La coesistenza possibile

21 Mag 2014
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Alberto Guidorzi ci riassume alcuni punti fondamentali per garantire la coesistenza.

Coesistenza o contrapposizione per proibire

Premessa

La base di partenza della coesistenza è la capacità di individuare il DNA trangenico attraverso test in vitro molto sensibili. La determinazione della quantità di questo DNA che è la caratteristica di un OGM, da la possibilità di stabilire delle norme. Cosa importante da precisare è che non si va a vedere se il DNA trangenico conferisce particolari proprietà alla cellula che lo contiene, ma si tratta solamente di stabilire se c’è la sua presenza. In altri termini la nocività eventuale o la neutralità dello stesso sono variabili indipendenti.

Dunque le menzione di “Senza OGM” o “OGM free” detta all’inglese, vuole evitare la presenza fortuita di DNA trasferito o più concretamente stabilire una soglia di presenza massima accettabile. Per presenza fortuita si intende impollinazione, presenza di sementi prodotte dall’OGM, contenute nel suolo, nelle sementi da seminare, nei silos ecc.

Si tratta in conclusione di stabilire un parametro fisico (quantità di DNA trasferito) frutto di un’analisi con i suoi margini di errore, ma perfettamente realizzabile.

Le cose si complicano quando si devono stabilire delle soglie di presenza al di sotto o al di sopra delle quali regolamentare. Siamo, infatti, in presenza di quantità di DNA infime sia che si tratti delle soglie fissate dall’UE, vale a dire lo 0,9% di presenza fortuita, che quelle che vorrebbero i più radicali dell’opinione pubblica, vale a dire lo 0,1%, sempre, appunto di presenza fortuita nella raccolta di OGM autorizzati. In realtà in una pianta transgenica, il tasso di DNA modificato tramite ingegneria genetica, se paragonato alla quantità totale di DNA è solo dell’ordine dello 0.1 per mille. Pertanto:

1. Una soglia dello 0,9% significa una quantità di DNA transgenico dell’ordine di 1 su 10.000.000 (un decimilionesimo) di DNA totale.

2. Una soglia dello 0,1%, invece significa 1 su 100.000.000 (un centimilionesimo) sempre del DNA totale.

In conclusione, se non ha già nessuna significatività in termini di sicurezza per il consumatore un decimilionesimo, cosa significa esigere che il livello sia portato ad un centimilionesimo? Dato poi che oltre lo 0,9% bisogna etichettare il prodotto con la dizione “contiene OGM”, che significatività di tossicità (ammesso che ci fosse, perché fino ad ora nessuna tossicità è stata dimostrata, seppure tutti gli OGM ammessi siano testati per lo scopo) può avere l’1% di presenza fortuita di DNA transgenico, rispetto ad uno 0,9% che non comporta etichettatura?
Non solo, ma a questi livelli infinitesimali mi si vuol spiegare quale può essere il rischio a lungo termine?

Conseguenze

a) Impossibilità di coltivare PGM

Un primo aspetto dell’avere un prodotto con il limite dello 0,9% di transgene o ottenerne uno con lo 0,1%, per l’agricoltore significa mettere in pratica delle norme e pratiche di coltivazione talmente restrittive da rendere pressoché impossibile la coltivazione. Diventa, cioè un modo capzioso di impedire la coesistenza tra coltivazioni di PGM (piante geneticamente modificate) e di PC (piante convenzionali), ma in questo modo si ha prevaricazione degli uni sugli altri. Inoltre, il rispetto della coesistenza voluta dalle direttive comunitarie va a farsi friggere. La legge non è più dunque uguale per tutti, eppure i contrari agli OGM invocano in ogni occasione il rispetto della legge o meglio, la esigono solo se essa va a svantaggio della parte contrapposta. Ma allora l’agricoltura biologica (AB) quando pretende lo 0% di presenza di OGM non vi pare fuori dal mondo?

b) Distorcimento della morale e dell’etica

E’ ormai in uso, ed ha fatto breccia sull’opinione pubblica, che purtroppo ignora completamente i termini veri del problema, la dizione di “inquinamento genetico” una parola che in natura non ha nessun senso. Però, se accettiamo e facciamo rendere operante il concetto insito nella dizione dianzi riportata, nessuna coesistenza diventa possibile!
Perché ho detto che non ha nessun senso in natura? Semplice. Perché si dovrebbe dare valenza scientifica alla presenza di un DNA definibile “impuro” e di un DNA cosiddetto “puro”. Ora non esiste, biologicamente parlando, una gene definibile “proprio” ed un gene definibile “improprio” o “sporco”. Infatti il gene, e tutto il DNA, è sempre costituito alla stessa maniera, vale a dire una catena di quattro tipi di nucleotidi chimicamente identici in tutti gli organismi viventi. Pertanto diabolizzare un certo tipo di DNA, facendolo diventare un inquinamento, deve essere condannato innanzitutto per il disprezzo dell’etica che ne scaturisce. Ma non ci si rende conto che in questo modo di ragionare vi è implicito il razzismo più becero?

