Perche’ rallentare non e’ una soluzione

13 Gen 2015
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di Luca Simonetti
Con una recensione di Antonio Pascale, critica di Pallante e replica di Luca Simonetti.

Come sapete, pochi mesi fa ho pubblicato un libro con Longanesi  http://www.ibs.it/code/9788830439009/simonetti-luca/contro-decrescita-perche.html.  Sono uscite nel frattempo varie recensioni.

Pare adesso che Maurizio Pallante, uno degli autori che criticavo nel mio libro, abbia scritto una vivace replica - non firmata, in forma di lettera di tal “Totò” a tal “Delfina”, in cui parla di sé in terza persona, un po’ come Cesare nei Commentarii: http://decrescitafelice.it/2014/12/toto-delfina-e-i-libri-contro-la-decrescita/- non tanto al mio libro (che, ovviamente, sostiene di non aver letto) quanto alla recensione che ne ha scritto Antonio Pascale sul Sole-24 Ore, http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-12-07/la-decrescita-e-infelice-081515.shtml?uuid=ABtkfONC, giornale che si affretta a bollare come “il quotidiano della Confindustria“. In effetti, sia io sia Pascale veniamo amabilmente tacciati da Pallante di essere più o meno due pennivendoli al soldo di Confindustria. Per quanto mi riguarda (ma anche per l’amico Pascale, temo), devo purtroppo smentire: magari fossi pagato da Confindustria, ma sfortunatamente si tratta di una pura e semplice invenzione.

Pallante sembra compiaciuto dell’attenzione che finalmente la decrescita riscuote: essa infatti avrebbe ormai “bucherellato la cortina di silenzio da cui era stata avvolta“, comincerebbe a “trovare un consenso sufficientemente ampio da suscitare una certa preoccupazione” nel blocco dominante composto da “tutti i partiti, la maggior parte degli economisti, degli industriali, dei sindacalisti e dei giornalisti“: gentaglia che “da più di sei anni a questa parte invoca la crescita, ne parla in continuazione, la intravede a portata di mano ogni giorno e il giorno dopo la vede svanire come un perverso incantesimo“. Ecco il motivo per cui avrei scritto il mio libro: Pallante non va oltre la quarta di copertina (che peraltro, ci tengo a sottolinearlo, non ho scritto io ma è prodotto editoriale), ma tanto gli basta per dedurne che il libro sarebbe mosso da “una sorta di rabbia repressa, una scintilla del sacro furore che animava gli inquisitori del Santo Uffizio contro chi si permetteva di mettere in discussione la Verità di cui si sentivano i paladini“. Pallante, dunque, oltre a conoscere in dettaglio il mio conto corrente, e ad essere perseguitato da mezzo mondo con una congiura del silenzio, ha anche il dono della telepatia.

Notate che io non ho mai affermato, da nessuna parte, che la decrescita sarebbe “già penetrata profondamente nell’immaginario collettivo” né ho mai negato che “il mainstream va proprio nella direzione opposta a quella che cercano di risalire i sostenitori della decrescita“; ho invece scritto chiaramente, e proprio all’inizio (a p. 9), l’esatto contrario, cioè che la decrescita è un fenomeno largamente minoritario. Aggiungo subito però che, se l’editore (non io) ha scritto, nella famosa quarta di copertina dove si è esaurita l’esigua curiosità di Pallante, che il mio libro è “necessario” e “controcorrente”, l’ha fatto per una ragione precisa: infatti, la decrescita non ha finora ricevuto alcuna seria attenzione critica e, a quanto mi risulti, il mio è il primo libro a trattarne ex professo (se si eccettua il piccolo libro di Giovanni Mazzetti http://www.ibs.it/code/9788883511738/mazzetti-giovanni/critica-della-decrescita.html, uscito qualche mese prima del mio, che però purtroppo non ha avuto la diffusione che meritava). E come ho spiegato più volte, sia per iscritto sia a voce, il mio libro tratta della decrescita non tanto per la sua importanza intrinseca (la decrescita è una posizione teorica debolissima, sterile e contraddittoria) ma in quanto sintomo di un fenomeno di regressione politico-culturale ben più vasto e ben più preoccupante. Se poi Pallante attribuisce un merito intrinseco all’essere “in minoranza” o “controcorrente”, sono contento per lui (anche se allora non è chiaro perché allo stesso tempo si rallegri del fatto che il messaggio della decrescita finalmente abbia sollevato il velo di silenzio, ecc.), ma sappia che, finora, a dedicare tempo e risorse a criticare razionalmente le scempiaggini della decrescita siamo molti di meno dei decrescenti dichiarati.

