OGM, no grazie

25 Nov 2011
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In una recentissima pubblicazione (Slow Food Editore) vengono raccolte tutte le principali tesi di chi in Italia si oppone agli OGM e l’intero documento e’ consultabile dal sito: (Scienza incerta e dubbi dei consumatori sugli organismi geneticamente modificati)

Lo stesso direttore editoriale Marco Bolasco di Slow Food mi ha autorizzato ad usare questo link accogliendo una mia specifica richiesta. Ritengo estremamente utile che una simile pubblicazione passi al vaglio dei frequentatori di salmone che si possono cosi’ fare una idea dei reali valori in campo e della documentazione che ognuno porta per tirare acqua al suo mulino.

Possono anche sorgere dubbi, critiche, cutele e qualcuno tra i sostenitori degli OGM potrebbe scoprire di essersi sbagliato. Accettiamo con olimpica serenita’ questa prova, pronti a soddisfare dubbi e domande chi avesse il tempo e la voglia di leggere questo corposo trattato che costituisce una summa di chi ha detto cosa per sostenere che gli OGM non fanno bene o non ci servono.

Interessante e’ notare chi ha scritto e quali sono le organizzazioni che sostengono l’iniziativa. Sopratutto il secondo elenco ci fa sentire dei Davide che combattano contro un Golia dai mezzi finanziari sconfinati. Ci consoliamo illudendoci che per quanto riguarda il primo elenco, ossia quello degli autori, i Golia non sembrano abbondare in quell’elenco.

Questi i ricercatori che hanno portato il loro contributo:
Mariano Bizzarri, Università La Sapienza di Roma;
Gianluca Brunori, Università degli Studi di Pisa;
Marcello Buiatti, Università di Firenze;
Michele Corti, Università di Milano;
Roberto Danovaro, Università Politecnica delle Marche;
Manuela Giovannetti, Università degli Studi di Pisa;
Federico Infascelli e Raffaella Tudisco, Università Federico II di Napoli;
Claudio Malagoli, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Pollenzo - Bra; Manuela Malatesta, Università degli Studi di Verona;
Paola Migliorini, Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Pollenzo - Bra;
Carlo Modonesi, Università di Parma, e Monica Oldani, etologa;
Pietro Perrino, dirigente di ricerca del C.N.R.;
Gianni Tamino, Università di Padova;
Simone Vieri, Università La Sapienza di Roma.

Fanno parte della Task Force per un’Italia libera da Ogm: Acli, Adoc, Adusbef, Aiab, Amab, Campagna Amica, Cia, Città del Vino, Cna alimentare, Codacons, Coldiretti, Crocevia, Fai, Federconsumatori, Federparchi, Focsiv, Fondazione Univerde, Greenaccord, Greenpeace, Lega Pesca, Legacoop Agroalimentare, Legambiente, Movimento difesa del cittadino, Slow Food, Unci, Vas e Wwf.

4 commenti al post: “OGM, no grazie”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Cominciamo subito a far le pulci.

    Il Dr. Monastra dato che dirige un dipartimento di Roma Capitale ha affermato questo:

    “Di che si tratta? Un gruppo di ricerca dell’Università di Sherbrooke, in Canada,
    ha cercato di verificare se la dieta quotidiana a base di OGM possa
    rappresentare un problema sanitario. A tale scopo sono stati analizzati
    campioni ematici di un gruppo di 69 donne, di cui 30 incinte, rappresentative
    della popolazione canadese, che da tempo si alimenta con prodotti
    transgenici, ormai diffusi nel Paese (principalmente mais e soia). Le analisi
    hanno identificato livelli rilevabili della tossina insetticida prodotta dai geni”
    del batterio Bacillus thuringiensis (Bt), introdotti negli OGM per conferire resistenza alla piralide”

    Onestà intellettuale di ricercatore vorrebbe che si fosse fatto uno studio analogo su chi si alimenta di cibi biologici su cui si sparge a piene mani la tossina Bt e se ne fossero confrontati i risultati.

    Il Prof. Giovanni Monastra mi apare che abbia la stessa etica di Lisenko.

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Altra forzatura oltremodo disonesta intellettualmente è questa:

    “Va ricordato, poi, il problema
    dei brevetti sul cibo, forse il più grave degli aspetti negativi legati allo sviluppo degli OGM”

    1° E’ brevettato un tratto genetico e non la pianta e neppure il prodotto derrata, quindi il cibo non è brevettato.

    2* A disposizione di chi non vuol sottostare alla “prevaricazione delle multinazionali” rimangono tutte le varietà libere che sono numerosissime

    3° dato che il Prof Moinastra e Italiano ed europeo dovrebbe sapere che i brevetti per chi vuol riutilizzare come semente una varietà brevettata, lo può fare.

    Prof. Giovanni Monastri si studi le regole UPOV prima di pontificare sbagliato.

