Un esercizio per le scuole irlandesi (e per noi)

23 Set 2013
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Salve,

come ogni anno, devo fare alcune lezioni di etica ambientale a studenti undergraduate in Irlanda.
Come ogni anno, presenterò un mock case study sugli OGM agricoli.

Mi farebbe molto piacere se potessi postare sul salmone il case study allegato, in modo da raccogliere qualche commento di agricoltori e agronomi. Questo mi aiuterà a strutturare meglio il case study e mi permetterà di veicolare meglio i concetti chiave sulla sicurezza, praticabilità, etc degli OGM in campo aperto.

Non si tratta di convincere persone retrive. Gli studenti sono abbastanza svegli da informarsi in autonomia. Però è un esercizio divertente e collaborativo.
Spero poi che altri insegnanti che leggono il sito possano dare o prendere spunti per la loro attività in Italia.

La deadline for submission è il 27 Settembre.

Sarò lieto, se lo ritieni interessante, di raccontare il dibattito in classe in un paio di post nei prossimi mesi.

Saluti,

Enrico

Scarica il Myhr e il Case Study

7 commenti al post: “Un esercizio per le scuole irlandesi (e per noi)”

  1. Enrico MarsiliNo Gravatar scrive:

    Cari Salmoni,

    ringrazio Roberto per aver accettato di condividere questo piccolo progetto. Una sola correzione/chiarimento. Si tratta di studenti undergraduate del 4 anno, cioe`di laureandi B.Sc. (Hons), per chi conosce l`intriato sistema UK/Irlanda.
    Le loro competenze sono principalmente in chimica e chimica analitica, ma includono 2-3 esami di biologia (zero genetica, purtroppo).
    L`articolo allegato e`un esempio di difesa del principio di precauzione (10 anni fa). Si puo`dire che le cose sono cambiate nel frattempo, peerlomeno dal punto di vista scientifico.

    Grazie in anticipo a coloro che vorranno commentare e contribuire.

    Saluti,

    Enrico Marsili
    Lecturer
    School of Biotechnology
    Dublin City University
    Ireland

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Enrico

    in altro blog hai detto questo: “Se riesco a convincere Guidorzi, prometto che avra` tutto il tempo che vuole per uno dei suoi spiegoni”

    Ti propongo di far leggere questo brano-spiegone ai tuoi studenti, forse li convinci meglio con la Storia che con la genetica. Mi è costato poco perchè l’ho preso da un testo di un libro che sto scrivendo, ma che non so se vedrà le stampe. Comunque il divertimento della scrittura e della ricerca mi appaga già.

