!!!

  37. franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Guidorzi

    Le 230.000-250.000 aziende che pagano IRAP, sono quelle che superando i 7000 euro di fatturato annuo, non possono usufruire del regime di esonero Iva - IRAP , più quelle che al’ regime di esonero vi hanno rinunciato.
    Nei 11,5-12 milioni di ettari (ISTAT)invece rientrano tutte le aziende agricole ( circa un milione e mezzo)
    Per cui le aziende agricole che pagano IRAP ,dovrebbero avere una superficie media aziendale ai fini statistici ,inferiore ai 52 ettari.
    L’IRAP è calcolata sull’utile di bilancio annuale IVA…Quindi tutte le spese non soggette a IVA ( affitti, assicurazioni ,contributi INPS,Inail,canoni consortili etc ) non vengono conteggiate .In pratica sono considerate come utili e tassate ai fini IRAP.
    Se capita di fatturare nello stesso anno solare vendite o conferimenti di raccolti di due annate ( es i raccolti del 2012 ,dopo il 1 gennaio 2013 ;quelli del 2013,.prima del 31 dicembre 2013).. . ci si ritrova a pagare una botta di IRAP 2013 ..perché il sistema fiscale IRAP annuale , conteggia le entrate di due annate agrarie e sottratte le sole uscite IVA di una sola annata .
    Poi se anche accade che l’anno dopo per forza di cose per posticipo /anticipo di vendite ma anche acquisti, si va in deficit come bilancio IVA .rispetto all’anno in cui sono contabilizzate le uscite ..il mal tolto IRAP nel 2013 dell ‘esempio..non viene restituito, ma anzi viene richiesto un acconto 2014 sulla base IRAP versata nel 2013 ;vero che quest’ultimo viene poi contabilizzato..ma intanto sei obbligato ad anticipare circa il doppio del dovuto dopo che hai già pagato IRAP per vendite solo contabilmente riferite a un anno diverso da quello in cui sono state conteggiate comunque , sempre le sole spese soggette a IVA.

  38. franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Le 230.000-250.000 aziende che pagano IRAP, sono quelle che superando i 7000 euro di fatturato annuo, non possono usufruire del regime di esonero Iva - IRAP , più quelle che al’ regime di esonero vi hanno rinunciato.
    Nei 11,5-12 milioni di ettari (ISTAT)invece rientrano tutte le aziende agricole ( circa un milione e mezzo)
    Per cui le aziende agricole che pagano IRAP ,dovrebbero avere una superficie media aziendale ai fini statistici ,inferiore ai 52 ettari.
    L’IRAP è calcolata sull’utile di bilancio annuale IVA…Quindi tutte le spese non soggette a IVA ( affitti, assicurazioni ,contributi INPS,Inail,canoni consortili etc ) non vengono conteggiate .In pratica sono considerate come utili e tassate ai fini IRAP.
    Se capita di fatturare nello stesso anno solare vendite o conferimenti di raccolti di due annate ( es i raccolti del 2012 ,dopo il 1 gennaio 2013 ;quelli del 2013,.prima del 31 dicembre 2013).. . ci si ritrova a pagare una botta di IRAP 2013 ..perché il sistema fiscale IRAP annuale , conteggia le entrate di due annate agrarie e sottratte le sole uscite IVA di una sola annata .
    Poi se anche accade che l’anno dopo per forza di cose per posticipo /anticipo di vendite ma anche acquisti, si va in deficit come bilancio IVA .rispetto all’anno in cui sono contabilizzate le uscite ..il mal tolto IRAP nel 2013 dell ‘esempio..non viene restituito, ma anzi viene richiesto un acconto 2014 sulla base IRAP versata nel 2013 ;vero che quest’ultimo viene poi contabilizzato..ma intanto sei obbligato ad anticipare circa il doppio del dovuto dopo che hai già pagato IRAP per vendite solo contabilmente riferite a un anno diverso da quello in cui sono state conteggiate comunque , sempre le sole spese soggette a IVA.

