Italia, ossia… “Il paese delle contraddizioni

15 Nov 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

L’autunno incalza e con esso la preparazione dei fondi destinati ad ospitare il frumento, si lavora alacremente per preparare il terreno e ci si adopera per ottenere un buon grano. In questo clima e con le ultime scelte del nostro governo, però mi sovviene alla mente mio padre che negli anni settanta in questo periodo attuava una pratica antica ma che sembra stia tornando di moda.

Un tempo infatti al momento della trebbiatura si conservava parte del raccolto e si procedeva alla “svecciatura” ossia la pulitura del grano per quello che oggi si definisce il reimpiego aziendale, ossia l’utilizzo di parte di esso per la semina nell’anno seguente. Questa pratica era assai diffusa ma scomparve quando venne emanata la legge sementiera che regolò la commercializzazione delle sementi e da quando fu reso obbligatorio l’uso del seme certificato (oltre vent’anni fa).

Perché mi è venuto in mente tutto questo? Per un motivo molto semplice e legato al famoso articolo 68 ( introdotto per gli areali centro-meridionali che applicano una rotazione biennale) e che ha reintrodotto il reimpiego aziendale del seme di cereali o comunque di seme non certificato ENSE.

Però non molti sanno che essendo ancora valida la Legge Sementiera (Legge n°1096 del 25/11/1971) la commercializzazione delle sementi è ad essa legata perciò, se da un lato è ammesso il reimpiego, dall’altro è vietata la commercializzazione di seme che non sia certificato, ossia controllato dall’Ente Nazionale Sementi Elette (ENSE).

Ecco quindi la contraddizione, da un lato l’articolo 68 non obbliga più l’agricoltore all’uso di seme certificato, dall’altro però le leggi vigenti vietano la commercializzazione di seme che non sia certificato, tutto questo quindi crea un caos indescrivibile in chi opera nel settore, perché gli agricoltori chiedono sempre più spesso seme non certificato, che ovviamente non può essere venduto da chi seleziona.
L’uso di seme non certificato, visto come un risparmio da parte degli agricoltori, spinti a ricercare una riduzione dei costi, comporta un risparmio pari all’1% sul costo, quindi irrilevante ma con gravi danni per la qualità. Lavoro da ormai oltre dieci anni nel settore sementiero, più volte ho difeso l’operato di chi come l’ENSE (ritenuto falsamente un Ente inutile) opera nel controllo della qualità delle sementi e non posso che difendere l’uso del seme certificato.

Perché dico questo? In primo luogo perché il seme certificato è seme “garantito” quanto a purezza (intesa come assenza di semi estranei), ma ancora il seme certificato offre garanzie di germinabilità e sanità, che quello non certificato non può garantire. Del resto è compito dell’ENSE verificare che ciò che viene commercializzato sia seme con caratteristiche minime di germinabilità (85% minimo per il frumento duro) e quindi mi chiedo:”chi ci garantisce usando seme non certificato?”

Inoltre un’ultimo aspetto non meno importante è “la garanzia dell’origine”, un seme certificato è un seme di cui si può ricostruire l’intero percorso dalla semina al raccolto (indispensabile in un’ottica di sviluppo dei contratti di filiera). Del resto laddove si voglia fare un discorso di qualità, il seme non certificato non può garantire i fruitori finali (i mulini appunto) sulle caratteristiche merceologiche della granella che viene lavorata.

Su un noto giornale di settore ho letto un dato che mette in luce un altro aspetto favorevole all’adozione di seme certificato, pare infatti che la ricerca e il miglioramento varietale dal 1900 ad oggi, hanno fatto crescere la produzione per ettaro di un quintale ogni cinque anni. Ma la ricerca e il miglioramento come sono cresciute?

Sicuramente grazie all’uso del seme certificato perché ogni costitutore che ha una varietà, cedendola alle ditte sementiere ne ricava dei profitti sotto forma di royalties, che in parte aiutano il costitutore a sviluppare nuove varietà. Vorrei poi in ultimo fornire un ulteriore dato che riguarda l’effetto avuto sull’uso di seme certificato, da quando si è approvato il famoso articolo 68.

L’anno scorso primo anno di applicazione di detto articolo la flessione percentuale delle sementi certificate è stata di circa il 20% passando da 301.060 a 240.422 tonnellate (dati ENSE). Il 20% in meno è rappresentato da frumento commercializzato, senza richiedere certificazione ENSE, pur trattandosi (si spera) di frumento selezionato, cioè si è commercializzato grano in sacchi senza identificarne la varietà.
Il problema dov’è? Il problema è in primo luogo il mancato rispetto della legge sementiera, in secondo luogo un simile modo di operare non garantisce chi acquista sula qualità del prodotto. Il punto perciò è sempre lo stesso, il certificato ENSE è una garanzia di qualità, non essendoci, si può spacciare per una qualunque varietà ciò che il sacco contiene e tutto a discapito della qualità.

