Peggio Xilella o Seralini?

18 Nov 2015
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I guai non vengono mai soli, ma talvolta qualcuno se li va a cercare e li invita a venire pagandoli profumatamente.
Le Scienze aggiorna la situazione Xilella mentre oggi il TAR sta per pronunciarsi sull’abbattimento di 1000 ulivi: http://www.lescienze.it/news/2015/11/17/news/xylella_tar_lazio_sentenza_olivi_abbattimento-2847985/

Nessun TAR però discuterà dei rimedi che un noto esperto transalpino elargirà per poter aiutare Xilella a diffondersi.

2 commenti al post: “Peggio Xilella o Seralini?”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    E’ il risorgere della “scienza partecipativa” di sessantottiana memoria.
    Tradotto: anche gli ignoranti possono parlare di scienza e pretendono di deciderne le soluzioni……anche le più strampalate, come quelle che potrebbe suggerire quel ciarlatano di Seralini.

  2. VitangeloNo Gravatar scrive:

    Stanco di rispondere ai tanti che mi fermavano per strada per sapere della peste dell’ulivo e se avrebbe contaminato anche i nostri alberi, scrissi un articolo per Città nostra (maggio 2015), un mensile, al quale collaboro e che si pubblica nella cittadina dove vivo (e sono nato), Mola di Bari, anche facendo ricorso ad alcuni ricordi di quando avevo diretto ad interim, per due anni, l’Istituto Sperimentale per il Tabacco che aveva sede centrale a Scafati e una Sezione Periferica a Lecce. Ve lo propongo. Capirete quanti furbastri si aggirano e alzano polveroni per accaparrarsi un po’ di soldi dell’Unione Europea (che secondo l’ultima di Emiliano, Presidente della Puglia, sarebbe responsabile per non aver vigilato sull’importazione di materiale vegetale!) anche approfittando dell’ignoranza agricola dei nostri politici, incapaci di fare un’analisi seria dei problemi e si fanno infinocchiare facilmente!
    Ovviamente il testo è divulgativo al massimo ma i concetti dovrebbero essere chiari e le previsioni azzeccate!

