Il mais fa da traino al petrolio

10 Gen 2011
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Le manifestazioni in  Algeria sono anche l’effetto della dinamica dei prezzi delle principali commodities che stanno tornando ai livelli del 2008, ma incidono su una situazione internazionale e sulle economie familiari fortemente impoverite dalla crisi finanziaria.

Ancora una volta l’Italia si fa trovare indifesa rispetto all’aumento dei prezi delle derrate che continueremo ad importare massicciamente ed a caro prezzo.

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6 commenti al post: “Il mais fa da traino al petrolio”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Se gli americani (adesso ci si sono messi anche gli argentini con la soia e i brasiliani con soia e canna da zucchero) continuano nella loro iniziativa di produrre biocarburanti da coltivazioni alimentari, sarà peggio del lancio di una bomba atomica ( scusatemi il paradosso ma almeno le prime uccidono subito, mentre la mancaza di cibo uccide lentamente ed in mezzo a sifferenze indicibili).

    Eppure essi non hanno fatto altro che seguire le trovate dei fautori delle energie rinnovabili che tanto chiasso hanno fatto (sarebbero da raccogliere tutti, ma si sono ben nascosti, ed inviarli in Tunisia in balia della folla che paga nelle proprie pance la loro follia rosso-verde).

    Io ci invierei anche tutti quelli che hanno applaudito alla trasformazione dei siti saccariferi in centri di produzione di energie biodegradabili ed anche coloro che hanno votato la legge di sovvenzionare anche con i miei soldi e di tanti altri, gli impianti a biomassa (che tra l’altro sorgono come funghi, tuttavia non mi spaventano più di tanto perchè presto non troveranno più nessun agricoltore che gli darà le biomasse).

    Putroppo in mezzo a questi “non pensanti” dobbiamo metterci anche il buon Vecchioni, presidente di Confagricoltura e presidente di Terrae formata con i soldi dei bieticoltori.

    Pensate che per convincere gli agricoltori a seminare bietole hanno cercato di illudere i bieticoltori che il prezzo di 26 €/t bietola a 16° sarebbe stato intefrato da ben altri 5 euro per la valorizzazione delle polpe in quanto trasformate in biogas. In sostanza agli eventuali bieticoltori è stato detto: al prezzo di 26 € sappiamo che non coltiverete, vedrete che noi ne farmo saltar fuori altri 10, putroppo nessuno è però disposto a firmare una cambiale per questi 10 euro.

    Possibile che nessun giornalista dica ai consumatori italiani che noi importaime il 50% di quello che mangiamo e quindi le ripercussioni dei prezzi delle derrate arriveramnno anche per noi.

    Domada? Ci sarà qualcuno che si rifiuterà di usare l’elettricità (geneticamente modificata) perche formata da piante OGM seminate per biomassa? Vedrete che l’ideologia ci farà assistere anche a questo.

  2. marco pastiNo Gravatar scrive:

    Il prezzo del mais di oggi, che pare alle stelle, è la metà di quello di 30 fa al netto dell’inflazione. Se gli americani non mandassero ad etanolo circa un terzo della loro produzione di mais probabilmente in italia non si coltiverebbe più mais tanto i prezzi sarebbero bassi. Prezzi tonici incentivano la produzione prezzi troppo bassi la disincentivano e quando i prezzi salgono troppo la produzione di etanolo, che è molto meno sovvenzionata del nostro biogas, non regge e libera risorse per l’alimentazione: così è successo ad esempio nel 2008 in spagna con gli impianti di abengoa che producevano etanolo da grano francese.

  3. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    E’ stato calcolato (fonte Arvalis francese) che se potessimo coltivare il mais allo stesso modo che lo coltivano attualmente gli americani le nostre produzioni salirebbero di 20 q/ha. Ma purtroppo non possiamo coltivare varietà OGM e per noi il progresso genetico si è arrestato a circa 20 anni fa. Se potessimo recuperare in produzione la questione de corsi bassi sarebbe più sopportabile e quando ci sono le fiammate di prezzo la maggiore produttività acquisita ci permetterebbe di far più cassa.

    La morte della bieticoltura in Italia è stata anche causata dagli alti prezzi delle bietole (provocata da sostegni non finalizzati e maggiorati a dismisura dalle frequenti svalutazioni della lira) in quanto gli agricoltori si sono accorti che si poteva fare il reddito con il prezzo indipendentemente dalla produttività. Ora che i prezzi sono bassi e non abbiamo la produttività siamo in “brache di tela”.