  39. @franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Giorgio Fidenato Ma i contributi li prendi anche se lasci set asside e non coltivi ..Per cui chi coltiva lo fa al buio perchè spera in produzioni e prezzi migliori dell’annata precedente magari andata male.é un po di anni va avanti cosi fin che non si fallisce…o si crepa,Son rari quelli che smettono prima.

  40. @franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Guidorzi
    Le 230.000-250.000 aziende che pagano IRAP, sono quelle che superando i 7000 euro di fatturato annuo, non possono usufruire del regime di esonero Iva - IRAP , più quelle che al’ regime di esonero vi hanno rinunciato.
    Nei 11,5-12 milioni di ettari (ISTAT)invece rientrano tutte le aziende agricole ( circa un milione e mezzo)
    Per cui le aziende agricole che pagano IRAP ,dovrebbero avere una superficie media aziendale ai fini statistici ,inferiore ai 52 ettari.
    L’IRAP è calcolata sull’utile di bilancio annuale IVA…Quindi tutte le spese non soggette a IVA ( affitti, assicurazioni ,contributi INPS,Inail,canoni consortili etc ) non vengono conteggiate .In pratica sono considerate come utili e tassate ai fini IRAP.
    Se capita di fatturare nello stesso anno solare vendite o conferimenti di raccolti di due annate ( es i raccolti del 2012 ,dopo il 1 gennaio 2013 ;quelli del 2013,.prima del 31 dicembre 2013).. . ci si ritrova a pagare una botta di IRAP 2013 ..perché il sistema fiscale IRAP annuale , conteggia le entrate di due annate agrarie e sottratte le sole uscite IVA di una sola annata .
    Poi se anche accade che l’anno dopo per forza di cose per posticipo /anticipo di vendite ma anche acquisti, si va in deficit come bilancio IVA .rispetto all’anno in cui sono contabilizzate le uscite ..il mal tolto IRAP nel 2013 dell ‘esempio..non viene restituito, ma anzi viene richiesto un acconto 2014 sulla base IRAP versata nel 2013 ;vero che quest’ultimo viene poi contabilizzato..ma intanto sei obbligato ad anticipare circa il doppio del dovuto dopo che hai già pagato IRAP per vendite solo contabilmente riferite a un anno diverso da quello in cui sono state conteggiate comunque , sempre le sole spese soggette a IVA.

  41. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    giorgio, sarai anche un bravo agricoltore, ma l’economia lasciala perdere ….. per favore ….. hai scritto un sacco di banalità!

    il tuo ragionamento è valido per un paio di occhiali, per un paio di scarpe, ecc.

    Ma lo vuoi capire che non è lo stesso latte! …… il principale problema del latte USA, ottenuto anche mediante ormoni, è l’eliminazione del pus mastitico

    …….. Ma lo vuoi capire che spesso l’incremento produttivo è avvenuto a scapito dell’ambiente! il letame (quello degli smerdatori delle multinazionali) oggigiorno nelle stalle industriali non è più un fertilizzante, ma un rifiuto …….. pazzesco ……… e ai nostri figli cosa diremo?

    Diremo che pur di abbassare i costi del latte (ma quale latte?) ci siamo mangiati il loro ambiente futuro?

  42. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Dopo aver letto questo credo si possa affermare senza ombra di dubbio che è bipolare! Onestamente non riesco a pensare che esista davvero una persona in grado di sostenere le stesse cose che scrive lui diciamo face to face! Una persona sana si vergognerebbe solo a pensarle!

  43. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco (l’altro) e Mbianchessi

    Da quanto mi dite allora resta valido quanto ho dedotto e che riporto di nuovo:

    “So bene che il 52 ettari sono un dato grossolano e non veritiero, però credo che sia lecito chiedersi: se la superficie media dichiarata è di 8 ettari significa che vi è una caterva di terra che non appartiene alle imprese agricole, cioè quelle che lo fanno per mestiere!”

    aggiungendovi, però, che coloro che non fatturano 7000 € devono per forza rientrare nella categoria di quelle aziende che non lo fanno per mestiere e che quindi ammontano ad 1.250.000; in altri termini sono tutte microaziende agricole etutt’altro che imprese agricole o per lo meno lo sono solo fiscalmente.

