Latte versato e lacrime

06 Feb 2015
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I nodi della chiusura del regime delle quote latte vengono al pettine e per proteggersi dalle difficoltà la soluzione è semplice: basta vestirsi di giallo.

http://www.lastampa.it/2015/02/06/multimedia/italia/allevatori-di-latte-in-piazza-salvate-il-made-in-italy-nYpLgj6lV3QmiAkWl05DdO/pagina.html

http://www.lastampa.it/2015/02/06/italia/cronache/allevatori-strozzati-ma-il-latte-sugli-scaffali-costa-sempre-di-pi-zaCNWzscWpmHuGe6uw0O3H/pagina.html

28 commenti al post: “Latte versato e lacrime”

  1. PieroNo Gravatar scrive:

    http://www.repubblica.it/economia/2015/02/06/news/latte_crisi_stalle_coldiretti-106655220/?ref=nl-Ultimo-minuto-ore-13_06-02-2015

    giorni fa, in un incontro pubblico, un esponente dell’AIAB ha elencato una serie di richieste fra cui la chiusura degli allevamenti intensivi
    eccolo accontentato
    tranquilli, però, ci salveranno gli orti famigliari di Petrini
    ognuno con la sua mucca, è tanto semplice…

  2. roberto defezNo Gravatar scrive:

    Sbagli Piero, non va bene una mucca ad orto.
    Si deve piazzare la mucca a cavallo tra 4 poderi in modo che la mammella finisca nei vari orti e si coniughi decrescita felice, riduzione dei gas serra ed equa spartizione dei letami per fare fertilizzanti

  3. VitangeloNo Gravatar scrive:

    E questo perché da noi non si discute mai seriamente -anzi non si discute per niente- sui problemi della nostra agricoltura. Si preferiscono le ideologie come se queste potrebbero riempire la pancia. Lo stesso si sta facendo con l’EXPO 2015: solo slogan, spot a più non posso, preoccupazione per la vendita dei biglietti e di cosa fare dopo con lo spazio EXPO che a quanto pare nessuno vuole. Altro che idee per alleviare la fame nel mondo: ma se non sappiamo discutere anche dei nostri problemi incancreniti da anni di politiche sciocche! Ovviamente tutti gioiscono perché non potremo -finalmente- produrre gli OGM in Italia! E il commento di Piero è azzeccatissimo!!!

  4. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Ci vorrebbero le vacche (non mucche) OGM, così produrrebbero di più e i costi del latte si abbasserebbero…….. o no!

  5. PieroNo Gravatar scrive:

    il termine “mucche” è stato usato intenzionalmente e legato al riferimento
    … ci voleva tanto a capirlo???

  6. MassìnoNo Gravatar scrive:

    Le quote per tenere alto il prezzo no, senza quote non stanno nel mercato. Qualcuno più esperto di me mi spiega quale soluzione auspicano ministro allevatori e leghisti d’assalto? Sostenere i produttori con soldi pubblici? Chiudere le frontiere? Versare nelle piazze il latte proveniente d’oltre frontiera?

  7. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Alla Coop vi è una promozione di latte a 0,37 ct di €/l con scritto su prodotto e confezionato dalla Centrale del latte di Grosseto, Pisa e Livorno, vale a dire zona che da sempre non ha mai prodotto latte alimentare.

    Ebbene un amico mi ha chiesto ma come è possibile che la coop riesca a fare questi prezzi quando in tutta Italia è stata fatta una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica contro i prezzi bassi pagati all’allevatore e dicendo che l’abolizione delle quote avrebbe aggravato la situazione. Allora gli ho spiegato che si tratta di latte importato (La Coop sei tu….. allevatore tedesco o chi altro ci vende il latte) e che non si deve fare imbrogliare perchè “luogo di produzione diventa il luogo del confezionamento”. Infatti così è anche per l’olio d’oliva, specialmente quast’anno che la produzione si è dimezzata.

    Lui è rimasto sorpreso della cosa e logicamente ha detto che non dovevamo accettare una regola del genere. al che io gli ho risposto che non potevano in quanto noi ad esempio importiamo cosce di maiale che vendiamo come nostri prosciutti, carne bovina per fare la breasaola, il 40% del grano tenero per fare la nostra pasta, il 60% del grano duro per fare il nostro pane e altri prodotti, tutta la soia per alimentare le vacche che producono i nostri formaggi ecc. Pertanto se non avessimo accettato la regola gli altri stati, dove esportiamo ci avrebbero proibito di scrivere “made in Italy” o avrebbero fatto campagna contro, è anche la stessa ragione per cui la nostra battaglia è persa in partenza e la Coldiretti fa la puttana quando vuole che non si producano all’estero imitazioni dei prodotti del “saper fare” italiano. E’ solo populismo in quanto ben sa che racconta frottole.

