Prodotti tipici

12 Lug 2010
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di Antonio Pascale

E’ dai tempi del fascismo che l’Italia fonda una parte del suo immaginario sul concetto di tipico. Questo concetto è una derivazione, più o meno raffinata, di un altro e più grezzo concetto: autarchia: possiamo (dobbiamo) farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico. Dunque è necessario sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci e portare avanti i nostri prodotti e rifiutare quelli stranieri. Da questa visione del mondo, visione, tra le altre, che il fascismo utilizzò durante il ventennio, ci sono rimasti, oggi, degli echi, certo meno grezzi, ma nella sostanza si può dire che, per esempio, in campo agricolo,queste venature autarchiche hanno sostenuto e alimentato altri concetti come prodotto tipico, chilometro zero ecc che oggi fanno parecchia tendenza. Leggete un giornale, di centro, di sinistra o leghista, che siano o meno patinati, radical chic o popolari, e vedrete che tutti elogiano i produtti tipici e il chilometro zero. Del resto, i ministri che si sono succeduti al dicastero dell’Agricoltura, sia di destra sia di sinistra sia leghisti, hanno tutti sostenuto queste idee - alla fine siamo portati a pensare che i Ministri dell’Agricoltura possono anche venire estratti a sorte, con la monetina. Insomma sono concetti che incantano. Ma ragionando sui dati (quelli che seguono sono dati Istat elaborati professore Casati, Università degli studi di Milano)la questione del tipico si complica ed è interessante allora valutare i pro e contro di questo incanto. Cominciamo con i pro. Perché interessarsi ai prodotti tipici? Innanzitutto per un paio di ragioni economiche, e conseguenziali: a) la competizione è la regola nel mondo globalizzato, ma la nostra agricoltura è in difficoltà, di conseguenza nasce l’idea del tipico, b) per dare valore a un prodotto occorre differenziare, quindi ecco il concetto di tipico, ovvero quel prodotto che offre un requisito che non ha concorrenti e che appartiene, però, a tutti i produttori. La strada è in fondo la stessa delle grandi griffes. Il tipico crea un’immagine di differenza rispetto al resto della produzione, percepita come “omogenea” e “massificata” e che quindi viene valutata e pagata meno. Inoltre, la provenienza geografica è un elemento esclusivo e non contendibile: o c’è o non c’è: tra i valori aggiunti del prodotti tipico ce n’è, quindi, uno immateriale. Ma l’Italia ha ragione o no di vantarsi dei suoi prodotti tipici? Vediamo, su 853 denominazioni europee, 182 sono italiane, 166 francesi, gli altri seguono. A questo punto è necessario, dopo l’incanto, però, far subentrare la fase analitica: questi numeri che sembrano parlare da soli, bastano o non bastano a convincerci? Voglio dire qual’è il loro rapporto col resto dell’agricoltura? E soprattutto, quale il loro reale valore economico? Dati alla mano, quanto conta il tipico nell’agroalimentare italiano? Sul fatturato alimentare il 4% (circa 5 md.€). Sull’export alimentare il 6,0% ( circa 1 md.€). Sul valore dei comparti: formaggi 55%, salumi 35%, ortofrutticoli 6%.Sull’export dei comparti: formaggi 58%, salumi 30%, ortofrutticoli 9%, oli 3%. Dunque, è un buon affare, sì, ma per pochi- altra caratteristica italiana- perché 5 denominazioni (Parmigiano, Grana, i due prosciutti e mozzarella di bufala) rappresentano il 70% circa del valore del tipico alla produzione, al consumo e all’esportazione. Allora, qua il sospetto ci viene: il tipico è un prodotto che assomiglia terribilmente ad altri - e che spuntano prezzi inferiori - ma che rispetto a questi altri ha un prezzo più alto (definizione del professore Casati). Per di più, le denominazioni controllate nel resto del mondo sono viste come un tentativo di salvare il protezionismo agricolo dell’Ue - quelle italiane, poi, e la maniera di gestirle sono criticate nella stessa Ue, infatti, i paesi del centro nord sono meno favorevoli. Inoltre, l’abuso della strategia, ossia moltiplicare i prodotti tipici, porta a forti delusioni, come nei vini -i prodotti tipici sono poi costosi da affermare e difendere. Ma l’aspetto più surreale e contraddittorio del tipico è forse il seguente: il prodotto tipico rassicura i consumatori, materia locale, manodopera italiana, qualità italiana: ma questa rassicurazione si fonda su un’illusione. Quando infatti manca la produzione agricola - ossia, se la materia prima locale non c’è come nel nostro caso- siamo costretti a ricorrere all’importazione. Si può dire dunque che il Parmigiano viene prodotto (in parte) con latte estero e il prosciutto con maiali olandesi? La porchette di Ariccia con maiali spagnoli? I dati ci dicono di sì, per “produrre tipico, oggi importiamo prodotti convenzionali, il 95% della soia e oltre il 23% del mais (che ricordiamo sono per fortuna ogm, cioè necessitano di meno interventi chimici, diserbo e trattamenti con agrofarmaci) necessari per produrre salumi e formaggi. C’è da aggiungere un dato non secondario: il solo costo dell’import di mais vale la metà dell’export di tutti i prodotti tipici. Questo è un caso particolarmente evidente, salumi e formaggi, infatti, costituiscono circa il 90% del fatturato DOP-IGP alla produzione e al consumo e il 94% all’export. Spediamo di più e produciamo di meno. Vecchia tendenza italiana, autarchica o meno che sia. E la pasta? il nostro vanto. Possiamo infatti affermare con sicurezza che la pasta è ancora italiana? Niente, no, nemmeno questa volta. Che sfiga. Anche in questo settore dobbiamo riconoscere la dolorosa frattura tra agricoltura vera e quella immaginata. Visti i dati, si può affermare che un pacco di pasta su tre è di produzione estera. Infatti: la produzione italiana, soprattutto quella del sud e’ fortemente influenzata dall’andamento climatico. Le basse produzioni unite all’andamento dei prezzi rendono la coltura anti-economica e non incentivano gli agricoltori a produrre qualità. Nel sud, nell’alta Irpinia, nel Beneventano e nel Salento, sempre più agricoltori, reputando antieconomico produrre cereali, affittano i propri terreni alle imprese del fotovoltaico. Alla fine questi sono i tristi dati: raccolto nazionale 3,5 -4,1 (in milioni di tonnellate), con cui copriamo appena il 65% della disponibilità nazionale. L’altra quota, ossia, 2,2, equivalente al 35% del fabbisogno è coperto con le importazioni, soprattutto dal Canadà. Ma allora? Affidiamo la soluzione della nostra crisi (e non solo agroalimentare) a parole magiche? Passiamo parte del nostro tempo a mettere su una battaglia tra prodotti tipici (percepiti come di qualità) e quelli convenzionali (percepiti come responsabili della massificazione del gusto e dell’impoverimento della biodiversità). Agricoltura vera o agricoltura immaginata? Che scontro insensato. Se fossiamo un paese meno autarchico, cioè meno interessato alla salvaguardia del proprio piccolo spazio o meglio, piccolo orto, forse avremmo la possbilità di organizzare e ragionare su una strategia complessa che per prima cosa chiarisca e puntelli questo aspetto banale, ovvio: non siamo soli al mondo, dunque la contrapposizione simbolica “tipico o prodotto di base” è un falso problema: l’uno ha bisogno dell’altro. Purtroppo per valutare e legiferare su questi aspetti è necessaria competenza e gusto dell’analisi. E’ necessaria la presenza sulla scena politica di quelle persone capaci di scelte politiche integrate Ci vogliono, poi, opinion maker in grado di convincere il cittadino che le parole magiche, ossia le soluzioni semplicie portano verso la dannazione. A sentire i tecnici competenti, il vero problema è potenziare il sistema agricolo e industriale: senza agricoltura e industria non c’è “made in Italy” alimentare o meno. Solo così si salva tutta l’agricoltura e si possono creare vere eccellenze su basi solide.”per fare della sostenibilità un fattore di successo dell’agricoltura italiana nella competitività globale, è necessario colmare la faglia esistente tra mondo della ricerca, mondo della produzione e consumatori” (Attilio Scienza,Università degli Studi di Milano). Dunque, serve competitività, cioè produrre di più con costi più bassi, e questo è possibile solo grazie al progresso scientifico e all’innovazione tecnologica - concetti troppo elementare ma che nell’italia tipica e autarchica è necessario ribadire, perché oggi convincono più gli astrologi, i biodinamici gli olisti che quelli che studiano con metodo rigoroso la bruta materia di cui sono fatti i sogni.