    Ora la stessa notizia diceva anche pomposamente che le partite IVA in agricoltura stanno aumentando volendo far credere ad una opinione pubblica acritica che è un’attività che “tira”, non solo ma che l’agroalimentare ha incrementi a due cifre. Vero come dato, ma che con la struttura agricola italiana ha poco a che fare purtroppo

    Tutti noi, però, sappiamo che l’agricoltura è un settore che tira come i gamberi e che l’aumento delle partite IVA è data in gran parte da giovani senza arte ne parte che è drogata dal produrre biologico, dal produrre naturale, dall’inventarsi prodotti prima che ci sia un mercato ben organizzato (o anche che vorrebbero produrre per un mercato organizzato, ma solo pochi avranno le capacità di possederlo, vedi mercato del vino) e che difficilmente iniziano indebitandosi, ma usano i risparmi di genitori e nonni, pertanto possiamo dire che finchè permane una situazione di questo genere vi sono 1,25 milioni di dediti (+ relative famiglie) all’agricoltura a partime e che necessariamente non fanno investimenti sia in termini finanziari che in termini di innovazione e ben poco concorrono al Made in Italy.

    Noi però avremmo la pretesa di insegnare agli altri come nutrire il mondo (almeno l’EXPO è stato venduto così) eppure nessuno agricoltore si lamenta delle produzioni ettariali insufficienti, ma solo dei prezzi bassi. Le migliori cifre produttive sul grano ormai raccolto da due mesi che ho sentito negli areali romagnolo-bolognesi sono di 60 q/ha (stendiamo un velo pietoso su quanto produrremo di mais, di soia e delle poche bietole che ci sono).

    Il primo dato invece che ho ricevuto dalla Francia a Nord della Loira sono di produzioni mai fatte (hanno trebbiato con 10 gg di anticipo e con frumenti non così umidi come d’abitudine). Hanno prodotto medie di 110 q/ha (alcuni moltiplicatori di seme di frumento della ditta sementiera per cui lavoravo, quindi agricoltori di elevata tecnicità e imprenditorialità, hanno raggiunto produzioni medie aziendali di 130 q/ha). La fonte delle mie notizie è totalmente degna di fede.

    In conclusione dobbiamo ammettere che le agricolture che sanno intraprendere non hanno guardato al prezzo per fare reddito, ma hanno guardato al raggiungimento stabilizzato della produzione necessaria e intrapreso per incrementarla, mentre noi siamo ancora qui a lamentarci, dopo più di 10 anni di Euro, dei prezzi che sono troppo bassi. Possibile che in agricoltura nessuno abbia capito che con l’€ i prezzi sarebbero calati in quanto non potevamo più lucrare dei vantaggi di agire sulle leve della politica monetaria?

    Se fanno fatica a farcela le 250 mila imprese agricole italiane volete che possano farcela l’1,25 milioni di micro aziende?

  44. roberto defezNo Gravatar scrive:

    caro Mbianchessi,
    la versione diOGMbb e’ una versione gia’ piu’ avanzata, lui recrimina solo rispetto al 1964, se leggi Berlan lui ha come nemico Il Trattore ed il Denaro usato come strumento di scambio, per Berlan servirebbe il baratto ed i buoi. Naturalmente ne parlano per sentito dire, nessuno poi prova a sopravvivere con quei metodi. Loro ne parlano immaginando che altri poi agiscano usando quelle tecnologie.
    Si tratta di nostalgici, forse anche di epoche diverse della loro vita

