Evviva qualcuno resiste al Bt

01 Set 2011
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Le Monde gioisce del fatto che qualche parassita sia resitente alla Monsanto (visto che gli stati Europei invece non fanno che sostenere gli affari dell’aziende statunitense).

La diabrotica resistente al Bt in realtà è resistente solo per metà (ossia la sopravvivenza scende dal 50% al 25%), ma resta sensibile alle altre tossine Bt anti-diabrotica. Inoltre se si fanno delle zone rifugio corrette i problemi di resistenza non insorgono.
Ma si deve capirli erano dieci anni che aspettavano una simile notizia ed anche se è una notiziola, si deve fare festa per tirarsi su il morale: contenti loro.

La verità è che la ricerca va avanti e le nuove varietà con anche 8 resistenze sono già sul mercato ed altre nuove appariranno perché l’innovazione paga più della miope conservazione di procedure oramai tramontate. Tutta l’innovazione spinge sulle varietà OGM e quindi coltivare il non-OGM si può fare solo al prezzo di sovvenzioni tanto artificiali quanto insostenibili.

7 commenti al post: “Evviva qualcuno resiste al Bt”

  1. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    Da quando è iniziato il dibattito sugli OGM -ormai oltre un decennio fa-
    la questione relativa al superamento della resistenza genetica da parte di un parassita -e quindi del crollo della resistenza a Bt- è sempre stata una trovata apparentemente intelligente da parte del popolo anti-OGM. Ho sempre risposto portando l’esempio della resistenza alla Peronospora della lattuga ormai giunta alla resitenza genetica (commerciale) alla 28 razza fisiologica di Bremia lactucae (Bl). E i ricercatori hanno già la resistenza genetica alla 29 e 30ma e oltre razza fisiologica! Quindi, niente di nuovo. Anzi, è prevedibile che il parassita (fungo, insetto, virus, batterio, ecc) si attrezzi anche in tempi brevi (soprattutto verso reistenze a base monogenica) al superamento della resistenza. Ma i ricercatori e le aziende sementiere non stanno con le mani in mano e continuano ad individuare in anticipo sul parassita i rimedi per costituire nuove cultivar o ibridi con le resistenze aggiornate. Morale della favola, se oggi possiamo mangiare ancora lattughe di ogni tipo (e ce ne sono sempre di più -e tutte dotate di resisitenza multipla a Bremia-rispetto agli anni passati, basta considerare i colori e le tipologie per la IV Gamma) lo si deve all’aggiornamento continuo della resisitenza alla peronospora che va avanti da mezzo secolo ormai. Un mio amico dice che i cataloghi delle lattughe cambiano ogni sei mesi: ciò è dovuto prevalentememte all’introduzione della resisitenza Bl aggiornata. Ogni coltivatore di lattuga sa quali sono le razze fisiologiche del suo campo e acquista le cultivar dotate delle resistenze specifiche stando attento a non bruciare quelle disponibili in catalogo ma che nel suo campo non ci sono ancora. Insomma se uno ha bisogno delle prime 17 resisitenze a Bl non utilizza le cultivar con le resistenze successive. Aspetta che le razze fisiologiche si selezionino. Intanto, mette in atto le procedure agronomiche e di difesa per non aumentare la pressione selettiva. Per esempio stando attento all’irrigazione e ai ristagni d’acqua, facendo trattamenti preventivi contro Bremia all’inizio della coltivazione. L’importante è non essere costretti a farli prima della raccolta per non inquinare il prodotto. E’ soprattutto a questo che servono le resistenze genetiche. E’ da tenenre presente che senza le resisitenze genentiche a peronospora è difficile ormai avere lattughe commerciabili sia per l’aspetto che per i residui di agrofarmaci. Lo stesso discorso vale per la resistenza Bt ai diversi lepidotteri, Diabrotica compresa. Chi gioisce per il crollo di una resistenza genetica non è un amico dell’agricoltura e nè degli agricoltori; è semplicemente un grandissimo ignorante che non conosce i meccanismi e le basi scientifiche delle produzioni agricole. Purtroppo, da noi questa categoria decide le politiche agrarie…….e i risultati sono sotto gli occhi di tutti!

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    A completamento del tuo commento, frutto di aver pestato parcelle di terra ad annotare linee, ti rimando all’articolo che ho pubblicato a questo proposito su Spazio Rurale, uscirà il prossimo numero e lo metterò a disposizione di Salmone.

  3. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    Caro Alberto, aspetto di leggerlo. Io, intanto, per la stessa rivista sto completando un articolo sul caporalato in Puglia! Roba da medioevo…attuale!! Una piaga sociale che tutti fanno finta di non vedere e si distraggono con le bancarelle del biologico e dei prodotti tipici e facendo la lotta agli OGM. Gli stessi che parlano di etica delle produzioni! Se ci fosse un’etica non venderemmo neanche un pomodoro!

