Filologia contro patologia

09 Mar 2009
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di Antonio Pascale

Una delle tentazioni che più ci seducono in questi anni è la retorica dell’apocalisse, un tipico atteggiamento occidentale. Si proclama con molta facilità che la fine del mondo è vicina. Ognuno secondo i suoi gusti e le sue esigenze sceglie di scagliarsi contro qualcuno o qualcosa responsabile dell’imminente fine del mondo. La retorica dell’apocalisse predilige i paragoni estremi e a effetto, gli ogm sono come la bomba atomica (Rifkin), le multinazionali sono il demonio, il cambiamento climatico causerà da qui a pochi anni la desertificazione delle coste tirreniche ecc. La retorica dell’apocalisse, oltre a rivelare un atteggiamento vanitoso (essere così fortunati da vedere la fine del mondo), focalizza l’attenzione esclusivamente sulla patologia. Niente, soprattutto a noi italiani, fa più piacere della patologia, del resto commentare il danno già fatto è inebriante, ci fa sentire superiore, del tipo: te l’avevo detto io. Di contro pochi si interessano alla fisiologia, sapere come funzionano le cose non suscita grande entusiasmo. Quando la fine del mondo è vicina, non resta che convertirsi al più presto per salvare la pelle, e infatti l’apocalisse è parente stretta, quasi gemello, dell’integralismo. In più, la retorica dell’apocalisse ci costringe alla difensiva e quindi elaboriamo una sorta di io minimo, tutto proteso a chiudersi su se stesso per parare i potenziali attacchi nemici. Che effetto può avere su persone giovani e pieni di interessi questo atteggiamento? Di solito le persone smettono di studiare, di analizzare, di vagliare, smettono insomma di conoscere e sostituiscono la passione con l’ideologia. Ai ragionamenti laici, caso per caso, alla (difficile) ricerca della giusta misura, si sostituiscono smisurati concetti massimalisti. Quindi, di volta in volta, si assiste non alla elaborazione di un bilancio dettagliato, costi/benefici, ma a una specie di scontro di civiltà in miniatura, lotta ad eliminazione, a tu o io. E’ in gioco la sopravivenza del mondo! Di fronte a un atteggiamento così diffuso, che alberga soprattutto nelle giovani menti, è necessario riscoprire due modus operandi: la fisiologia e la filologia. Essere fisiologi significa innanzitutto sapere come funzionano le cose, spesso è proprio la nostra ignoranza sul funzionamento di un sistema a produrre danni e distorsioni. La filologia è ancora più necessaria: è di fondamentale importanza per ogni processo conoscitivo e dunque per una buona valutazione delle scelte, sapere ragionare sulle fonti. Per conoscere il presente bisogna essere archelogi e non nostalgici. Come ci mancano i filologi. Quelle persone che parlano solo dopo aver studiato attentamente i documenti, quelle persone che sanno leggere un documento scientifico, quelle persone, ancora, che non hanno paura di annoiare a ragionare sui dati a nostra disposizione. Se avessimo più fisiologi e filologi, di sicuro la nostra comprensione del mondo migliorerebbe. Sarebbe bello che i giornalisti scrivessero un articolo dopo aver ben studiato o perlomeno consultate le fonti, che analisti politici esprimessero le loro idee dopo aver vagliato i dati. Così non è. Spesso queste elementari regole, base di ogni processo conoscitivo, sono eluse. Meno male che ancora qualcuno sa fare il fisiologo e il filologo insieme. Se, per esempio, volete capirci di più su alcune questioni, solo apparentemente tecniche: alimentazione, ogm, biologico, scienze alimentari, allora provate a fare un salto nel sito di Dario Bressanini e leggete qualche suo post. Bressanini è un chimico teorico, ma anche un ottimo filologo. Questo vuol dire che non esprime mai un’opinione senza aver consultato fonti attendibili. Bressanini combatte, spesso da navigatore solitario, una battaglia per la civiltà o perlomeno per mostrare come qualunque idea per essere esposta ha bisogno di minima decenza argomentativa. Non vi dirà mai, il biologico è totalmente inutile, vi mostrerà come e perché (in base a leggi fisiche e chimiche), per esempio, in un caso, la farina proveniente da grano biologico è meno ricca di glutine, dunque assorbe meno acqua ed è, in gergo “più debole”, ovvero meno adatta alla panificazione. Vi mostrerà come le vecchie macine di pietra di una volta - che  alcuni teorici del ritorno al “selvaggio”, al “naturale” consiglierebbero – sono meno adatte, rispetto ai moderni molini, alla panificazione. E non perché Bressanini sia pregiudizialmente contro il biologico (dichiara di comprare pane integrale biologico   ogni settimana), ma perché usa strumenti tecnici e, aggiungerei, laici, per fornire a noi che leggiamo una misurazione non definitiva, ma più precisa. Se ci fossero più persone come Bressanini (in realtà ci sono ma hanno poca voce in capitolo e questo è un appello affinché costituiscano un’associazione) molte questioni sarebbero a tutti più chiare e perlomeno potremmo prenderci il gusto di fare una scelta senza preoccuparsi della prossima apocalisse.

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