  45. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    non è questione di nostalgia, ma di sostenibilità e di durabilità per la nostra agricoltura (ormai quella di agricoltore è una professione in via di estinzione. Poi se qualcuno vive di altro, come il sottoscritto, e come lo “@Smerdatore di vacche per conto delle multinazionali che, però, lascia fare il lavoro agli indiani”, allora è tutto un altro discorso. Produzione locale per:
    - conoscere come è stato prodotto il cibo;
    - limitare i trasporti;
    - utilizzare le risorse locali;
    - evitare lo sfruttamento delle risorse;
    - evitare lo sfruttamento delle persone;
    - migliorare il territorio;
    - conservare l’assetto idrogeologico;
    - conservare un ambiente sano per i nostri figli;
    - ecc.

    bianchessi se continui ad offendere poi perdo la pazienza e ti assicuro che sono molto peggio di te.

  46. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    “Santo subito” racconti sempre mezze verità …… spiega alle persone che leggono perchè in Francia si produce, e si è sempre prodotto, più frumento per ettaro rispetto all’Italia.

    tu lasci intendere che sia dovuto al fatto che in Francia ci sono delle vere imprese agricole, mentre in Italia no (ci sono solo degli agricoltori rincitrulliti), mentre sai benissimo che è questione di clima ……. se in Italia avessimo la pioggia francese e se in Italia avessimo un ciclo produttivo più lungo di 1-1,5 mesi, noi produrremmo più frumento per ettaro dei francesi.

    e smettila di raccontar balle, non pensare che i lettori del blog siano così sprovveduti da credere a tutto quello che scrivi.

  47. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Bingo… Mi sa che ho fatto centro…. Si sente offeso! Molto spesso quando si è obbligati a guardarsi allo specchio ci si sente offesi perché non si riesce a sopportare la figura che ti sta davanti. Smerdatore di vacche non la considero un’ offesa perché la mia mandria è una delle più pulite della zona! Vedi quello che ti manca è un pizzico di ironia, altro motivo che mi fa ritenere corretta la mia diagnosi!

  48. @franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Guidorzi
    Superfici delle aziende italiane e relativi redditi ,destinazione dei terreni li trova qui:

    Tab 1.12 pag 83 http://www.istat.it/it/files/2014/11/TipologiaAziendeAgricole.pdf

    L’incremento delle partite iva ,non è solo dovuto ai giovani ma anche a ultracinquantenni che han perso il lavoro :aprono una partita iva agricola per coprire il buco contributivo che gli manca per raggiungere l’età pensionabile

    Gran parte di quelle 250.000 imprese agricole italiane, hanno forti sofferenze bancarie..salvo i pochi con fior di terreni e aziende che si son trovati ,senza dover investire un gran che,basta saperle mandare avanti magari da un terzista tenendosi la pac.
    Condivido da quel punto di vista in questo momento credo che mediamente stiano messi meglio i piccoli..che non hanno investito e/o hanno altre attività -rendite-pensioni da affiancare alla sola attività imprenditoriale agricola, sovente in perdita.
    Degli attuali prezzi alla produzione non remunerativi perché legati alla sola disponibilità di prodotto e non ai reali costi di produzione,si stanno lamentano gli agricoltori professionali di tutto il mondo . Allevatori francesi ,belgi e inglesi è da qualche mese che sono sulle strade a spargere letame ,manifestando contro i prezzi alla produzione, da un quinto a un decimo di quelli applicati al consumo.
    Stanno lasciando la produzione di latte stalle da 500-600 capi..Sono in crisi aziende con centinaia di ettari a seminativi
    Difficile pensare che in tutto il mondo la maggioranza degli agricoltori -allevatori sia diventata improvvisamente incapace di produrre .Io direi che piuttosto la congiuntura degli attuali prezzi in ribasso dovuta a una offerta superiore alla domanda solvibile , non è sostenibile ,in virtù di
    -costi in continuo aumento..( terreni ,,salari ,tasse e balzelli vari) e incremento dei mezzi tecnici sia come prezzi che quantitativi necessari-utilizzati.
    -perdita di fertilità fisica e biologica dei terreni che se sono meno dotati( è finita da anni l’epoca in cui si rompevano i prati e si produceva con pochi input anche in terreni meno fertili ..) e che per questo motivo sono i primi a essere penalizzati dalle bizze di un clima, che sta perdendo sempre più la regolarità che aveva qualche decennio fa..
    Per cui è possibilissimo che chi si ritrova con terreni drenati ancora molto fertili ,andamento meteo favorevole e acqua a volontà, riesca grazie anche alla professionalità e all’utilizzo di crescenti mezzi tecnici a fare ottime produzioni .Ma nei paesi da più anni dediti ad agricoltura industrializzata , solo una minoranza è in quelle condizioni..gli altri devono comunque tentare al buio e incrociare le dita..se piove in abbondanza da ottobre a maggio e poi improvvisamente arriva il caldo e il secco ..lo sa anche lei che di frumento se ne fa poco..lo stesso con le primaverile se hai poca acqua e fa giugno e luglio con con 30 gradi di notte e 36 di giorno, senza che venga giù un millimetro di pioggia. Se poi lavori anche male è finita…
    Poi si sa che ci sono anche quelli che quando gli va bene a loro , si sentono più furbi..più capaci più competitivi degli altri..e a volte neanche perché rincuorati dal loro bilancio aziendale , ma semplicemente perché citati sui cataloghi delle ditte sementiere o nelle riviste sponsorizzate, a mo’ di specchietti per le allodole .