Qualcuno considera ciò una mia forzatura? Non penso proprio, perché in questo modo si fa distinzione tra i geni: divengono “impuri” quelli che l’uomo trasferisce per il bene suo e della collettività, mentre sono “puri” solo quelli che la natura trasferisce a caso e per “necessità sue” e non certo per l’uomo. Si tratta in realtà dell’uso invalso di detestare in toto ciò che fa l’uomo, che seppure non scevro da colpevoli deviazioni, per i “senza OGM” diviene quasi una specie da far estinguere. Ma non ci si accorge che con ciò si arriva alla negazione di un principio morale basilare? Infatti, il senso morale innato e insito in ogni uomo ed indipendentemente da ogni credo religioso, non si è mai sognato d’arrivare a colpevolizzare il suo simile che fin dai suoi primordi dell’agricoltura ha modificato il genoma delle piante e di conseguenza l’ambiente, per riuscire a coltivare ciò di cui sostentarsi.

c) Obbligo di distinzione delle filiere

Ma vi è un’altra conseguenza di questa “querelle” e non è da poco: una eventuale coesistenza a questi livelli significa in pratica dover tenere distinte tre filiere: agricoltura con PGM, agricoltura con PC e Agricoltura Biologica; niente di illegittimo ben s’intende, ma senza nessuna logica e base scientifica in termini di sicurezza alimentare. Ma ci si rende conto dei costi a cui la comunità dei consumatori sarebbe obbligata a sottoporsi per procurarsi il cibo? Vi sarebbero test analitici infiniti e costosi, doppia attrezzatura di semina, di raccolta e stoccaggio, catene di trasformazione in doppio o in triplo. Solo che al punto in cui siamo arrivati il rendere praticabile la coesistenza e quindi dare agli agricoltori la loro libertà di intraprendere economicamente come qualsiasi altra professione, diviene pressoché impossibile in quanto la politica ha ormai preso una china per cui tutti i tentativi di ritorno al rinsavimento la squalificherebbe come sede di decisione. Tuttavia non vi è esente neppure una buona parte del mondo scientifico che ha lasciato credere, pusillanimemente e senza intervenire per impedirlo, che la sola presenza di un DNA di una PGM era sinonimo di danno ambientale o di minaccia per la salute. Ecco perché assistiamo al paradosso incomprensibile per cui la politica, perché ormai avvitatasi su se stessa, deve dettare norme che rifiutano anche delle tracce infinitesimali di questo DNA.

Conclusioni

Dunque tre sono i temi ch riguardano la questione delle PGM che meritano di essere attentamente dibattuti.

1. Un primo tema, che era sottinteso al rifiuto pratico degli OGM, è stata la brevettabilità delle PGM, spacciata falsamente come un accaparramento del vivente, mentre la realtà è ben diversa. La varietà della PGM brevettata è a disposizione di tutti gli altri costitutori se si esclude l’uso del transgene, inoltre gli agricoltori europei possono benissimo seminare, se ciò conviene loro, la loro produzione di semi della PGM coltivata l’anno prima nell’azienda, senza per questo dover pagare nessun diritto di brevetto. Non possono solo farne oggetto di commercio per uso semina.
2. Le divergenze sulla transgenesi, in realtà non sono di merito ma derivano solo da un concetto distorto formatosi tra naturale e prodotto d’artificio. Solo che il concetto non ha senso se analizziamo cosa si intende veramente con il termine naturale. Se ci riflettiamo si assimila il prodotto naturale semplicemente con il prodotto del quale abbiamo acquisito famigliarità; ma perché una pianta coltivata, quindi profondamente modificata durante domesticazione e dalla successiva selezione migliorativa, e che quindi non ha più nulla di naturale tanto da non sopravvivere lasciata a se stessa, la si deve considerare più naturale, invece di esserci diventata più famigliare? Ora queste due visioni potranno, infatti, avvicinarsi solo quando l’opinione pubblica avrà preso famigliarità con tutto ciò che concerne la tecnica dell’ingegneria genetica. Certo è altrettanto vero che neppure questo convincerà gli ideologi radicali.
3. Il terzo tema è quello della coesistenza e delle sue difficoltà al realizzarsi, appunto perché abbiamo legato il tutto ad una supposta “purezza genetica” accreditata come un discriminante identitario. Ma l’identità di cui parliamo è, a guardar bene, anch’essa polimorfa ed appartiene a molte categorie sociologiche: pensiamo solo che l’identità gastronomica può essere rivendicata dall’alta cucina dei paesi ricchi, dalla cucina povera dei popoli sottosviluppati e perfino dal cibo, strano per noi, delle popolazioni cosiddette ancora non civilizzate. Pensateci bene ciò che è ritenuto provocare una perdita di identità è vissuta come un’aggressione che giustifica una reazione perfino bellicosa da parte di persone che poi espone le bandiere arcobaleno della pace. Ebbene anche gli OGM non sono esenti da quanto detto dianzi, ma un’analisi obiettiva ci fa dire che il tutto si riduce ad una questione politica e senz’altro ancoraggio scientifico, anche se pervicacemente cercato con metodi subdoli come ha fatto il francese Seralini e da tanti definito uno scienziato.

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NOTA: Queste mie riflessioni sono il frutto della lettura di due libri:
- Gérard Kafadaroff – OGM- la peur française de l’innovation – Editions Baudelaire
- Marcel Kuntz - OGM, la question politique – Editions PUG

2 commenti al post: “La coesistenza possibile”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Nerlla nota che ho redatto sopra ho parlato di costi dell’etichettaturo ed ecco uno studio che analizza i costi di etichettatura per i prodotti e la distinzione delle filiere. Se ben ho letto si parla di un costo di 500 per famiglia.

    http://dyson.cornell.edu/people/profiles/docs/LabelingNY.pdf

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Nella nota che ho redatto sopra ho parlato di costi dell’etichettatura ed ecco uno studio che analizza i costi di etichettatura per i prodotti e la distinzione delle filiere. Se ben ho letto si parla di un costo di 500 $ per famiglia.

    http://dyson.cornell.edu/people/profiles/docs/LabelingNY.pdf

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