30 commenti al post: “Prodotti tipici”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Antonio
    Grazie di cuore per il tuo articolo. Io non avevo i numeri, ma non avevo dubbi che la situazione fosse proprio quella che tu hai descritto.
    La mia esperienza professionale mi ha portato ad osservare ed a prendere atto per quarant’anni del progredire (per l’Italia si deve parlare di “regredire”) parallelo (ma divergente, in agricoltura non esistono le “convergenze parallele, ma le “divergenze parallele…) delle agricolture italiana e francese (parlo delle grandi colture, delle strutture aziendali, dei supporti organizzativi e scientifici ecc.)
    La cosa che più mi ha colpito nel tempo sono stati i risultati dell’assistenza economica e scientifica concessa a larghe mani ad ambedue le agricolture: in Francia ha creato progresso, in Italia ha prodotto regresso (perché il mantenimento dello status quo per decenni non lo si può altro che definire così), in Francia gli aiuti economici sono stati reinvestiti, in Italia sono stati tesaurizzati, In Italia i messaggi tecnici che la ricerca formulava o non erano ascoltati o comunque non se n’è tentato il recepimento. Dobbiamo, per verità, anche dire che in Francia il messaggio tecnico era più elaborato e ciò dipendeva da un’organizzazione di ricerca più strutturata e frutto di istanze di base. Per entrare più in dettaglio possiamo dire che l’agricoltore italiano ascoltava il messaggio, ma poi di fronte alle difficoltà nel metterlo in pratica e nel farlo suo preferiva lasciarlo cadere. Era invece l’agricoltore francese che prospettava il problemi, ne esigeva lo studio al fine di esaminarne fattibilità e applicabilità, se poi lo riteneva valido lo si faceva proprio e perfino lo si elaborava (il diserbo per microdosi è un’acquisizione fatta a livello aziendale e non di istituti di ricerca).
    Se vogliamo analizzarne anche gli approcci diversi tra i due Paesi, possiamo dire che la Francia produceva per esportare (doveva sempre rincorrere la concorrenzialità), mentre in Italia si dovevano soddisfare dei bisogni nazionali che crescevano di più di ciò che l’agricoltura poteva offrire, si poteva quindi sfruttare delle “rendite” (vicinanza ai mercati e autoconsumo nazionale). La rendita italiana dei valori fondiari non esiste da nessun’altra parte al mondo, è stata una droga potentissima.
    In sostanza noi ci siamo accorti (o meglio si sapeva, ma era più comodo non pensarci) che avevamo instaurato un sistema che ci permetteva di “autodrogarci” e questo atteggiamento lo abbiamo voluto mantenere fino all’ultimo (anzi è ancora in essere), benché fosse e sia evidente che ne usciamo “becchi e bastonati”.
    Chi ha provocato tutto ciò e anche coloro che sono convinti della nostra catastrofica situazione si guardano ben bene dal ricercare rimedi, è molto meglio inventare la nuova “droga” del prodotto tipico, espressione del sapere atavico contadino, del “km 0”, dell’etichettatura e come estrema ratio delle bardature per poi poter rivendicare una nuova “autarchia” non fatta da dazi ma dal rifiuto e che può durare finché si hanno € nel borsellino.
    D’altronde siamo di fronte ad un dilemma: rivoluzionare le strutture agricole italiane ed il mondo agricolo in generale, oppure riorganizzare lo “Status quo” senza volerlo dire e inventando palliativi.
    D’altronde un Ministro che volesse cambiare o si vota al suicidio o dovrebbe avere poteri dittatoriali, per giunta è sotto tutela delle organizzazioni agricole. Abbiamo ancora quattro associazioni, retaggio di un’epoca politica recente, ma preistorica nel concepire il mondo agricolo, che si trascinano da quarant’anni con il solo scopo di sopravvivere e conservare potere. Queste quindi se appena appena tentassero di dire qualcosa di veramente nuova renderebbero evidente la loro squalifica per l’atteggiamento tenuto nel tempo. Aggiungo che sembra che ne stia sorgendo un altro di Sindacati agricoli: la Lega Nord ed il suo demiurgo Bossi unitamente a quella “trota delfinata” di suo figlio.
    E’ quindi comprensibile l’atteggiamento di Coldiretti di voler diventare l’oracolo presso l’opinione pubblica per cercare di riqualificarsi, si è sposata anche con il diavolo (gli ambientalisti ideologizzati), con dei demagoghi (Carlin Petrini e Mario Capanna, quest’ultimo più imbonitore di piazza…), infine ha pensato bene d’inventare il “cappello giallo” e di metterlo in testa a tanti nullafacenti disponibili ad apparire davanti ai massmedia per il gusto di blaterare.
    La Confagricoltura è invece divenuta una confraternita d’ignavi, mentre gli altri sindacati più piccoli, pur di sopravvivere scimmiottano ora l’uno ora l’altro dei due sindacati maggiori.
    Termino citando un “corso” (Antonio G.B. Vico è tuo conterraneo se non erro?) di storia risorgimentale (è pure il 150°..), cioè di quando l’Unità d’Italia appena realizzata è stata salvata dal grano ucraino che dal porto di Odessa sbarcava nei porti di Palermo e Napoli e sfamava le popolazioni meridionali. Ho citato ciò per esorcizzare un “ricorso” (sempre G.B. Vico), per il quale, al fine di salvaguardare una parte (tutta è impossibile da sempre) della nostra indipendenza in senso alimentare (con relative implicazioni) si debba rifare in fretta e furia tante “battaglie” (di mussoliniana memoria, che piaccia o non piaccia) del “grano”, delle “stalle”, dello “zucchero”, del “mais” ecc.ecc.
    Un interrogativo è però d’obbligo: troveremo, però, ancora dei “Nazareno Strampelli”.