  49. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Mbianchessi

    Vorrei argomentare meglio il commentare del mio intervento di ieri sera perchè un conto è conoscere la realtà agricola di un paese tramite la cartina geografica ed un altro conto è averne bazzicato per 40 anni le campagne.

    Sono stato il primo io ad aver detto che in fatto di bietola e grano i francesi sfruttano cicli di accumulo più lunghi rispetto a noi solo che purtroppo le produzioni attuali francesi in queste due coltivazioni non si spiegano solo con questo purtroppo.

    Prendiamo il frumento: da noi laddove oggi si producono 60 q/ha, più di mezzo secolo fa se ne producevano 30, quindi abbiamo avuto un incremento pari 50 kg/anno/ha in parte dovuti alla tecnica ed in parte dovuti alle genetica (molto meno che in Francia purtroppo, non siamo cresciuti abbastanza in qualità e rispetto all’autodifesa dei parassiti da parte delle varietà). In Francia per contro nello stesso lasso di tempo hanno avuto incrementi pari a 1,25 q/anno/ha e di questi lo 0,35% è dovuto alla genetica ed il resto alla tecnica (loro coltivano l’80% di varietà panificabili superiori e non conoscono più il mal del piede ad esempio e l’oidio è diventata malattia rara per motivi di miglioramento genetico)

    Certo se paragoniamo i nostri 50 kg con i loro 1,25 kg di incremento c’entra eccome il ciclo più lungo, ma non giustifica tutto perchè ciò che manca lo dobbiamo andare a ricercare nel maggiore contributo alla produzione che hanno saputo ricavare dalla genetica e dalla tecnica colturale di punta.