  4. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Vitangelo

    Fai bene, conosco ciò che avviene perchè ho bazzicato abbastanza le aziende agricole che facevano bietole per gli zuccherifici di Rignano Garganico, incoronata, Rendina e Policoro. Adesso sarà peggio visto che si tratta di extracomunitari e con buona percentuale di clandestini. Una delle cose che non ho mai capito è perchè non si siano mai creati dei conservifici di pomodoro in Puglia, tutta la merce era raccolta in Puglia e portata in Campania. Per osservare la cosa bastava andare alla sera lungo la via principale di Cerignola (si vede proprio che “nemo profeta in patria” in quanto Cerignola è il paese natale di Di Vittorio).

  5. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    Caro Alberto, scusami se rispondo in ritardo alla tua domanda. In Puglia, e soprattutto nel Brindisino, negli anni 70-80, ogni colore politico ebbe il suo conservificio per la lavorazione del pomodoro. Per la stagionalità della lavorazione e per il basso utilizzo degli impianti (tipo zuccherifici, per intenderci!) fallirono tutti e si salvarono solo un paio perchè acquisiti da privati o da cooperative. Ma le cose non vanno bene. L’anno scorso fu innaugurato un mega-impianto nel foggiano di proprietà della società AR (Antonino Russo, salernitano) per meglio utilizzare la produzione pugliese, quasi tutta concentrata nel foggiano e trasportata in gran parte nel salernitano-napoletano dove è concentrata la maggior parte delle industrie di trasformazione e che produce quasi l’80% del pelato italiano(la percentuale non va presa in valore assoluto ma è puramente indicativa del grande volume del settore sul resto della nazione).
    In riferimento allo sfruttamento dei migranti, va detto che gran pare del pomodoro, anche da pelati, va raccolto a macchina; qiuindi, il fenomeno si è spostato altrove e distribuito su tutto il territorio nazionale. Dover assistere alla rivolta di Rosarno e Nardò, resta ributtante per l’intera nazione che non sa -o meglio non vuole- applicare le norme esistenti. Nell’articolo per Spazio Rurale ho citato anch’io Di Vittorio e ho aggiunto il Governatore che più rosso non si può!

  6. Bestia BugblattaNo Gravatar scrive:

    A proposito di resistenza agli insetti, avete visto questo articolo?
    http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_settembre_26/patate-lotta-integrata-curzel_11752d36-e81e-11e0-9000-0da152a6f157.shtml
    Parla di patate rese resistenti ad alcuni insetti mediante l’incrocio con varietà selvatiche. L’articolo ovviamente non fa alcun cenno al fatto che la produzione su larga scala di patate resistenti potrebbe portare alla selezione di insetti a loro volta resistenti alle tossine delle patate.
    La cosa che mi ha colpito è che si parla di tuberi ricchi di glicoalcaloidi. Ma non sono tossici anche per l’uomo?

  7. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Bestia Buglatta

    Grazie dell’intervento perchè mi permette di dire che chi ne capisce qualcosa di genetica non ha il paraocchi. Il direttore dell’Istituto di San Michele all’Adige è un mio carissimo amico Il Prof. Francesco Salamini che ha diretto un dipartimento al Max Planck Institut di Colonia. Ebbene Francesco è un favorecole agli OGM della prima ora, ma non per questo si rifiuta di esplorare altre vie.
    Il miglioramento genetico sfrutta la variabilità data dalle mutazioni e da particolari meccanismi genetici che avvengono nella divisione cellulare. Ebbene questa variabilità sorta nei secoli e immessa nelle piante coltivate è stata ormai sfruttata in gran parte. Ora dobbiamo procurarcene di nuova con mutazioni indotte, con la transgenesi oppure con mutazioni che insorgono nelle biodiversità specifica.
    Il profano che legge l’articolo però riceve solo notizia dei tentativi andati a buon fine e il risultato finale. Non sa però che quando si è fatto l’incrocio tra una varietà coltivata (quindi migliorata) e la patata selvatica si è ottenuto un ibrido che sarà da ricostituire nelle sue caratteristiche agronomiche, in quanto assieme alla resistenza la patata selvatica ha trasferito molte altre caratteristiche, tra queste ad esempio anche contenuti di glucoalcaloidi inaccettabili e che bisogna
    eliminare. Sicuramente la forma della patata è inaccettabile per il mercato, vedi occhi (gemme del tubero) molto infossati che impediscono la pelatura della patata.

    Il genetista non scarta nessua tecnica di miglioramento, ma è obbligato a farne una valutazione speculativa perchè in fin dei conti non lavora per la gloria (o per lo meno solo…).

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Nella categoria: News, OGM & Mais

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