Dopo questo preambolo, Pallante entra nel merito negando di aver mai sostenuto che la differenza fra merce e bene coinciderebbe con quella fra gli oggetti scambiati e quelli autoprodotti o donati: “Pallante, da quello che io ho capito, non ha mai scritto che «lo stesso prodotto è un bene se viene autoconsumato o donato, mentre diventa merce se viene scambiato con denaro o altri prodotti». Ha scritto che un oggetto o un servizio è un bene se risponde a un bisogno o soddisfa un desiderio, non se viene autoconsumato o donato. E ha scritto che un oggetto o un servizio è una merce se viene scambiato con denaro, o se viene prodotto o fornito per essere scambiato con denaro. Le due connotazioni non sono alternative, cioè non si escludono a vicenda, perché si riferiscono a due aspetti diversi.” In realtà, Pallante l’ha scritto eccome (lo ripete perfino poche righe dopo quelle appena citate, come vedremo meglio appresso), ma sta comunque di fatto che lui fornisce, nei suoi libri, due distinte definizioni del binomio merci/beni, e salta continuamente dall’una all’altra: una è quella che si richiama alla capacità del bene di soddisfare un bisogno, e l’altra è quella che si richiama al fatto che la merce venga scambiata con denaro. Perciò, può accadere che le due classificazioni siano in parte sovrapponibili, cioè che un oggetto che è una merce secondo una classificazione sia un bene secondo l’altra, e viceversa. Infatti, per Pallante esistono sia merci - cioè oggetti che vengono comprati e venduti - che soddisfano bisogni (merci, quindi, che sono anche beni) sia beni - cioè oggetti che soddisfano bisogni - che possono essere scambiati con denaro (beni, quindi, che sono anche merci).

Per chiarire meglio cosa sostiene Pallante, proviamo a rappresentare la cosa graficamente:

Soddisfa un bisogno Non soddisfa alcun bisogno
Si scambia con denaro A B
Si dona o si autoconsuma C D

Ciò che soddisfa un bisogno - le cose che stanno sotto la prima colonna - si può (A) scambiare con denaro, e in tal caso è una merce-che-è-anche-un-bene, oppure (C) si può donare o autoconsumare, e in tal caso è solo un bene (e non una merce). Viceversa, ciò che non soddisfa alcun bisogno può (B) scambiarsi con denaro, e in tal caso è una merce (ma non un bene), oppure può essere donato o autoconsumato (D), e in tal caso non si sa cosa sia, perché Pallante non lo dice. E’ probabile che, per il Nostro, questa casella sia destinata a rimanere vuota.

Ci siete fin qui? Ecco come ricapitola Pallante: “un prodotto può essere un bene che si scambia con denaro, ma può anche essere un bene che non si scambia con denaro, mentre una merce, cioè un prodotto che si scambia con denaro, può essere un bene, cioè può rispondere a un bisogno o soddisfare un desiderio, o non essere un bene, cioè con rispondere ad alcun bisogno né soddisfare alcun desiderio, come l’energia che si spreca in un edificio mal costruito. È così difficile da capire?” Ma no, Pallante, tranquillo, è molto facile da capire; e l’avevamo capito benissimo, infatti. Tanto è vero che a p. 15 del mio libro riassumo la posizione di Pallante come segue: “Il discrimine parrebbe dunque essere duplice. Da un lato, i beni soddisfano sempre bisogni o desideri, mentre le merci no; dall’altro lato, le merci si scambiano sempre sul mercato in cambio di denaro, mentre i beni no“. In altre parole: mentre i beni soddisfano sempre bisogni o desideri, a volte le merci non lo fanno; e mentre le merci si scambiano sempre col denaro, i beni a volte non si scambiano con denaro (cioè si autoconsumano o si donano).

Però Pallante non ha letto il mio libro; se l’avesse fatto, avrebbe visto che entrambe queste sue classificazioni sono errate.  Non esiste infatti alcuna merce che non soddisfi alcun bisogno o desiderio, quindi tutte le merci sono necessariamente beni: ogni merce, cioè, ha necessariamente una utilità. Inoltre, a parte il fatto che una merce si può anche scambiare con altre merci anziché col denaro (è il baratto), la distinzione corretta non è tra ciò che si scambia e ciò che non si scambia effettivamente, ma tra ciò che si può scambiare e ciò che non si può scambiare, come accade nei rari casi in cui lo scambio è impedito da un vincolo fisico (ad es., l’aria) o giuridico (per es., un bene demaniale). Insomma, tutte le merci sono beni (nel senso pallantesco), e i beni che non sono merci sono pochissimi (e comunque, non sono quelli che Pallante crede).

A questo punto, come spiego nel libro (a p. 16), Pallante, per giustificare la sua cervellotica distinzione, dovrebbe quanto meno dimostrare che esistano merci che non sono beni, nel senso cioè che vengano comprate e vendute pur senza poter soddisfare alcun bisogno o desiderio: quelle, insomma, che ricadono, secondo lui, nella casella B dello schema di sopra. E a tale scopo Pallante ha escogitato il famoso esempio delle cose (il cibo, l’energia) che vengono sprecate. Nel mio libro ho dimostrato (p. 16 e ss.) che questa “teoria” (Pallante perdonerà le virgolette) non sta in piedi, e non mi ripeto.

Ma torniamo allo sfogo pallantesco contro Pascale e il sottoscritto. Il Nostro così continua: “Il fatto è che, secondo l’accoppiata vincente, Pallante individua nel passaggio da bene a merce una terribile contaminazione: «È come se il mero contatto con il denaro contaminasse il bene, mutandone la natura». Io non ho mai trovato nei libri di Pallante una sola riga in cui venga denunciato questo misfatto, che i due inquisitori deducono dal seguente esempio: «Immaginiamo un contadino che coltivi pomodori. I suoi pomodori li consumerà in parte in famiglia, in parte li scambierà per ottenere qualcosa che da solo non potrebbe procurarsi. A questo punto la teoria di Pallante porta necessariamente a concludere che i pomodori del contadino, fra loro identici perché prodotti sullo stesso pezzo di terra e con gli stessi metodi, si differenziano però dal punto di vista qualitativo (alcuni pomodori saranno qualitativamente “molto migliori”) per la sola ed esclusiva ragione che gli uni vengono consumati dal contadino, gli altri scambiati con denaro». A me pare che la teoria di Pallante dica semplicemente che se un contadino produce una certa quantità di pomodori, tutti quei pomodori sono dei beni. Se ne vende una parte, i pomodori venduti continuano naturalmente ad essere dei beni, che vengono mercificati. È così difficile da capire? Evidentemente per qualcuno sì.

Ohibò! Ma Pallante si ricorda di aver scritto un libro intitolato  La decrescita felice (pubblicato dalla sua stessa casa editrice, in Roma, nel 2009)? Se lo apre a p. 28, troverà che contiene queste righe che menzionano proprio la “terribile contaminazione”: “La frutta e la verdura autoprodotte non sono nemmeno paragonabili qualitativamente a quelle prodotte industrialmente. Inoltre, nel loro statuto ontologico non esiste il carattere della crescita (…) Al contrario, nel patrimonio genetico delle merci è insito il gene della crescita“. Quindi, il fatto che un bene sia destinato al mercato gli insuffla immediatamente un “carattere”, un “gene” che ne stravolge la natura. E di citazioni del genere ne potrei fare a bizzeffe. Mi par strano che Pallante conosca i suoi libri peggio di quanto li conosca io: che il Nostro sia in malafede?