    La conferma di queste performances migliori dell’agricoltura francese la troviamo nella bietola da zucchero dove noi in 40 anni siano passati da 50 a 60 q/ha di zucchero bianco (messo in sacco) prodotto, mentre loro nel 1975 producevano 75 q/ha di zucchero bianco mentre oggi arrivano a 135 q/ha. I 60 q/ha di incremento non possono essere imputati per nulla al ciclo migliore, la Francia nel frattempo non ha mutato la sua posizione geografica dal dopoguerra ad oggi, sempre là è rimasta e sempre lo stesso clima ha avuto (ad onore del vero stanno godendo di più del riscaldamento climatico). Perchè noi non abbiamo realizzato nessun incremento finchè abbiamo coltivato 250.000 ettari di bietole? Semplice non ci siamo preoccupati della produttività (questo solo per pigrizia imprenditoriale) e ci siamo accontentati di fare reddito con il prezzo elevato, ma come questo è calato siamo fuggiti a gambe levate. Una riprova l’abbiamo se guardiamo ciò che è capitato quando gli ettari sono rimasti solo 50.000, infatti subito la produttività è salita a 80 q/ha di zucchero bianco e questo perchè inizialmente hanno continuato a fare bietole solo i bieticoltori più professionalmente preparati. Quindi allora un incremento di produttività era possibile ottenerlo anche in Italia e se non lo abbiamo realizatto tutti, come l’hanno fatto altri loro colleghi italiani è perchè è mancata la competenza o meglio non l’hanno saputa ricercare. Ultima annotazione è che i francesi hanno realizzato gli incrementi detti nella bietola riducendo del 50% la somministrazione di azoto, cioè sono stati più ambientalisti di quelli solo sedicenti tali. Altra caratteristica che ha connotato la Francia nella seconda metà del novecento è il passaggio da 20 ha medi per azienda del primo dopoguerra ai 70 ha medi attuali ed in continua evoluzione verso l’alto.

    Dove trovare le cause? Semplice in tutte quelle nostre terre mal coltivate che appartengono agli 1,25 milioni di microimprese mal gestite che secondo Carlin Petrini (datore di lavoro di qualcuno che qui scrive e sproloquia ad ogni piè sospinto)dovrebbero essere l’ossatura dell’agricoltura mondiale; una tesi che tra l’altro lo ha fatto divenire ambasciatore di EXPO nominato, però, da un non ministro dell’agricoltura.

    Nel mio girovagare per l’Italia mi sono fatto l’idea che esiste un 15/20 di agricoltori imprenditorialmente paragonabili a quelli francesi, solo che sono rimasti sempre quelli perchè è stato impedito a chiunque di avere accesso a maggior superficie da coltivare.

    O ci mettiamo in testa che chi fa altro non deve avere il diritto di coltivare anche le sue terre, ma solo di possederle, oppure tutti quelli che rimarranno a vivere sulla terra agricola da qui a poco tempo, e dopo un periodi di stenti e di vita da pezzenti, se ne andranno.

    Se ci si mette poi il cambiamento climatico peggio che andare di notte. Gli 1/1,5° di aumento della temperatura media, da noi sarà un disastro mentre per i francesi si risolverà in minori difficoltà di maturazione dei loro prodotti agricoli.

  50. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco (l’altro)

    Grazie del documento e di quanto mi riporti.

    Come potrai leggere, vi è un mio commento successivo che vuole essere una sintetica analisi dell’evoluzione nostra e francese, cioè di quando le vacche erano grasse e si poteva fare, ora come dici tu si è impotenti quasi tutti.

    Comunque sia è certo che se si lamentano gli agricoltori più professionali dei nostri e fanno fatica a sbarcare il lunario, molto peggio sta andando a chi come noi annoveriamo una buona dose di incapaci.

  51. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    “Santo subito” racconti sempre mezze verità …… non hai ancora spiegato alle persone che leggono perchè in Francia si produce, e si è sempre prodotto, più frumento per ettaro rispetto all’Italia.

    tu lasci intendere che sia dovuto al fatto che in Francia ci sono delle vere imprese agricole, mentre in Italia non ci sarebbero (ci sono solo degli agricoltori rincitrulliti che non sanno fare il loro mestiere), mentre sai benissimo che è questione di clima ……. Se in Italia avessimo la pioggia francese e se in Italia avessimo un ciclo produttivo più lungo di 1-1,5 mesi, noi produrremmo più frumento per ettaro dei francesi…….. questo è sicuro!

    e smettila di raccontar balle e “mezze verità”, non pensare che i lettori del blog siano così sprovveduti da credere a tutto quello che scrivi ……… ci puoi provare ……… spiegaci perchè in Francia la produzione unitaria per ettaro del frumento è superiore a quella italiana.

  52. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Le solite cretinate e sproloqui.

