Le stranezze dei dati della produzione biologica italiana

11 Set 2014
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di Alberto Guidorzi

E’ uscito il rapporto 2014 sullo stato del settore del biologico italiano.
http://agronotizie.imagelinenetwork.com/materiali/Varie/File/Mipaaf—Bio-in-cifre-2014.pdf

Esso comincia con dati entusiastici e il Ministero dell’agricoltura li avvalla, anzi fa da cassa di risonanza a vere e proprie frottole raccontate all’opinione pubblica Italiana. Ma cosa se ne fanno gli agricoltori veri di un ministero di tal genere!

Ecco cosa si afferma:

“Sulla base delle anticipazioni dei dati Sinab diffusi dal ministero risulta che gli operatori biologici certificati in Italia al 31 dicembre 2013 sono 52.383 (erano 49.709 al 31 dicembre 2012). Rispetto ai dati riferiti al 2012 si rileva quindi un aumento complessivo del numero di operatori bio del 5,4%. In aumento anche la superficie coltivata secondo il metodo biologico, che risulta pari a 1.317.177 ettari (erano 1.167.362 nel 2012), con una crescita complessiva, rispetto al 2012, del 12,8%. Anche sul fronte del consumo interno i dati diffusi dal ministero, su rilevazione del Panel famiglie Ismea/Gfk-Eurisko nei primi cinque mesi del 2014, portano il segno positivo, grazie a una spesa di prodotti confezionati a marchio bio nel canale della Gdo ancora in espansione con addirittura un +17,3% in valore rispetto allo stesso periodo del 2013.”

Premesso questo, si è voluto ragionare sui dati che sono presentati nella pubblicazione e di farne i relativi scorpori per capire i veri andamenti ed evidenziare le contraddizioni più eclatanti. In particolare si è ragionato sulla tabella 1 e 3, numero di operatori e superfici investite.

Nella tabella 1 sono riportati il numero di operatori per tipologia e Regione. Il totale è 52.383 operatori, ma i dati includono anche ben 6.414 operatori che c’entrano con la filiera del biologico, ma che non c’entrano con l’agricoltura biologica vera, cioè di chi produce, si reputa che si dovrebbe ragionare solo dalle aziende produttrici esclusive ed al limite produttori/preparatori, ma c’è da stabilire se sono preparatori della loro produzione o anche di prodotti che comprano sul mercato e che potrebbero essere importati. Dunque in realtà si tratta solo di 45.969 addetti veri.

Ma l’anomalia che balza subito agli occhi è la disparità geografica della localizzazione degli agricoltori “bio” esclusivi. Se si prende in considerazione questi, cioè i veri agricoltori biologici, essi sono solo 41.513; se poi li si raggruppa con criterio regionale, cioè il gruppo delle Regioni meridionali, quello delle Regioni centrali e con molti territori collinari e montagnosi e quello delle regioni pianeggianti del Nord Italia, seppure con parti alpine non indifferenti, si trovano le seguenti evidenze:

Le regioni meridionali annoverano ben 27.696 operatori (vale a dire il 66,7%). Le regioni fortemente interessate da una orografia non facilitante l’agricoltura incidono per 10.506 operatori, cioè il 25,5%, mentre le quattro regioni pianeggianti italiane, cioè dove è possibile fare agricoltura e dove effettivamente si fa il grosso delle produzioni alimentari dell’Italia, incidono per 3.311 operatori pari al 7,9%

Da quanto elaborato si evince che si fa agricoltura biologica solo e quasi esclusivamente sui terreni montagnosi e collinari, che come ben si sa sono praticamente abbandonati da anni? Pertanto, a mio avviso, parliamo di operatori che non potendo ricavare nulla dai loro terreni, chiedono la certificazione biologica e lucrano almeno gli incentivi previsti. Senza considerare che il dato delle Regioni Meridionali è particolarmente anomalo, Possibile che la cultura ambientalistica e di rispetto della natura sia sentito per i 2/3 al Sud, per 1/3 al centro e per niente nelle regioni padane. Io padano dovrei arrossire quando incontro gli amici del Sud? Comunque il grafico 1 riportato nel link ci conferma che il Ministero non ha nulla di cui andare fiero perché abbiamo avuto un crescita esponenziale degli operatori fino al 2001, ma poi tutto si è praticamente fermato. Il dire che abbiamo il 10% della SAU italiana è una vera e propria iperbole in quanto considerare nella SAU italiana i terreni delle nostre colline e montagne da tempo abbandonati è voler far credere lucciole per lanterne!
Una ulteriore riprova della esattezza delle considerazioni fin qui ricavate la troviamo se analizziamo la tabella n° 3, cioè quella delle superfici delle varie coltivazioni condotte con metodo biologico. Qui si sono messe assieme le coltivazioni, anzi per quanto detto prima “non coltivazioni”, che hanno in comune una superficie praticamente incolta per vari anni o che non hanno bisogno di input esterni e quindi dove è facile rispettare i protocolli del coltivare biologico, vale a dire: Colture foraggere, Olivo, Prati pascoli, Pascolo magro (sic!!!)Terreno a riposo (bi-sic!!!).
Ma la chicca sono i 62.647 ettari di “superfici forestali e/o superfici di raccolta spontanea (funghi, tartufi, bacche selvatiche) non pascolate ndr: perché le pecore dovrebbero avere freni sulle zampe anteriori e posteriori) e notificate all’operatore (sapete interpretare questa frase?), altro.”