  3. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Frase riportata dal Prof. Monastra:

    «a meno di non voler compromettere
    l’immagine dell’intero agroalimentare italiano che tradizionalmente
    lega i suoi prodotti al territorio e, quindi, all’origine» (Vieri).

    Il Prof. Monastra, che se non erro è anche dirigente dell’INRAN, un istituto nazionale che si occupa di ricerche su alimenti e nutrizione, facendo un’affermazione come quella soprariportata, dimostra che ha conoscenze incomplete anche inerenti ai suoi compiti istituzionali. Ecco il perchè, già ora che in Italia non si coltivano PGM, siamo nell’obbligo di:

    1° importare la carne dall’Argentina per fare la bresaola della Valtellina.

    2° Importare metà delle coscie di maiale che servono per fare i nostri prosciutti da altri paesi

    3* le nostre vacche per fare parmigiano reggiano e grana padano sono alimentate per un 30% con mais importato, per il 90% con soia importata, ed è da qualche anno che per la pianura padana circolano camion di fieno sloveni. Paradossalmente è molto più tipico il “Reggianito argentino” che è fatto con latte prodotto da vacche alimentate con mangimi tutti di origine nazionale.

    4° credete voi che le nostre vacche chianine siano alimentate in toto con prodotti nazionali? Anche questi agricoltori faranno come possono e compreranno i mangime cercando di risparmiare ed i mangimi meno cari sono proprio quelli con materie prime importate. Anzi vi un grido di allarme da parte dei mangimisti che non trovano più derrate mangimistiche OGM-free.

    5° Veniamo al pane tipico italiano. Se si tratta di pane di grano tenero il 50% è fatto con frumento francese, mentre se si tratta di pasta e pane di grano duro il 30% e d’importazione. Almeno sui cereali a paglia non esitono ancora piante geneticamente modificate, ma la tipicità è andata a farsi benedire da tempo.

    6° Dulcis in fundo. Se si vuole essere pignoli la tipicità della materia prima dovrebbe essere data anche da animali o piante di costituzione genetica nazionale, cioè il tipico nasce da caratteristiche fenotipiche con supporto genotipico frutto della selezione eseguita localmente, non tanto geograficamente, quanto per le estrinsecazioni fenotipiche dovute all’ambiente. Ebbene in Italia non esiste più un’industria sementiera da tempo immemorabile ormai, tutto il materiale genetico che coltiviamo ha parentali esteri o e totalmente costituito da gentipi non nazionali, se ci va bene sono europei, se ci va male sono americani. Bella tipicità che possiamo vantare!!!!

    7° Senza considerare che il frumento CRESO è un OGM, checchè lo si voglia negare, non solo, ma questo OGM, sconquassato nel suo genotipo da radiazioni incontrollate e mai valutate, come, invece, si fa attualmente e scrupolosamente con le PGM attuali, ha fatto da genitore a molti altri frumenti e quindi vi ha trasferito i suoi tratti geneticamente modificati, che quindi si sono diffusi a macchia d’olio.

    Perchè Slow Food non è mai intervenuto a chiedere di controllare gli effetti eventualmente negativi dei geni mutati di quel frumento?

    Prof. Monastra, lo sa che il Creso è brevettato? Lei per caso si è ritrovato senza pane sulla tavola perchè l’ENEA (Ente di Stato) ha brevettato la sua costituzione ben 35 anni fa? Certamente no! E allora come fa ad affermare impunemente che le multinazionali brevettano il cibo?

  4. PieroNo Gravatar scrive:

    Ho seguito in streaming il forum di Barilla. La mia impressione è che la sessione dedicata agli ogm e gli interventi programmati di Petrini e di Vandana Shiva siano stati un modo di strizzare l’occhio a un determinato settore ma nulla di più. Infatti, gli interventi scientifici hanno in pratica ignorato quella parte.
    Più in generale, le giornate e le notizie mi hanno fatto riflettere sull’utilità di farci coinvolgere nelle diatribe come quelle contenute nel documento di cui stiamo discutendo qui. Ho dato una scorsa alla parte che riguarda l’allevamento e i mangimi: francamente se qualche pro ogm usasse tanti condizionali e si soffermasse su così minimi particolari, per cui serve la lente d’ingrandimento, l’avrebbero sepolto di critiche.
    I dati illustrati nel forum Barilla, con qualche libertà nel maneggiarli, come qualcuno del pubblico ha fatto notare, non smentito, pongono il problema enorme della distribuzione delle risorse e delle produzioni sostenibili. Ovviamente anche degli enormi interessi delle multinazionali, che sono da gestire con una seria politica della ricerca e della partecipazione, piuttosto della scorciatoia (verso il burrone) dei divieti tout-court.
    Mi domando se non dovremmo sforzarci di guardare e far guardare a quella luna, invece di farci coinvolgere nel guardare il dito degli ogm.
    E’ solo un dubbio, ma vale sempre il detto che a lavar la testa all’asino…

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