Ma quanto costa produrre?

19 Lug 2010
Post2PDF Versione PDF
di Fernando Antonio Di Chio

In questi giorni, la campagna ha un aspetto diverso, i campi di grano ormai trebbiati sono estensioni che rattristano un po’ e l’unica nota di colore è data dai campi di pomodori con chiazze di verde e di rosso dei primi frutti invaiati. Perché dico questo? Perché ora che la raccolta del grano è terminata la domanda ricorrente da parte di molti operatori del settore è “Come è andata?”.

L’annata caratterizzata da piogge intense nel periodo invernale, ha procurato notevoli disagi, poiché i forti ristagni hanno favorito lo sviluppo di patogeni che hanno chiaramente influito negativamente sulle produzioni. In realtà le rese ottenute sono state molto varie, in alcune zone si è arrivati a produrre circa 20 ql ad ettaro ed in altre oltre i 40, motivo di ciò non è stato però solamente l’andamento climatico, ma alcune scelte (discutibili) che a inizio campagna sono state fatte. Rammento che al momento delle semine molti agricoltori lamentando il basso valore del grano hanno preferito risparmiare nell’adozione dei mezzi tecnici, ciò ha comportato la totale assenza della concimazione di fondo, che sommata alle forti piogge, ha posto la pianta in condizioni di non poter produrre a causa della scarsità di elementi nutritivi presenti nel terreno. La domanda che vi pongo perciò è questa” Vale la pena coltivare risparmiando sui mezzi tecnici?”.

Da agronomo che opera in una realtà cerealicola importante qual’è da sempre il Tavoliere delle Puglie, non sono stato mai d’accordo con coloro che attuano una simile scelta, anzi in taluni casi ho consigliato a qualche agricoltore addirittura di non seminare, se poi intendeva abbandonare la pianta a se stessa. Comprendo peraltro che con un grano che vale 16 euro il quintale, sia difficile per chiunque pensare di coltivare frumento, considerando infatti un costo per ettaro di 600 euro, chi ha prodotto 20 ql ad ettaro si trova nettamente in perdita, così pure chi ha operato correttamente e ha prodotto 40 ql ad ettaro,ha avuto dei margini ridottissimi. Per quel che concerne poi la qualità delle produzioni, si nota un andamento difforme, in alcuni areali la qualità, legata anche a certe scelte varietali, ha portato ad ottenere grani con alto contenuto proteico ed alto peso specifico, in altre zone invece ad un alto peso specifico, non è corrisposto un alto contenuto proteico. Quale il rimedio?

In questi giorni ho avuto modo di parlare con un operatore del settore che da molti anni adotta una “nuova” tecnica colturale, ossia la cosiddetta semina su sodo o sod seeding. Tale tecnica che prevede in sintesi, la semina senza attuare alcun tipo di lavorazione di preparazione del letto di semina, determinerebbe non solo una riduzione dei costi, ma sul lungo periodo favorirebbe un riequilibrio del terreno (sia da un punto di vista fisico che microbiologico) a tutto vantaggio delle produzioni.
In fin dei conti mi ha dimostrato che con questa tecnica oltre ad avere costi pari alla metà di quelli che si hanno in un ettaro di frumento, si ha anche un incremento delle rese perché si può operare senza sacrificare altri mezzi di produzione(concimazione, diserbo, difesa fitosanitaria). Quale il motivo per sollecitare tale tecnica? Semplicemente l’idea che dovendo puntare ad una riduzione dei costi di produzione, si agisca sul fattore “lavorazioni”, non sacrificando gli altri, ottenendo in tal modo oltre ad una riduzione dei costi un miglioramento strutturale del suolo.
Del resto con un mercato che non offre garanzie e la difficoltà di diffusione dei famosi “contratti di filiera”, penso che una simile tecnica non sia risolutiva, ma almeno offre la possibilità di operare senza giungere all’assurdo che le “stoppie” che si vedono ora in piena estate, persistano anche ad ottobre, dato che molti agricoltori con un simile andamento del mercato decideranno di non coltivare.
In ultimo mi piace segnalarvi un sito molto interessante www.aigacos.it dell’Associazione Italiana per la Gestione Agronomica e Conservativa del Suolo, dove appunto si parla di questa tecnica e chi ne ha interesse potrebbe trovare spunti per poterla applicare.

