Olivo laico

08 Apr 2009
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di Antonio Pascale

Da un po’ di tempo si fa. Siccome in alcune zone del sud, specialmente, la Puglia, la Calabria, gli oliveti vengono abbandonati -costa troppo tenere in vita un impianto - allora alcune piante vengono caricate su un camion e trasferite al nord, andranno ad abbellire le ville - modello bifamiliare più giardino - di benefattori benestanti, collezionisti di olivi.  Si fa, si porta, è di moda, insomma. Sembra che non ci sia altra scelta, almeno per il momento. Peccato. per il anni, il paesaggio meditterraneo è stato modellato dall’olivo, quante colline in cui nessuno credeva tanto erano brulle e impervie, grazie all’olivo, hanno subito preso forma, struttura,  ripreso colore come si dice a una persona reduce da uno svenimento. Quanti terrazzamenti sono state creati (con quei poetici muretti a secco a fare da sponda) per potere ospitare piante di olivo. Per quanti secoli le radici dell’olivo hanno trattenuto la terra, hanno offerto protezione dai dilavamenti del terreno, dalle erosioni superficiali e profonde, quelle crepe del terreno che piano piano, ora dopo ora, causano frane improvvise.  Perfino a Pantelleria dove il vento è forte, fastidioso, insopportabile ci sono olivi, ma sono striscianti, bassi, quasi delle siepi che non risentono dell’impatto meccanico con il vento. Così per anni il paesaggio meditterraneo e olivo hanno stretto un patto di mutuo soccorso. E adesso, alberi  di cento, centocinquanta anni, spesso anomali, perché non piantati in sesto regolare, selvaggi, cresciuti in altezza, come quelli della piana di Reggio, splendidi esemplari, alti come un pino, con queste chiome da bambino scapigliato, al di sotto delle quali si prova una sensazione di assoluto benessere, di empatia vasta e profonda con il mondo, sensazione che nessun massaggio orientale, thailandese, cinese, nessuna tecnica ayurvedica, nessun santone indiano, riuscirà mai a eguagliare, ebbene, questi alberi, ora,  sono a rischio. Sono impianti  poco produttivi, evvero,  ma dalla loro, hanno un fascino particolare. Ora, se l’Italia fosse un paese diverso, di sicuro avremmo inventato una sorta di area protetta per quegli olivi. Ma sì, in altre nazioni, lo Stato avrebbe acquistato quelle terre e trasformate in riserve naturali o in musei a cielo aperto. Ma vuoi mettere la bellezza di portare in queste riserve di olivi gli studenti di ogni ordine e grado. Insomma anche Gesù si ritirava tra gli olivi quando doveva meditare, perché mai non potremmo una volta ogni tanto imitarlo. Strano, un paese di santi che di Gesù vuole imitare solo il rituale della passione ma non ama meditare sotto gli olivi. Noi così desiderosi di posti incontaminati, che sfogliamo con lussuria le riviste di viaggi per capire come fuggire dalla pazza folla, potremmo benissimo visitare di tanto in tanto questi appezzamenti collinari di olivi, un po’ nascosti dalla vegetazione selavatica, tipica degli altopiani calabresi. Sì, bisognerebbe portare in gita le scolaresche, fare vedere ai ragazzi cos’è un pollone, come quest’organo riproduttivo, riesce a ricacciare prima un ramo, poi da questo, una pianta intera. Gli ulivi si devono toccare, seguire con lo sguardo o con il tatto le nodosità del suo tronco nodoso, derivato, appunto, dai successivi ricacci, è un’ottima base di partenza per capire l’architettura organica di Wrigth o le teoria astronomiche di ultima generazione. E la storia, la geografia, l’antropologia? Diciamoci la verità, materie noiose da studiare in un’aula. Ma se le studiassimo sotto gli olivi secolari, se un bravo insegnante, uno scrittore, un contadino, spiegasse come l’olivo è stato utilizzato nei secoli, come è stata trattata la drupa, gli usi e i consumi, se tutto questo venisse spiegato sotto gli olivi secolari, di sicuro capiremo finalmente dove diavolo sta questa mezzaluna fertile, amena località tra l’ Anatolia e il mare,  la cui posizione geografica mi sfugge da tempo immemorabile. Capiremmo, poi, la differenza culturale tra i greci e i romani senza dovere per forza confrontare i filosofi neo platonici con gli storici romani, ci basterebbe sapere che i greci raccoglievano le olive quando erano già  molli e i romani invece molto prima. Sostanziale differenza che definisce  fondamentali abiti antropologici. Tutto questo si potrebbe fare se i politici, gli assessori, gli amministratori degli Enti comunali, avessero più fantasia- di solito quando sono in vena creativa si limitano ad affiggere improbabili cartelli: comune ogm freee. E invece, in Italia, in mancanza di politiche pubbliche tocca ai privati. Salvare il salvabile o sfruttare l’assenza del pubblico. Fatto sta che i proprietari di belle e ricche ville a schiera del nord Italia, oltre ai confort dell’alta tecnologia pensano bene di mettersi in giardino una reliquia del mondo che fu. Gli olivi vengono estirpati, caricati su un camion e reimpiantiti nel giardino di casa. Magari chiamano anche qualcuno capace di costruire un muretto a secco che avvolge la pianta. Così la reliquia sarà perfetta. Poi, non resta che sperare nella forza della pianta, capace di ricacciare i pollini anche se è stremata dal gelo. L’olivo è in fondo un atto di fede. Anni fa in alcune zone della Puglia, l’olivo era associato alla vite o al mandorlo. Dopo 40 anni la vite moriva e restava l’olivo e il mandorlo. Un’altra ventina d’anni e anche il mandorlo andava via. Restava sempre l’olivo. C’era da crederci all’immortalità dell’olivo. Ci credevano i contadini, i paesaggisti, gli urbanisti, ci credevano in Mesopotania, in Grecia e nella Roma antica. Naturalmente un po’ ci credo anche io. Ora, l’immortalità ha un forte svantaggio.  Dell’immortalità si abusa. Non bisogna credere troppo all’immortalità, altrimenti si offende il presente. Questo è un lusso che non possiamo permetterci, altrimenti saremo costretti ad accontentarci delle reliquie.

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