    Il mais e la patata

    Vale la pena raccontare come queste due piante pervenuteci dal Nuovo Mondo e che erano gli alimenti di base delle civiltà amerindie dei climi tropicali e dei grandi altipiani andini entrarono, fra vicissitudini e paure varie, nelle diete di molta parte delle popolazioni europee.
    Per quanto riguarda il mais dobbiamo dire che se il mais arrivò in Spagna già nel 1493, cioè con i primissimi viaggi di Colombo. Esso era quello dei climi tropicali caratterizzati da fotoperiodo corto e costantemente caldi che mal si adattarono anche alle condizioni del sud dell’Europa dove il fotoperiodo corto caratterizza solo le stagioni invernali e non quelle estive. Pertanto essendo la semina obbligata all’inizio della stagione calda, ciò comportava un allungamento eccessivo del ciclo con fioriture troppo tardive (ottobre) e conseguenti aborti fiorali per le sopravvenute temperature fredde. Solo con gli insediamenti spagnoli nelle regioni temperate delle Americhe, avvenute 30 o 40 anni dopo la scoperta del nuovo continente, in Europa arrivano le varietà precoci che meglio si adattatteranno. E’ solo così che il mais si diffuse nel bacino del Mediterraneo. Tuttavia i botanici rinascimentali non poterono non notare che la pianta aveva affinità con piante recentemente riscoperte quali il sorgo, la saggina, il miglio ed il panico, ma che erano di origine euroasiatica e pertanto, visto anche che ciò coincideva con l’avanzata turca, simbolo di un popolo diverso proveniente da sud, si preferì assegnare al nuovo cereale una provenienza diversa da quella vera chiamando appunto il mais “granoturco”, anzi le tesi che sostenevano le due provenienze si contrapposero per molto tempo. I fautori della provenienza euroasiatica suffragavano la loro tesi su un testimonianza di Plinio il Vecchio che aveva citato una pianta detta “tipha”, ma in realtà mal interpretarono il naturalista romano, in quanto lui descriveva il sorgo. Una sorte analoga la subì il tacchino che seppure importato dalle Americhe fu denominato “turkey.” Altra particolarità da segnalare è che il mais fungeva da cereale alimentare degli equipaggi delle navi durante il viaggio transcontinentale di ritorno e il tipo che meglio si confaceva per la conservazione durante il lungo viaggio e anche per il modo di consumarlo tostato, fu il tipo vitreo e non quello amilaceo. Ecco la ragione per cui le vecchie popolazioni locali europee di mais appartengono tutte alla categoria dei vitrei. Non bisogna poi dimenticare che l’uso di farne polente ad imitazione dei romani con i cereali non panificabili, fece preferire questi tipi.
    Il mais tuttavia per almeno un secolo non ebbe mercato, vale a dire che era seminato negli orti per un uso famigliare, ma i ricchi nobili, proprietari dei terreni, rifiutavano di ricevere mais in conto d’affitto appunto perché merce non mercantile, a differenza del frumento, tanto era la poca considerazione come cibo umano. E’ in questo modo che il mais si è affermato solo come cibo dei poveri e anche come pianta per uso zootecnico. Non sembri inoltre strano come il mais sia un esempio storico della reazione di rifiuto che viene riservato a tutto ciò che è nuovo in fatto di cibo. All’inizio non si disconobbe l’utilità del mais, ma lo si fece detenere dal diavolo, infatti, secondo racconti popolari spagnoli, San Martino l’avrebbe portato via al diavolo in occasione di una scommessa e nelle Lande francesi la cosmologia popolare descrive il mais non come un dono di Dio, ma come una pianta data agli uomini dal maligno e che dagli utilizzatori, avrebbe preteso alla loro morte il possesso dell’anima. Forse è per questo che il primo uso fu zootecnico, nel senso che la pianta verde era somministrata al bestiame o agli animali di bassa corte e per molto tempo fu seminata in terreni non destinati alla coltivazione delle piante alimentari, quali quelle a riposo. L’agronomo bolognese del XVII sec. Vincenzo Tanara ce ne da una testimonianza e dice che il mais era: “destinato ai piccioni ed ai polli, ma in tempo di penuria di cibo lo si riduceva in farina e se ne facevano polente che i -villani- mangiavano per sfamarsi, solo che riempiva facilmente ma non nutriva a sufficienza”. L’uso quasi esclusivo presso i diseredati durante le carestie del XVIII sec. fece il resto per demonizzare ulteriormente il mais, anche perchè ben presto cominciarono a verificarsi i primi casi di pellagra e i conseguenti suicidi. A tutto ciò si aggiunse la nomea di pianta depauperatrice dei terreni e quindi incoltivabile nei terreni dati in affitto per proibizione dei proprietari. Tuttavia di questa pianta i contadini non potevano fare senza, perché produceva di più in quantità e soprattutto il seme costava poco, a differenza di quello del frumento. In questo contesto di sfiducia la pianta del mais mantenne la valenza di alimento subumano per almeno un secolo e mezzo, restando comunque una coltura di nicchia al punto tale che ciò determino la creazione di numerosissime popolazioni locali gelosamente custodite e fenotipicamente ben caratterizzate. E’ su queste varietà di popolazioni che man mano si formò un’agronomia specifica e che questa si protrasse fino alla seconda guerra mondiale, quando il miglioramento genetico operato negli USA ci mise a disposizione i primi ibridi. Questi però ancora una volta andarono a cozzare contro le abitudini in quanto erano semi molto diversi da quelli delle popolazioni locali e a nulla valse il fatto che producessero nettamente di più. L’ostracismo alle sementi ibride di mais durò vari anni, non si inventarono particolari effetti negativi, ma si rifiutava il cambiamento e l’adattamento dei metodi agronomici di coltivazione del granoturco ormai consolidati. Ora viviamo una terza fase di rifiuto che è quella de mais OGM, a cui sono imputati malefici ambientali e salutistici. Tuttavia quanto qui raccontato dovrebbe far riflettere e imparare dalla storia che di fronte ad una pianta che ha saputo tanto rinnovarsi per rispondere alle mutate esigenze della società, infatti è la pianta che ha creato il passaggio dalla “polenta quotidiana” alla “bistecca quotidiana”, non vi è ostracismo che tenga perché è troppa la “vivacità” genetica del granoturco.