10 commenti al post: “Ma quanto costa produrre?”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Fernando

    Giusto il tuo allarme, ma gli agricoltori italiani tutti devono meditare su questi dati di fatto che ti riporto. Essi sono immodificabili finché permarrà il contesto socioeconomico che l’economia mondiale si è data, solo un ritorno al protezionismo può cambiare questo stato, ma le conseguenze sono inimmaginabili. Premetto che sono esempi presi dalla letteratura francese.

    1° oggi il frumento tenero si vende a 10 €/q (attenzione a questi prezzi nessuno è capace di produrre frumento in Italia), da dove il mulino ricava 65 kg di farina, mentre per fare un filone di pane (baguette), venduto a 70 cent. di €, occorrono 165 g di farina. Quanto incide il frumento sul prezzo del filone? Il calcolo ci dice il 3,5% ossia 2,5 centesimi di €.

    2° Su un alimento venduto dalla grande distribuzione la parte agricola incide sul costo solo del 20%, il restante 80% va a remunerare: l’industria che lo produce (22%), la distribuzione (22%) le attività terziarie di trasporto e pubblicità (13%), fornitori vari dell’industria (9%), lo Stato sotto forma di tasse, imposte e burocrazia (14%).

    3° la filiera frumento-farina-pane (sempre in Francia) in un quindicennio (1990-2005) si è evoluta in questo modo: i prezzi del grano tenero alla produzione da 100 di indice sono crollati al 56,2, i prezzi industriali della farina panificabile da 100 sono calati a 93, i prezzi industriali del pane da 100 sono aumentati a 111, mentre i prezzi del pane al consumatore da 100 sono saliti a 143.

    Qui i casi sono due o gli agricoltori si associano ed occupano qualche figura aggiuntiva della filiera (ma le esperienze sono per ora negative) oppure chi è intenzionato a continuare a fare l’agricoltore deve chiedere alla politica di avere la possibilità di adeguare le sue strutture produttive che fino ad ora gli è stato impedito dal binomio terra-bene rifugio, dai valori fondiari esorbitanti conseguenti e dalla concorrenza degli accaparratori di terra non agricoltori.
    Vi è un’altra strada che è quella semplicistica richiesta dalle associazioni agricole, cioè le integrazioni di reddito tramite i prezzi, che fino all’avvento dell’euro sono state possibili, ma che come possiamo constatare non hanno preparato la nostra agricoltura a sostenere i nuovi scenari economici. Le produzioni unitarie attuali sono insufficienti o si aumentano o si soccombe, qui entra in ballo la ricerca pubblica.

  2. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    @Alberto
    Carissimo le tue considerazioni sono sempre interessantissime e concordo sull’incapacità dei nostri agricoltori di fare filiera, anche se qualcosa timidamente si muove.
    In realtà mi interessava il tuo e il parere di altri sulla tecnica del sod seeding, sò che al Nord è molto sviluppata , mentre qui da noi lo è meno e penso che possa rappresentare un innovazione importante per il contenimento dei costi.