Ebbene se si sommano le superfici delle prime cinque coltivazioni elencate (tralasciamo pure l’amenità dei 62.647 ha predetti) si ottiene ben 860.406 ettari rispetto al 1.317.177 ettari dichiarati, vale a dire ben il 65,3% di tutta la superficie dedicata all’agricoltura biologica, Qualcuno mi potrebbe chiedere perché vi ho messo dentro anche l’olivo? Ma perché sono tutti oliveti non specializzati dismessi ed abbandonati e dove solo pochissime olive sono raccolte vuoi per la scoscesità dei terreni vuoi perché piene di vermi della mosca, tanto che quell’olio lo potremmo definire un concentrato di proteine animali! Lo sapete che noi in Italia produciamo frutta subtropicale biologica?
Onestà intellettuale voleva che si fossero dichiarati anche i volumi produttivi, perché solo così si poteva comunicare al consumatori la produttività unitaria delle varie coltivazione e farne un raffronto in modo da dire quale perdite in volumi di cibo erano ascrivibili ad un coltivare antelucano.
Altra amenità, non credibile, si ricava dividendo superficie totale per numero di coltivatori biologici per ottenere la superficie media di ogni azienda biologica, infatti questa risulta di 31,7 ettari. Ma ci si rende conto che le aziende biologiche sono 4 volte più grandi dell’azienda media italiana? Non solo ma queste sono in gran parte localizzate al Centro-Sud dove notoriamente la vocazione agricola è da sempre precaria.
Infine il grafico 2 ci dive che siamo di fronte ad un consumo totalmente fideistico e praticato dalla parte più danarosa della popolazione italiana ( il cibo biologico costa da un 30 ad un 60% di più), infatti si dice che tra il 2012 ed il 2013 i consumi di cibi biologici sono aumentati del 17,4% quando ben si sa che il trend dei consumi alimentari sta calando da vari anni per la contingente situazione economica che impedisce a molta gente di riempire i frigoriferi come prima.
Ma il Ministero dell’agricoltura considera la maggioranza degli italiani degli interdetti?.

4 commenti al post: “Le stranezze dei dati della produzione biologica italiana”

  1. Franco NulliNo Gravatar scrive:

    No, ci considera dei pirla.

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    A conferma del mio dire riferito all’ultimo paragrafo vi è anche un’altra indagine qui riportata:

    http://agronotizie.imagelinenetwork.com/agricoltura-economia-politica/2014/09/11/biologico-220-le-vendite-nella-gdo-in-meno-di-10-anni/39688?utm_campaign=newsletter&utm_medium=mail&utm_source=kANSettimanale&utm_content=2350

    In particolare si dice:

    La propensione all’acquisto di prodotti a marchio biologico è più alta nelle famiglie con un reddito mensile familiare elevato (dove la propensione all’acquisto sale al 69%) e dove il responsabile degli acquisti ha un titolo di studio di livello (68%).

    Anche alcuni stili di vita influenzano lascelta bio come l’abitudine all’esercizio fisico (63%) e la pratica abituale della raccolta differenziata dei rifiuti (63%). Ma sono soprattutto gli stili alimentari a rappresentare una forte discriminante: vegetariani o vegani (78%), intolleranze e allergie (63%) o la presenza disturbi che impongono grande attenzione alla dieta (68%) sono fattori che esaltano l’interesse verso il bio. Il successo del bio non si esaurisce nell’identikit del consumatore: la motivazione di acquisto è un’altra determinante che spinge in alto i consumi. La volontà di proporre cibi sicuri accresce l’interesse, soprattutto se in famiglia c’è un figlio in età pre-scolare (68%).

    Come ho detto in altro commento:

    Poveri noi se la più alta scolarizzazione ha prodotto individui che non sanno distinguere quando sono imbrogliati, infatti scelgono con motivazioni che non hanno nulla di scientificamente dimostrato…anzi con dimostrato il contrario. POVERA SCUOLA!!!!

  3. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Dimenticavo di dire che il Ministero ha deciso di non pubblicare più le statistiche delle produzioni e produttività delle derrate alimentari ottenute in Italia…. solo il biologico merita una pubblicazione ufficiale.

  4. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Altro che caffè biologico non OGM.

    Il genoma del caffè è stato sequenziato e a quanto sembra è un vero e proprio OGM evoluto in modo singolae e specifico:

    http://news.sciencemag.org/biology/2014/09/coffee-genome-sequenced-caffeine-genes-aboundperchè

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