I mali della cerealicoltura meridionale

12 Apr 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

Un amico agronomo e scrittore, un giorno mi ha chiesto il perché della profonda crisi che investe il settore agricolo ed in particolare quello cerealicolo. Le motivazioni sono tante, ma la prima cosa che mi viene in mente per riassumerle tutte è ciò che un giorno mi ha detto un agricoltore mentre visitavamo i suoi campi. Mi raccontò che una sera, mentre era in pizzeria, rimase stupefatto quando realizzò che una semplicissima pizza aveva più valore di un quintale del suo grano.

Credo che questo esempio riassuma un pò lo stato in cui versa attualmente la cerealicoltura, il frumento che vale meno di tredici euro il quintale e i prezzi dei mezzi di produzione a livelli altissimi, elementi che non fanno altro che deprimere ulteriormente il settore. In quest’ottica, diventa perciò difficile parlare di un rilancio di un settore che è altamente depresso ed in cui anche la professione di agronomo diventa difficile da svolgere in quanto, ogni qual volta si consiglia ad un agricoltore di compiere la più semplice delle operazioni colturali (sia questa la concimazione o il diserbo) ci s’imbatte in costi che difficilmente possono essere compensati dalla produzione.

Quest’anno, ad esempio, a fronte di una notevole superficie investita a frumento, almeno per quel che concerne la realtà cerealicola meridionale, c’è da rilevare una netta riduzione delle aziende che hanno provveduto alla concimazione di fondo (primo passo per giungere ad ottenere buone produzioni), applicabile ad altre operazioni colturali, quali il diserbo, che molte aziende non praticano per ridurre ulteriormente i costi.
Questa premessa sullo stato attuale della cerealicoltura è importante per rispondere ad un’altra domanda che lo stesso amico mi poneva, ossia perché il grano estero e quello canadese in particolare risultano qualitativamente superiori. In primo luogo si tratta di superfici investite molto elevate,le varietà coltivate sono poche (il che garantisce una maggior uniformità di produzione) ed infine la tecnica colturale che è molto più spinta determina una produzione quantitativa e qualitativa superiore.

Ciò che fa la differenza è la qualità fattore rilevante per un rilancio del settore; negli ultimi anni, infatti quando il grano, per eventi speculativi vari, giunse a toccare quota 50 euro al quintale, ogni agricoltore fu stimolato ad applicare tutte le tecniche colturali più idonee per ottenere un prodotto quantitativamente e qualitativamente migliore.

Tutto questo però all’agricoltore che aveva prodotto un frumento qualitativamente migliore non garantì un prezzo più elevato, anzi in seguito il mercato iniziò una graduale discesa che ha portato poi ai prezzi attuali.
Ciò aiuta a capire che in fondo il malessere della nostra cerealicoltura è dovuto alla mancanza di una seria programmazione e di un prezzo alla produzione che tenga conto dei costi di produzione e non sia invece solo frutto di speculazioni da parte di chi detiene il mercato, cioé mulini e commercianti.

Ultimamente, un termine che ritorna spesso nei progetti di rilancio del settore, è il cosiddetto Contratto di Filiera, ossia un contratto che lega l’agricoltore al commerciante e al mulino che ritirerà il grano. Ciò, se ben congeniato, potrebbe rappresentare la chiave di svolta, perché si stabilirebbe un prezzo garantito all’agricoltore, a patto che questo attui tutte le tecniche colturali che permettano l’ottenimento di un prodotto di qualità superiore.
Per quello che mi è dato sapere, ad oggi esiste un solo progetto pilota che interessa il Meridione e la Capitanata in modo particolare, con l’obiettivo di produrre frumento con caratteristiche qualitative superiori e tali da soppiantare l’utilizzo di frumento estero. E’ chiaro che tutto questo rappresenta solo l’inizio, ma è auspicabile pensare che, se questo progetto dovesse andare a buon fine, potrebbe rappresentare il punto di svolta.
E’ auspicabile perciò pensare che a partire da questo progetto, molte altre aziende si attivino per fare in modo che simili iniziative diventino la norma, a beneficio di tutti ed in particolare del consumatore, spesso convinto di acquistare pasta prodotta con farina italiana ma che in realtà d’italiano ha solo il nome.