    Per quanto riguarda la patata invece se ne ebbe notizia solo con la conquista dell’Impero Inca e per farla arrivare in Europa si dovette attendere il 1560/70. Il primo impatto fu pochissimo lusinghiero in quanto venne scambiata per un tartufo e mangiata cruda e pertanto rimase relegata a curiosità e coltivata solo negli orti botanici. Non dobbiamo sottacere che l’orto botanico era a quel tempo il luogo della scienza e della ricerca e non ultima quella medica, che, tra l’altro, già aveva sperimentato come da piante esotiche si erano ricavati principi medicamentosi come gli effetti antimalarici della corteccia di china e quelli psicostimolanti del tabacco, pertanto era un ambiente dove le paure del popolino erano bandite. Inoltre nel bacino del Mediterraneo arrivarono delle patate che tuberificavano in periodo di giorni brevi e quindi molto tardive. Fatto questo molto disincentivante in quanto crescendo sotto terra e avendo noi i giorni brevi in corrispondenza delle piogge la raccolta era molto difficile e la patata male si conservava. Nel 1586 in Inghilterra, invece arrivarono tipi di patata tuberificanti in giorni lunghi (arrivarono dalla Virginia e non dagli altipiani delle Ande) e quindi meglio adattabili ai climi del Nord dell’Europa, ecco perché la coltivazione in Irlanda è già presente due anni dopo. E’ qui che abbiamo un tipico esempio che quando esiste la possibilità di scelta di cibi diversi ci si può rifiutare o snobbare certi alimenti e costruirne sopra iperboli non salutistiche, infatti in Irlanda il clima non permetteva raccolti di frumento abbondanti, non solo, ma era l’unico modo accettato dai proprietari dei terreni di riscuotere l’affitto, quindi le produzioni alimentari considerate di pregio scarseggiavano nelle dispense dei contadini e le penurie erano frequenti. Pertanto la patata si prestava ad ottemperare alle due esigenze: fornire carboidrati e non essere pretesa dai proprietari dei fondi, quindi la possibilità di avere a disposizione un cibo che seppure con tutti i difetti che si dicevano (insicuro, tossico e malsano) aveva il vantaggio di riempire la pancia. Tuttavia in tutta l’Europa la coltivazione per scopi alimentari è molto lenta e sempre per gli stessi motivi; un cibo nuovo fa paura e quindi si inventano tutte le più strane teorie per bandirlo. Ad esse, crescendo sotto terra, le si assegnano caratteristiche diaboliche ed i motivi non mancavano in quanto le nostre conoscenze botaniche sulle solanacee (la famiglia botanica a cui appartengono le patate) erano tali da annoverarle tra le piante più velenose o addirittura con effetti diabolici; si pensi che le bacche di belladonna erano così chiamate perché erano usate dalle cortigiane, e non solo, per sfruttare le caratteristiche dell’alcaloide atropina che faceva dilatare le pupille, un segnale per gli uomini che la donna era in calore e quindi più propensa all’atto sessuale.
    Prove tangibili della pericolosità del tubero di patata se ingerito se ne verificarono in quanto non si conosceva il fatto che i tuberi esposti alla luce e non mantenuti ricoperti di terra durante la vegetazione inverdivano e quindi accumulavano solanina, altro alcaloide. Se poi rammentiamo che, trattandosi di un cibo molto a buon mercato, le patate entrarono presto a far parte del rancio dei galeotti e dei militari di truppa, comprendiamo bene che la patata entrò nel novero del cibo scadente o addirittura del “non-cibo”. Tutto ciò fece si che dovette trascorrere un secolo prima che le accademie della fine del 1700 raccomandassero la coltivazione della patata come pianta alimentare. Non dobbiamo qui dimenticare che nel frattempo un grande contributo a far uscire la patata dalla cattiva nomea lo dettero i frati (carmelitani e certosini) che gestivano ospizi e ospedali dove facevano mangiare patate e in secondo luogo le nuove idee fisiocratiche. Parmentier, detto il padre della patata, fu uno di queste idee. Egli conobbe la patata come cibo durante la guerra dei sette anni (1756-1763), essendo stato fatto prigioniero dai prussiani. Ritornato in patria in Francia ottiene da Luigi XVI, che faceva coltivare le patate per l’aspetto ornamentale dei fiori, il permesso di coltivarla su 20 ettari alla periferia di Parigi. E’ pure noto l’artificio che usò per diffondere il consumo della patata presso il popolo affamato, ma timoroso verso il nuovo tubero; infatti di giorno faceva montare una serrata guardia alle coltivazioni sotto il pretesto che si trattava di una coltivazione voluta dal Re in quanto speciale e preziosa per le tavole della sua corte, mentre di notte allentava appositamente la guardia per fare in modo che ne venisse facilitato il furto. In Italia poi la coltivazione su larga scala fu ancora più tardiva e cominciò laddove la penuria di cibo era più marcata (Veneto e vallate alpine), bisognò, infatti, attendere la metà del XIX sec.