    La Francia ha raggiunti risultati produttivi d’eccellenza perchè ha dovuto misurarsi molto prima di noi con i prezzi mondiali, essendo un paese esportatore. Non potevano sperare più di tanto nel prezzo, la loro sola unica valvola di sicurezza era consolidare la produttività raggiunta e creare le condizioni per aumentarla ogni anno.

  4. marco pastiNo Gravatar scrive:

    Si è probabile che si possano recuperare 2 tonnellate per ettaro in Italia forse un po meno in francia dove la piralide fa un po’ meno danni, e questo sarebbe un motivo in più perchè l’italia usasse almeno alcuni ogm, tuttavia il prezzo del mais con 120 milioni di tonnellate in più immesse sul mercato mondiale, perchè non destinate all’etanolo, potrebbe probabilmente essere inferiore agli 80 euro tonnellata e questo certamente farebbe calare la produzione in Italia prima che in altri paesi.

    Sulle bietole concordo con lei che i prezzi alti per molti anni hanno fatto assopire il settore in un torpore senza risveglio. Tuttavia i francesi godevano degli stessi prezzi nostri, grazie ai contributi feoga versati anche da noi per sovvenzionare le loro esportazioni, le loro organizzazioni agricole e industriali hanno però saputo organizzare meglio il settore e farlo crescere anche tecnicamente.

  5. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Marco Pasti

    Il reddito dell’agricoltore è fatto da un “moltiplicando” (il prezzo unitario) e da due moltiplicatori (produzione unitaria e e numero di unità sulle quali si produce.

    Il moltiplicando per l’agricoltore è una variabile indipendente, mentre la produzione unitaria è una variabile dipendente dall’agricoltore (entro certi limiti evidentemente, ma si deve tendere al potenziale massimo).

    Il numero di unità sulle quali produrre è solo in minima parte dipendente dall’agricoltore (in Italia potremmo dire che quasi una variabile indipendente visto i prezzi dei terreni , gli affitti e la volontà politica di non voler cambiare le cose).

    Tuttavia questo modo di comportarsi della politica su istigazione delle associazioni agricole ha posto la nostra agricoltura totalmente fuori dal mercato e reso gli agricoltori italiani incapaci di competere.

    L’agricoltore italiano non ce la fa non solo per i prezzi, ma perchè li moltiplica prima di tutto per insufficienti unità di prodotto, e poi soprattutto, per un numero di unità di superficie largamente inssufficiente.

    Le aziende maidicole del Sud-ovest della Francia di 50 ettari ed anche più, sono condotte a part-time ed in monocoltura ormai da almeno un ventennio perchè non permettono di vivere. Come possiamo noi pretendere di far vivere aziende di 20/30 ettari, non parliamo poi delle numerosissime che di ettari ne hanno molto meno. Sono aziende che in nessun caso si possono aiutare a sopravvivere, hanno moltiplicatori largamente insufficienti.

    Abbiamo bisogno impellente di una riforma findiaria invertita rispetto a quella che si è fatta fino ad ora ed inoltre non si può pretendere che l’agricoltore acqusti la terra per allagarsi ma deve avere accesso al contratto d’affitto a canoni consoni ai redditi (In Francia un affito caro è 200 €/ha, da noi invece un affitto equo è di 600 €/ha).

    Il lavoro suggerito sopra avremmo dovuto farlo molto tempo prima e gradatamente e quindi l’impatto sociale sarebbe stato “digeribile” ora lo dovremo fare ma con il coltello alla gola. Certo che se chi ci amministra: gli Alemanno. gli Zaia, i Pecoraro Scanio fanno credere all’opinione pubblica che vi può sopravvivere con il tipico e con la vendita a Km zero e che gli OGM sono un veleno, non assisteremo ad una riforma, ma ad una moria (alla stregua di una “pestilenza”) di imprese agricole (è però un eufemismo il chiamarle tali).