15 commenti al post: “I mali della cerealicoltura meridionale”

  1. bacillusNo Gravatar scrive:

    Grazie mille per il suo contributo dott. Di Chio. Quelle domande da tempo erano anche le mie e non essendo uno specialista di quel settore non riuscivo a trovare spiegazioni. Ora mi è tutto più chiaro. Purtroppo trovo conferma di ciò che sospettavo: ovvero il progressivo e costante degrado delle capacità tecnologiche della nostra agricoltura.
    Ma non perdo la speranza.

  2. Biola'No Gravatar scrive:

    Analisi condivisibile , il problema e’ nella filiera e nel riconoscere il giusto prezzo al produttore , l’ aspetto tecnico e’ sicuramente importante ma non prioritario .
    Per la qualita’ bisogna porre una certa attenzione , nel settore latte la tabella di qualita’ , ossia un riconoscimento economico al produttore di alcuni parametri qualitativi , e’ diventata una tabella penalita’ ossia se raggiungi un alto livello qualitativo ti pago un prezzo base ( che non copre neanche le spese) , se vai sotto di penalizzo , casomai vai sopra, ma e’ difficile forse ti premio ..
    l’ incentivo non e’ a produrre meglio ma a trovare una improbabile aspettativa di sopravvivenza per la propria azienda in una filiera penalizzante .

  3. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    Caro bacillus in primo luogo grazie del tuo commento,nel contempo però vorrei dirti che non è giusto parlare di degrado ma piuttosto parlerei di incapacità o meglio scarsa volontà nel cercare le giuste soluzioni.In tal senso perciò ben vengano i progetti come quelli di cui accenno nel mio articolo e ben venga, mi sia permesso dirlo, la possibilità di utilizzare gli OGM i quali potrebbero rappresentare anche nel campo cerealicolo, un incentivo al miglioramento della produzione con una riduzione netta dei costi di produzione.

  4. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    Caro Biolà mi rendo conto e purtroppo spesso, tocco con mano l’impossibilità di riconoscere il giusto prezzo all’agricoltore, in quanto la qualità in agricoltura è frutto non soltanto della miglior tecnica di produzione, ma è l’insieme di una serie di fattori alcuni dei quali non possono essere in alcun modo controllati( pensiamo ai fattori climatici ad esempio che spesso sono causa di un peggioramento qualitativo).
    In ogni caso credo che esista la concreta possibilità, laddove ci sia accordo tra tutti i “protagonisti” della filiera, a garantire il giusto prezzo all’agricoltore e mi permetto di aggiungere, a costo di ripetermi, che a ben pensarci un grosso contributo potrebbe essere offerto dagli OGM.
    Infatti, se ci riflettiamo un attimo, si potrebbero utilizzare varietà di frumento OGM che riescono a produrre seme con caratteristiche qualitative elevate, senza che ciò comporti un incremento dei costi di produzione.
    Al contrario delle attuali varietà di frumento, che purtroppo per esplicare appieno le proprie capacità produttive necessitano di tecniche di concimazione e di difesa molto spinte,ma che a volte determinano soltanto un incremento dei costi.

  5. Fitoplasma-fgNo Gravatar scrive:

    Caro amico credo che il Contratto di Filiera sia la strada migliore da percorrere per risollevare questo settore, ovviamente lasciando l’organizzazione a presone competenti e leali.