  3. Enrico MarsiliNo Gravatar scrive:

    Alberto, grazie del contributo. Ora leggo e traduco, poi includo come materiale aggiuntivo. Ti vorrei chiedere un paio di cose, se le sai:

    1)Un paio di fonti per la parte sulle patate, please.
    2)Pensi che la definizione del progetto sia tecnicamente accettabile?
    3)La letteratura e`, ovviamente, sterminata. Il caso degli USA (no patate GM) dopo il 2002 e` eclatante, ma non ho trovato molto sulla Amflora dopo il 2010. Hai letto/visto qualcosa di specifico, per es. il miglioramento delle varieta` precoci tradizionali con tecnologie genetiche?

    Gli studenti dovranno fare questo lavoro di gambe, quindi passero` loro le fonti un po` alla volta :)

  4. Giuliano D'AgnoloNo Gravatar scrive:

    Una buona fonte sulla storia della patata è
    Hobhouse H. Seeds of Change. London: Pan Books; 2002.

  5. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Eccoti tre fonti:

    AA VV - la patata - Coltura & Cultura (collana ideata e coordinata da Rezo Angelini

    C. Dorè, F. Veroquaux coordinatori, Histoire et amélioration de cinquante
    plantes cultivées - INRA Editions (Paris)

    Michel Pitrat, Claude Foury coordinatori, Histoires de légumes
    INRA éditions

    Basf Amflora l’aveva fatta per l’Europa la cui industria dell’amido è tributaria delle coltivazioni di mais waxi americano, ma visto che l’Europa l’ha rifiutata e che la Basf ha praticamente trasferito in USA la sua ricerca biotecnologica ha abbandonato il progetto Amflora. In Usa non hanno bisogno di fare patate per avere amido povero in amilosio, hanno già il mais.

    circa il miglioramento genetico e biotecnologie, la patata ne fa molto uso perchè ibridare la patata è difficile (sterilità e autoincompatibilità) e poi seguire la progenie su poliploide (la patata ha ploidie diverse) è molto più complicato che su un diploide.

    Un modo per aggirare gli ostacoli è l’uso dell’ibridazione somatica mediante l’uso di protoplasti (cellule somatiche private di parete cellulare). I protoplasti si fondono e il prodotto di fusione è un ibrido (ricombinazione del DNA plastidiale e mitocondriale) che ha in se le caratteristiche genetiche dellle due cellule iniziali. E’ in questo modo che è stato ottenuto il “Potato” cioè la fusione di un protoplasto di patata e uno di pomodoro e successiva rigenerazione della pianta intera con le metodologie dell’in-vitro.

    Per inciso: mi pare che più OGM di questo non esista eppure esso è frequetemente applicato e nessuno fiata, appunto perchè ci grida non conosce la genetica ed il miglioramento delle piante, ma si fanno spaventare dalla fragola-pesce mai esistita mentre il Potato esiste.

  6. Enrico MarsiliNo Gravatar scrive:

    Grazie Alberto, direi che mi hai dato ottimo materiale da aggiungere alla discussione. Giuliano, hai qualche commento sul progetto?

    Ho lavorato con i protoplasti batterici durante un progetto sul genome shuffling di Geobacter (sto preparando la pubblicazione). E` una tecnica interessante, anche se richiede un lavoraccio in laboratorio. In pratica, le cellule esposte a NTG o UV e poi “spogliate” si ricombinano in maniera casuale (non necessariamente a 2, ma anche in gruppi piu` abobndanti, quindi ogni generazione “evolve” molto piu` rapidamente che in un adattamento standard.

    Non sapevo si potesse fare anche con le piante. Aggiungo che per la direttiva corrente, gli organismi ottenuti in questo modo non sono GMO, perche` si limitano a mescolare genoma “naturale”. Divertente.

    Un`ultima cosa: se qualcuno e` interessato a collegarsi via Skype per ascoltare la presentazione del progetto (meta` dicembre circa), e per vedere come gli studenti interpreteranno l`argomento, puo` inviarmi il suo Skypename.

    A seconda dei risultati e del lavoro che ne verra` fuori, mi propongo di scrivere un post e magari pubblicarlo qui (se interessa a Roberto).

    In passato sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla capacita` di alcuni studenti di leggere la realta` degli OGM al di la` della propaganda.

  7. Giuliano D'AgnoloNo Gravatar scrive:

    Enrico,
    il progetto è ottimo e non ho osservazioni
    Giuliano

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Nella categoria: News, OGM & Scuola

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