  3. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Il sod seeding o meglio la semina su sodo nell’agricoltura obbligatoriamente intensiva dell’Italia la si può vedere solo in ambito di una rotazione quinquennale (minimo triennale). Non bisogna dimenticare che la quasi totalità dei terreni a Sud del Po sono argillosi, (i francesi chiamano argillosi i terreni che per noi sono di medio impasto) ed inoltre i nostri climi si caratterizzano ancora per una piovosità stagionale e quindi vi è ancora bisogno di immagazzinare acqua quando cade. Pertanto sono nella convinzione che almeno un’aratura in ambito di rotazione triennale e due in ambito di rotazione quinquennale bisogna farle. Forse si può alzare la suola d’aratura. Vi è un altro aspetto, rotazioni lunghe implicano investimenti di piante foraggiere, ma ciò obbliga a mantenere l’allevamento. Negli ultimi tempi si parla di mettere in rotazione biomasse agroenergetiche, ma non penso che la struttura socioeconomica della nostra agricoltura e del bilancio alimentare italiano lo possa sopportare.
    Ho molti dubbi su quanto sta venendo avanti circa la cosiddetta “Agricoltura blu” che significa copertura del suolo di una certa percentuale di superficie, nessun rivoltamento del terreno e rotazioni lunghe. Mi pare che ci si basi più sul concetto che l’agricoltura deve farsi carico delle emissione di CO2 che non di mantenere standard produttivi elevati. Se sono veritieri i dati che ho letto, secondo i quali in Italia il settore energetico contribuisce all’emissione di gas serra per 83%, mentre il settore agricolo per solo il 6,7% (di cui quello zootecnico incide per il 3,5%), non mi sembra che si debba chiedere a chi contribuisce per il 3,2% di farsene carico oltre misura ed inoltre a scapito della produzione. A questo proposito vi è una cosa che vorrei che mi si spiegasse: si vuole assegnare una proporzionalità diretta tra aumento della CO2 e aumento della temperatura, ma ciò l’ha dimostrato solo Al Gore artefacendo la curva della temperatura per i suoi fini. Infatti in quella curva non compare l’optimun climatico medievale di cui abbiamo prove inconfutabili ed una di queste è che la Groenlandia quando è stata scoperta è stata chiamata “Green land” a significare che un clima caldo permetteva la vegetazione fino alle alte latitudini. Quando qualcuno mi dimostrerà che l’innalzamento della temperatura di questo periodo storico è dovuto all’aumento della CO2 , allora mi convincerò che occorre fare di tutto per diminuire i gas serra e mi sentirò colpevole come agricoltore.

  4. LorenzoNo Gravatar scrive:

    @Fernando,
    la tecnica della semina su sodo al Nord Italia può funzionare per il frumento tenero ponendo particolare attenzione alla precessione.
    Il problema principale infatti è il Fusarium (quindi il mal del piede), è da evitare la semina su sodo dopo mais, i residui colturali come gli stocchi sono un substrato ideale per il fungo. È meglio seminare su sodo post leguminose, dopo la soia infatti non c’è nessun problema. Discorso a parte per le rese, ai prezzi attuali (16-17 euro/q) sono necessari almeno 6,5-7 q/ha di tenero per raggiungere la soglia di convenienza con la semina su sodo. Sono produzioni non facili da raggiungere con questa tecnica ma ci si può riuscire. Il problema dei problemi è che bene che vada pareggi… Se sei interessato ad approfondire la faccenda della semina su sodo ti segnalo, oltre all’ottimo lavoro degli amici di Aigacos, anche il prossimo Speciale che verrà pubblicato su L’Informatore Agrario a metà agosto.

  5. bacillusNo Gravatar scrive:

    @Lorenzo
    Sei-sette quintali o tonnellate?