  6. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Il problema dell’agricoltura italiana risente della struttura fondiaria (parcellizzazione fondiaria), mantenuta tale da un’inerzia legislativa, ma anche dall’uso fatto della parità della lira. Per molto tempo l’unico bene rifugio è stata la terra e quindi essa cresceva di valore di pari passo con le svalutazioni. Evidentemente una tale situazione ha fossilizzato la dimensione fondiaria e la terra è man mano divenuta appannaggio di chi non viveva dei proventi agricoli ed aveva soldi da investire. In Italia ancora oggi un notaio può fare l’agricoltore, mentre un agronomo non può fare il notaio. Le svalutazioni della lira, per i meccanismi agrimonetari del Mercato Comune provocavano poi un altro effetto perverso, la crescita dei prezzi agricoli per effetto della conseguente rivalutazione della lira verde. Ciò è stato una delle cause della stagnazione produttiva e della non ricerca della redditività tramite la maggior produzione unitaria. A questo si è poi aggiunta l’altra “droga” degli aiuti comunitari, che, trasformati in moneta svalutata, venivano moltiplicati. Quanto appena detto è particolarmente vero per la cerealicoltura meridionale basata sul grano duro. Gli ingentissimi aiuti comunitari riferiti alla sola superficie investita e non anche alla produzione hanno agito da disincentivo al coltivare (si ci si limitava a seminare). Ora paghiamo tutto quanto abbiamo lucrato prima (ma con interessi da “usura”..: i prezzi sono fissati in moneta unica non svalutabile e quindi il mercato che vale non è più quello interno, con le carateristiche particolari dette prima, ma quello globalizzato nel quale i prezzi risentono della speculazione e non solo, la dimensione fondiaria può permettere solo di essere coltivatori part-time e la perdita della tecnica migliore e del senso della ricerca della produttività associata ad un uso più economico dei fattori della produzione fa il resto. Agricoltori! il contesto è cambiato, dovete rendervene conto e fare alla svelta ad adeguarvi alle mutate condizioni.
    Ricordo che quando mi occupavo di sementi ebbi l’occasione di fare una riunione a Rocchetta Sant’Antonio per cercare di introdurre il pisello proteico nelle monoculture cerealicole. Subito mi accorsi che parlavo al vento perchè la situazione dei premi Pac era tale che appagava i tanti coltivatori presenti (producevano non più di 10/20 q/ha di grano duro). Mi ricordo che conclusi con la constatazione dell’assurdità di un’agricoltura dei loro genitori (affamati e poveri) che intercalavano la sulla al cereale (limitando quindi le disponibilità di farina da pane), paragonata ad un’agricoltura ricca che era passata alla monocultura.
    Il problema della nostra agricoltura, in generale, è che si è persa la cultura dell’intraprendere, cioè quella della continua ricerca del miglior rapporto tra produttività e costi di produzione. Riacquisire questa mentalità, quando si è persa, è difficilissimo e richiede tempi lunghi.
    In Francia, che conosco, la ricerca della produttività è stato sempre il motore del fare agricoltura (essi sono sempre convissuti con prezzi bassi, sono da sempre un paese esportatore) e la terra, molto più a buon mercato che da noi, è stata solo appannaggio di chi aveva i titoli per condurla.

  7. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    Caro Alberto
    In primo luogo mi complimento con te (mi permetto di darti del tu), per l’esaustiva disamina fatta, sono pienamente d’accordo sul problema della parcellizzazione e sul ruolo di noi agronomi (comunque tecnici specializzati periti agrari o altro) che è spesso sottovalutato.
    Per tale motivo insisto tanto sul discorso “Contratti di Filiera”, poiché ritengo che se ben strutturati essi possono rappresentare quella chiave di svolta anche per noi agronomi, in quanto servirebbe necessariamente una figura tecnica in grado di consigliare al meglio l’agricoltore e peraltro simili contratti sono indirizzati comunque a strutture Cooperative o Organizzazioni di Produttori e non al singolo agricoltore, quindi richiedono necessariamente un aggregarsi che in qualche modo compensa (ma non risolve) l’annoso problema della parcellizzazione fondiaria.
    Per quel che concerne poi il problema della monosuccessione colturale, le ultime decisioni di Bruxelles riguardo agli aiuti comunitari spingono verso una rotazione biennale(peraltro anche eccessiva se vogliamo), con il risultato evidente che quest’anno si è avuto un fortissimo aumento delle superfici destinate a leguminose da granella di vario tipo.
    Permettimi però di dissentire sul confronto che fai con la Francia, non sono situazioni paragonabili in quanto il problema della nostra cerealicoltura non è tanto la produttività, quanto la qualità.
    Le varietà attualmente coltivate sono in grado di fornire elevate produzioni(merito sicuramente della ricerca), ma peccano in molti casi di scarsa qualità e se vogliamo esser competitivi sul mercato sono convinto che l’unica strada da percorrere sia quella di incentivare tecniche produttive che possano migliorare la qualità, premiando gli agricoltori che lo fanno.

  8. HerbertNo Gravatar scrive:

    Caro Fernando sai che condivido tutto quello che hai scritto, perché frutto di un ns. percorso comune fatto con i progetti di filiera.
    Su una cosa però mi permetto di dissentire: la qualità del raccolto 2008, generalmente buona, non fu frutto dei prezzi elevati ma delle condizioni climatiche favorevoli. Sono infatti convinto che i prezzi troppo bassi o troppo alti “sviano” l’agricoltore dalla corretta applicazione delle tecniche colturali. In questi anni abbiamo infatti notato che l’attenzione verso la tecnica colturale è più pronunciata quando il prezzo è sufficientemente alto per permettere il pareggio del conto colturale, e soprattutto quando esistono incentivi di prezzo (per varietà, proteina ecc.) che incrementano l’attenzione verso la coltura.
    Resta il problema che i ns. interlocutori industriali non ne sono tutti coscienti allo stesso modo. Se noi “agricoli” abbiamo ancora molto lavoro da fare, anche l’industria deve necessariamente fare un salto di mentalità. Sta anche a noi “educarli” alla qualità Made in Italy.

  9. bacillusNo Gravatar scrive:

    Un paio di osservazioni.

    L’anno scorso, a seguito della clamorosa accusa dell’antitrust nei confronti di un certo “cartello della pasta” ebbi modo di ascoltare alla radio un dibattito con il patron del pastificio Divella. Personaggio che appariva con le idee chiare, naturalmente, nonché assai scaltro. Del suo intervento, a seguito della sollecitazione del giornalista sul perché non ci fosse un maggiore coordinamento con gli agricoltori, rimasi colpito dall’affermazione per cui la sua azienda nel nostro paese di fatto non trova degli interlocutori di riferimento. Ovvero rappresentanti dei produttori con i quali contrattare forniture, qualità, prezzi… Io non conosco la realtà delle cose ed il sig. Divella poteva aver detto cose non vere. Ma se fosse così (ed è così), di chi è la colpa? Degli industriali?
    E collegandosi a questo… “Sta anche a noi “educarli” alla qualità Made in Italy”: che senso ha questa affermazione, Herbert? La nostra industria alimentare è all’avanguardia nel mondo perché ci sa fare. Se le serve grano di qualità superiore che in Italia non trova, se lo va a comprare in Canada. Punto e basta. Non vedo per quale motivo i pastifici dovrebbero piegarsi in qualche modo all’utilizzo di materia prima che non soddisfa le sue esigenze. Confesso che di fronte a queste posizioni senza senso, trasecolo.

    Contratti di Filiera. Ovvero la scoperta dell’acqua calda. Ci sono intere zone viticole in Francia in cui gli accordi tra produttori di uva e case vinicole esistono da anni ed anni. Pur tra inevitabili (e giusti) contrasti di interesse, ne trae beneficio l’intero comprensorio. Si formano e si consolidano tradizioni peculiari, si manifestano qualità uniche in termini di prodotto e di immagine. Ma questo non è l’unico esempio.
    A questo punto ci si chiede perché si doveva aspettare di arrivare sull’orlo del burrone per adottare questi modelli (vedasi sopra, nei rapporti con l’industria, tra l’altro). Ci sono delle responsabilità che vanno denunciate pubblicamente.

  10. bacillusNo Gravatar scrive:

    @Alberto Guidorzi
    La sua analisi riguardo la parcellizzazione fondiaria nel nostro paese è senz’altro condivisibile, ma forse parziale. Quando lei dice che “la terra è man mano divenuta appannaggio di chi non viveva dei proventi agricoli”, oltre a quella “divenuta” dimentica di citare quella che è “rimasta”. Mi riferisco al quel fenomeno per cui a seguito delle successioni ereditarie, aziende già piccole sono state ulteriormente suddivise in microfondi di proprietà di quelli che, provenendo dalla famiglia contadina sono diventati operai, funzionari pubblici, impiegati. Tutti con il diritto di avere contributi, libretti UMA, agevolazioni… tutti potenziali pagatori di tessere… tutti bisognosi di un’organizzazione che ne segua le pratiche, la contabilità, la domanda in Regione…
    Sta qui la vera origine dell’inefficienza dell’azienda agricola italiana. Non certo nel fenomeno che lei evidenziava per cui industriali, notai, commercialisti hanno ritenuto conveniente acquistare ormai da anni ed anni un’azienda agricola dietro l’altra. Anche a me questo aspetto non convince, ma non posso fare a meno di notare che proprio da quei soggetti sono venute idee, spirito imprenditoriale e soprattutto iniezioni poderose di capitali (che anche se vengono dal “nero” chiudiamo un occhio) che in generale hanno fatto bene al nostro settore primario. Ecco. Idee e spirito imprenditoriale: quello che il “mondo contadino” non possiede e non riesce a manifestare.
    La dimensione dell’azienda, quindi, è un problema ma forse non è quello determinante. E non si può nemmeno accusare le politiche comunitarie di aver causato danni… quelle politiche sono il risultato di pressioni che vengono dal mondo agricolo, non piovono dall’alto per caso.

    Sono d’accordo sul discorso della produttività. Il concetto di produttività non è esclusivamente “quantità di prodotto”, ma valore della produzione per unità di risorsa impiegata. L’agricoltura italiana (salvo positive eccezioni, naturalmente) non ci sa fare e forse non ci ha mai saputo fare in questo senso. Finché prevarrà la cultura dell’assistenzialismo non ci caveremo un ragno da un buco.

  11. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Bacillus
    Mi trovo perfettamente d’accordo con te, aggiungo solo che quando parlo di “fossilizzazione fondiaria” intendo anche quello che tu aggiungi, se era bene rifugio per i danarosi, lo era anche per chi la possedeva polverizzata.
    Circa il secondo aspetto non pretendo d’impedire l’acquisto di terra di chi è estraneo al mondo agricolo, ma se fanno il primo passo devono fare anche il secondo, divenire cioè imprenditori agricoli a titolo principale o lasciarlo fare a chi ne ha il titolo affittandogliela. L’affitto di un ha in Francia è 10 volte meno che in Italia e può fare l’agricoltore solo chi ne ha titolo.
    E’ vero che la politica agricola è dettata dalle Organizzazioni agricole dei paesi europei (siamo sicuri che le nostre sappiano cosa vogliono?), ma sarebbe stata buona cosa che il denaro avesse fruttato, invece è stato solo tesaurizzato. In altri paesi europei dove di soldi ne sono arrivati tanti essi sono serviti anche per progredire.

    Caro Fernando,
    Evidentemente quando ho parlato di produttività non intendevo riferirmi al solo grano duro, i climi tra i due Paesi sono troppo diversi per questo cereale. Tuttavia credo che se si fosse continuato a coltivare il grano duro nella pianura padana saremmo stati colonizzati da varietà costituite dai francesi.
    Come dicevo, intendevo riferirmi in particolare al grano tenero ed alla barbabietola, dove hanno saputo mettere assieme quantità e qualità.
    GRANO TENERO: il progresso realizzato in Francia in mezzo secolo è stato di 1,5 q/ha/anno (50% la genetica e 50% la tecnica), inoltre a parità di tasso proteico (che però hanno aumentato in qualità e quantità) l’indice alveografico “W” è costantemente aumentato.
    Altro aspetto importante è stata l’organizzazione della colletta delle produzioni. Gli organismi stoccatori hanno prima studiato le caratteristiche del pane e dei prodotti da forno dei paesi loro eventuali clienti e poi per questi hanno creato le miscele di varietà di frumento adatte ai vari mercati e le hanno proposte, spiazzando la concorrenza.
    BARBABIETOLA: Nel 1975 producevano 0,7 kg di zucchero bianco a metro quadrato, nel 2009 ne hanno prodotto 1,3 kg metro quadrato. Il contenuto in zucchero è passato dal 16% al 19%. Sapete qual’è stato il progresso in Italia fino al 2005 (anno della riforma che ha spazzato via la nostra bieticoltura)? E stato dello 0,83%!!!!

