Le conseguenze morali del progresso

13 Ott 2009
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di Antonio Pascale

Le conseguenze morali del progresso. Che bel titolo. Peccato però: non è mio. È un titolo rubato al libro di Benjamin Friedman, professore di economia ad Harvard, Il valore etico della crescita. Sviluppo economico e progresso civile(università Bocconi). Quando si parla di «conseguenze morali» dei processi di crescita economica, noi tutti pensiamo a cose orribili. Di notte ci svegliamo e facciamo l’elenco. Siccome io nella catalogazione sono bravo, per via della nevrosi, compilo subito l’elenco: inquinamento ambientale, disuguaglianze tra classi sociali, degrado etico, aumento dei sentimenti di rifiuto e di intolleranza verso il diverso e l’individualismo che avanza. Però è Friedman ci tiene a farci percepire un aspetto del problema che ci sfugge. Per pigrizia culturale, naturalmente. C’è una correlazione diretta, anche se non lineare, tra crescita economica e progresso morale di una società. Attenzione, ci dice Friedman: non c’entra il Pil, quanto piuttosto la percezione che i cittadini hanno del proprio standard di benessere economico, attuale e in divenire, confrontato con quello del passato, dei propri genitori, o con quello di altre società. Ovvero, la coscienza di vivere meglio che in passato riduce l’urgenza di vivere meglio degli altri, di conseguenza molti dei comportamenti che derivano da questo desiderio competitivo sono sublimati rispetto ad altri obiettivi. Ciò significa, sempre secondo Friedman, che i Paesi tendono ad andare in una direzione moralmente positiva quando la maggior parte dei loro cittadini percepisce la possibilità di un proprio miglioramento nelle condizioni di vita. Viceversa, quando non avvertono tale opportunità, si assiste ad un arroccamento su posizioni etiche antidemocratiche e moralmente condannabili. Insomma, è più facile che i cittadini sviluppino una maggiore tolleranza verso gli immigrati se si sentono sicuri della propria condizione economica. Non solo: «Quando la maggior parte dei cittadini beneficia di buoni standard materiali, la società di cui fanno parte s’impegnerà maggiormente a creare nuove e più avanzate istituzioni democratiche». Così la pensa Friedman. Questo vuol dire che il progresso ci chiede di essere all’altezza dei tempi, ovvero capaci di trovare strumenti sempre più appropriati per monitorare il mondo. Non ci vuole niente per perdere quello che abbiamo acquisito. E questo dovrebbe anche significare che quando qualcuno, generalmente quelli di Greenpeace, ci fermano agli angoli delle strade per allertarci sulla sempre più diffusa scomparsa delle foreste, noi dobbiamo essere all’altezza dei tempi. Dire no, non è corretto. Per esempio, in Italia le foreste sono aumentato di dieci milioni di ettari In Italia le foreste stanno bene e anche la flora e la fauna è in ottime condizioni (la costa invece è un disastro), i lupi sono passati da cento esemplari a cinquecento. Basta entrare in un bosco per vedere un lupo. Ma tutto quest’ottimismo non va continuamente sbandierato,bisogna meritarselo giorno dopo giorno. Perché una foresta necessita di manutenzione e di cure. Gli alberi vecchi assorbono poca anidride carbonica. Una vecchia foresta abbandonata a se stessa serve a poco o niente. Ci vogliono soldi e fondi per coltivare un bosco e mantenerne integri i benefici. Bisognerebbe cambiare disco, non più: dateci soldi per non fare distruggere le foreste, ma fondi per manutenere quelle che abbiamo. Imparare a gestire e a usare bene qualcosa di utile che si ha già, come una foresta, è più difficile. Credere che tutto vada a rotoli e finanziare distrattamente qualcuno che un giorno pianti diverse varietà di alberi è molto meno impegnativo e molto meno costoso. Del resto è sempre una questione di punti di vista e di soluzioni proposte. Ascoltate Lautoche e vi parlerà di terribili conseguenze di questo progresso, magari a mo’ di esempio, vi descriverà la desertificazione del suolo agricolo, sempre più degradato. Vi indicherà anche la soluzione, appunto decrescita felice. Nei salotti dei ricchi è una parola che funziona, sembrerete più democratici e attenti al benessere collettivo. Ma, appunto, è una sensazione limitata ai felici pochi che fingono d’essere impegnati e infelici. Se invece non leggete Lautoche, dovremo impegnarci un un po’ per recuperare dati più precisi. Ma ne vale la pena. Sulla rivista «Soil use and management» (o la rivista «Scienze Italia» che ne pubblica degli stralci), leggeremo infatti dati diversi: circa il ventiquattro per cento dei nostri suoli è degradato. I risultati sono stati ottenuti monitorando il nostro pianeta con dei satelliti e calcolando la differenza tra la radiazione luminosa rossa e quella infrarossa. Questo rapporto esprime il grado di salute del terreno, perché la clorofilla assorbe quasi completamente la radiazione infrarossa e riflette quella rossa. Le situazioni peggiori si registrano però in Africa o al sud dell’equatore, in quei paesi, cioè, che non crescono e crescono poco, quelli che non riescono a essere all’altezza delle conseguenze morali del progresso – per dirla alla Friedman.

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