  6. FrancoNo Gravatar scrive:

    salve a tutti
    vivo al nord semino da alcuni anni circa 70 ettari senza aratura prima con minime lavorazioni e negli ultimi anni anche su sodo alternando un cereale autunnale ( orzo ,triticale)seguito da soia in secondo raccolto, al mais.e alla soia in primo raccolto
    d ‘autunno sia dopo il mais che dopo la soia di 2 raccolto semino colture da sovescio(piselli colza loietto orzo etc)
    uso parecchio seme aziendale
    i miei terreni sono limosi
    prima di partire con il sodo secondo me è fondamentale è sistemare i terreni di modo che non si formino ristagni idrici e di conseguenza zone compattate detto questo
    ho notato sia vantaggi che svantaggi nel seminare su sodo rispetto al tradizionale
    vantaggi
    1) diminuzione dei costi delle lavorazioni
    2)maggiore portanza dei terreni ( permette di fare concimazioni e diserbi al momento giusto e di non danneggiare il terreno alla raccolta
    3) maggiore tempestività di semina
    4) incremento della sostanza organica nei primi cm di suolo( migliore germinabilità ,minore necessià di concimazioni starter
    5) migliore gestione delle acque meteoriche ( se si parte a far sodo su terreni ben sistemati)
    6)assenza di formazione di crosta superficiale
    7) dopo un paio di anni di sodo il terreno si lavora meglio con il ripper
    8 ) non si interrano i semi delle infestanti giunte a maturazione

    svantaggi
    1) piu difficile ( ma non impossibile ) controllo delle infestanti
    nascono prima e meglio…
    2) minore mineralizzazione della sostanza organica quindi necessità di concimazioni azotate piu mirate ( +anticipo e quantita iniziali maggiori rispetto al tradizionale)

    3) non interramento dei reflui zootecnici ( quindi rischio di dilavamento in casi di forti piogge e colture poco sviluppate)
    4) aumento della presenza di limacee ai bordi dei campi
    5) necessita di aumentare gli investimenti alla semina del 10%
    6) difficolta ad effettuare sarchiature ( terreno sodo ,presenza di residui della coltura precedente
    altre considerazioni

    le colture seminate su sodo vanno comunque seguite e curate al pari del tradizionale anche se con metodi diversi

    importante è la macchina da sodo(non esiste la macchina perfetta io la mia l’ho modificata in alcuni organi e regolazioni) e i suoi organi di semina : dischi falcioni linguette ruotini copri seme etc devo essere facilmente e velocemente regolabili perchè si passa da una esigenza all’altra a secondo della coltura , della stagione e dello stato del terreno

    le produzioni di cereali e soia e erbai sono simili e in certe stagioni anche superiori al convenzionale
    il mais vedrò quest anno, ne ho seminati alcuni ettari e per ora non vedo differenze significative ma ne seminero poco su sodo per il problema dell’interramento dei reflui( a far mais uso ripuntatore ,erpice a molle combinato con seminatrice)
    come sito segnalo http://www.agriculture-de-conservation.com/ e da li si va ad altri siti molto accurati
    a me è stato molto utile anzi diciamo che se non ho avuto particolari problemi per ora è grazie alle informazioni raccolte dai francesi

    questo è quello che posso dire ora ma non si finisce mai di imparare e sperimentare e credo che cambiero e proverò ancora molto negli anni futuri .di sicuro non farò monoculture convengono solo sulla carta.

  7. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    In primo luogo desidero ringraziare tutti per i commenti all’articolo, ci sono molte informazioni interessanti riguardo alla semina su sodo.
    Io personalmente penso, come ho già detto, che tale tecnica può rappresentare un modo per cercare di ottenere una riduzione dei costi. D’altronde per chi al Sud ha aderito al famoso articolo 68, tale tecnica ben si presta poichè per ottenere tale “premio” bisogna impostare una rotazione biennale.Ritengo perciò, da quanto leggo, che un avvicendamento Cereale-leguminosa (con rotazione biennale)si adatta bene alla semina su sodo.
    Un ultimo spunto, ho letto che la Regione Veneto versa agli agricoltori che adottano tale sistema di coltivazione circa 400 euro ad ettaro, mi chiedo e passo a voi la domanda “Ma perchè le altre Regioni non si adoperano per destinare parte dei fondi europei allo sviluppo di tale tecnica?”