  12. Fernando di ChioNo Gravatar scrive:

    In primo luogo permettetemi di complimentarmi con tutti voi per la bella discussione che è scaturita dall’articolo pubblicato. In secondo luogo volevo dire che in fin dei conti sappiamo bene che alla fine della giostra chi decide è sempre il mulino ed è per questo motivo che, a costo di ripetermi, l’unica soluzione è il “Contratto di Filiera” tramite il quale con parametri equi si premia chi produce bene. A questo punto però vorrei inserire un altro aspetto nella discussione che non è stato ancora citato da nessuno. Si parla tanto di aiuti comunitari, si può essere d’accordo o contrari, ma c’è un aspetto che sta provocando grossissimi danni all’intero comparto. Parlo del noto articolo 68 (che ha introdotto una serie di misure atte a favorire l’avvicendamento colturale) ma che in realtà, per come è stato recepito dall’Italia, non ha fatto altro che peggiorare la situazione. I punti chiave sono: a)rotazione biennale con avvicendamento di cereali(frumento duro, frumento tenero, orzo, avena, segale, triticale, farro) e colture miglioratrici (pisello, fava, favino, favetta, lupino, cicerchia, lenticchia, cece, veccia, sulla, foraggere avvicendate ad erbai, con presenza di essenze leguminose, soia, colza, ravizzone, girasole, barbabietola, maggese vestito) b)soppressione dell’obbligo delle sementi certificate Perciò se da un lato si può “accettare” l’idea della rotazione biennale, gravissima risulta la soppressione dell’obbligo di utilizzare sementi certificate, poiché in tal modo si determinerà (come è già accaduto quest’anno) una netta riduzione nell’uso di seme certificato. Tutto questo è esattamente l’opposto di quello che si vorrebbe realmente, ossia un miglioramento della qualità. Tale misura provocherà(ed in parte ha già provocato) un impatto negativo sull’intero comparto in quanto con la sua introduzione si determinerà: da un lato il forte ridimensionamento del settore sementiero, ma cosa più grave pregiudicherà sicuramente il lavoro di ricerca genetica che tanto ha dato al settore cerealicolo.

  13. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Non sono in discussione gli aiuti (l’agricoltura dovrà continuare ad essere sorretta, lo è, più o meno, da sempre e ovunque), ma si discute su come trovare un modo per renderli più produttivi per la collettività.
    Veniamo però al seme certificato non obbligatorio. Occorre prima fare una premessa. Al miglioramento genetico non è riconosciuto il merito di apportare dei vantaggi per la collettività (non solo agricola) ed a costi infinitamente minori rispetto all’introduziuone di un nuovo mezzo tecnico, esso è visto anzi come uno strumento che genera coercizione e sfruttamento, vale a dire che il povero “coltivatoire diretto” indifeso è obbligato dalla struttura sementiera a comprare il seme ogni anno.
    L’ecologismo ideologico imperante non guarda alla genetica come ad un alleato naturale (creatrice di biodiversità utile per la collettività) ma la vedono come un nemico da combattere perche strumento di potere e di prevaricazione o addirittura un pericolo. Il povero coltivatore canadese di colza OGM era solo un ladro, invece lo si è voluto far passare da martire. L’ideologia anti OGM (fatta propria da molta opinione pubblica) non si è ancora accorta che con il suo atteggiamento fa solo gli interessi delle multinazionali in quanto impedisce alla ricerca pubblica di occuparsi delle problematiche serie scaturenti dall’operare con le biotecnologie in modo da orientarle verso scelte più etiche e meno prevaricanti.
    Comunque venendo al pratico, il problema dell’uso delle sementi non certificate in Francia è stato risolto con il noto accordo sulle “Semences de Ferme”, cioè quel % di seme autoriprodotto partendo da seme certificato e riutilizzato anche da più agricoltori. La soluzione è venuta quando la giurisprudenza ha capito che si riproducevano varietà di costosa e recente costituzione operata non da “onlus”, ma da soggetti economici. Si fossero moltiplicate varietà pubbliche di vecchia costituzione la cosa era diversa. L’accordo è avvenuto dando la possibilità agli stoccatori di eseguire un piccolo prelievo sulla colletta e di destinarne i proventi a finanziare ricerca pubblica e privata sulle sementi. Evidentemente l’accordo si è fatto perche in Francia esiste una inteprofessione strutturata e cosciente dei compiti che le derivano. In Italia purtroppo questo non esiste.
    In Italia inoltre vi è un altro aspetto particolare ed è quello dell’aver ammesso la seconda moltiplicazione (R2) come semente commerciale in luogo della sola R1. Ciò ci ha esclusi da un rapporto collaborativo con l’industria sementiera europea e mondiale di cui avremmo tanto bisogno. Viste le condizioni in cui è messa l’industria sementiera nazionale, c’è poco da sperare che da sola possa rimanere al passo con i tempi. Tra l’altro ormai di ritardo ne ha accumulato troppo.