    Per chi non è pratico delle condizioni dell’agricoltura italiana sappia che gli agricoltori italiani (moltissimi) è da tempo che non accettano di dover accudire una stalla 365/366 (quando l’anno è bisestile) giorni all’anno. Pensate che non l’accettano neppure i coltivatori biologici. Essi vogliono vivere bene e lo hanno fatto finchè vi era una PAC prodiga e non eravamo ancora entrati nell’Euro, quindi le stalle le hanno dismesse molto tempo prima di adesso. Coloro che hanno continuato dobbiamo amaramente constatare che sono considerati dei fessi da parte di chi ha retto la politica agricola (fessi due volte invece sono stati quelli che hanno comprato le quote latte a suon di milioni di lire e dissanguandosi e che ora, anche con il voto dell’Italia, si vedono annullare ogni quota nazionale di produzione.

    La stessa cosa si verificherà con lo zucchero, infatti nel 2016/17 tutte le quote nazionali di produzione verranno cancellate ed allora assisteremo alla sparizione completa della filiera bieticolo saccarifera italiana.

    Le quote di produzione instaurate in Europa era un modo per dare a tutti la possibilità di divenire competitivi al pari degli altri (se ve n’erano le possibilità e la praticabilità) Noi non l’abbiamo fatto neppure laddove potevamo farlo ed ora con la sparizione delle quote la nostra bassa competitività balzerà evidente a tutti quelli che vorranno vederla (certo i politici si rifiuteranno di vederla).

    Vi è qualcuno che pensa di risolvere il tutto uscendo dall’euro o instaurando di nuovo le dogane alle nostre frontiere, ma dimentica che il nostro territorio non darà mai da mangiare a tutti gli italiani, inoltre che la terra è sempre rimasta sotto le suole delle scarpe e quindi bisogna abbassarsi per lavorarla (se lo si vuol fare in modo meno penibile occorre innovare in attrezzzatura, professionalità e capacità di controllare in parte l’offerta sul mercato, ma ciò significa investire denaro fresco). Solo che i tantissimi ancora considerati dalla legge degli “agricoli” in Italia, ma più comunemente sono detti contadini e che per chi fa l’agricoltore è un termine dispregiativo, non lo vogliono più fare e nello stesso tempo non liberano la loro terra, perchè è ancora considerata un bene rifugio, a favore di chi vuol fare ancora l’imprenditore agricolo professionale. Ciò, invece è avvenuto in tutti gli altri paesi europei dove, ad esempio in Francia l’azienda agricola media è di 70 ettari e la terra la può coltivare solo chi è agricoltore professionale e non chi è professore universitario o notaio o medico o libero professionista.

    In Italia,invece, la può coltivare anche OGM bb, vale a dire l’emblema dell’agricoltura italiana che, tra l’altro, lucra la PAC e produce granoturco per biomassa , aumentando il deficit della nostra bilancia alimentare.

  8. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Finalmente un post serio, con poche offese e con alcune considerazioni condivisibili.

    Una domanda, se in Francia una persona ha ereditato terra e non è agricoltore viene espropriato della terra? Cosa succede?

  9. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Non la può coltivare come un altro agricoltore (non ha diritto a sevvenzioni e Pac) e quindi è obbligato ad affittarla all’agricoltore professionale. In una tale situazione evidentemente si crea una calmierazione degli affitti, che diventano quindi accessibili per chi fa agricoltura per viverci e nello stesso tempo le aziende acquisiscono dimensioni più adeguate ai mercati.

    Oh con questo sistema non è che gli agricoltori professionali francesi diventino dei nababbi, anzi devono darsi da fare molto più che i in Italia in quanto i loro prezzi sono molto più bassi dei nostri, non dimentichiamo che loro sono un paese esportatore di prodotti agricoli (quindi devono contrastare la concorrenza degli altri grandi produttori di derrate), mentre noi siamo degli autoconsumatori e come minimo sfruttiamo la legge economica della produzione più vicina al consumo o comunque al mercato.

    Se si vogliono popolare le nostre colline, la collettività si deve sobbarcare la differenza tra limitata produzione di beni e prezzi di mercato creati per altre condizioni, inoltre se vuole il mantenimento del territorio lo paga con un sovrappiù per le condizioni disagiate. Non ripetiamo però lo scandalo delle Comunità montane!!!!! Quello grida vendetta!

  10. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    Il sistema ha sicuramente dei pregi, ma in questo modo si crea la casta degli agricoltori……sarebbe come se potesse fare l’avvocato solo chi ha uno studio avviato, oppure prende quello del padre. In una situazione di quel tipo, come può un giovane avviare l’attività di agricoltore se non è figlio di agricoltore?