    A proposito di tutte le imbecillità che hai riferito come validi riferimenti nei commenti inziali in questo post , sappi che sono tutti confutati e documentati nella nota allegata alla rubrica di apertura “Quanti altri casi Moore, Lomborg e Lynas?”

    Impara ignorantone!!!

    I Francesi fanno più frumento di noi perchè hanno una genetica che funziona ed una conduzione colturale non da rincitrulliti e quindi valorizzano ancora di più il ciclo più lungo. Quest’anno la media nazionale è di 78,7 q/ha e 15 anni fa ne producevano 65, eppure il ciclo lo avevano lungo sia con i 65 che con i 78,7, anzi quest’anno hanno avuto un ciclo più corto di almeno 15 giorni.

    Et capi ignuranton!

  53. @franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Secondo Arvalis e France Agri Mer ..in Francia nel 2015 per il grano è andata molto meglio di come temevano e si aspettavano con la calura, cosi spiegano
    ” L’inverno e inizio primavera piuttosto miti ,con piogge regolari han favorito accestimenti ,valorizzato al meglio gli apporti azotati ,creando i presupposti per un ottimo potenziale produttivo e anticipando il ciclo colturale,per cui quando ci sono state temperature superiori a 30 gradi per più giorni , nei 2/3 delle superfici del sud della Francia , il grano era già arrivato alla maturità e nel resto del paese, aveva già raggiunto un elevato potenziale produttivo che la stretta non ha potuto intaccare più di tanto. Dopo il caldo e il secco hanno più solo agevolato e anticipato la raccolta.”

    A differenza di Germania Polonia ex stati sovietici dove il secco ha fatto danni pesanti..o del 2014 dove molto grano francese era pre-germinato in spiga. A quanto pare non gli è andata bene con il colza e pare non stia andando altrettanto bene con le primaverili,sono previsti cali produttivi a 2 cifre per mais , girasole .soia..sempre che ci prendano…in caso contrario avremo rettifche delle previsioni nefaste, con relative giustificazioni agronomiche..

  54. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    VEDISEMU continua a offendere, l’unica cosa che sai fare bene …….. ricordati ogni tanto le pastiglie per la DS ……. ma, purtroppo, vedo che stai peggiorando …….. credo che alla tua età non ci sia più niente da fare …… l’unica cosa è sopportare ………….. renditi conto che nel web non hai a che fare con con i fessacchiotti che incontravi quando facevi il venditore di tappeti …….. adesso le cose sono cambiate …….. e smettila di raccontare balle …… in Francia si produce di più perchè c’è più acqua ed il ciclo produttivo è più lungo ….. punto …… tutto il resto è fuffa …..

  55. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    E’ fuffa solo per uno che ha ricevuto la laurea in agraria come gadget trovato in un fustino di detersivo e che ha capito che per mascherare la sua ignoranza occorreva far parte di un congrega di arrivisti e profittatori dell’ideologia imperante.

    Ricordati che quando mi rivolgerò a te i miei commenti saranno improntati a nessun rispetto perchè ti considero una “non persona”.

  56. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco (l’altro)

    Appunto hanno avuto condizioni molto più simili all’Italia ed hanno raggiunto un record, quindi per chi ne capisce qualcosa di agricoltura vuol dire che genetica e pratiche agronomiche li fanno meno (relativamente) soggetti al clima. Noi invece che non abbiamo niente da opporre (ne genetica e neppure conduzione colturale che adatta un po’ di più al clima) paghiamo tutto ciò che di climaticamente negativo ci capita.