    P.S. Antonio ti autorizzo ad usare la forbice per rendere meno prolisso questo mio intervento, mi sono lasciato trasportare, ma tu nell’inventare argomenti su cui dibattere sei come una navicella spaziale….apri molti orizzonti.

  2. Guido FuscoNo Gravatar scrive:

    Don’t worry Alberto…salmone non ama usare forbici.

  3. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Guido Fusco (e per espansione @ Antonio) ti sei tirato la zappa sui piedi a dirmi di non evere remore…infatti eccomi di nuovo ad occupare spazio.

    Ormai è ufficiale la posizione della Commissione di lasciare ai singoli Stati membri dell’UE la decisione di interdire la coltivazione di piante GM sui loro territori. Uno degli argomenti che più faceva presa sull’opinione pubblica italiana era che gli OGM avrebbero “inquinato” la nostra produzione di PRODOTTI TIPICI, distruggendola.

    Mi pare però che molti commentatori non abbiano ancora ben deciso se l’intendimento di Bruxelles è a favore o a sfavore delle proprie tesi. Per parte mia ho cercato di prefigurarmi gli scenari che con la decisione vengono perseguiti e le relative conseguenze. Faccio però una premessa, le mie prefigurazioni partono dal concetto che se attendiamo che in Italia avvenga l’accettazione per avvenuto convincimento che la coltivazione delle piante GM si può fare e non arrecano danno dobbiamo aspettare non so quanto tempo, comunque troppo. Ecco che allora la decisione di Bruxelles potrebbe in definitiva essere capace di rompere l’isolamento prima del tempo.

    In questo mio pensare mi conforta l’atteggiamento della Francia, che nel suo essere contro gli OGM, ma ben sapendo di avere un settore agricolo che esporta e conta politicamente, esige che la Commissione, contemporaneamente all’abdicazione a voler decidere per tutti, imponga all’EFSA di caricarsi di tali e tanti controlli da rendere impossibile l’operatività dell’organismo di controllo stesso. Perché la Francia fa questo? Semplice, essendo una nazione esportatrice di derrate ha paura che l’EFSA continuando a concedere nullaosta, anzi sveltendone le decisioni, alle domande di omologazione dei tratti OGM, generi una pressione di produzioni estere di derrate OGM tali da mettere in imbarazzo i politici del contro e creino sollevazioni in seno alla lobby degli agricoltori.

    Infatti, se un tratto GM che ha avuto il lascia passare dell’EFSA deve poter liberamente circolare in un Paese contro perché sia prodotto altrove, altrimenti ci sono lesioni agli accordi commerciali dell’OMC ed anche comunitari. E’ evidente, stante i ritmi di progresso delle coltivazioni di OGM nel mondo, che col tempo trovare derrate OGM-free diventa sempre più difficile e costoso. Il Brasile dichiaratosi OGM-free nel 2002 ha rivisto la sua posizione ufficiosamente nel 2005 a causa appunto della concorrenza argentina non votatasi contro le coltivazioni OGM, ed ora, pur conservando ufficialmente la posizione di paese non OGM, la soia brasiliana è per il 65% OGM – notizia desunta da “La Tribune” del 13/7/2010).

    Vi voglio portare un altro esempio che riguarda l’Europa della fecola di patata. La Merckel ha dato il via libera alla coltivazione di AMFLORA e l’industria della carta ne sarà presto influenzata. Ora questa si serve dell’amido waxi di granoturco in maggioranza importato, ma se l’amido di Amflora sarà concorrenziale i nostri giornalisti che scrivono contro gli OGM si rifiuteranno di scrivere su carta trattata (diranno che è avvelenata?) con fecola OGM? La filiera francese dell’amido industriale che ha detto no ad Amflora potrà resistere se effettivamente l’amido di questa nuova patata sarà concorrenziale e premerà per entrare nel suo territorio in quanto prodotto in Cekia, Germania o Svezia?

    Faccio un’ultima annotazione che riguarda anche l’Italia. Si prevede sia prossima l’omologazione di una patata OGM, questa volta a destinazione alimentare, denominata FORTUNE. Essa oltre ad essere particolarmente indicata per le patate fritte (assorbimento di meno olio e meno formazione di acrylamide) è resistente alla peronospora (ricordo che ormai, ed in funzione degli anni, il numero di trattamenti contro il fungo va dai 5 ai 15 per stagione). Riuscirà l’industria italiana a continuare a dire no agli OGM, la nostra produzione di patate già di per se in balia della concorrenza estera potrà resistere alla concorrenza? Cosa ne sarà dei distretti pataticoli di Bologna, del Fucino, di Colfiorito o della Sila?

  4. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Chiedo scusa ai lettori del mio intervento soprariprodotto, ma mi sono accorto ora che nel quarto capoverso, tra la parola “comunitari” ed “E’ evidente” mi è scappato un punto al posto di una virgola. Inoltre il precedente “perchè” è un “purchè” Nel leggere tenetene conto.

  5. bacillusNo Gravatar scrive:

    Bello questo articolo. Grazie Pascale.

  6. PaoloNo Gravatar scrive:

    Condivido in toto l’articolo di Pascale. Voglio solo aggiungere un uteriore elemento di valutazione: i “consorzi per i prodotti tipici” sono nella maggior parte dei casi nelle mani di politici o funzionari, in pochissimi casi i maggiori produttori hanno diritto di parola. Quello che questi signori non capiscono ( o fingono di non capire ) è che il valore al “marchio tipico” viene dato dagli investimenti in comunicazione e marketing (parmigiano reggiano, grana padano, prosciutto di Parma , e così via) non certo da un timbro della Uninoe Europea. Lo dico per esperienza diretta, un giorno pubblicherò ( magari in questo blog ) i marchi più osceni usciti fuori dalle menti contorte di questi consorzi, almeno quelli siciliani, che conosco meglio.

  7. Muleo RosarioNo Gravatar scrive:

    Con l’amico Pascale ho aperto una dialettica che riguarda molti aspetti della ricerca, della sperimentazione e della produzione agricola. Ovviamente, un suo articolo lo leggo sempre volentieri e lo considero come una grande “Provocazione” che ci chiama a porre una maggiore attenzione nel fare e nell’affermare. Inoltre, la sua provocazione ci ricorda che dovremmo mantenere un filo conduttore coerente. Nel suo articolo, che confesso mi è stato posto all’attenzione da una amica e per la sua ricchezza di argomentazioni e difficile coglierlo in pochi minuti nella sua inetrezza, ci sono molte verità, ma non tutte necessariamente contestualizzate, così molte, pur apparendo coerenti, secondo me non lo sono. Giusto la critica all’uso commerciale e banalizzante del “Tipico”, ma questo basta per dire che siamo autorchici e non aperti al mondo? Oppure al suo sinonimo globalizzato. Faccio un esempio, se mangio la pizza, di origine chiaramente campana, a Pisa, ebbene, non trovo quel gusto e quella produzione che mi possa soddisfare, se la mangio in alcune città, piccole o grandi degli USA, ebbene traggo soddisfazione. Soddisfazione è aumentata allorché la mangio a Napoli. Oppure no! Oppure non sarà vero se intendo tutte le pizzerie di Napoli?. Insomma, Pascale, e mi perdoni se scrivo queste frasi in maniera veloce, cerca sempre di stimolare il dibattito, tocca così tanti temi ed intreccia così tanti esempi, che il tutto ci appare chiaro e netto, poiché sicuramente c’è un elemento in cui ci ritroviamo. Ripeto, ma è tutto lineare come dice? No, non credo, e faccio una proposta, perché il sito non scorpora il suo intervento negli argomenti principali e li pone ad discussione serrata ma ordinata. Un ultimo esempio, giustamente Pascale pone il problema della omologazione del linguaggio e del sapere, individua le banalità con cui molti si affidano alla cultura del “Particolare”, da Lui identificato di sana pianta nel “Tipico”, ma ciò che non convince è il fatto che non è data una diversa visione e tutto viene ad essere di nuovo omologato nel rifiuto del “Tipico” tale e quale.
    Quando ero piccolo, io e mio padre andavamo ad aiutare un suo amico che la domenica mattina (verso le 4 e le 5 del mattino) cagliava il latte per farne il formaggio di pecora, al termine della cagliata rimaneva il siero con cui faceva la ricotta. Man mano che il latte si consolidava alle pareti, veniva raccolta e messa nei recipienti di fascine, di olivo, di mirto, di gelso, eccetera. Adesso l’omologazione sanitaria ci impone di mangiare la ricotta posta nei contenitori di plastica. Sui monti pisani c’è un pastore che di tanto in tanto fa la ricotta nelle fascine, ebbene il sapore e gli aromi sono altri dalla ricotta in contenitori di plastica. Mio figlio semplicemente non sa che oltre ai contenitori di plastica possono esisterne altri, per cui per lui la ricotta è solo un tipo di prodotto figlio in una produzione standardizzata. Inoltre, mai sono venuto a conoscenza di persone morte per overdose di ricotta nelle fascine di legno, ma di botulino industriale, di mucca pazza ed altro ancora, Beh di quello, si! Si di quello si.
    Ovviamente, questa è solo una mia opinione, parziale e lo stimolo che proviene da Pascale è molto più ricco e ben raccontato del mio. Per cui ho deciso che stamperò il suo articolo e lo rileggerò
    Comunque, grazie per stimolare il dibattito.
    Saluti
    Prof. Rosario Muleo

  8. PaoloNo Gravatar scrive:

    Gentilissimo Pascale, quando si dice arrampicarsi sugli specchi, la pagina di ieri ( 20 luglio ) su Repubblica, con commento del solito Petrini, ci fa sapere che la biotecnologia ha superato gli OGM.
    Ma che vuol dire?

  9. antonio pascaleNo Gravatar scrive:

    Gentile Paolo e chi lo sa che significa. Forse sarebbe utile che i ricercatori e i tecnici e anche il caro amico professore Muleo (approfitto per salutarlo) che ricordiamo ha visto il suo laboratorio di Viterbo distrutto dagli attivisti di Greepeace, scrivessero a repubblica,lettere, precisazioni ecc, ogni volta che notano qualcosa di molto stonato. Insomma facessero sentire la loro sacrosanta competenza. Le opinioni sull’agricoltura fuori da questo sito sono ingenue e molto scoraggianti. Ma la colpa non è del cittadino ma dei nostri opinion maker,dovrebbero essere capaci di usare una metodologia scientifica e invece, lo sappiamo, così non è. Peccato.

  10. Vitangelo MagnificoNo Gravatar scrive:

    …anch’io ricordo il sapore della ricotta nei fuscelli di fascine. In Puglia è ancora famoso - e raro- il formaggiocanestrato! L’errore è stato non voler trasmettere i limiti del rischio fascine vs plastica e altri contenitori. Se non è morto mai nessuno mangiando la ricotta nelle fascine dobbiamo chiederci perchè l’hanno proibita? Forse per il principio della precauzione, perchè non si sa mai? Ripeto spesso che le regole imposte all’alimentazione, compresa - meglio dire soprattutto- tracciabilità e rintracciabilità, servono per dare la colpa a qualcuno se ilconsumatore ha un mal di pancia. Ci vuole sempre un colpevole da condannare al di là della logica, che, comunque, fa fatica a farsi strada.
    Per quanto riguarda l’autarchia richiamamta all’inizio da Pascale, ricordo che quella fascista (lungi da me fare apologia!) portò alla coltivazione della bietola autunnale in asciutto in Puglia e sulla Murgia (grazie a Pantanelli e colleghi) e, quaindi alla produzione nostrana di zucchero con la costituzione di marche di bietola idonee. Ma anche ai grani a ciclo breve di Strampelli e colleghi. Furono loro a vincere la battaglia del grano anticipando di un mese la maturazione e quindi la raccolta. Da pugliese - anzi barese- dovrei ricordare anche l’innovazione della produzione dell’uva da tavola con il primo tendone a Noicattaro copiata in tutto il mondo.
    Poi sono venute le regole imposte dal mercato globale e dalla Comunità Europea alla quale non abbiamo saputo dare risposte certe ed adeguate, perciò, abbiamo portato alla distruzione di alcune nostre tipicità. Sta succedendo la stessa cosa con i prodotti tipici e la loro sbagliata e spesso stupida esaltazione che ha finito per evidenziare le nostre debolezze commerciali e di leadership a livello internazioanle. D’altronde, con i cialtroni e gli incompetenti che leadership puoi avere!
    Paolo, quando scriverai dei prodotti tipici, ricordati della Nocciola di Giffoni. Potrei darti utili informazioni su come è possibile far scomparire il miglior prodotto del genenre con l’IGP!

  11. AlessandraNo Gravatar scrive:

    un bellissimo articolo!
    dove è possibile reperire l’analisi di Casati? sarebbe un utile background per ribattere con dati veri alle trite argomentazioni di politici e sindacalisti agricoli locali…

  12. GuglielmoNo Gravatar scrive:

    @ Alberto Guidorzi
    Attento e convinto, quando il lavoro in campagna o gli incontri ’sindacali’ me lo permettono, lettore di questo blog sono rimasto piuttosto interessato dalla definizione ‘confraternita d’ignavi’ usata per descrivere la confagricoltura.
    Quali sono le motivazioni?
    Grazie
    Guglielmo Garagnani
    Presidente Confagricoltura dell’Emilia Romagna

  13. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @Sig. Garagnani

    Penso che abbia seguito quanto è capitato in Friuli con la semina dimostrativa del MON 810 e del can can attuale fatto da Greenpeace e di quanto ha scritto ieri Carlin Petrini su Repubblica.

    Ebbene le ragioni del mio dire discendono da qui e cerco di motivargliele:

    1° In fatto di OGM ammessi dall’UE, l’Italia non ha mai invocato la “Clausola di Salvaguardia” quindi non ha motivo di dichiararsi “libera da OGM”.

    2° Il Consiglio di Sato ha detto che non è possibile appellarsi alla mancanza di regole sulla coesistenza per vietare la semina di mais con tratto OGM ammesso.

    3° E’ stato semplicemente emanato un decreto ad personam che conta solo il seguente articolo: “La richiesta di messa in coltura di ibridi di mais geneticamente modificati, contenente l’evento MON810, formulata dall’Azienda Dalla Libera Silvano con nota del 14/08/2006, è respinta”.

    4° La base giuridica di questo decreto è talmente debole che l’Italia ha avuto paura a notificarlo a Bruxelles, ma dato che contrastava con le Direttive Europee vigenti era nell’obbligo di farlo, quindi non avendolo fatto la legislazione prevalente resta quella comunitaria.

    5° Pertanto quel 70% di agricoltori che avete detto essere favorevoli a seminare mais OGM e che il decreto Dalla Libera lasciava nel limbo poteva essere usato per farne una massa di “Disobbedienti”.

    6° In questo modo sareste stati coerenti con il vostro dichiarare a desta ed a manca di essere favorevoli all’uso degli OGM anche in Italia.

    7° Non l’avete fatto nel 2010, ma non mi pare che abbiate intenzione di farlo nel 2011. Non riuscite ad immaginare quale impatto avrebbe sull’opinione pubblica, per ora solo influenzata dagli anti OGM, se ognuno di questi agricoltori seminasse solo sei semi OGM ad ettaro e nel mezzo del campo?

    Se non è ignavia questa…..

  14. SDEINo Gravatar scrive:

    Tempo fa mi sono permesso di esprimere come tecnico agricolo in questo BLOG alcune mie considerazioni tecnico-scientifiche sfavorevoli agli OGM, apriti cielo da parte di un ricercatore napoletano di cui NON ricordo più neanche il nome spalleggiato dal pur bravo e sempre documentato PASCALE; allora ho capito che lo SPIRITO di un “sereno pacato” confronto tra i sostenitori o contrari degli OGM era QUI praticamente “impossibile”, questo BLOG di fatto “senza se e senza ma” è decisamente favorevole alla tecnica genetica OGM ma è possibile che questa tecnica abbia solo lati positivi e nessuno negativo !!!???

    Ma perchè questa mia convinta impressione-convinzione !!!???:

    - Vivo a differenza di molti di voi in Friuli Venezia Giulia, e quindi professionalmente e umanamente sono impegnato anche personalmente in questo ormai SCONTRO tra gli opposti schieramenti; il Giudice altrui Alberto GUIDORZI definisce gli Associati di CONFAGRICOLTURA degli IGNAVI di Dantesca memoria, come definisce allora il DALLA LIBERA vice-presidente di FUTURAGRA (nel BLOG onnipresente) accanito e convinto difensore della libertà di semina di MAIS GM ma che ci risulta in FVG NON ha messo in atto questo proposito come invece FIDENATO e FACCO hanno pubblicamente detto di aver fatto !!!???

    - A proposito PASCALE tu che misuri giustamente sempre le parole con il bilancino da farmacista, come si può definire al di là dei tanti “bizantinismi” giurici l’ azione dei 2 sopramenzionati; deve considerarsi un ATTO LIBERTARIO e/o LIBERALE o invece come sostengono in molti un ATTO LIBERISTA portatore di ben altri valori !!!???

    - Al Presidente GARAGNANI, ma NON solo a lui, chiedo se conosce la tecnica genica “ecocompatibile” della MAS (Marker Assisted Selection) detta anche dei Marcatori Molecolari Assistiti; una tecnica INNOVATIVA già collaudata e sperimentata in FVG e in altre parti del MONDO che viene proposta in alternativa a quella tanto dibattuta e discussa OGM (o transgenica), mi ripeto ancora con questa tecnica l’ IGA (Istituto Genetica Applicata) dell’ Università di UDINE ha anticipato che entro 2 anni verranno licenziate bel 11 varietà di ibridi di vite ottenuti da incroci semplici che SONO “Geneticamente resistenti” alle più diffuse e importanti patologie di questa importante specie vegetale !!!

    Questo è altra CONOSCENZA e quindi altro PROGRESSO, perchè allora NON se ne parla e discute “tranquillamente” sul BLOG; perchè continuare ad insistere ad oltranza sugli OGM, PERCHE’, PERCHE’, PERCHE’ !!!???

    A PASCALE ricordo che continuerò a leggerlo/vi sempre con ATTENZIONE, ma a 65 anni l’ esperienza di VITA mi insegna che nessuno è più sordo di chi NON vuol sentire; come l’ altra volta un augurio di CUORE a te e a tutti i navigatori del tuo BLOG, “CHE OGNUNO RACCOLGA, NEL BENE E NEL MALE, QUELLO CHE HA SEMINATO ORA E SEMPRE” !!!