  11. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Ti posso portare un infinità di esempi di gente che non era agricoltore, ma aveva capacità imprenditoriali e che è divenuto un imprenditore agricolo professionale. Eccotene un esempio:

    Cyril Rousseau si è installato nel 2012 su un’azienda di 114 ha a Saint Just en Chaussée (Oise F) . Egli coltiva 25 ha di bietola da zucchero, 8 di lino, 9 di pisello proteico da seme, 58 ha di frumento, 11 ha di colza e 3 ha di incolto ambientale (MOTA: altrochè le balle della monocoltura che certa gente che non è mai stata in una azienda agricola vera, certo in Italia sarebbero 114 ettari a mais, ma solo perchè l’azienda è di un notaio, di un medico o di un industriale che ha messo al coperto dei fondi neri; a quelli non gli interessa tanto il reddito dell’azienda, ma solo che mantenga il valore fondiario perchè in Italia la terra costa 5 volte la buona terra francese): Cyril è divenuto agricoltore dopo tre anni come salariato in un centro di gestione e dopo 4 come salariato agricolo (NOTA: ecco la dimostrazione che non bisogna essere figli di agricoltori, ma solo gente che si sente capace di rischiare, probabilmente si tratta di un’azienda il cui titolare ha perso la possibilità di fare l’agricoltore perchè è andato in pensione. Qui in Italia invece gli agricoltori vanno in pensione e continuano a coltivare la terra ricevendo aiuti, incentivi e PAC ed i giovani agricoltori guardano per aria…).
    Dice che ha scelto di fare l’agricoltore perchè apprezza la stagionalità del lavoro, il lavoro libero e all’aperto, ma soprattutto la non monotonia in quanto deve occuparsi di gestione, di commercio, di far produrre piante diverse, di tecnica e di meccanica. (NOTA: ciò vuol dire che è lui che semina, coltiva e raccoglie; che lui che si aggiunta le macchine e fa la manutenzione, che è lui che va in cerca di innovazioni e le fa proprie e senza bisogno di nessun altro “consigliori”). Il suo imperativo è mettere assieme performance produttive e ambientali. Egli il suo raccolto di frumento lo valorizza al massimo perchè i 4/5 sono destinati a produrre sementi per la cooperativa Noriap di cui fa parte e non del generico frumento da macina. Il restante 20% produce sotto contratto del frumento biscottiero per un’industria di biscotti. Il protocollo di produzione è particolarmente stretto in quanto usa varietà resistenti alla septoriosi che gli permettono una protezione con trattamenti molto leggeri. Non può usare Cycocel, cioè un nanizzante e quindi deve frazionare la concimazione azotata. I 3 ettari di coltivazioni ambientali sono costituite da incolto fiorito di 30 are (NOTA: in Francia si producono sementi di fori di campo selezionati che l’agricoltore acquista e semina) appunto per concorrere ad aumentare la biodiversità e ciò lo fa vuoi perchè la Cooperativa gli riconosce 20 €/t di frumento , ma anche perchè vuol concorrere a cambiare l’immagine dell’agricoltura verso l’opinione pubblica, lui ci tiene a non essere assimilato ad un avvelenatore. Il resto dell’incolto agroambientale lo realizza con una copertura del terreno di miscugli floristico-faunistici.
    Egli fa parte di un gruppo di agricoltori che persegue il coltivare integrato più che altro per ridurre i costi senza diminuire la produttività. Essi privilegiano le varietà resistenti alle malattie (NOTA: ma queste varietà occorre che vi sia una genetica che le costituisca e chi le ottiene deve ricevere la giusta remunerazione e quindi Cyril è uno che non si sente ricattato per dover comprare le sementi ogni anno, ne è ben felice se trova che vi sia un miglioramento continuo, altro che le balle di chi vivendo al 45° piano di un grattacielo dice che il produrre le sue sementi è un diritto dell’agricoltore; certo lo può fare e nessuno glielo impedisce, ma si semina le varietà vecchie totalmente libere e con tanti difetti. Invece si vorrebbe che un pirla facesse miglioramento genetico e che agli agricoltori venga concesso il diritto di rubare il lavoro intellettuale del genetista). Cos’altro mette in pratica per fare protezione integrata? Ha allungato la rotazione; seppure il lino ed il pisello che semina non gli diano lo stesso reddito delle bietole o del frumento, tuttavia ne valuta le entrate indirette di una rotazione più lunga, non solo, ma preferisce seminare 25 ettari di bietole al posto di solo 13 ettari di quota assegnata (NOTA: faccio notare che la quota di produzione bietole è di pertinenza del coltivatore e non una concessione dello zuccherificio come in Italia), tuttavia ciò gli comporta che i 12 ettari che semina in più di bietole gli vengono pagate la metà dei 12 ettari di quota, solo che riesce ugualmente a ricavare un reddito, seppure ridotto, per l’elevata produttività che realizza (NOTA: In Francia quest’anno la media nazionale è di 930 q/ha a 16% di zucchero, mentre in Italia quest’anno siamo eccezionalmente (NOTA: vi assicuro che è un anno veramente eccezionale) a 700 q/ha ma con una percentuale di di zucchero di 13,5). Per Cyril è un continuo adattare la protezione alle condizioni annuali di inoculo parassitario, sono aboliti tutti i trattamenti sistematici. (NOTA: in Italia gli agricoltori si fanno fare ancora le ricette di trattamento dai venditori di antiparassitari e per questi è gioco forza far trattare il più possibile, ne va dei loro volumi di vendita, però ciò capita perchè abbiamo tanta agricoltura fatta tanto per fare e poca agricoltura professionale).
    Usa il GPS sia per seminare le bietole che per fare i trattamenti in modo da mettere in pratica il monitoraggio via satellite che si fa fare nelle sue coltivazioni al fine di concimare di più dove vi sono più carenze o trattare di più dove vi sono dei focolai di infezione.
    DULCIS IN FUNDO: Chi conduce la sua azienda di 114 ha? LUI e sua MOGLIE e basta, non può permettersi altro personale.