  6. rizzardo anguissolaNo Gravatar scrive:

    PARIGI. Dal nostro corrispondente
    Daniel Lemonie aveva 55 anni. Si è impiccato un lunedì mattina nella sua fattoria di Saint-Martial-Viveyrol, nei pressi di Bergerac, in Dordogna. Una settimana prima la banca gli aveva rifiutato un prestito di 1.500 euro per comprare del gasolio. È stato il figlio Clément, 22 anni, a trovare il corpo. E la lettera: «Scusami ma non ce la faccio più. Mi dispiace di lasciarti debiti per 60mila euro. Abbi cura della campagna e delle bestie».
    Alain Baudy aveva 58 anni. Si è sparato nel suo vecchio furgoncino per il trasporto delle mucche - una sessantina, di razza limousin, nelle stalle di Mirandol-Bourgognac - dopo aver parcheggiato nella piazzetta di Carmaux, nel Tarn. Era sposato con Gisèle e aveva due figlie. Vicino al cadavere un bigliettino: «Sono stufo di questa vita».
    Claude Lagorse aveva 44 anni. Allevava maiali a Girac, nel Lot-et-Garonne. E coltivava mais. Anche una particella sperimentale di transgenico Mons 810. Tutto in regola, nel rispetto della legge. Ma gli anti-Ogm l’avevano messo nel mirino e, dopo mesi di accuse e polemiche, organizzato un sit in domenicale di protesta nei suoi campi. Forse anche per questo, poche ore prima ha appeso una corda a un albero e se l’è passata intorno al collo. Ha lasciato una moglie e quattro figli.
    Daniel, Alain, Claude sono solo alcuni dei nomi di una lunga lista, quella degli agricoltori suicidi. È l’altra faccia del bonheur est dans le pré, del mito dei piaceri della campagna, della vita all’aria aperta, del lavoro indipendente. La faccia della solitudine, con sette uomini ogni tre donne, e dell’isolamento, in zone ormai abbandonate anche dalla scuola e dalla posta. Delle difficoltà finanziarie, delle alluvioni e della siccità. Di un futuro sempre più incerto, con l’apertura dei mercati e la volatilità dei prezzi. Di un passaggio generazionale difficile e a volte impossibile, con la fine di un’attività passata da secoli o decenni di padre in figlio. Del tempo passato tra le richieste di fido e le pratiche per le sovvenzioni comunitarie (che fanno comodo, certo, ma danno la frustrazione di non guadagnare vendendo il frutto del proprio lavoro). Della fatica e della marginalità, con un lavoro che impone una presenza continua e impedisce le vacanze in un mondo che va in un’altra direzione, dove ci si occupa sempre più di tempo libero e qualità della vita.Quanti siano esattamente i suicidi tra gli agricoltori non lo sa nessuno. Perché spesso i certificati di morte riportano altre cause (dei suicidi ci si vergogna e comunque c’è una certa ritrosia a mettere i fatti propri in piazza, soprattutto nelle campagne). Perché l’accesso ai dati è reso difficile dalle leggi sulla privacy. E perché nessuno, in fondo, si è mai preso la briga di approfondire davvero l’argomento. Secondo le stime dell’Osservatorio sanitario nazionale (Invs) sarebbero circa 400 all’anno (sui 560mila imprenditori del settore, compresi i familiari-lavoratori), con un tasso di mortalità per suicidio quasi doppio rispetto alla media nazionale e pari a 3,1 rispetto alla categoria ritenuta meno a rischio, quella dei quadri delle aziende private. Le associazioni dei produttori di latte parlano di 800.
    Secondo Christope David, 48 anni di cui venti da medico del lavoro alla Msa, la sécu dell’agricoltura, che da tempo si occupa del problema, «la verità sta probabilmente nel mezzo». «Che siano 400, 600 oppure 800 - dice David - poco importa. E poco importa che il fenomeno si registri anche in molti altri paesi. Siamo in presenza di un dramma umano diffuso, di una vera emergenza nazionale». A maggior ragione per un paese che ha sempre fatto della propria agricoltura un fiore all’occhiello e una realtà - economica, sociale, culturale - da difendere con le unghie e con i denti.
    Invs e Msa hanno quindi deciso di unire le loro forze per realizzare un’indagine in grado di raccogliere tutte le informazioni necessarie a capire l’entità e le caratteristiche del problema. Per poi varare le migliori iniziative di prevenzione. «Nel frattempo - spiega David - non stiamo certo con le mani in mano. In Franche-Comté e nell’Ardèche le nostre sedi locali hanno già creato dei gruppi di incontro tra gli agricoltori. Che si ritrovano, stanno insieme, parlano delle loro difficoltà. A volte è sufficiente. In Piccardia, in Normandia e in Savoia abbiamo istituito delle linee telefoniche che sono sempre a disposizione per raccogliere segnalazioni».

    E’ così anche in Italia?

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