Notate poi che altrove, ad es. in un libro intitolato La felicità sostenibile (pubblicato da Rizzoli nel 2009, p. 32), Pallante scrive quanto segue: “Una famiglia che coltiva un piccolo orto per sé non compra la frutta e la verdura. Quindi fa decrescere il PIL facendo calare la domanda di quelle merci… Ma non rinuncia a nulla. Anzi, si nutre in maniera più sana e mangia prodotti più buoni“. E prosegue parlandoci dei neonati strappati dal seno della mamma e affidati a asili o baby-sitter, o dei vecchietti scaricati in ospizio, sostenendo che tutti questi starebbero molto meglio se potessero restare nel calore della loro famiglia. Segue da ciò una semplice ma inequivocabile conclusione: che i beni (autoprodotti o donati) sono in sé e per sé migliori delle merci (che peraltro in tal caso, diciamolo così Pallante è contento, sono anche beni, visto che hanno una utilità, seppur minore di quella dei corrispondenti beni autoprodotti). Badate che questo non lo dico io: lo scrive esplicitamente Pallante (i prodotti dell’orto famigliare sono più sani e più buoni; i neonati e i vecchietti curati dalle loro famiglie sono più felici che affidati ad estranei), qui e in molti altri luoghi.

Quindi, è vero eccome che, secondo Pallante, i beni autoprodotti o donati sarebbero migliori dei loro equivalenti venduti e comprati. Ma perché se autoproduco dovrei automaticamente fare oggetti o servizi migliori di quelli che si comprano? Bella domanda. In effetti, non si sa. Pallante mica lo spiega: non una parola, nei suoi verbosissimi scritti, sul perché una ottima babysitter o un asilo nido di maestre fantastiche farebbero stare un bambino peggio di quel che farebbe una madre stanca, impaziente o collerica, o perché mai il pranzo preparato da me sarebbe migliore di quello preparato da Alain Ducasse o Ferràn Adrià, e così via. Si limita a darlo per scontato.

Stavolta Pallante, forse stimolato dai due servi prezzolati di Confindustria (cioè il vostro aff.mo e Pascale), sembra fare un passo avanti. Ecco cosa scrive: “l’accoppiata vincente pensa che Pallante pensi che la parte di pomodori non venduta sia qualitativamente migliore «per la sola ed esclusiva ragione» che vengono consumati dal contadino e non sono contaminati dal denaro! Certo che se la difesa della crescita dall’eresia della decrescita viene affidata a queste caricature di inquisitori, che la effettuano con queste caricature di argomentazioni, vuol dire che sono proprio messi male. Ognuno sa per esperienza diretta che i pomodori prodotti da un’azienda agricola per essere venduti, generalmente sono meno buoni di quelli prodotti per rispondere al bisogno alimentare di chi li produce, non perché vengono scambiati con denaro, ma perché, se si produce per vendere, generalmente la qualità viene sacrificata alla quantità.

Dunque, ecco la ragione per cui, secondo Pallante, i prodotti autoconsumati o donati sarebbero migliori (anzi, molto migliori) di quelli comprati e venduti: “ognuno sa per esperienza diretta” che, se i pomodori li fa un’azienda agricola per venderli, “generalmente sono meno buoni” di quelli autoprodotti; ma questo - si noti -  non perché si scambiano con denaro, ma perché “se si produce per vendere, generalmente la qualità viene sacrificata alla quantità“. Lasciamo adesso perdere l’ammirevole sprezzatura con cui si danno per scontate delle bestialità del genere, e andiamo al sodo. Il Nostro sta dicendo che la differenza reale, l’unica che conti, consiste non già in cosa si produce (beni o merci), bensì nel come si produce (la famosa “qualità”). Ce lo confermano le due “eccezioni” che seguono: “Ciò non toglie che: 1. ci possano essere coltivatori poco consapevoli che utilizzano la chimica anche per i pomodori che mangiano, che quindi quei beni siano di scarsa qualità anche se non sono contaminati dal denaro; 2. ci possano essere delle aziende agricole che coltivano in maniera pulita, senza chimica, i pomodori che producono per venderli, che quindi sono dei beni mercificati di buona qualità anche se vengono contaminati dal denaro.” Insomma: da un lato i beni autoprodotti possono far schifo, e dall’altro le merci comprate possono essere ottime (o meglio, non esageriamo: “di buona qualità”). La distinzione merce/bene di Pallante si mostra perciò completamente inutile, perché l’unica discriminazione sensata è quella relativa alle modalità impiegate per la produzione, che però è trasversale alla distinzione merce/bene.

Tenete presente che l’ottimo Pallante, in ogni dove, ci ripete con la costanza di un martello pneumatico che bisogna ridurre produzione e consumo di merci e aumentare invece produzione e consumo di beni. Epperò, se la vera differenza fra merci e beni, come lui stesso ha appena confessato, sta nel fatto che di norma (ma non sempre) per produrre le prime si adottano tecniche produttive peggiori che per produrre i secondi, allora quel che in realtà ci sta dicendo (e se Pallante fosse capace di svolgere un ragionamento con un minimo di coerenza, se ne accorgerebbe) è che dovremmo adottare tecniche produttive migliori e abbandonare quelle peggiori. Tradotto: dovremmo inquinare meno, impoverire meno la terra, eccetera.

Siamo perciò giunti al considerevole risultato che la differenza tra merci e beni, secondo Pallante, non consiste né nel fatto che le une vengano vendute e le altre vengano autoconsumate, né nel fatto che le une soddisfino sempre bisogni e desideri e le altre non sempre, bensì nel modo usato per produrre le une e le altre. In altri termini, Pallante ammette proprio quello che scrivo io a p. 19 del mio libro, vale a dire che “un processo materiale di produzione occorre sia per il bene autoconsumato sia per quello scambiato, non è che il primo scenda giù dal cielo già bell’e fatto, senza che qualcuno si penda la briga di produrlo (magari usando fertilizzanti, impoverendo il terreno, inquinando o consumando l’acqua, e così ritrovandosi la fine con un bene che potrà essere di qualità migliore o peggiore, ma sempre indipendentemente dalla sua destinazione finale al desco del contadino medesimo oppure al mercato). Certo, potremmo autoprodurre insalata consumando meno acqua e meno fertilizzanti, ma in tal caso sarebbero le tecniche produttive utilizzate a fare la differenza, non la destinazione finale dell’insalata“. In parole povere: la distinzione merci/beni, fatta à la Pallante, non ha alcun fondamento e non serve a nulla.

Che dire a questo punto? Certo, sorprende un po’ notare che Pallante è pienamente d’accordo con le “caricature di argomentazioni” delle due “caricature di inquisitori” (cioè Pascale e il vostro aff.mo): non si tratta di ridurre le merci e aumentare i beni, né tantomeno di ridurre il PIL, bensì di usare tecniche produttive migliori. E non poteva dirlo subito, che tutti saremmo stati d’accordo? Ma già, c’è un problema: l’avesse detto subito, Pallante non avrebbe più potuto usare il termine “decrescita”, o “decrescita felice”, né esporre tutte le altre “teorie” che riempiono i suoi libri. Libri che, notiamolo di sfuggita, questo impietoso fustigatore delle merci e della mercificazione vende, e che quindi sono anch’essi delle merci…

Aggiungo in chiusura alcune notazioni, diciamo così, di colore.

1) Il buon Pallante, rispondendo a Pascale, sostiene come abbiamo visto di non aver “mai scritto che «lo stesso prodotto è un bene se viene autoconsumato o donato, mentre diventa merce se viene scambiato con denaro o altri prodotti»”. Davvero? E com’è che poco dopo (replicando senza saperlo, come vedremo, non a Pascale, ma a Latouche) Pallante si chiede retoricamente: “è veramente così strano dire che una cosa venduta è una merce? Cos’altro sarebbe?” Infatti non è per niente strano: ciò che viene venduto (rectius: ciò che può esser venduto) è proprio una merce. E del resto Pallante lo dice anche altrove (l’abbiamo visto sopra): ci sono dei beni che, se venduti, vengono “mercificati“. Perciò il Nostro sta contestando a Pascale - udite udite -  di aver detto… esattamente la stessissima cosa che dice anche lui! Non è il modo migliore di mostrare di aver le idee chiare, vero? Ma è purtroppo quel che succede ad usare due diverse concezioni di merce (bene scambiato col denaro da un lato, bene inutile dall’altro) e a saltare continuamente dall’una all’altra a seconda di quale faccia comodo al momento: uno finisce per confondersi e darsi la proverbiale zappa sui piedi.

2) Quando Pallante ironizza sul fatto che Pascale scriva: “Insomma: se un bene relazionale viene venduto, diventa una merce”, sostenendo di non riuscire a capire “cosa significhi un bene relazionale (che so: la fiducia, la solidarietà) che viene venduto (come si fa a venderle?)“, sta criticando non Pascale, ma l’autore che Pascale in quel momento citava, che è Serge Latouche, le cui parole a mia volta riporto e critico nel mio libro. Precisamente, la tirata sui beni relazionali e la loro mercificazione vien fatta da Latouche nella sua prefazione a M. Bonaiuti, La grande transizione, Torino, Bollati Boringhieri, 2013, p. 17. Per cui le ironie del Nostro vanno benone (in effetti, le parole riportate nel testo non hanno capo né coda, come del resto faceva notare Pascale), ma sbaglia a indirizzarle a Pascale, che non c’entra nulla: dovrebbe piuttosto scrivere a Latouche… In ogni caso, Pallante non se la prenda se è così facile sbugiardarlo - sono cose che capitano, quando, come fa lui, si criticano cose che non si sono lette: si rischia sempre di fare la figura del cretino.

3) Per finire questo testo già troppo lungo. L’analisi della merce meriterebbe ben altro approfondimento di quel che gli ho potuto dedicare nel mio libro. Io mi sono, infatti, limitato a criticare la teoria di Pallante, che è una ben povera cosa, ma non va dimenticato che esiste un’altra analisi della merce, di ineguagliabile profondità - sto parlando, ovviamente, di quella di Marx. Esistono, ricordiamolo, delle ragioni molto serie, anche se non necessariamente condivisibili, per auspicare il passaggio da un’economia della produzione individuale di merci ad una economia della produzione collettiva di beni. Ma un’analisi di questo genere presuppone in ogni caso il riconoscimento preliminare di quanto il nostro mondo sia stato plasmato, nel male ma anche nel bene (e quanto ce n’è, di bene!), dalla forma-merce e dal mercato; insomma, presuppone che si passi dalla futile considerazione dello stile di vita individuale, con le sue più o meno puerili idiosincrasie (No agli sprechi! Sì al chilometro zero! No agli Ogm! No alla plastica! Sì allo yogurt fatto in casa!), al progetto di una vita collettiva, partendo dal suo strato fondamentale (che è poi proprio quello che i decrescenti sistematicamente ignorano), cioè dalla produzione. E’ un lavoro faticoso, lento, oscuro, che non consente facili scorciatoie, che non porta alla ribalta delle TV o dei giornali, che rifugge dalle pose da salvatore del mondo o da holier-than-thou così frequenti in Pallante e nei suoi seguaci: ma è anche l’unico modo serio per provare a passare davvero da un’economia delle merci a un’economia dei beni. Il resto - come la decrescita “felice”, ahimè soltanto tra virgolette, del povero Pallante - è solo una perdita di tempo.