  12. OGM, bb!No Gravatar scrive:

    114 ettari……in Italia ci vogliono almeno 3-4 milioni di euro.

  13. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Solo che lui non credo proprio che l’abbia comprata, infatti gli affitti in Francia sono accessibilissimi: 100 €/ha è già un affitto sostanzioso in Francia.

    OGM bb hai ragione in quello che dici, ma facciamo riflettere un momento anche chi ci legge e non ne sa molto di agricoltura italiana: se uno ha 3-4 milioni di € può pensare di investirli in un centinaio di ettari per fare l’agricoltore a tempo pieno o per allargare la sua azienda? Se lo facesse lo definirei un emerito imbecille. Chi compra la terra oggi è chi l’ha comprata ieri? Solo quelli che il soldi li hanno guadagnati in altri settori economici e diversifica gli investimenti. Vale a dire i non agricoltori che di conseguenza la sottraggono alla disponibilità dei veri agricoltori.

    L’agricoltore che compra della terra per coltivarla in una economia globalizzata è un fesso patentato perchè s’indebita e si priva del denaro necessario ad innovare la sua azienda. Il capitale terra per un agricoltore deve valere 1 € e non di più, inoltre deve fare lo stesso ragionamento che fa un industriale che si costruisce un suo stabilimento, ma che successivamente mette in bilancio delle quote di ammortamento per quando ne dovrà costruire un altro nuovo perchè il primo è divenuto obsoleto.

    Invece in Italia la terra è ancora un bene rifugio e non si tiene solo conto che, diversamente da una fabbrica, non diviene obsoleto, solo che lo diventano le dimensioni. Comunque se le generazioni successive continueranno l’attività bisognerà pure che il genitore lasci loro i soldi per pagare la tassa di successione, altrimenti gli eredi che vogliono continuare l’attività si troveranno in ambasce al punto da decidere di fare qualcosa d’altro (con due successione la terra è comprata di nuovo). Non solo, ma occorrerà trovare una soluzione anche per quegli eredi che ereditando la terra hanno già scelto in precedenza di uscire dall’agricoltura. L’esproprio è da scartare, e sono d’accordo, ma almeno non permettiamogli di coltivare lui la terra o di darla sottobanco ad un contoterzista, cioè obblighiamolo ad affittarla al miglior offerente, ma preservando la persistenza di una certa continuità aziendale.

    Oh non fraintendetemi, io qui ho espresso solo concetti funzionali al fare agricoltura da reddito nel contesto del mercato attuale, ma il tutto è da tramutare in leggi, ma il diritto non è il mio campo e quindi mi taccio dal fare ipotesi di risoluzione.

    Ma se nelle nostro valli alpine hanno istituito tanti anni fa il Maso Chiuso ci sarà stata pure una ragione, inoltre questa ragione ben la conosciamo; oggi non siamo molto lontani anche nella fertile pianura dalle condizioni che hanno generato il Maso Chiuso in montagna. O i politici la capiscono e spazzano via i sindacati agricoli, altrimenti l’Italia diventerà un incolto come lo fu dopo la caduta dell’Impero romano. La Tamaro se ne feliciterà, però dovrà adattarsi a mangiare ghiande

  14. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Agricoltori che non ce la fate più ho il dovere di informarvi che devo chiedere scusa al “contadino” (dice lui) Capanna perchè nei miei interventi gli ho diminuito la pensione svalutando quindi la sua funzione pubblica: io sempre detto che disponeva di 9000 € di pensione per fare il contadino, invece sono 9735 di euro che prende e sempre per fare il contadino.