    D’altronde l’agricoltura italiana attuale rispecchia la pochezza agronomica di chi ha avuto la laurea perchè gliel’hanno tirata nella schiena e di agricoltori (non tutti certo, seppure sia una esigua minoranza) che in periodo di vacche grasse hanno solo dormito

  57. @franco(l'altro)No Gravatar scrive:

    Per quanto riguarda il solo 2014 -15 ( più in la non mi spingo ..a memoria degli anni scorsi mi ricordo solo le condizioni sempre eccessivamente piovose degli ultimi 3 autunni del mio areale..) le condizioni sono state diverse a livello regionale..
    In Francia è l’areale nord che ha avuto clima tutto l’anno favorevole e incrementato la media nazionale .Al centro sud dove il clima è stato, in inverno, meno favorevole han prodotto nella media quinquennale.
    In gran parte del nord Italia ( nord est escluso) nell’inverno 2014-2015 ,i cereali affogavano nell’acqua. Non per niente Piemonte Lombardia occidentale la parte dell’Emilia Romagna con terreni poco drenanti ,molti in condizioni già non ottimali per le tardive raccolte del mais e del sorgo, che con l’andamento dell’ estate 2014 avevano allungato di molto il ciclo,sono gli areali che più han pagato dazio in produzione 2015.
    In Francia novembre e dicembre non ha piovuto cosi tanto da saturare i terreni (chi ha attraversato l’Italia per andare al Sima a Parigi in febbraio 2015 ste cose le aveva rilevate dall’aspetto delle colture e dei terreni)..compromettere in seguito accestimenti e esecuzione ed efficacia di concimazioni e trattamenti primaverili .Calura e secco rispetto a quanto è accaduto da noi…sono iniziati con colture più avanti ..e terreni non asfissiati.

    Per quanto riguarda invece la scelta varietale degli agricoltori italiani ..le avremmo anche noi varietà produttive di tenero da seminare ( poche ma le abbiamo) ,ma molte si sono dimostrate non essere stabili a livello qualitativo..per cui per il rischio di veder declassificato un Fp o un grano di forza a foraggero e perderci 30-40 euro alla t, seminiamo o varietà più stabili dal punto di vista qualitativo, ma meno rustiche e stabili dal punto di vista produttivo, oppure seminiamo varietà molto produttive ma poco stabili dal punto di vista qualitativo.

    Cosi può succedere che in una stagione balorda produci poco con il Bologna e magari non riesci a far panificabile neanche con quello e in quella favorevole produci molto ma può succedere che non hai qualità con il Solehio..per citarne due dei più seminati.
    Se non fosse che il mais ha i suoi problemi di sanità , di siccità, di costi .la soia anche di infestanti ..gli obblighi della pac ..mi sa che al nord di cereali ne faremo ancora meno..ma cosi facendo riduciamo ancora lo spettro delle colture seminabili..con meno tempo a disposizione per condizioni ottimali di semina con tutto quello che ne deriva …e per stare in tema …peggioriamo il gap con i cereali francesi, che avendo in media aziende con molta più superficie e maglia poderale più ampia ,possono permettersi di avere molte più colture da inserire in rotazione..non seminare la data coltura se il terreno non è nelle condizioni ottimali e rimandare ad un altra quando ci sono condizioni migliori..Che il colza gli sia andata meno bene, pare sia perché seminandolo prima del frumento, i terreni son stato preparati che non erano ancora asciugati bene dalle pioggie del 2014.Piogge che gli han fatto pregerminare in campo molti cerealim anche da seme con germinabilità al limite ..che ci hanno poi rifilato..ma tanto da noi ha piovuto troppo e la colpa e il danno di cattive emergenze sono risultati solo a carico di chi coltiva.

  58. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Franco (l’altro)

    Infatti è nel Nord Francia hanno avuto medie da 100 q/ha e punte di 130 q/ha, solo che per raggiungere queste produzioni in condizioni favorevoli devi avere varietà che abbiano il potenziale genetico necessario, altrimenti le sole condizioni favorevoli non sono sufficienti.

  59. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    GLI AGRICOLTORI FRANCESI SONO COME TUTTI GLI ALTRI

    http://it.euronews.com/2015/09/03/francia-agricoltori-di-nuovo-in-piazza/

  60. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Ma con prezzi molto più bassi di quelli italiani. ignuranton!

  61. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    ma va a cagar!

  62. GUIDORZI ALBERTONo Gravatar scrive:

    Beh alla mia età è un po’ un augurio e ti ringrazio.

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