OGM: il caso italiano

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Come si diceva sopra, l’Italia è stato l’unico Paese sviluppato a bloccare la sperimentazione di campo degli OGM alla Ricerca Pubblica. Questa posizione che di può solo descrivere come fondamentalista ha diversi ispiratori che ne hanno sostenuto la validità negli anni.

Intanto vi sono le grandi catene della distribuzione del cibo che hanno così attuato una doppia strategia: da un lato combattendo i Discount tacciati di proporre alimenti di bassa qualità e dall’altro lanciando linee di prodotti a marchio descritti come di alta qualità solo per essere OGM-free. La definizione di OGM-free è molto opinabile ed i suoi componenti OGM difficilmente misurabili. Comunque come già descritto sopra un prodotto No-OGM dovrebbe costare meno e non di più di uno in cui sono presenti prodotti da OGM come ad esempio mais Bt.
A questi gruppi si sono unite le catene della ristorazione di lusso e dei prodotti di nicchia più costosi che vedevano nell’OGM un modo per intaccare l’immagine esclusiva e prestigiosa della loro produzione.
Infine alcune sigle sindacali di categoria che temevano di perdere il controllo sul ciclo delle sementi, degli agrofarmaci, dei trattamenti fitosanitari e delle macchine agricole utilizzate per il loro spargimento.
Questa composita coalizione ha teorizzato la conversione dell’intera alimentazione italiana verso un modello a base di prodotti da agricoltura biologica. Non si possono citare qui tutte le difficoltà che una tale opzione troverebbe di ordine economico, ambientale, saniatrio. Ma almeno una motivazione può servire da esempio per capire quanto una tale opzione non risponde ad una scelta codivisibile. Si sa bene che in agricoltura biologica non sono ammessi (quasi) prodotti di sintesi, tra cui anche i fertilizzanti derivati dalla chimica.

Ma lo stesso rifiuto dei fertilizzanti di sintesi ha portato l’agricoltura biologica verso un paradosso del tutto inaspettato per gli ignari consumatori. Il disciplinare Europeo dell’agricoltura biologica consente infatti di utilizzare una vasta gamma di farine animali come fertilizzanti tra queste troviamo le farine di carne, di sangue di zoccoli, di epiteli di pelli di corna e così via (http://guide.dada.net/fisica_applicata/interventi/2001/02/30064.shtml ).  E’ difficile immaginare che un consumatore vegetariano di prodotti da agricoltura biologica sia informato di quale sia il nutrimento che ha consentito la crescita delle piante di cui si ciba. Sarebbe anzi il caso che, per rispetto verso i consumatori, tali prodotti fossero etichettati e sconsigliati all’uso da parte di vegetariani stretti.

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Luca Simonetti

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