  15. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Carissimo Alberto

    Molto interessante il tuo post sul sistema agricolo francese.
    Non conoscevo il problema e mi interessa approfondirlo.
    Tu sai certamente che io sono un agricoltore un po’ anomalo.
    Nasco da una famiglia “industriale” (chimica).
    Mio padre, buonanima, nel 1980 aveva un po’ di quattrini da investire, onestamente guadagnati, e voleva diversificare i suoi interessi (fra le tante cose era anche un appassionato di agricoltura come me…)
    Una sera, dopo una laurea in ing. Meccanica, mi ha proposto come alternativa ad andare a lavorare con mio fratello + vecchio di 7 anni, “in ditta” (come si diceva allora), di acquistare un’azienda agricola ed occuparmi io di quella.
    Incoscienza dei 20 anni e la mattina dopo gli ho detto si…
    A quel tempo non sapevo nemmeno cosa fosse l’agricoltura; un atto di fede e di amore.
    Non sapevo, o quasi, se le piante di granoturco andassero in alto o in basso…
    Ho studiato per un anno tutti i testi possibili, ho letto tutto il possibile e …ho cominciato a coltivare mais (mi sembrava il più semplice da approcciare…)
    Domanda. Se fossi stato in Francia avrei potuto fare questo percorso?
    Avrei dovuto “impiegarmi” per n. anni in un’Az. Agricola precostituita per ottenere la qualifica di Agricoltore?
    Io dal giorno dopo la mia decisione di intraprendere questa professione la ho sposata al 100% con tutti i suoi pro e contro. Agricoltore a tempo pieno con il badile in spalla…
    E dal giorno dopo il mio subentro in Azienda, 11 settembre 1981 – S. Martino- io sono fieramente Agricoltore anche sulla C.I. e ho anche dovuto rinunciare all’iscrizione all Albo degli ingegneri.
    Per quale ragione non dovrei poterlo fare? In Francia non lo potrei fare?
    Spiegami meglio come funziona… Sono curiosissimo!

  16. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Franco

    In Francia avresti potuto fare esattamente quello che hai fatto in Italia, non avresti solo potuto condurre azienda agricola e azienda chimica perchè non saresti stato considerato agricoltore. Invece in Italia avviene il contrario, un industriale acquista un’azienda agricola, portando via la terra ad un agricoltore professionale che così non può ingrandirsi, la fa condurre dal contoterzista ed il sabato e la domenica si veste “country” e va in azienda invitando gli amici. Si associa ad un sindacato agricolo e questi gli tengono contabilità, gli fanno le fatture e gli fanno la domanda PAC ed alla fine ha tutte le agevolazioni come fosse un agricoltore come te a tempo pieno.

    IN Francia le aziende agricole falliscono se non raggiungono livelli molto alti di riduzione dei costi e di innovazione. In una azienda di 100 ettari per saltarcene fuori occorre che la moglie tenga la contabilità ed i rapporti con i vari uffici, mentre il marito si attrezza in modo da preparare terreni, seminare concimare proteggere e raccogliere e nell’interstagione deve fare anche la manutenzione ai mezzi. Un’azienda di 50 ettari può essere condotta solo a partime, ma l’altro impiego deve essere all’interno della sua struttura produttiva, come ad esempio lavorare all’interno della cooperativa di cui è socio.
    In Francia inoltre non vi è agricoltore che non sia socio di una cooperativa, se fa bietole è socio nella conduzione dello zuccherificio, se fa cereali e socio della cooperativa di stoccaggio, che gli fornisce quasi tutti gli intrans, se ha allevamento a maggior ragione.
    Eccoti un esempio di Cooperativa:

    http://www.groupe-scael.com/le-groupe-p2.html

    Per le superfici più piccole vi sono forme di conduzione collettiva, ne conosco una di tre famiglie aventi ciascuna 50 ettari e che si sono messi assieme ed hanno diversificato le produzione: dell’allevamento se ne occupa uno, delle produzioni agricole un altro e della vendita diretta di certe produzioni un altro. I componenti famigliari che vogliono lavorare all’interno della cooperativa famigliare sono regolarmente assunti.

  17. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Grazie Alberto per le notizie e i chiarimenti.
    Che il sistema cooperativo in Francia funzionasse lo sapevo, ma non si smette mai di imparare nel dettaglio.
    Una sola cosa mi lascia perplesso circa l’applicabilità del sistema operativo francese in casa nostra.
    Tu li riesci ad immaginare 3 agricoltori italiani che si mettono a fare un lavoro come quello delle tre famiglie da te descritte?
    Da noi, se ci fossero tre confinanti che potrebbero avere interesse comune ad un’operazione del genere, litigherebbero in 7 (senza contare le mogli!)…
    E ogni cooperativa regolarmente costituita finisce per fallire a causa della gestione allegra della sua dirigenza (tanti esempi…)

  18. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Vedi Franco

    Quando ero ragazzino e guardavo i burattini vi era Sandrone che era Re e si lamentava con Fagiolino perchè quando entrava lui in sala udienze i sudditi non si alzavano in piedi. Allora Fagiolino lo rassicurò che ci avrebbe pensato lui. Fece una cosa semplice: fece sparire tutte le sedie dalla sala!

    Perché ti ho raccontato questo fatto? Per dirti che in Francia, essendo da sempre un paese esportatore di derrate alimentari ha dovuto misurarsi in continuazione con i prezzi mondiali, che come ben tu sai sono creati dal surplus prodotto dopo l’autoconsumo e da ciò che rimane dopo avere soddisfatto contratti di lungo termine tra nazioni, che evidentemente non sono fatti ai prezzi mondiali ma in base ad accordi che comprendono anche motivazioni strategiche. Per darti un esempio ti posso dire che il mercato dello zucchero è dato da massimo il 20% della produzione mondiale. Tutto ciò spiega i livelli molto bassi dei prezzi mondiali e le fiammate di prezzo che si verificano, infatti, basta una grossa produzione o una cattiva produzione a deprimere o infiammare i prezzi sui mercati mondiali.