Del resto tale fenomeno si è concentrato maggiormente nel meridione d’Italia laddove l’articolo 68 ha trovato larga applicazione e dove a fronte di una cerealicoltura in crisi, l’agricoltore ha ritenuto di ottenere un risparmio utilizzando seme non certificato. I maggiori controlli applicati quest’anno e la divulgazione sull’importanza nell’utilizzo di seme certificato per le caratteristiche che lo distinguono, dovrebbero in parte arginare il problema dell’uso di seme non certificato.

Del resto ben poche sono le aziende che conservano grano per riutilizzarlo e la maggioranza di esse si affida a commercianti i quali nel rispetto della legge sementiera, devono obbligatoriamente vendere grano certificato. Questo dato fa riflettere su quanto una errata informazione possa provocar gravi danni, considerando che lo scorso anno, si parlò con un entusiasmo eccessivo, della possibilità di utilizzare seme non certificato.

In conclusione mi domando perciò se siamo o non siamo il paese delle contraddizioni? Si è in definitiva favorito lo sviluppo di una tecnica (il reimpiego aziendale di seme o comunque l’adozione di seme non certificato) che non aiuta di certo chi intende fare della cerealicoltura di qualità, danneggiando un settore già in forte crisi.

2 commenti al post: “Italia, ossia… “Il paese delle contraddizioni”

  1. alberto guidorziNo Gravatar scrive:

    Vedi Fernando quello che tu citi come contraddizione ha radici molto lontane ed è la conseguenza della miopia di agricoltori e dell’ENSE quando all’inizio era ancora un’emanazione della Cariplo e del struttura del commercio delle sementi fatto più da burattatori che di veri Sementieri. Pur avendo avuto noi prima di tanti altri paesi un esempio fulgido di un ricercatore che aveva fatto toccare con mano cosa significava miglioramento genetico dei grani, mi riferisco a Strampelli, il suo messaggio è rimasto inascoltato, anzi si è approfittato per defraudare la sua eredità, vale a dire sfruttare il suo materiale senza continuarne la valorizzazione. Queste scelte poi si sono riverberate anche sulla costituzione varietale italiana che non vedeva ritorni adeguati agli investimenti sempre più onerosi per ricercare convenientemente. I Samoggia, i Michaelles i vari Consorzi di Produttori Sementi sono tutti spariti. E’ rimasta la Produttori Sementi di Bologna grazie alla saggia gestione dell’amico fraterno Dr. Borasio, che, però, non avendo concorrenti ha solo dovuto continuare a lavorare seriamente senza aver bisogno di fare periodicamente “salti mortali” come capita laddove la costituzione varietale è in concorrenza..

    Un esempio che delinea meglio di tutti quanto suddetto è stata la scelta scellerata (scusami il termine, ma di questo si è trattato) di ammettere in sede di regolamento della legge 1096, a differenza di tutti gli altri paesi europei, come seme commerciale la R2 e non arrestarsi alla R1. Cioè consentire la commercializzazione di una moltiplicazione certificata ulteriore. Tutte le altre legislazioni europeee invece ammettevano solo la prima moltiplicazione del “seme di base” che è il prodotto finale del lavoro del costitutore di una varietà.

    Evidentemente i costi del seme sarebbero stati diversi, ma anche il trasferimento del miglioramento genetico effettuato sarebbero stati diversi, vale a dire molto più evidenti e toccabili con mano. Tutti sanno che con più si moltiplica il seme più questo si degenera. Solo i Capanna ed i Petrini dicono che gli agricoltori sono stati defraudati del diritto ancestrale di riseminare la propria produzione. Molti ci credono e battono le mani a questi novelli falsi “messia”, invece questo diritto è rimasto intatto sia per le piante autogame che per quelle allogame. Per quest’ultime si sono create le sementi ibride, che nessuno impedisce di riseminare, anche se si devono registrare perdite di produzione. Sono pure disponibili per le semine le vecchie popolazioni di mais ad esempio. Al limite sono disponibili per le risemine anche le varietà che hanno ospitato un gene trasferitovi per transgenesi, certo non dopo che questo gene è stato trasferito perché giustamente è coperto da brevetto. Se si pretende che siano riseminabili anche le varietà GM si è in malafede totale in quanto non si vuol tutelare i contadini, ma si vuol defraudare il lavoro intellettuale dei genetisti. Green Peace perché non s’impegna a costituire le varietà sintetiche di mais ibrido e metterle a disposizione dei contadini dei paesi poveri invece di acquistare motoscafi costosissimi per “giocare ai pirati”. Queste sementi offrirebbero un contributo al miglioramento della produzione e sarebbero riseminabili per più generazioni.

    Scusami, mi sono fatto trascinare fuori tema, quindi ritorno sulla retta via. Allora si disse che l’agricoltura italiana non poteva sopportare costi ulteriori, inoltre i “selzionatori-burattatori” di seme erano contrari in quanto la doppia moltiplicazione era più vantaggiosa per loro.