  8. francoNo Gravatar scrive:

    salve a tutti
    ho curiosato un pò di psr regionali nessuna regione italiana finanzia, direttamente,la semina su sodo ,nemmeno
    la regione Veneto, che finanzia 2 misure agro ambientali:
    la misura 214/i azione 2
    con un incentivo di 245 euro/ha e
    la misura la 214/i azione 1, che prevede ,in aggiunta agli impegni agro ambientali della misura precedente, l’obbligo di semina su sodo con un incentivo di 400 euro/ ha

    Quindi la semina su sodo che è l’impegno che differenzia le 2 misure vale 155/ euro/Ha e non 400 e
    solo come impegno aggiuntivo ad altri impegni agro ambientali
    Altre regioni italiane finanziano anch’esse
    impegni agro ambientali che non prevedono l’obbligo di semina su sodo ma non la escludono
    i vari disciplinari regionali sono stati approvati dalla commissione europea e sono abbastanza similari

    In Piemonte (regione in cui risiedo)gli incentivi per una azienda a seminativi che aderisce alle misure agroambientali variano dai 200 ai 380 euro ettaro a seconda della dimensione e ubicazione dell’azienda e degli impegni presi
    é d’obbligo avere l’assistenza tecnica , se la paga l’agricoltore ( che” sceglie il tecnico tra quelli abilitati)e costa dal 10 al 30% del contributo percepito per l’assistenza tecnica (istruzione della domanda, analisi e taratura irroratrici sono a parte )
    I maggiori costi sostenuti
    e minori introiti che si hanno applicando queste tecniche sono immediati e dati
    i notevoli oneri burocratici , uniti al
    ritardo nei pagamenti degli incentivi ( 2 anni)
    hanno fatto si che questa scelta tecnica ha perso molto della sua attrattività economica
    teorica iniziale
    suscita interesse quando i prezzi sono bassi e meno quando sono alti
    e solo nelle aziende di una certa dimensione che però sono penalizzate da incentivi inversamente proporzionali alla dimensione aziendale o da tetti massimi di superficie ammessa a contributo.
    Ho letto della delega che la regione veneto ha dato a VENETO AGRICOLTURA
    in fatto di divulgazione e assistenza agli agricoltori che vogliono aderire alle 2 misure .sarebbe interessante conoscerne il funzionamento e i costi magari direttamente dagli agricoltori veneti

    ai quali non auguro di sospirare tanto questi incentivi quanto li hanno sospirati e li sospirano gli agricoltori piemontesi

    ho qualche dubbio che ,il sostenere con incentivi specifici la semina su sodo, come mezzo per contenere i costi e magari portare a casa un contributo specifico ,che aiuti a quadrare il bilancio in tempi di prezzi di vendita bassi, possa risolvere il problema della
    mancanza di alternative economicamente valide, alle monoculture di mais ,grano, duro ,frumento
    mi domando ma queste alternative mancano per scarsa vocazione territoriale o per pigrizia imprenditoriale degli attori di tutta la filiera oppure per un disegno ben preciso di chi ha interessi in una sola direzione?
    ps vorrei segnalare due articoli 1)http://www.agriculture-de-conservation.com/-Philippe-Pastoureau-.html

    2)http://www.agriculture-de-conservation.com/Un-climat-tres-contraste-qui.html

  9. valentino micheleNo Gravatar scrive:

    Salve avrei una curiosità, ossia, su 130mq. quanto(che peso) grano, orzo e avena potrei avere?
    Grazie.

  10. valentino micheleNo Gravatar scrive:

    Salve, nel 2003, 2004, 2005 e 2006 che quantità di avena è stato prodotto a ettaro nella Provincia di Foggia?

Lascia un tuo commento

Per allegare una vostra immagine a fianco ai commenti registrarsi al sito Gravatar. Quando inserite la mail in fase di commento, bisogna usare la stessa mail che avete usato per registravi al Gravatar

Nella categoria: Fernando Di Chio

Le rubriche di Salmone

Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche…