Energie alternative… Sì, ma a cosa?

21 Giu 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

L’ultimo articolo scritto su questo sito da Antonio Pascale dal titolo Sillogismi troppo elementari, mi induce a parlare di quanto è accaduto in Puglia in questi ultimi anni con le “Energie Alternative”. Cavalcando l’onda di una profonda crisi del settore, sono comparse sul territorio molte società interessate a promuovere impianti fotovoltaici ed eolici a numerosissime aziende agricole.

Ricordo un giorno in cui nel visitare un’azienda di un mio cliente, notai che un’ampia superficie della stessa era recintata, quando chiesi cosa era successo lo stesso mi spiegò che aveva ceduto in fitto il terreno (circa 10 ettari), per farne un parco fotovoltaico.

Ora, pur comprendendo la necessità di sviluppare fonti alternative di energia, mi domando perché sacrificare grandi estensioni di terreno agricolo ?

E’ chiaro che la forte crisi del settore ha spinto molti ad abbandonare la coltivazione dei fondi, per destinarli ad un uso più redditizio, ma siamo certi che per coloro che hanno ceduto in fitto i terreni il guadagno sarà assicurato? Quali rischi corrono coloro i quali hanno ceduto i terreni per l’installazione degli impianti?

Solitamente detti contratti hanno durata ventennale e un canone di locazione che è arrivato a valori di 4.000 euro, ma non è dato sapere un dato importante ossia al termine dei vent’anni a chi toccherà lo smaltimento dei pannelli? Rammento che il silicio di cui sono composti è un rifiuto speciale al pari dell’amianto e ciò presuppone costi che a detta di molti sono altissimi.

Un ulteriore aspetto è legato alla leggerezza con cui si è permesso questo scempio dei suoli agricoli, considerando che per quanto possa ritenersi pulita quest’energia, ha un impatto visivo tristissimo.

Fortunatamente la Giunta Regionale Pugliese con la delibera 1947 del 20/10/2009, ha bloccato molti progetti in atto e ora, paradosso dei paradossi, molti agricoltori si ritrovano con impianti lasciati a metà che occupano il loro fondo e probabilmente non riceveranno nulla di quanto gli era stato promesso.

Il mio non è un modo per attaccare chi ritiene indispensabile l’uso di fonti alternative, ma un modo per riflettere su un altro aspetto, le possibilità di produrre energia alternativa sono molteplici, oltre al fotovoltaico e all’eolico esiste la possibilità di produrre energia a partire dalle biomasse.

Tali sistemi, peraltro molto sviluppati al Nord, hanno a mio modesto parere un pregio, risultano meno invasivi e sfruttano il principio del riciclo per la produzione di energia.

Se vogliamo infatti, tali impianti alimentati da materiali comburenti (legna o similari) o dalla fermentazione di biomasse, sono in grado di soddisfare la richiesta energetica, rappresentando nel contempo un modo innovativo di fare agricoltura.

L’idea è quindi quella di sviluppare progetti destinati a creare una filiera chiusa in cui esiste: da un lato chi ha necessità di materiale vegetale da utilizzare per produrre energia e dall’altro chi è in grado di produrlo.

In tal modo si riuscirebbe così a impostare una programmazione delle produzioni e un prezzo del prodotto che non sia dettato dal mercato ma da contratti fatti al momento della semina.

Peraltro simili impianti potrebbero essere alimentati da colture OGM, tenuto conto che le stesse servirebbero esclusivamente per la produzione energetica.

Concludo quindi auspicando che simili impianti possano svilupparsi, dimostrando che a volte l’agricoltura e l’industria, se c’è volontà, possono coesistere e crescere insieme, creando situazioni favorevoli allo sviluppo del territorio.

9 commenti al post: “Energie alternative… Sì, ma a cosa?”

  1. antoniaNo Gravatar scrive:

    Quando in Italia si parla di certi argomenti mi sovviene la favola del re nudo, in genere nessuno dice il costo in termini economici e sociali di certe scelte, in questo caso enrgetiche.Ci riempiamo la bocca di frasi fatte prese a prestito dai mass media e portiamo avanti discorsi qualunquistici spesso privi di presupposti scientifici. Pochi hanno le necessarie conoscenze per esprimere un giudizio sensato, bravo Fernando, cerchi di dire che il re è nudo, ma chi ascolta?

  2. fernando di chioNo Gravatar scrive:

    Si cara Antonia, non volevo essere così profondo nella mia modesta analisi ma solo manifestare ciò che provo, quando andando al lavoro mi imbatto in appezzamenti che fino a qualche anno fa erano coltivati a frumento, pomodoro o altro ed oggi sembrano piazzole di sosta per camper.
    Il paradosso maggiore poi è che le aziende che hanno stimolato tutto ciò sono spagnole e tedesche, non si tratta mai di aziende italiane a dimostrazione che siamo terra di conquista.
    Perciò auspico un altro tipo di intevento, mediante la trasformazione di biomasse, poichè simili impianti presuppongono l’uso di risorse interne al territorio, che in tal modo potrebbe rendersi autonomo.

  3. giovanniNo Gravatar scrive:

    Grande Fernando, condivido in toto la tua analisi semplice e allo stesso tempo “acuta”. Voglio solo rassicurarti che ultmamente anche l’ARPA ha emesso delle circolari per ciò che riguarda lo sviluppo dei pannelli solari e dei pali eolici e l’imbatto sull’ambiente, tra le tante l’aumento della desertificazione. Infondo messaggi di sviluppo e occupazione (facile di questi tempi), ma è risaputo che sono sole chiacchere, anzi diminuiscono l’occupazione in quanto tolgono terreni seminativi all’agricoltura. Domanda perchè non si investe su pannelli solari su edifici pubblici e privati, su capannoni ecc., allori sì che ci sarà occupazione e sviluppo. Fernando, mi fermo altrimenti andiamo oltre.

  4. fernando di chioNo Gravatar scrive:

    Caro Giovanni
    ho cercato qualcosa riguardante gli studi dell’ARPA ma è stato un buco nell’acqua, ad ogni modo la regione Puglia adesso ha posto dei limiti seri alle nuove installazioni di pannelli e pale eoliche ed è un primo grande risultato.

  5. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    Caro Fernando, sul numero di luglio di Spazio Rurale tratto, brevemente,l’argtomento desertificazione e i riflessi negativi che ha avuto certa demagogia sulla riduzione dell’uso delle terre portando l’esempio della Puglia.
    Ovviamente condivido con te, Antonia e Giovanni lo sconforto per scelte politiche sballate in nome dell’ambiente.Purtroppo, se a parlare di agricoltura sono gli ambientalisti, i sindacalisti e certi politici e non gli agronomi e i tecnici agricoli i risultati non possono essere che questi. Il fatto che già si parla della sostituzione di Galan all’Agricoltura per inviarlo allo posto di Scajola e rimettere un leghista tipo Zaia al settore primario la dice lunga di quante ben radicate lobbies ci sono in Via XX Settembre e dintorni (Coldiretti, CIA, Legambiente, Sloww Food,Diritti Genetici, e via vaneggiando). Se ciò avviene è segno che per l’agricoltura italiana è davvero finita!

  6. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Fernando
    Io trovo le energie alternative una cosa che non ha fondamento come lo è il produrre biologico.
    Fotovoltaico - Io darei il permesso di istallare i pannelli solo sui tetti, al suolo non se ne parla. La mia posizione la rivedrei solo se i pannelli diventassero rivoluzionari in fatto di produzione di energia, ma fino ad ora non lo sono.
    Pale eoliche - Come si può pretendere di produrre energia per questa via quando gli arabi più di mille anni fa i mulini a vento li hanno installati in Spagna e non nel meridione d’Italia. Se non c’era vento allora, non ce n’è a sufficienza adesso.
    Biomasse - anche qui sono molto scettico, prima di tutto per una considerazione generale: l’Italia, visto il suo deficit di derrate, carne e latte (la sua sottovalutazione misura la pochezza della classe politica italiana), non si può permettere di destinare buone terre a produzioni non alimentari. Se poi aggiungiamo che la politica privilegia il biologico, il produrre naturale e la nicchia ben comprendiamo che il deficit è destinato ad aumentare.
    Vi è poi un altro problema, è vero che gli agricoltori italiani non sanno più cosa seminare per sbarcare il lunario, ma non crederanno che dai pioppi da cippato, dal sorgo, dal mais e quant’altro di ricavare di più. Vi poi un altro aspetto, una filiera di questo genere può costituirsi solo sulla base di contratti pluriannuali, almeno decennali. Sono disposti gli agricoltori ad impegnarsi a così lungo termine senza riferimenti economici di sicuro affidamento? Sinceramente ti dico che per ora io vedo possibile il sorgere di impianti perché prioritariamente vi è un problema di smaltimenti di rifiuti organici (grosse stalle, grossi allevamenti, macelli ecc). Questi hanno un problema impellente da risolvere, smaltire i rifiuti delle loro attività ed in questo modo lo possono fare guadagnandoci. Evidentemente su questo nucleo si possono inserire produzioni di biomasse o semplice raccolta delle stesse. Però cosa rappresenterà tutto ciò? Tutti citano Francia e Germania come esempi, ma qui le terre non mancano ed inoltre la produttività ettariale è tale che ci sta dentro l’alimentare e il non alimentare. Ti faccio un esempio: un ettaro a bietole in Francia arriva a produrre da 130 a 160 q/ha di zucchero e con queste produzioni possono destinarne 100 per farne zucchero ed il resto per fare etanolo, ma si tratta sempre dello stesso ettaro. E quello che spiego sul numero di luglio di Spazio Rurale per controbattere una nota di Mucchetti in difesa di Terrae e della ristrutturazione dei siti saccariferi dismessi.