    Cosa comportò tutto questo? Semplice gli agricoltori, acquistando seme certificato, fruirono in grado molto minore dell’apporto del miglioramento genetico e quindi non toccarono con mano tutta l’utilità di seminare semente certificata. La certificazione fu vista solo come un costo ed un’imposizione e quindi appena fu loro concesso di fare senza del seme certificato ne furono contenti (quando per avere il contributo comunitario bisognava presentare i cartellini di certificazione del seme non gridavano allo scandalo). Il fatto poi che nel Sud si faccia commercio di sementi “anonime” è un fatto che compete al Ministero che possiede un servizio di “repressione frodi” perché il fatto di commercializzare un seme non certificato, e per ciò stesso anonimo, è un reato di frode che va perseguito.

    Permettimi un’altra divagazione. I ministri dell’agricoltura che si sono succeduti si sono sempre riempiti la bocca di “prodotto tipico” e di “rintracciabilità”, ma mi sanno dire come si può continuare a parlare di queste peculiarità caratterizzanti il famoso “Made in Italy” seminando delle sementi che diverranno sempre più dei miscugli di cultivars degenerate?. Qui al Nord, quando non esisteva ancora la certificazione, e le migliori partite erano acquistate dai “burattori-selezionatori” per venderle da seme, circa i selezionatori meno seri si diceva: “attenzione che se compri seme da quello la rischi di ritrovare la tua roncola dimenticata nel sacco”. Cosa si voleva dire? Si voleva significare che il sacco chiuso (con spago e roncola tascabile per tagliarlo) dai contadini per il trasporto del grano era solo riversato in un altro sacco e venduto tal quale. Se continua così il detto ridiventa d’attualità!

    Il risultato di tutta questa insipienza è riassumto dalla tua citazione: “un quintale ogni cinque anni dal 1900 ad oggi”. Questo dato in Italia e per il grano duro è rimasto quasi tale anche nella seconda metà del secolo, quando invece in Francia (in questo caso per il grano tenero) nello stesso periodo l’incremento è stato di più di “un quintale anno/ha” da parteggiarsi a metà tra innovazione di coltivazione e apporto del miglioramento genetico.

    In Francia hanno vissuto lo stesso problema. Qui l’hanno chiamato “semence de ferme”, vale a dire dei burattatori passavano di azienda in azienda e selezionavano meccanicamente e conciavano le partite di varietà di seme trattenute dall’agricoltore che poi se ne serviva per la semina, oppure scambiava con altre varietà dei vicini. Ma come ho detto prima si tratta di prima moltiplicazione e non di seconda. Ecco come l’hanno risolto: si sono messi d’accordo che l’organismo stoccatore in caso di consegna di seme di una varietà non avente cartellini di certificazione, applicava un modesta trattenuta sul prezzo di vendita della partita che confluiva in un monte unico che serviva in parte per indennizzare i costitutori della varietà ed in parte per commissionare ricerche gentiche di base che sarebbero andare a beneficio della professione tutta. L’accordo venne fatto sotto l’egida del Ministero dell’Agricoltura e dell’interprofessione.

  2. fernando di chioNo Gravatar scrive:

    @ Alberto
    in primo luogo le tue “divagazioni” sono sempre interessanti e ricche di nuovi spunti di discussione e di questo ti ringrazio. Però vorrei in primo luogo correggere un attimo il tiro su ciò che viene dato agli agricoltori, caro Alberto partendo dal seme pre base che ogni moltiplicatore acquista dalla ditta sementiera non deriva mai un base bensì è sempre declassato a R1, in pratica salta una generazione e la R2 che viene venduta agli agricoltori è solitamente una R1 “declassata”. Del resto sai bene che per promuovere a base un pre base vengono richieste delle % di purezza al seme che difficilmente possono essere garantite. In questo poi perdonami ma credo che l’ENSE sia un Ente molto all’avanguardia, ho avuto modo di toccare con mano la differenza tra sementi selezionate in Italia e sementi provenienti dalla Francia e ti assicuro che il prodotto francese non era affatto paragonabile a quello italiano (un anno l’Ense mi ha scartato circa 200 ettari di una varietà francese per elevatissimo numero di svettanti e fuori tipo). Ciò a mio parere dimostra che Strampelli ha ben seminato (scusate il gioco di parole) e ha permesso di giungere ad un livello qualitativo delle sementi tale che molti nostri costitutori esportano le loro varietà anche in altri paesi. Un’ultima cosa riguardo all’uso di seme certificato al Sud. Devo sottolineare che l’opera svolta da molti operatori del settore e dagli organismi preposti(repressione frodi in particolare), riesce a contenere la vendita di seme non certificato. Ma c’è anche un altro aspetto importante che salvaguarda l’uso di seme certificato, i famosi contratti di filiera, di cui tanto si parla. Il perchè è presto detto, trattandosi di contratti in cui deve essere garantita la tracciabilità, non si può pensare di utilizzare seme che non sia certificato e fattore ancora più rilevante, si basano su varietà che sono in grado di garantire caratteristiche qualitative migliori, escludendo a priori quelle che non offrono tali garanzie.

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Nella categoria: Fernando Di Chio, OGM & Agricoltura italiana

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