  15. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @SDEI
    Visto che mi citi e chiedi lumi sui MAS a desta e a manca, porto la rispsosta che ti ho dato su un altro blog anche su Salmone.

    “Io mi sono diplomato 10 anni prima di te (1959) e laureato nel 1963; ho avuto la fortuna di sostenere anche un corposo esame di Genetica Vegetale. Infatti, è stato quello che mi ha dato da lavorare per quarant’anni. In questi quarant’anni, in quanto venditore di varietà vegetali costituite dalla mia rappresentata, ho vissuto perennemente con delle illusioni che solo qualche volta sono divenute realtà, mentre spesso sono state amare disillusioni. L’illusione nasceva, quando parlando con i genetisti mi dicevano abbiamo trovato due genitori (frumento, bietola, orzo, erba medica ecc) che incrociati tra loro e se nella progenie i geni utili dell’uno si riuniscono ai geni utili dell’altro la nuova varietà sarà un portento. Qualche volta mi dicevano abbiamo anche un marcatore, allora solo fenotipico (es. il colore dell’ipocotile nella bietola), che è collegato a questo e a quell’altro gene quindi ad es. scegliendo solo le piante ad ipocotile rosso siamo sicuri di scegliere anche quel gene buono ancor prima di verificarlo in vegetazione.
    Io tornavo a casa ed ai clienti trasmettevo queste speranze interessandoli. Passava un po’ di tempo, ed allora chiedevo notizia degli sviluppi dell’incrocio, qualche volta mi dicevano: è successo tutto il contrario la progenie ha ereditato in gran parte dei geni negativi, oppure mi dicevano siamo contenti, ma dobbiamo verificare la tal resistenza, la tal qualità industriale, le tali caratteristiche delle farine ecc. ecc. Passava un altro po’ di tempo e quindi chiedevo a che punto erano, spesso mi rispondevano abbiamo buttato via tutto perché le progenie avevano un difetto molto grave, oppure stiamo fissando i buoni caratteri. Finalmente veniva il giorno che mi mettevano a disposizione un campione per includerlo nelle prove sperimentali. Speranzoso andavo a valutare la vegetazione e poi la produzione comparata. Sai quali erano i casi più frequenti: o si era verificato in evento climatico mai verificatosi durante la fissazione dei caratteri che aveva fatto evidenziare un difetto tale che la varietà era da buttare, oppure la varietà andava bene in certi climi, ma in altri era un disastro. In quarant’anni mi è capito solo tre volte di trovare qualcosa di veramente valido e concorrenziale, tutte le altre volte o mi piazzavo nella massa o dovevo andare a cercare il contadino che guardava solo il prezzo per comprare.
    Ora invece i marcatori si possono trovare a livello di biologia molecolare e quindi sono più numerosi e facilitano di più il lavoro. Sono i MAS. Tuttavia non risolvono il problema di fondo. Vuoi mettere se ho una ottima varietà già di partenza e solo con un gene che ne limita l’estrinsecazione di queste qualità (sensibile ad un patogeno) e so dove si trova un gene di resistenza e lo trasferisco in modo mirato? Questo è l’OGM. In un anno sono già arrivato. Perché credi che la Monsanto abbia fatto man bassa di molte società sementiere? Perché voleva dotarsi di buone varietà in cui inserire i suoi geni.
    TU dici che l’Università di Udine ha creato 11 varietà e fra due anni saranno disponibili, bene, se il Padreterno ci lascia al mondo, ci ritroviamo quando avranno superato l’esame dei campi e della cantina. Ti do un esempio la Pera Williams ha due secoli di vita ed in due secoli nessuno è riuscito a superarla, questi e quelli sopra sopra sono i tempi della genetica classica. La nostra società non può sopportare tempi lunghi come un tempo o cambiamo la società o accorciamo i tempi. Scegli.”

  16. SDEINo Gravatar scrive:

    @GUIDORZI,
    come ho fatto sul FATTO QUOTIDIANO ti ringrazio per la tua risposta anche se qui incompleta; io ti ho chiesto in maniera chiara visto che ti atteggi GIUDICE sul comportamento tenuto secondo te da “IGNAVI” della CONFAGRICOLTURA sugli OGM, esprimere anche un tuo giudizio (spero super parter) sul mio conregionale DALLA LIBERA puoi anche NON farlo per me/NOI è sempre una risposta anche quella !!!

    Visto che me lo domandi ti dirò come la penso e lo farò anche sull’ altro BLOG, ho/abbiamo scelto di cambiare nel TEMPO necessario la SOCIETA’ di cui tutti NOI facciamo parte; auspi-co/chiamo una SOCIETA’ dove i valori fondanti siano la COM-PASSIONE, l’ ETICA e la POLIS e il rispetto per tutte le forme viventi, e ti dirò di più vista la mia età lo faccio sopratutto per i nostri figli e nipoti, penso e spero di essere stato chiaro !!! E tu invece, cosa scegli !!!???

  17. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @SDEI

    scelgo senz’altro la tua posizione. Sono un credente praticante, ma putroppo ho smesso di credere nell’utopia per quanto riguarda il comportamento umano. Se leggi la Bibbia la com-passione, l’etica, la polis, che io sintetizzo con una parola sola CARITA’”, non è praticata dall’uomo neppure li.

  18. SDEINo Gravatar scrive:

    @GUIDORZI,
    mi fa molto piacere che in linea di principio la pensiamo allo stesso modo su come dovrebbe essere il tipo di SOCIETA’, anch’ io SONO un credente ma NON religioso; ho letto da qualche parte che quando NON si crede più nelle utopie, l’ UOMO incomincia ad invecchiare rapidamente dentro indipendentemente dall’ età anagrafica e ciò mi dispiace perchè SENTO che per la tua ormai lunga esperienza di VITA potresti donare ancora molto sopratutto alle nuove generazioni !!!

    Stammi bene “collega” e fai rivivere ORA il “sacro” FUOCO che è in te, NON saranno certo i pareri opposti sugli OGM a farci mancare di rispetto l’ un l’ altro; mio padre di mentalità MITTELEUROPEA una delle prime cosa che mi insegnò è stata: “SERGIO se vuoi rispetto, dallo tu per primo agli altri !!!”