    Quindi quale è la differenza da sempre tra la Francia e l’Italia? E’ semplice, loro hanno dovuto esportare le loro produzioni e quindi sottostare alla concorrenza sui mercati mondiali, noi abbiamo sempre prodotto per l’autoconsumo e quindi si è formato un ristretto mercato interno di alti prezzi che per giunta sono stati protetti dalle dogane quando c’erano, da meccanismi agromonetari che ci proteggevano quando vi era in vigore il mercato comune agricolo e soprattutto dalle svalutazioni della liretta. Questa ha avuto due effetti: riportare in alto i prezzi agricoli italiani e soprattutto assegnare al bene terra la valenza di un bene rifugio molto appetibile che ha reso impossibile per un agricoltore che vive del reddito agricolo accedere alla proprietà della terra (se non in frangenti particolari perchè si erano verificate condizioni pluriennali di lauti guadagni, e in agricoltura ben sappiamo che ci sono stati, ma putroppo, al massimo una o due in un secolo).

    Ecco tutte queste condizioni hanno drogato l’agricoltura italiana e fatto stare con i piedi per terra quella francese. Non solo, ma quest’ultima ha toccato con mano le crisi e la forte concorrenzialità sui mercati mondiali, da cui noi, invece, siamo stati solo sfiorati per tutto quanto ti ho detto.

    Conclusione: agli agricoltori francesi è stato insegnato da tempo che occorreva armarsi per resistere, anzi hanno toccato molte volte con mano che vi era alle porte il fallimento della loro azienda. Volenti o nolenti, hanno dovuto adeguarsi, vale dire hanno dovuto accettare di buon grado la cooperazione e forme di collaborazione che limitava la loro individualità, ma che li faceva sopravvivere. Da noi, invece, si sopravviveva con i prezzi elevati e non con gli aumenti di produttività per rincorrere i prezzi calanti, non solo ma dato che gli aumenti di produttività a costi sempre più contenuti implicava studiare, riflettere, provare, sperimentare; in altre parole darsi da fare o “muovere il culo” come si dice in gergo militare, era faticoso e noi non lo abbiamo fatto per due motivi: bene o male sopravvivevamo ed inoltre il valore fondiario esagerato ci rassicurava: “perchè uscire sotto la pioggia a fare un lavoro e bagnarci se sono in possesso di milioni di euro di valore fondiario, perchè devo seminare tutti gli anni due o tre varietà di frumento nuove per valutarne (facendo osservazioni in campo durante i periodi di riposo) la validità e l’adattabilità ai miei terreni per sfruttare l’innovazione insita nelle creazione varietale, se poi il mercato interno non apprezzava la qualità lo stimolo non vi era, ma la valorizzazione del prodotto deve essere una prerogativa del produttore e non del compratore, quello il prodotto che deve comprare lo deprezzerà sempre. E’ evidente che per l’agricoltore francese che ho citato non è la stessa cosa da un punto di vista dell’impegno produrre frumento da semina o fumento con caratteristiche tecnologiche fissate da un protocollo collegato ad un contratto di coltivazione e frumento da macina, come non è la stessa cosa produrre frumenti con particolari qualità tecnologiche in modo che la mia cooperativa possa creare lotti omogenei che daranno farine pronte all’uso e sempre con gli stessi standard qualitativi. La Barilla di fronte a merce buona e valida scuce di più, se poi assicuro continuità di forniture tanto meglio. In Francia è da 40 anni che si opera così, in Italia se ne parla solo adesso, ma con una base produttiva agricola come quella che abbiamo il lavoro è improbo.

    Da noi invece fino ad una quindicina di anni fa abbiamo fatto sopravvivere perfino chi coltivava un orto famigliare, anzi lo abbiamo abituato a dire “qui comando io ed il comando non lo voglio dividere nessun altro”. Risultato la cooperazione è tutta abortita, la polverizzazione aziendale è rimasta tale, non solo, ma non ci siamo accorti che la situazione stava cambiando ed in particolare due cose ci venivano meno: l’abbandono della liretta che ci privava dello strumento della politica monetaria e le mutate condizioni sociopolitiche che hanno modificato le regole del commercio mondiale, divenuto globalizzato con produttori nuovi di derrate agricole che si sono affacciati prepotentemente sul mercato. In altri termini si è cominciato a giocare su un tavolo globale dove tutto veniva messo sul tavolo. Ad esempio il Brasile disse che se l’UE voleva arrivare ad un accordo non poteva più esportare zucchero sul mercato mondiale sovvenzionandone le esportazioni e la produzione, ecco che allora l’UE per avere un accordo su altri settori dovette accettare non solo di non esportare zucchero, ma di importarne.
    Tutto ciò, trasferito all’interno dell’UE ha determinato una diminuzione delle quote di produzione protette e sovvenzionate. Questo è avvenuto nel 2005 e nel 2016/17 avverrà l’abolizione totale delle quote di produzione protette e sovvenzionate. Chi ha pagato per questo adeguamento alla globalizzazione, come sempre i meno competitivi o chi credeva che le vacche grasse non fossero mai dimagrite. Noi Italiani eravamo proprio nelle condizione appena accennate ed, infatti, la nostra filiera bieticolo-saccarifera è andata a ramengo. La stessa cosa è toccata al nostro riso e tu ne sai qualcosa, ma in realtà è toccata a tutte le altre coltivazioni perchè tutti i prezzi sono calati. Solo che i prezzi calano in un momento mentre la produttività, appunto per supplire con un maggior moltiplicatore (e soprattutto a costi contenuti) ai prezzi bassi lo si conquista molto più lentamente e soprattutto con tanta tenacia e aumento continuo di professionalità.

    Concludendo in Francia è da tempo che Fagiolino ha tolto le sedie ai sudditi del Re, mentre in Italia nessuno le ha tolte, anzi ci sono ancora le poltrone per qualcuno, vedi Direttore Generale della Coldiretti o Il buon Vecchioni ex presidente di Confagricoltura o un ministro dell’agricoltura inutile.

    Scusa ma mi si sono aperte le cateratte dell logoroicità….. mi capita spesso quando parlo di queste cose, anche perchè mi pare che dovevano essere dette da chi di dovere molto tempo prima agli associato agricoltori. Invece è invalso il noto detto del ventennio: “TACI IL NEMICO TI ASCOLTA”.

  19. franco nulliNo Gravatar scrive:

    Descrizione molto chiara ed esaustiva dello stato di fatto tragicomico della nostra agricoltura…
    Grazie Alberto.
    Non smettere mai di inondarci con la tua “logorrea”…
    Sono sempre parole utili e illuminanti!

  20. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Vi immaginate cosa succederebbe in Italia se esistessero i prezzi francesi che permettono questi risultati economici ad una agricoltura ben più performante di quella italiana?

    http://www.lafranceagricole.fr/actualite-agricole/revenus-en-2014-deuxieme-mauvaise-annee-avec-24-400-en-moyenne-5-bovins-a-viande-et-cereales-plongent-97851.html

  21. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    I Francesi devono competere con queste realtà mondiali

    http://www.lafranceagricole.fr/video-et-photo-agricole/videos-tracteurs-et-machinisme/afrique-du-sud-tout-l-equipement-d-une-ferme-de-15-000-hectares-99933.html

    ed in um mondo globalizzato, invece da noi si vuole l’agricoltura famigliare vero Petrini. come questa forse?

    https://twitter.com/AEGRW/status/545845237277818880?utm_source=fb&fb_ref=Default&utm_content=545845237277818880&utm_campaign=AEGRW&utm_medium=fb

  22. MbianchessiNo Gravatar scrive:

    Sono uno di quei rinc…..iti che han comprato quote latte e per continuare a farmi del male quest’anno ho dovuto affittarne altre per 50.000 € perché modestamente sono un bravo allevatore e le mie 300 vacche, stesso numero dell’anno scorso, han prodotto il 20% di latte in più. Così ho dovuto fare la carità ad un paio di miei colleghi che farebbero meglio a cambiare mestiere. Per fortuna che è l’ultimo anno perché un sistema che penalizza chi sa fare il suo lavoro a beneficio degli incompetenti non può reggere. Poi mi tocca leggere che esiste l’ AIAB che vorrebbe la chiusura degli allevamenti intensivi e sinceramente se sapessi fare qualcos’ altro smetterei subito domani di allevare vacche da latte! Il fatto è che si andrà sempre più verso una dicotomia che vede da un lato chi ha soldi da spendere che si farà sempre più attirare da roba bio e
    vegan pagandola cara e chi di soldi ne avrà pochini e dovrà mangiare quello che trova al discount a poco prezzo comprando logicamente prodotti che vengono dall’estero. Per cui spazio per quelli come me c’è ne sarà sempre meno perché a quanto pare stanno vincendo loro…. quelli dell’ AIAB con il consenso della coldiretti la cui unica speranza è quella di invertire il trend di perdita’ di associati. A tale riguardo vi invito a leggere quanto sotto.
    http://www.thebullvine.com/news/not-only-hipsters-cry-when-u-s-grocers-run-out-of-organic-milk/#li=3kpICjwIwqo~&cs=RW94bzx2g7n0iSmN3pMYJw~~;

  23. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Mbianchessi

    Io ho sempre detto che l’unica carta che vi è in mano all’imprenditore agricolo è l’aumento delle unità prodotte a parità entità produttiva. Discorso facile a farsi ma difficile a realizzarsi perchè è l’esatta misura della professionalità in divenire dell’imprenditore agricolo. Poi ci potranno essere incentivi e agevolazioni finalizzate al recupero di produttività a seguito del dover introdurre una innovazione, ma queste devono essere limitate nel tempo altrimenti si falsa il sistema di produrre che deve essere basato sulla competitività.

    In Italia invece abbiamo sempre istituzionalizzato e perennizzato gli incentivi e gli aiuti. Risultato la nostra agricoltura non fa gli stessi progressi degli altri. Giustamente tu dici che gli altri dovrebbero cambiare mestiere, invece li facciamo sopravvivere, seppure stentatamente, anzi facciamo vivere bene chi vive con altri introiti e invade un campo economico che non dovrebbe essere il suo e viene considerato agricoltore a tutti gli effetti, anche se i soldi liguadagna altrove. A questi non dovrebbe essere permesso coltivare la terra, anche se il possesso è consentito.

  24. franco nulliNo Gravatar scrive:

    @ chiacchiera fra Alberto Guidorzi e Mbianchessi

    Vedi modello francese discusso più in alto nel thread…

    Difetto: In Italia il concetto di cooperazione (in qualunque forma che non sia quella derivante dall’ex PCI) é difficilmente adattabile.
    Il modello francese non credo sia trasferibile in Italia per carenza “mentale” del nostro tessuto sociale.
    Sto personalmente provando a fare accordi con un mio vicino in seria difficoltà per mancanza di SAU, ma fatico a fargli capire che non voglio semplicemente aiutarlo (cosa che peraltro fari volentieri), ma voglio “cooperare” a vantaggio di entrambi. Difficile.
    C’é un grande gap culturale in questo campo fra FR e IT. (e mi spiace dirlo, a favore dei francesi che non amo sperticatamente…)

  25. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Franco

    Dimmi tu se si va nella direzione giusta?

    Agricoltore attivo: nuove polemiche sui requisiti

    Ripartono le polemiche sulla delimitazione della figura dell’agricoltore attivo: rispetto al faticoso equilibrio raggiunto nel corso della stesura del primo provvedimento ministeriale, ci sarebbero delle novità che restringono la categoria dei soggetti ai quali può essere attribuita questa qualifica.
    La questione riguarda le partite Iva miste, nelle quali oltre all’identificativo ATECO agricolo, sia presente anche il codice che riguarda altre attività, ad esempio quelle agromeccaniche, ma anche altre tipologie che magari non hanno a che fare con il settore primario. Il decreto in preparazione afferma che ove ricorra la situazione di un codice plurimo, di cui uno agricolo, il requisito di agricoltore in attività si presenta quando sia rispettata almeno una delle seguenti condizioni:
    i ricavi totali agricoli siano almeno pari a 1/3 di quelli totali;
    oppure, i pagamenti diretti annuali della pac siano superiori al 5% dei ricavi totali non agricoli del richiedente;
    oppure, la ragione sociale o la denominazione sociale con la quale il soggetto economico è identificato contenga l’indicazione «società agricola».
    Oggettivamente, tale soluzione è restrittiva e corregge l’impostazione formulata con il decreto del 18-11-2014, il quale si limitava a richiedere il requisito del possesso di una partita Iva in campo agricolo, con dichiarazione Iva dal 2016.
    Quest’ultima condizione, tra l’altro, non è richiesta per le aziende con oltre il 50% della superficie in montagna o nelle aree svantaggiate. È evidente come molti agricoltori che ritenevano di essere compatibili con la definizione di agricoltore attivo data dal decreto di fi ne 2014, ora potrebbero non esserlo più, se il testo in via di definizione fosse approvato così come uscito dalla riunione tra Mipaaf e Regione dell’11 febbraio scorso.

  26. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Dimenticavo Franco

    Questo è quanto scrive L’informatore Agrario, un giornale che ragiona come la coldiretti, vale a dire un giornale che ha paura se in Italia spariscono degli pseudoagricoltori, di non vendere abbastanza riviste, rivista che tra l’altro è da tempo che non offre nessun servizio agli agricoltori. Ha fatto la stessa involuzione di “Linea Verde” alla RAI

  27. franco nulliNo Gravatar scrive:

    A proposito di INFORMATORE AGRARIO & simili.

    Personalmente ho dal 1 gennaio 2015 disdetto tutti gli abbonamenti alle riviste specialistiche agricole attivi dal 1982.

    Per due ragioni:

    1) con l’informazione in rete di cui oggi disponiamo hanno ormai poco interesse tecnico

    2) con il servizio postale che ci ritroviamo l’informazione “settimanale” per cui potevano ancora essere utili ci arriva mediamente con 20 giorni di ritardo. Un po’ troppo…

    Non ultimo risparmio un sacco di carta (i boschi forse mi ringrazieranno) e da smaltire, con fatica, differenziata spesso senza averla nemmeno sfogliata in quanto obsoleta.

  28. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Ma ti assicuro Franco che anche la validità da un punto di vista di apportatori di idee innovative delle riviste italiane è sotto i tacchi delle scarpe. Pubblicato lavori di universitari ( ho omesso appositamente il titolo di Professori perchè non lo meritano) che nessuna rivista seria pubblicherebbe, solo che all’università si fa carriera solo mostrando la pubblicazione e senza valutare l’impact factor; credo proprio che siano loor che pagano il giornale per farsi pubblicare e non viceversa. Io sono abbonato ad alcune riviste Francesi e ti posso dire che sembra di essere in altro mondo.

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