Ma quanto conviene la lotta biologica?

28 Apr 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

Quando ero ispettore del biologico un giorno, nel visitare un’azienda, il proprietario mi pose una domanda su cui ancora oggi mi interrogo :“Dottò, ma secondo lei, vale la pena che io coltivi grano biologico, se poi alla fine mi viene riconosciuto un prezzo che al massimo è del 10% più alto di quello del convenzionale? Senza considerare che spesso chi lo ritira lo trova talmente pieno di impurità da decurtare pure qualcosa sul peso?”
Dopo aver lavorato per circa tre anni nel biologico, ancora oggi mi trovo a seguire aziende che per “vocazione” o per convenienza economica hanno optato per questo metodo di coltivazione, ma continuo ad avere una serie di dubbi sull’effettiva bontà del metodo, dubbi che voglio sottoporvi, sperando di trovare risposte nei vostri commenti.

In primo luogo, sulla base dell’esperienza fatta, devo riscontrare che il metodo biologico per molte aziende non è conveniente da un punto di vista economico (come notava l’agricoltore di cui vi ho detto), poiché non sempre il prodotto viene pagato in modo equo, ciò a causa di un mercato capriccioso ed altalenante per cui se lo continuano a produrre è solo per ottenere i contributi comunitari.
Un ulteriore aspetto che intendo sottolineare e che mi ha sempre lasciato un po’ interdetto, deriva dal fatto che l’agricoltura biologica è per definizione “un tipo di agricoltura che considera l’intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell’ambiente in cui opera ed esclude l’utilizzo di prodotti di sintesi (salvo quelli specificatamente ammessi dal regolamento comunitario) e organismi geneticamente modificati.”

In teoria si può essere d’accordo su tutto, l’idea è eccezionale, ma mi domando: quanto è applicabile? Ossia, se penso all’agricoltura biologica in senso stretto, io la immagino come un’agricoltura che non prevede l’adozione di mezzi di sintesi poiché ritenuti a ragione o a torto pericolosi per l’ambiente e per l’uomo. Allora mi chiedo: i rotenoidi (estratti naturali di alcune piante), ammessi in agricoltura biologica, hanno un ampio spettro d’azione ma non sono affatto selettivi, ossia colpiscono qualunque organismo presente sulla pianta o nell’ambiente circostante (insetti dannosi ma anche api o predatori).

E il rispetto per l’intero ecosistema?
Al contrario, i nuovi principi attivi di sintesi (per esempio i chitinoinibitori), ammessi nel sistema di coltivazione tradizionale, hanno una selettività elevatissima che non provoca squilibri nell’ecosistema. Anche i prodotti rameici, indispensabili per la lotta a certe malattie, costringono chi applica metodi di lotta biologica a fare più trattamenti a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro (il limite massimo ammesso è di 6 Kg/ha in agricoltura biologica); ciò però comporta un accumulo di rame nel suolo che purtroppo è nocivo per l’intera microfauna presente. Pertanto, se l’agricoltura biologica deve salvaguardare l’intero ecosistema, come si può pensare che il rame accumulandosi nel suolo non sia più dannoso di un trattamento con un prodotto di sintesi, considerato che il rame è un metallo pesante e come tale non degradabile nel suolo?

Ecco allora che non comprendo chi ritiene che questo metodo sia l’unico praticabile per la salvaguardia del consumatore e lui stesso non si ponga questi miei stessi dubbi. Non sarebbe meglio pensare a metodologie di lotta integrata in cui, come ho scritto in precedenza, la tutela del consumatore è garantita da trattamenti fatti con mezzi di varia natura e in cui l’uso del prodotto di sintesi è permesso solo in caso di assoluta necessità?
Sono consapevole che oggi la tutela dell’ambiente sia la cosa primaria, ma vorrei che a volte non ci si lasciasse prendere da facili entusiasmi criminalizzando chi adotta metodologie di lotta chimica, più efficaci e meno dannose per l’ambiente di quanto si voglia far credere. Concludo con un’ultima osservazione. Quando ho iniziato a lavorare, si utilizzava per molte colture un principio attivo (phorate), efficacissimo per la lotta agli insetti terricoli dannosi, che emanava un odore fortissimo ed era peraltro altamente tossico e tale ad essere pericoloso anche per tutta l’entomofauna.