    Il caso Xylella fastidiosa nel Salento
    La “peste dell’ulivo” come metafora di come si affrontano i problemi in Italia e non solo in agricoltura
    di Vitangelo Magnifico
    Sembra un controsenso, se non la famosa legge dantesca del contrappasso, assistere al dramma della cosiddetta peste dell’ulivo, che potrebbe compromettere gran parte dell’olivicoltura pugliese, proprio durante l’esaltazione collettiva del cibo italiano e dei prodotti tipici del Made in Italy nell’anno di Expo 2015 dedicata all’alimentazione e quasi a dispetto dell’enfasi quotidiana riservata alla dieta mediterranea nella quale l’olio d’oliva ha un ruolo fondamentale!
    Da quando, nel 2013, fu segnalato il “disseccamento rapido dell’ulivo” nel Salento ed attribuito all’attacco del batterio Kylella fastidiosa, non passa giorno senza che gli organi di stampa regionali non ne parlino. Così, come ormai è malcostume italiano, con la sovraesposizione mediatica tutti sembrano essere diventati esperti di olivicoltura e patologia vegetale creando una fastidiosa confusione. Ovviamente, i ricercatori del settore e gli agronomi non hanno più voce in capitolo anzi vengono criminalizzati con la strampalata accusa di aver diffuso il parassita: è il retaggio della “caccia all’untore” di manzoniana memoria con tanto di persecuzione giudiziaria come nel 1600! Quindi, spazio alle associazioni di categoria che difendono gli alberi malati o moribondi, agli ambientalisti che temono le massicce distribuzione di agrofarmaci per fermare il contagio e che propongono metodi alternativi risibili, agli appelli degli intellettuali in difesa della secolare cultura contadina legata all’ulivo, all’olio e al paesaggio agrario, la cui perdita molto preoccupa gli imprenditori del settore alberghiero e turistico, fino ad arrivare alla richiesta di boicottaggio dei prodotti francesi solo perchè la Francia, con altri Paesi europei, ha preso sul serio la prevista quarantena. Ovviamente non mancano i ricorsi al TAR per difendere dall’estirpazione gli ulivi del proprio podere, le passionarie che salgono sugli alberi per impedirne l’abbattimento, le marce per i campi, i girotondi intorno agli alberi ed ovviamente i politici che scendono in lizza a pochi mesi dalle elezioni regionali e comunali per difendere il grande patrimonio olivicolo pugliese, il più importante della Nazione che produce l’olio migliore al Mondo (ignorando ciò che succede altrove sull’argomento)! Insomma, una gara a chi la deve sparare più grossa per apparire in televisione e ed essere presente sui giornali! Morale della favola, più isterismo collettivo che ragionamenti seri sul caso. Così la “peste dell’ulivo” diventa una calamità la cui gestione viene affidata alla Protezione Civile e non al Ministero dell’Agricoltura (tanto questo dicastero è gestito dai laureati in legge e non più dagli agronomi visto che ormai il settore si è ridotto all’applicazione dei decreti legge e delle direttive europee mica delle conoscenze delle scienze agrarie!) e, giustamente, a gestire l’emergenza viene chiamato come Commissario straordinario il Capo della Forestale Regionale (a dimostrare che il Corpo non può essere eliminato e tanto meno accorpato ad altra forza pubblica!).
    Prima di passare alle considerazioni sul caso, cerchiamo di conoscere il nemico da combattere! Xylella fastidiosa è un batterio Gram negativo, non sporigeno, della Famiglia delle Xanthomonadaceae, molto studiato da oltre un secolo e del quale si conoscono le sottospecie con le loro razze fisiologiche dovute alle immancabili mutazioni. Il batterio è stato segnalato su circa 150 specie coltivate e spontanee e viene trasmesso dalle cicaline, insetti con apparato pungente-succhiante (da noi la curiosa sputacchina, una cicalina di pochi millimetri che si copre di una schiuma simile ad uno sputo nella fase giovanile). Fu studiata per la prima volta a Sud della in California alla fine del 1800 sulla vite dal fitopatologo Newton Pierce, che diede il nome alla malattia che distrusse qualche migliaio di ettari di vigneti. Sarebbe accertato che la razza fisiologica di X. fastidiosa proveniente dal Costa Rica sia quella che ha invaso il Salento, molto probabilmente con l’importazione di piante ornamentali. Un fenomeno comunissimo nel commercio -anche in quello pre-globalizzato- tanto da essere tenuto in gran conto a livello internazionale e controllato con le operazioni di quarantena, cioè il controllo accurato del materiale importato e la distruzione del materiale infetto. Cosa che, ovviamente, da noi non è stato fatto.
    Il batterio Xylella infetta i rami più giovani e si diffonde con le colonie gelatinose nello xilema (vasi legnosi) che si occlude ed impedisce la risalita dell’acqua procurando il disseccamento rapido (malattia di Pierce). La sezione trasversale dei rami infetti presenta imbrunimenti circolari che ricordano quelli delle radici e dei carducci di carciofo attaccate da Verticillium. Per questo, qualcuno ha parlato di tracheomicosi, cioè attacchi di funghi e non di batteri. Ma anche i sintomi iniziali sulle foglie dell’ulivo fanno propendere per il batterio.
    Considerato il meccanismo di infezione e il grado della medesima raggiunto negli uliveti del Salento, è facile supporre che l’inizio della malattia sia da far risalire a diversi anni prima dell’allarme del 2013. E’ evidente che si è perso tempo, che poteva essere utile per organizzare un minimo di lotta per poter quantomeno frenane la diffusione, che appare ancora circoscritta a gran parte del Salento. E’ anche molto probabile che il fenomeno sia stato sottovalutato anche per lo stato di abbandono di gran parte degli uliveti di quella zona ormai ridotti allo stato di coltura marginale per la mancata convenienza economica a realizzare una olivicoltura di qualità sia per l’età delle piante (che non favoriscono una meccanizzazione della raccolta, soprattutto) che per la difficoltà di controllo di alcuni parassiti favoriti dall’alta umidità della zona.