    HASTA SIEMPRE

  19. simoneNo Gravatar scrive:

    bah…
    quando compreremo il parmigiano cinese e la porchetta vietnamita (che sicuramente saranno buonissime) saremo tutti più felici!
    io intanto mi faccio l’orto…

  20. GuiPORCINo Gravatar scrive:

    Per quanto sia (quasi sempre) daccordo con Pascale devo rendere noto a tutti che Guidorzi ha idee da maiale fascista del tipo “ve ne hanno date a voi no global al g8 di genova” (e se ha il coraggio smentisse) oltre a troppa sicumera e diciamocelo molto fanatismo.

  21. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Simone

    Accetti di leggere un ragionamento paradossale, ma a persar male ci si prende:

    Il Reggianito argentino entro certi limiti è più tipico del Parmigiano Reggiano in quanto ambedue sono fatti da italiani (il primo da immigrati) le vacche del primo vivono al pascolo e forse molte sono della stessa razza, L’unica differenza è che fieno, mais e soia del regginaito sono prodotti locali argentini mentre sois e mais italiani sono di produzione argentina.

    Parlare di prodotti tipici in Italia con il 50% di materie prime alimentari che di mancano sta diventando azzardato, non ti pare.

    Tu che ti fai l’orto, come d’altronde io, forse mangiamo in parte tipico, ma per non avvelenarci e mangiare qualcosa dobbiamo piantare e seminare il doppio per mangiare la metà o un terzo.

  22. Qualità di etichetta o qualità di fatto? Alcune domande a Carlo Petrini | Libertiamo.it scrive:

    [...] che può cominciare a sbrogliarsi andando a vedere qualche cifra, sfizio che si era tolto Antonio Pascale  qualche tempo fa: i cosiddetti prodotti tipici rappresentano il 4% del fatturato agroalimentare italiano (il 6% [...]

  23. Qualità di etichetta o qualità di fatto? Alcune domande a Carlo Petrini « La Valle del Siele scrive:

    [...] che può cominciare a sbrogliarsi andando a vedere qualche cifra, sfizio che si era tolto Antonio Pascale  qualche tempo fa: i cosiddetti prodotti tipici rappresentano il 4% del fatturato agroalimentare italiano (il 6% [...]

  24. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Guiporci

    Mi eri sfuggito, ma se vai su.

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/06/18/ogm-e-legalita/

    Trovi la spiegazione e le mie scuse per il fatto increscioso capitato.

    é datata primi di luglio.

    La tua rimostranza, non conoscendo il seguito aveva ragione di essere e te ne ringrazio perchè mi ha permesso di informare anche altri. Grazie ancora

  25. GuglielmoNo Gravatar scrive:

    @SDEI
    Conosco la tecnica MAS, essendomi laureato dopo 3 anni di tesi sperimentale e centinaia di PCR, proprio sulla mappatura di marcatori molecolari per il gene vf di resistenza alla venturia inaequalis nel melo; ed era il 1996 quando di MAS in Italia se ne parlava veramente poco, e stava per iniziare quel percorso scellerato e tutto italiano ( purtroppo sempre più frequente ) di abbandono del mondo della ricerca (non solo in questo settore). Questa scelta dettata da scelte politiche e non scientifiche ci ha portato da una situazione d i vantaggio con laboratori di biologia molecolare all’avanguardia rispetto al resto d’europa e una ricerca realizzata su problematiche agro ambientali del nostro paese e quindi più adesive e rispondenti alle specificità locali, alla situazione abnorme e ridicola dell’italietta di oggi in cui una fantomatica task-force è autorizzata a fucilare mediaticamente che chiedono solamente oggettività e risposte coerenti su un tema così attuale quale quello del miglioramento genetico vegetale, auspicando che questa violenza si fermi alle cose e non alle persone ed alla loro libertà di espressione. Nonostante però, basandomi sui miei studi, sia sempre più convinto che i Marcatori Molecolari rappresentino uno strumento importantissimo nell’analisi dei genoma e che sicuramente possano dare risultati anche nella selezione, non c’è dubbio che solo se associati a tecniche di trasferimento genico rappresentino oggi la miglior tecnica a disposizione della ricerca scientifica, soprattutto per le specie arboree nelle quali gli esiti richiedono fisiologicamente molti anni per essere testati.

    @GUIDORZI
    A proposito del suo paradossale ragionamento, francamente inizio a dubitare della qualità della discussione:
    Lei pensa che le caratteristiche qualitative, organolettiche olfattive di un prodotto come il Parmigiano Reggiano possano derivare dall’uso di mais o soia di provenienza sudamericana (in realtà il mais è di provenienza in gran parte mitteleuropea da Friuli, Austria e Ungheria per problemi legati alle micotossine)? Sono sbalordito ma provo a risponderle, segnalandole solo alcuni degli aspetti che creano la ‘tipicità’ del Parmigiano Reggiano:
    1. il legame con il territorio dato dall’ utilizzo di foraggi ed essenze tipiche del comprensorio (60% della dieta di una vacca da latte da parmigiano), e che proprio per questo cambiano passando da una provincia all’altra, dalla montagna alla pianura, conferendo al latte e quindi al formaggio profumi e sapori straordinari;
    2. l’utilizzo di sieroinnesti sempre più conosciuti e rispettosi dei contenuti microbici originari del latte;
    3. la continua evoluzione della tecnica casearia che nei diversi rapporti di grasso, di salatura, di dimensione delle forme è in grado di continuare a stupirci aggiungendo ad un capolavoro nato centinaia di anni fa per soddisfare ben altre preoccupazioni, caratteristiche qualitative sempre più sorprendenti;
    4. il rispetto di una serie inelencabile di normative e regolamenti, che quotidianamente allevatori e caseifici ben conoscendole seguono, sostenendo una battaglia continua contro le vessazioni di una burocrazia ottusa, inutile e parassita (anche questa tutta italiana)che vi assicuro in Sud America non esiste.
    E qui mi fermo ma l’elenco sarebbe ancora lungo
    Quanto ai produttori argentini: continuino pure a produrre il loro Reggianito, come tutti gli altri imitatori in giro per il mondo, ma soprattutto continuino a venderlo grazie al nome artatamente creato per indurre il consumatore ignorante all’errore; ma in quanto a qualità, tipicità e coltura casearia, caro Guidorzi, non scherziamo stiamo parlando d’altro….