Oggi questo principio attivo non è più ammesso e al suo posto l’industria chimica ha lanciato nuovi principi attivi a minor impatto ambientale, che danneggiano anche meno l’entomofauna. A riprova di ciò vi invito pertanto ad osservare come nelle nostre campagne sia più facile oggi veder volare rapaci o imbattersi in ricci o arvicole, a dimostrazione che la chimica è oggi più rispettosa dell’ambiente di quanto si sia erroneamente portati a pensare.

31 commenti al post: “Ma quanto conviene la lotta biologica?”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Caro Fernando mi ci hai tirato per i capelli!
    L’agricoltura biologica da aspirazione accettabile è divenuto sinonimo di ideologia estremistica e di imbroglio mediatico. Ne spiego il perchè.

    1° S’imbroglia sui numeri
    E’ ormai generalizzata la citazione che in Italia ci sono 1 milione di ettari coltivati a biologico e ben 50.000 imprenditori dediti al nuovo tipo di coltivazione. E’ UNA BALLA POTENTISSIMA, basta solo fare la divisione tra ettari e imprenditori per verificare che l’azienda media biologica ha un’estensione di 20 ettari (tre volte la superficie media delle aziende agricole italiane). Vi sembra credibile?

    2° Un Focus del Corriere della sera di qualche tempo fa ci dice che l’85% delle coltivazioni biologiche si effettua in quattro regioni del Sud dell’Italia (dove tra l’altro le aziende sono infinitamente più parcellizzate che al nord) e la produzione è mangiata quasi tutta al nord. Dunque il nord quasi non produce biologico, ma lo mangia, mentre al sud lo si produce in quantità ma non lo si mangia. Non vi pare che ci sia qualcosa che non quadra! Evito le malignità da “padano”!

    3° Penso di non essere realista se affermo che il biologico in Italia non occupa più del 1/2% della superficie agricola (ho letto che circa il 30% del biologico consumato proviene dall’importazione, ma non sappiamo come, quando, dove e con quali metoidi è prodotto). Avete mai immaginato cosa capiterebbe se l’agricoltura biologica salisse a livelli del 20% di quella nazionale? Io mi sono posta la domanda e credo di non essere lontano dal vero nell’affermare che saremmo in presenza di un disastro!!! Perchè? Semplice, la massa d’inoculo parassitario che si creerebbe distruggerebbe tutte le coltivazioni biologiche e renderebbe impossibile la difesa di quelle tradizionali.
    Infatti l’1/2 % di agricoltura biologica può farsi perchè: innanzitutto si avvale dei residui fertilizzanti presenti nel terreno in seguito ad una fase di agricoltura eccessivamente intensiva, ed inoltre è difesa indirettamente dal 98-99% di agricoltura dove si usano i prodotti consentiti di protezione.

    Sarebbe meglio che si spendessero risorse e studi per rendere tutta l’agricoltura sostenibile o durevole, cioè continuando nel miglioramento delle tecniche e nell’uso ragionato delle innovazioni.
    Si badi inoltre che il perseguimennto dell’obiettivo testè detto è già iniziato da vent’anni. L’ettaro lanciato è stato solo una boutade, poi si è compreso che era un’iniziativa insostenibile (economicamente e tecnicamente). In vent’anni il 70% dei prodotti di trattamento sono stati esclusi dall’uso a causa degli effetti nocivi riscontrati. Uno dei tanti strumenti che si devono escogitare per rendere sostenibile l’agricoltura sono anche le tecniche del DNA ricombinante checchè ne dicano tutti i ministri dell’agricoltura ultimamente designati.