    A questo punto, ricorro alle lezioni dei docenti di patologia vegetale di quando ero studente alla facoltà di Agraria di Bari -ed uno di questi era leccese e conosceva bene la zona- che raccomandavano i trattamenti contro l’occhio di pavone, la rogna o cancro e la lebbra dell’ulivo e la fumaggine per l’elevata umidità della zona battuta dallo scirocco (mentre da noi predomina il maestrale). All’epoca -eravamo intorno alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso- mentre da noi era tradizione raccogliere le olive dall’albero cercando di non farle toccare al terreno, nel Salento si raccoglievano ancora da terra man mano che cadevano, tanto che la raccolta finiva a febbraio inoltrato e i frantoi lavoravano fino a marzo inoltrato. L’olio che si ricavava era prevalentemente di tipo “lampante” e non vergine o extravergine come da noi. Era il tempo in cui la CEE contribuiva con l’integrazione ai costi di produzione per albero di ulivo, mentre in seguito passerà per quantità di olio prodotta ai frantoi riducendo di molto -se non annullando- il premio al produttore. A ridurre ulteriormente la convenienza economica a produrre olio da quelle parti ha contribuito il mancato premio alla coltivazione del tabacco che la Comunità Europea ha elargito fino alla fine degli anni Novanta quando prese atto dell’impossibilità di far cambiare la pessima abitudine dei produttori nel fornire scadente tabacco levantino, da sempre coltivato fra i larghi spazi delle piantagioni di ulivo. Il Salento, con la Grecia, era una delle poche aree europee a produrre l’indispensabile tabacco levantino. Ma non ci fu verso di convincere i produttori a produrne di buono. Come ricordo personale posso aggiungere di aver vissuto quella triste esperienza come Direttore ad interim dell’Istituto Sperimentale per il Tabacco del Ministero dell’Agricoltura che aveva la Sede Centrale a Scafati (Salerno) e una Sezione Periferica a Lecce oltre a quelle di Roma e Bovolone (Verona).
    Questa breve esposizione su un sistema colturale consolidato nel tempo che si basava sulla coltivazione consociata di ulivo, tabacco e in alcuni casi anche di ortaggi precoci fa capire come la marginalità -se non il diffuso abbandono- della coltivazione dell’ulivo ha portato alla predisposizione degli attacchi della Xylella perché sono venuti meno i trattamenti base, che contrastano sia i parassiti principali che quelli secondari, che, come è ben noto in agricoltura, prendono il sopravvento quando non trovano ostacoli. Infatti, nel Salento, accanto a campi interamente colpiti da Xylella, è possibile notare in modo oasistico uliveti in buono stato: sono quelli che sono stati continuamente curati con potature -che contribuiscono ad allontanare l’inoculo- e trattamenti antiparassitari contro la mosca che controlla anche la sputacchina e con i rameici in funzione battericida e fungicida. Aggiungete anche, che gli ultimi anni sono stati eccezionalmente umidi tanto da favorire il diffondersi del parassita, che trova nell’ambiente climatico salentino una vera incubatrice.
    La preoccupazione della diffusione di un parassita così temibile al resto degli uliveti italiani è alquanto fondata e non va sottovalutata. Ecco da dove nasce la preoccupazione dell’Unione Europea che impone il taglio delle piante infette, il cui elevato numero desta sconcerto. Anche i trattamenti con agrofarmaci sono ugualmente essenziali poiché il parassita c’è e va controllato (cosa che certamente hanno fatto i vivaisti della zona). Le tanto invocate “buone pratiche agricole” non si possono limitare all’eliminazione delle erbacce perché possono ospitare la sputacchina; quindi, alle potature mirate bisogna aggiungere i trattamenti con gli agrofarmaci giusti al momento giusto e con attrezzatura adeguata.
    Oltre al problema ambientale sorge quello dei costi insostenibili per i produttori, altrimenti non saremmo arrivati a tanto! Loro sperano nei contributi pubblici, che, se ci saranno, comunque non saranno mai sufficienti ad affrontare seriamente il problema e tanto meno a far ripartire l’olivicoltura salentina che è vecchia ed improduttiva ormai da decenni come gran parte di tutta quella pugliese. Ci vorrebbe un piano olivicolo regionale (e nazionale!); quel piano che tutti i partiti politici promisero con le prime elezioni regionali del 1970 ma che non hanno mai realizzato. In questi decenni la Regione ha finanziato dei rinfittimenti e legiferato demagogicamente in difesa degli alberi secolari per difendere il patrimonio arboreo e il paesaggio spendendo soldi per la classificazione degli esemplari (… con il “brillante” risultato di mettere fuori mercato qualsiasi appezzamento di terreno con alberi di ulivo indipendentemente dalla loro età!!!) mentre altri Paesi, nello stesso tempo, hanno rifondato e/o costituito una olivicoltura moderna togliendo il primato all’Italia e alla Puglia sia in termini di quantità che di qualità dell’olio (vedi Spagna).
    Considerata la demagogia e l’improvvisazione che regna da noi, è molto probabile che non riusciremo neanche a chiudere la stalla dopo che i buoi saranno scappati!

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