  14. Biagio CiolliNo Gravatar scrive:

    Complimenti dott. Fernando, finalmente riusciamo a capire alcune cose, spiegate con professionalità e competenza.
    Ancora congratulazioni.
    Biagio.

  15. Fidenato GiorgioNo Gravatar scrive:

    Cari amici, ho letto con piacere i vostri interventi.Essi sono interessanti perchè cercano, parlando dei problemi dell’agricoltura attuale, di individuare alcune soluzioni. Mi permetto di inserirmi nella discussione e di dare la mia versione visto che anch’io opero nel settore (al nord però dove si semina mais, invece che grano duro).Per farvi capire il mio pensiero parto dalla mia vicenda personale. Operando nel mondo assistito dell’agricoltura sono sempre più diventato un liberale/liberista convinto.Ero presidente della CIA di Pordenone dal 2002. Ho provato per diverso tempo a spiegare ai colleghi che i problemi dell’agricoltura non si superavano con l’assistenzialismo, con gli interventi e gli incentivi economici, ecc… Non lo capirono e nel 2005 iniseme all’80% dei soci dell’allora CIA abbiamo fondato l’Associazione AGricoltori Federati. Perchè questo nome? Esso deriva dalla traduzione letterale di Federated Farmers, un’associazione di agricoltori neozelandesi che nel 1985, con un’agricoltura allora molto assistita ed allo sbando, ebbero il coraggio di appoggiare le scelte del governo laburista Neozelandese di eliminare tutti gli incentivi all’agricoltura (consiglio a tutti di leggere questo testo in inglese: Farming and subsiding: debunking the myths). Dal 1986 e senza nessun periodo di transizione, gli agricoltori neozelandesi si trovarono ad fare impresa agricola basandosi solo sui prezzi di mercato. La cosa non fu certo facile o indolore, ma dopo 4-5 anni di difficolta’, nacque il fenomeno del kiwi e oggi l-agricoltura zeozelandese e’ una delle piu’ ricche ed efficienti agricolture mondiali. Ad esempio, pur essendo un paese occidentale e con standard di vita proprio elevati, riesce a produrre polvere di latte ad un prezzo piu’ basso di tutti, nonostante i suoi agricoltori non ricevano ALCUN CONTRIBUTO. Ecco qual-e- il vero problema dell’agricoltura in generale. Anche la cerealicoltura meridionale soffre di questi problemi.Si puo’ fare tutto quello che si vuole: patti di filiera, accordi vari, ecc…. Ma se tutto cio’ non risponde ad economicita’ od efficienza, e’ tutto inutile. Non e’ vero che l’agricoltura necessita di assistenza (come peraltro tutti gli altri settori economici che hanno bisogno degli incentivi). Questi interventi statalistici nell’economia sono la vera ragione della crisi economica attuale e dell’agricoltura in particolare. Chi produce deve tener conto della domanda del mercato e deve cercare, a parita’ di qualita’, di produrre al minor costo possibile. Quando si va contro queste leggi di mercato basilari, succedono i casini che stiamo vivendo. I cerealicoltori meridionali devono produrre ai costi che il mercato e’ in grado di pagare. Nel momento che si vuole aiutare i produttori perche’ il prezzo e’ basso, non si fa altro che interferire nel naturale processo produttivo, incrementando l’offerta di prodotto che non fara’ altro che provocare un’ulteriore abbassamento del prezzo del frumento duro.Tutto il resto e’ pura fantasia!!! Concludo solo dicendo che e’ immorale pretendere soldi dai contributi pubblici perce’ questa e’ ricchezza sottratta (meglio dire rubata) ai cittadini di altri settori con le tasse. Ognuno deve vivere del proprio lavoro!!!!

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