  2. bacillusNo Gravatar scrive:

    Guidorzi, se non fosse che quelle righe le ha scritte lei, mi sembra di leggere cose scritte da me. Sottoscrivo ogni parola.
    La sua è una sintesi perfetta della “bio-bufala”; alla luce di tutto ciò francamente c’è poco altro da discutere. Bisogna piuttosto rimboccarci le maniche e riprendere a fare agricoltura vera. Punto e basta.

  3. Biotecnologie: Basta Bugie!No Gravatar scrive:

    Carissimi, visto che piace discutere dei numeri ve ne do un po’ anch’io.

    Il 51% degli ettari a biologico sono prati, pascoli o foraggi (bella fatica).
    Il 10% ulivi.

    Non mi pare che rimanga molta altra terra per farci sopra della vera agricoltura, no?

    http://www.inea.it/public/pdf_articoli/527.pdf
    Pag. 98

    BBB!

  4. antoniaNo Gravatar scrive:

    su una suola ho trovato scritto: cuoio biologico. chi mi spiega di cosa si tratta?

  5. Fernando Di ChioNo Gravatar scrive:

    In primo luogo ringrazio tutti per l’attenzione, ma ancora vorrei chiarire che il mio era solo un modo per riflettere sull’utilità di certi metodi e non su dati che potrebbero essere poco rispondenti alla realtà e in ogni caso a proposito di numeri volevo chiedervi: “Avete mai pensato a quanti organismi di controllo esistono?” ed ancora:”Non vi pare assurdo che chi fa biologico debba pagare il suo controllore?”
    Ho fatto una semplice ricerca su internet sono 16 gli organismi di controllo accreditati……
    Ma il paradosso maggiore poi resta sempre quello che il controllato paga il controllore………..
    Tutto questo mi porta a fare un’unica considerazione, forse cattiva ma a mio parere vera, mentre il bio viene visto come un business per molti, gli OGM sono visti come un business per pochi e quindi da condannare, ma alla fine se vogliamo, chi paga è sempre l’agricoltore.
    E per concludere una piccola provocazione:”Ma se esistesse un pomodoro OGM resistente alla peronospora non sarebbe più bio di un pomodoro su cui si è costretti ad intervenire con Rame?”.

  6. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Se controllati e controllori si autosostengono a vicenda dove sta la credibilità della tutela del consumatoe? Mi sembra proprio che questo ultimo sia solo un turlupinato. Se poi ci aggiungiamo i vari Olmi, la Crespi, Petrini, Capanna e varia altra gente del cinema o della televisione a fare i nostalgici, allora il cerchio si chiude e sparisce il senso critico, che, tra la’ltro, non permette di vedere che questi signori non campano facendo gli agricoltori biologici (se lo fanno è solo per hobby o perchè è funzionale alla loro immaginme pubblica), ma sfruttando la moda. Non è augurabile una penuria di cibo, ma se si verificasse vedrete dove questa aspirazione da snob e surreale di vivere va a finire!
    Attenzione non è fuori luogo parlare di penurie di alimenti in quanto se la Cina continua a perseguire l’obiettivo di dare al miliardo e mezzo di cinesi una dieta carnea come la nostra bisognerebbe coltivare almeno tre pianeti terra. Un kg di carne rossa vale 7 kg. di mais!!!!
    Infatti i cinesi che forse hanno una memoria storica più lunga della nostra sono all’avanguardia sugli OGM e non si fanno problemi per il loro sfruttamento, ma se lo fanno loro tutta l’Asia li seguirà…..

  7. antoniaNo Gravatar scrive:

    non è un caso che le considerazioni sul biologico si facciano spesso intorno ad una opulenta tavola intorno alla quale il vero problema dei commensali non è la fame vera, ma come smaltire i kg in più in vista della prova costume….quanti luoghi comuni tocca sentire

  8. donNo Gravatar scrive:

    Fernando,
    propongo la mia breve riflessione al dibattito facendo notare che una delle altre pecche insite nel metodo di coltivazione Biologico è che non è “facile” (ne applicarlo e ne controllarlo). L’insieme delle pratiche/vincoli/norme che bisogna mettere “in campo” nel metodo biologico non tengono conto della cultura media dell’agricoltore che gestisce le nostre aziende. Penso che siano molto più efficaci semplici tecniche che si propongano di invertire in maniera graduale l’approccio invasivo dell’attuale agricoltura. Penso per esempio alla “rotazione colturale” incentivata (in maniera simbolica e forse un pò inappropriata - biennale !)dall’art.68: facile da applicare, da controllare e con risultati tangibili e valutabili nel breve periodo.
    Un caro saluto

  9. MicheleNo Gravatar scrive:

    E bravo dottó!!!Da giovane imprenditore agricolo, anche se non mi occupo di agro-alimentare, trovo queste discussioni molto interessanti!continua cosí!!!

  10. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Semtite questa, a proposito di omeapatia applicata all’agricoltura:
    L’agronomo(sic) Graziano Ganzit presidente di Aprobio della Regione Friuli V.G. e “guru” della “zolla alternativa dice: “rivvitalizziamo le sementi, la genetica dolce prevede di spruzzare i semi per risvegliare i geni latenti con preparati d’origine animale e vegetale sciolti nell’acqua”. Aggiunge inoltre che di questi prodotti ve ne sono 100 nel trattato di Liebig di 170 anni. (notizia desunta da Messaggero Veneto del 5/5/2010)
    Persone con queste idee pretendono di essere interlocutori di scienziati come: Veronesi, Tirelli, Levi Montalcini, Boncinelli ecc. ecc. Il mondo veramente si sta capovolgendo….

  11. bacillusNo Gravatar scrive:

    Alberto, ho qui sulla scrivania un volantino relativo al “4° corso di base di agricoltura omeodinamica” tra i cui docenti c’è appunto anche Ganzit. Sono 250 € a persona per approfondire su argomenti del tipo “Come collegare le piante con le forze della Vita”, “Le influenze planetarie e zodiacali nella vita della pianta”, “I principi di omeopatia vegetale”, e così via.
    Non è male, dài. Soprattutto per il cassiere…

  12. fernando di chioNo Gravatar scrive:

    Caro Alberto
    un mio nipote nel fare un corso come imprenditore agricolo è stato invitato a visitare un azienda che segue i principi dell’agricoltura biodinamica, è rientrato sconvolto quando gli hanno spiegato che loro interrano un corno di bovino in inverno e lo dissotterrano in primavera, poi lo mettono in infusione e l’infuso lo distribuiscono nei vari appezzamenti……
    Scusate ma non riesco a non sorridere è folle……………

  13. sergioNo Gravatar scrive:

    Mestre (VE), 12 maggio 2010

    Interessante l’articolo ed i relativi commenti.
    Faccio notare che l’utilizzo indiscriminato di antiparassitari in agricoltura fu riportato nel testo “Primavera silenziosa” vari anni fa.
    La chimica aiutò non poco l’agricoltura sia per l’aumento produttivo con i concimi di sintesi, che con la protezione delle colture con gli antiparassitari. Peccato che poi l’utilizzo fu indiscriminato (i prodotti chimici costavano poco).
    Va anche detto che i prodotti antiparassitari all’inizio erano molto tossici. Per fortuna, con il tempo, si è in parte cambiato, utilizzando molecole meno tossiche.
    L’idea del biologico nacque come alternativa ad un modo di produzione “rozzo”. Poi ci sono delle forzature anche nel biologico.
    Devo anche far notare che il mercato non propone piante interessanti per la coltivazione resistente alle malattie e più efficienti per l’utilizzo degli elementi nutritivi del terreno. A parte alcune eccezioni di piante come il mais, o la vite, per altre piante siamo in alto mare.
    Ad esempio, non esistono sul mercato piante di castagno da frutto che resistono al cancro e al mal dell’inchiostro, se non innestate. E comunque c’è sempre il problema delle gemme dormienti che tendono a “scappare” costringendo a potature per tenere la pianta bassa (e ricordo che potare costa).
    Dicono che, essendo i castagno una coltura marginale, non ci sono i soldi per una ricerca adeguata.
    Penso che si debba lavorare ancora molto sulle colture.
    Il problema è là, sul tipo di pianta che voglio coltivare e sul suo modo di svilupparsi e produrre beni agricoli (frutta, legno…).
    Purtroppo anche l’università aiutava poco.
    Quando ero studente, parecchi anni fa, ormai, l’ambiente non interessava a nessuno. Bastava produrre.
    Gli unici due settori agricoli che avevo trovato un po’ sensibili all’ambiente ed all’aspetto tecnico-produttivo-commerciale furono l’entomologia (probabilmente perchè i primi studi risalivano ancora al Berlese) e la viticoltura (per quest’ultima si partiva dal terreno per arrivare al bicchiere e quindi era necessario avere tutto il sistema produttivo sotto attento controllo).