    Per quanto riguarda il termine ignavia a cui i lavori di agosto non mi hanno consentito di risponderle a stretto giro le aggiungo solo questo:
    L’azione sindacale di una organizzazione importante come Confagricoltura ( la più antica e rappresentativa d’Italia) non può esercitarsi in atti di disobbedienza civile soprattutto su un tema che non è la nella sua ragione sociale quale quello degli OGM: Confagricoltura non produce nè vende OGM, il suo scopo è quello di aiutare tutti gli agricoltori italiani a poter disporre del maggior numero di strumenti possibili per competere e quindi sopravvivere sui mercati internazionali: gli OGM sono quindi uno strumento, che io giudico importante, ma solo uno strumento come ce ne sono tanti altri che ci stanno ugualmente a cuore; se quindi oggi quelli che lei chiama disobbedienti possono raggiungere così facilmente le attenzioni dei media, è solo e unicamente grazie ad un’azione che parte ormai da lontano che Confagricoltura conduce, nell’assoluto rispetto delle regole vigenti, in un processo di sensibilizzazione delle istituzioni e del consumatore e che senza proclami di tensione che minino la coesione sociale ha iniziato a far vedere qualche risultato, l’ultimo pochi giorni fa nell’annuncio fatto dal Presidente Nazionale Dr. Federico Vecchioni a Cortina alla presenza del Ministro Galan di voler creare un club degli amici degli OGM in agricoltura; o ancora SlowFood che, pur partecipando alla taskforce per l’uso della Violenza contro la Ricerca, ha iniziato a invitarci ai suoi incontri dando spazio anche alla nostra voce; da non sottovalutare poi il fatto che altre organizzazioni agricole iniziano ad annusare con forza che all’interno della loro base sociale c’è bisogno di risposte, non bastano più i dogmi, e solo la Ricerca può fornirle.
    Penso che ognuno debba seguire il proprio ruolo fino in fondo, soprattutto nelle battaglie di libertà, perchè il risultato è la vittoria di tutti anche di chi oggi non se ne rende conto, ma soprattutto non contano le paternità.
    Tornando poi al termine ignavia, sono andato a vedermelo sul dizionario , continuo a non capirne l’utilizzo da lei fatto: perchè Confagricoltura sa perfettamente dove vuole andare, senza nessun collateralismo, compie scelte complesse derivanti da idee proprie quotidianamente, sempre negli interessi di tutta l’agricoltura italiana e non solo di una parte come fa qualcun altro, che inseguendo ‘piacionerie’ politiche si è venduto il portafoglio dei propri soci agricoltori in cambio di qualche passaggio in più sul TG5.

  26. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Sig. Guglielmo

    L’esempio del Reggianito era un paradosso e tale deve restare, voleva solo dire che a forza di diminuire la nostra produzione agricola e di mandare in malora anche le poche strutture aziendali che possono esercitare competitività, saremo obbligati a fabbricare le nostre tipicità con materie prime importate e quindi se tipicità vuol dire legato al territorio (come insiste a dire quella banda di “imbonitori di piazza” e di “ uffici dell’Annona” che è divenuta la Coldiretti), continueremo a perdere questo legame. Certo “legato al territorio” vuol dire soprattutto “savoir faire” intellettuale e quello non è importabile. Non mi si venga a dire che produrre in Italia un mais contenente il MON 810 è un attentato maggiore alla tipicità che non importarlo dall’Argentina o dall’Ungheria per il solo fatto che non ha dove stoccarlo. La mia famiglia vive in zona parmigiano reggiano (Oltrepo mantovano) da due secoli e seguo i mercati del fieno e le posso dire che ci sono anche i fieni che arrivano dall’Est.

    Quello che imputo a Confagricoltura è quello di non passare all’azione concreta, che non deve essere fuori dalla legge, ma nella legge nel senso che vi deve essere rispetto da parte di chi la deve applicare. Nel prossimo numero di Spazio Rurale, che ospita miei articoli da ormai quattro anni, dovrebbe uscire un articolo in cui contesto il modo e le ragioni con le quali si è rifiutato al Sig. Dalla Libera il permesso di poter seminare una varietà, contenente il tratto OGM MON 810, assurta al Catalogo comunitario delle varietà e quindi commercializzabile in tutto il territorio comunitario; vale a dire anche in Italia, non avendo questa invocato la clausola di salvaguardia. Il Sig. Dalla Libera era forte di un parere del Consiglio di Stato che diceva in pratica: 1- perché avete aspettato due anni a rispondere all’agricoltore? Entra 90 gg lo dovete fare. 2- Non trinceratevi dietro il fatto che le regioni non hanno fissato le regole di coesistenza ( ndr:benché siano sufficienti 25 m di distanze per evitare il flusso pollinico) perché non è un motivo valido. Ebbene la Commissione sementi si è proprio trincerata dietro la relazione della Regione Friuli che in pratica ha detto che da lei è impossibile fissare regole di coesistenza. La Confagricoltura doveva fare da supporto legale a quei coltivatori che avevano chiesto di seminare mais OGM, ma non mi pare che si sia impegnata in ciò, lo ha fatto e lo fa su questioni di principio. Il che non lo trovo sufficiente.

  27. franco nulliNo Gravatar scrive:

    …Saltando di palo in frasca un ringraziamento ad Antonio Pascale per l’odierno articolo sulla Domenica del Sole 24 Ore.
    Grazie per voi che potete far sentire la nostra voce anche sulla stampa non di settore.
    Franco

  28. michelaNo Gravatar scrive:

    Si parla di OGM dicendo ” per fortuna”??? Ma per fortuna cosa??? Gli OGM sono una delle più grosse sfighe che ci potevano capitare… l’aberrazione che fa profitto… speriamo non si inventino pure le suocere OGM se no siamo davvero nella merda.

  29. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    E se fosse la nuora già GENETICAMENTE MODIFICATA? So anche dove potrebbe esserlo!!!!

  30. franco nulliNo Gravatar scrive:

    @Michela

    @ Michela

    Spero, ma non credo, che Lei sappia di cosa parla nel suo post.
    Per un agricoltore OGM, ad esempio nel mais, significa almeno il 5% di maggior raccolto a parità di costi (5% = perdite medie universalmente e sperimentalmente riconosciute a livello mondiale derivanti da danni da Nottua).
    Il 5% di maggior ricavo per un maiscultore, a parità di costi di produzione, oggi può significare reddito o perdita di gestione (pronto a giustificarLe l’affermazione con i numeri) nel bilancio di un’azienda agricola.
    Tralascio la questione delle micotossine (presenti pesantemente nel tradizionale-assento nell’OGM BT), ma se lo ritiene utile sono pronto a spiegarLe anche che OGM BT, nel caso del mais, corrisponde anche a minor rischio di tumori derivanti dalle stesse.
    Una nota simpatica… Se inventassero la Suocera OGM sarei ben felice di adottarla. Terrei buoni tutti i pregi della mia (fortunatamente tanti) eliminando i (pochi) difetti “genetici” che ha :-)

    Un cordiale saluto

    Franco Nulli

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