    @ Vitangelo
    Chiedo scusa di usare un tono di confidenza, dato che ci conosciamo solo virtualmente e in comune abbiamo solo il fatto che ambedue concorriamo a riempire le pagine della rivista Spazio Rurale, ma il corrispondere aveva lo scopo di chiedere se è d’accordo con me sul fatto che il problema della desertificazione delle nostre terre prima agricole non lo si può ovviare con delle coltivazioni energetiche, ma facendo in modo che queste terre vengano rese disponibili, ad affitti accessibili, per chi da vero imprenditore basa, producendo derrate alimentari, il suo intraprendere su guadagni ettariali divenuti esigui, ma, che si possano poi moltiplicare per un congruo numero di unità di superficie.

  7. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    Caro Guidorzi, quando leggerai l’articolo (anche se breve, la mia solita pagina)su Spazio Rurale troverai molti punti in comune. Concordo con te su tutto, visto che ti leggo sempre e apprezzo il tuo coraggio e la tua competenza. Come te cerco di dare risposte sul piano agronomico. E qui molti miti crollano e fanno danni. Se siamo arrivati a questo desolante punto della nostra agricoltura è perchè si è imposta quello che io definisco agricoltura per decreto legge che punta (si fa per dire!) sugli aspetti marginali e difficlmente realizzabili come biologico e colture a fini ennergetici o perchè fondate su basi agronomiche sballate o su superfici non disponibili e quindi su sistemi colturali difficilmente realizzabili. Se la Coldiretti e la CIA ascoltassero gli agricoltori (quelli veri e non chi fa hobbistica con la pensione da parlamentare o menager) e i padri del’agronomia italiana, non avremmo l’insensata agricoltura delle bancarelle (altra mia simpatica definizione che fa incazzare gli assessori all’ambiente e all’agricoltura)dei prodotti tipici (veri e fasulli) certamente avremmo sul tavolo argomenti di discussione seri per cercare quanto meno di affrontare la crisi. E le risoluzioni verrebbero fuori come è successo altre volte per altre crisi dalle quali pareva non venirne fuori. E io sono figlio di agricoltori che di crisi ne ricorda quasi una l’anno!

  8. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    In primo luogo mi scuso se non ho risposto subito ai commenti interessanti che hanno fatto seguito al mio articolo, mi si permetta poi di salutare il prof. Magnifico che è stato il mio Preside presso la Facoltà di Agraria di Bari(sperando di non sbagliare).In ogni caso volevo chiarire che anch’io da figlio di agricoltore e da agronomo auspico un uso del territorio agricolo per la sola produzione di derratte alimentari, ma noto un tale sconforto tenuto conto della crisi in cui versano troppi settori, che destinare parte della propria azienda a produrre colture energetiche(penso al colza o a colture destinate ad alimentare impianti a biomasse)sia un modo per aiutare le aziende che versano in una crisi profonda.
    Da poco si è conclusa la campagna grano e gli umori degli agricoltori non sono affatto allegri, il prezzo del grano a 16 euro non promette nulla di buono, la barbabietola che ora stanno raccogliendo verrà pagata un prezzo che servirà a coprire a stento le spese e poi almeno nella mia realtà pugliese c’è il pomodoro, che al solito è in balia di commercianti che si arricchiscono a spese di chi produce.
    Un simile scenario perciò mi spinge a pensare a soluzioni alternative che diano una boccata di ossigeno a un settore in profonda agonia, anche a costo di sacrificare parte della superficie per destinarla a queste colture “energetiche”.

  9. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Fernando
    credimi è un imbroglio.
    1)Le produzioni energetiche non riusciranno mai ad essere pagate più dell’alimentare (inizialmente forse). La biomassa non si fa in seccagno.
    2)la produzione per usi energetici implica obbligatoriamente contratti
    di lungo termine almeno 10 anni, ci stanno gli agricoltori?
    3) Coloro i quali hanno affittato i terreni al fotovoltaico si sono sincerti dopo i 20 annni di contratto chi smaltirà i pannelli? Se lo dovranno fare loro oppure verranno abbandonati al destino ci devono smenare quanto hanno ricevuto. Chi fa questi contratti in Puglia non ha nulla di italiano.

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