    Sergio (e-mail: sergio.measso@libero.it)

  14. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Sergio dimmi cosa ne pensi di queste considerazioni.
    Ogni generazione che segue giudica “rozza” la precedente e questa ritiene che la prima crei la propria rovina. Invece cambiano solo i contesti.
    Quando la popolazione era pressochè tutta rurale la terra doveva sfamare chi la lavorava e comunque lo faceva in modo insufficiente per ambedue (a vero dire più per chi lavorava e meno per chi la possedeva).
    Allorchè vi è stata la migrazione dalle campagne alla città e la popolazione urbana potè dedicare più risorse all’acquisto di cibo, s’impose l’intensificazione produttiva. La cosa è stata realizzata e si riuscì a sfamare (andando ben oltre) campagna e città e ambedue si sono congratulati a vicenda. Ora, a distanza di mezzo secolo, la città ci viene a dire: avete distrutto l’ambiente della mia gioventù, mi avvelenate, voglio che la campagna soddisfi le mie aspirazioni ludiche. Tutto ciò lo si vuole senza però rinunciare a nulla dell’abbondanza di cibo a disposizione. E’ da qui che nasce l’aspirazione al ritorno al naturale, ai sapori di un tempo (dimenticando che ve ne erano molti di cattivi), alle campagne disseminate di piante e siepi, alla fauna di un ambiente che tutti assieme abbiamo modificato (loro hanno voluto strade e le case e la campagna ha preteso di usare le macchine in modo consono).
    Questa è però solo “UTOPIA” o semplice aspirazione a voler rivivere la giovinezza ed il tempo passato (senza però le noie di quel tempo…)
    Ciò che di vero c’è è invece che le pratiche agricole non possono più essere valutate per il solo scopo che raggiungono, ma anche per il modo con il quale lo raggiungono. Questo caro Sergio lo si sta facendo, solo i Capanna, i Petrini e la Crespi non se ne accorgono.
    Cito un solo esempio a suffragio: dalla barbabietola da zucchero i francesi ricavano il doppio di zucchero di prima con l’apporto di metà dosi d’azoto. Se tutti mangiassero castagne ecco che allora anche il castagno sarebbe oggetto di miglioramento…. siamo, nostro malgrado, ancora degli “homo economicus”
    L’ecologia si studiava anche una volta vedi libro del Prof. Paolo Principi (del 1955 - Reda Roma), ma era improntata a salvaguardare l’ambiete produttivo agricolo e non l’ambiente tout cour. Ancora una volta il fatto è dovuto al cambio di contesto e purtroppo per notare questi cambiamenti occorre lasciare passare del tempo solo dopo si vedono errori e non.