6 commenti al post: “Perche’ rallentare non e’ una soluzione”

  1. PieroNo Gravatar scrive:

    Credo che il punto essenziale tu l’abbia sintetizzato nelle ultime righe. Ho quasi terminato di leggere il libro e sono d’accordo pressoché su tutto. Penso che un compito che abbiamo davanti consista nel cogliere alcuni spunti giusti che provengono dall’ambiente pallantesco (che è moltiforme…) INDIPENDENTEMENTE da chi li propone e NONOSTANTE il fatto che proprio costoro siano i peggiori avversari delle possibili soluzioni ai problemi che indicano. (ma questo dipende dal fatto che non gliene importa nulla delle soluzioni, loro vivono per soddisfare un mastodontico ego forti di un “consenso non informato”)

  2. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Piero

    Ma la decrescita in italia esiste da anni, essa è venuta da se per il degrado della nostra agricoltura a cui è stata condannata l’agricoltura per non volerla riformare da anni. Solo che decresciamo in agricoltura ma cresciamo, eccome, nelle importazioni di derrate che ci mancano, non solo ma si sottace che queste sono parte preponderante ed integrante del tanto decantato Made in Italy. Se non importassimo sementi e derrate prodotte da altri il Made in Italy non esisterebbe. Lo si dica a quell’incapace del Ministro Martina!!!!!!.

  3. Igor GiussaniNo Gravatar scrive:

    Sul nostro sito abbiamo in corso un confronto con Simonetti e abbiamo decostruito una parte del suo libro a puntate ( qui l’ultima http://www.decrescita.com/news/decostruendo-contro-la-decrescita-8/). Sui ‘modi di produzione’ e in particolare sui loro rapporti con i limiti fisici del pianeta, Simonetti ha le idee un bel po’ confuse.

  4. roberto defezNo Gravatar scrive:

    mi scuso se i commenti tardano ad essere caricati, ma abbiamo difficolta’ con la piattaforma che ospita salmone.org

  5. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    E qualcuno vuole perseguire la decrescita? Questa di sopravanza di gran lunga. Ecco cosa si legge a proposito dell’apertura USA all’importazione di carni bovine:
    “Scarso l’interesse italiano. Alla luce degli alti consumi interni e della concorrenza ferrata sui prezzi della carne di manzo da parte degli altri Paesi europei – in primis Polonia e Germania – i produttori italiani appaiono scarsamente interessati al mercato americano. Secondo Coldiretti, l’Italia importa già il 40 per cento della carne per soddisfare il proprio fabbisogno e l’ipotesi di investire nell’export della carne bovina di alta qualità non appare particolarmente redditizia. L’associazione si augura piuttosto che gli Stati Uniti facilitino l’import dei salumi freschi - quelli sotto i 60 giorni, come salami, coppe e pancette – autorizzati da un anno ma resi difficili da questioni burocratiche e controlli esagerati alla frontiera.”

  6. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    La Coldiretti ha perso la testa? Sta sciorinando cifre da capogiro sulle importazioni a cui è soggetta l’Italia in fatto di carne dopo quella bovina, (cito le cifre che mi ricordo aver sentito al TG in occasione della festa di Sant’Antonio: 40% di carne suina (prosciutto “made dove?”)un 30% di carne ovina, 40% di latte, 10% di carne di coniglio ecc. ecc.): Ma cosa dobbiamo decrescere ancora?

    Solo che Coldiretti non da spiegazioni esaurienti di una tale situazione e sulla quale ha delle colpe gravissime che ancora perpetua. O meglio vi antepone per sanare le importazioni il salvataggio della vacca pontremolese o quello dei maiali di Nera Romagnola . Ma vi rendete conto?

    Il Pallante (Maurizio), che tra l’altro mi ricorda un altro Pallante (Antonio) deve copiare da quest’ultimo il sistema per decrescere; Antonio si che poteva realizzare veramente la decrescita dell’Italia con il suo gesto. Egli ci poteva far andare a finire oltrecortina e qui la decrescita, infatti, si è realizzata per quasi 80 anni, ma guarda caso appena hanno potuto si sono stufati ed hanno cominciato a crescere, eccome!

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