  15. sergioNo Gravatar scrive:

    Mestre (VE), 12 maggio 2010

    Concordo, ma solo in parte.
    Il progresso tecnologico agricolo, decorre soprattutto dopo il 1945.
    Con l’inurbamento e l’aumento della popolazione va da sè che si è dovuto aumentare la produzione con l’utilizzo pesante di input chimici e l’uso di macchine agricole.
    Questo, tutto sommato, è andato bene. La popolazione, almeno in Occidente, è stata sfamata. In Europa, l’autosufficienza alimentare si raggiunse a fine anni ‘60 inizi anni ‘70.
    Dopodichè, si capì che qualcosa non funzionava nello sviluppo seguito e si cercarono delle strade alternative. Almeno in Occidente, nei paesi cioè ricchi. Si produceva troppo, e anche a seguito dell’aumento dei costi della chimica. Oggi, per esempio, a volte conviene non coltivare il mais, perchè costa più produrlo che quello che si ricava dalla vendita.
    A Chioggia (VE), 1-2 anni fa, non hanno raccolto il radicchio, perchè non conveniva! E’ stato lasciato marcire in campo.
    Il biologico cerca di dare una risposta. A volte ci riesce, a volte no.
    Personalmente conobbi il biologico nel 1994. Mi colpì il concetto di coltura in equilibrio con l’ambiente circostante.
    Fatto sconosciuto ai puristi della agricoltura dura e pura.
    Fra l’altro, vidi che erano stati fatti i primi studi dai francesi in Algeria negli anni ‘50. Si resero conto che il metodo di lavoro in clima temperato, come in centro-europa, non era adatto al clima africano.
    Forse lo sviluppo agricolo, così come svolto prima dell’avvento del bio, è adatto ad un certo ambiente. Non a tutti.
    Ben vengano l’uso di molecole di sintesi migliori, ed un uso più accorto delle tecniche colturali, rotazioni, uso minore dell’aratura, presenza di siepi. Tutto questo costa, e deve essere remunerato.
    La PAC finirà nel 2013, si spera.
    Ha creato anche problemi, oltre che finanziare gli agricoltori.
    Qualcuno chiederà a cosa serve la PAC (e i relativi contributi).
    A poco, ormai! Il reddito agricolo è falcidiato dalle carte da produrre.
    Il costo della burocrazia agricola drena il 10% delle risorse a disposizione per l’agricoltura.
    I finanziamenti sono sempre minori.
    Si tratta di vedere cosa si vuole dall’agricoltore.
    Deve produrre derrate alimentari?
    O deve conservare l’ambiente?
    O tutti e due?
    Ho anche dei dubbi sull’inquinamento dell’agricoltura sull’ambiente, oggi.
    Nei vari sopralluoghi che ho fatto in Veneto, ho visto una attenzione all’ambiente da parte di parecchi agricoltori.
    Penso che i dati di inquinamento agricoli siano sovrastimati.
    Esiste un problema degli allevamenti, questo sì. Soprattutto perchè sono concentrati in aree ristrette su terreni permeabili.
    Ma non viene calcolato, ad esempio, l’inquinamento delle case sparse non connesse alla fognatura (il Veneto è pieno di villette).
    Per quanto riguarda poi, l’esempio del castagno riportato, riguardava il concetto che la ricerca ha seguito solo alcuni filoni.
    Sarebbe utile riguardasse anche altri filoni.
    A volte mi pare che manchi la fantasia. Il che è un peccato. Gli italiani erano famosi per la creatività. Chissà che fine ha fatto…

    Sergio (e-mail: sergio.measso@libero.it)

  16. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Mi pare che le idee che Lei Sergio riporta nel suo secondo intervento siano più delle idee in libertà piuttosto che un contributo su quale tipo di agricoltura vuole delineare.
    Per quanto mi concerne io non voglio che si sviluppi oltre misura (perché ciò danneggerebbe la collettività) l’agricoltura biologica ligia alle ideologiche regole che si è data. Forse a lei non è mai capitato di mangiare in un ristorante del circuito Wigvam, io invece l’ho fatto presso di quello annesso alla sede dell’associazione di Piove di Sacco. Ebbene le tagliatelle erano ridotte in pezzetti in quanto avendo usato grano biologico senza la sufficiente concimazione azotata, la pasta non si teneva in sesto (mancava di glutine), poi mi hanno portato dei fagioli di una vecchia varietà s grossi semi carnosi, ma geneticamente degenerata se la cottura dei singoli semi era la più varia: alcuni stracotti, altri cotti al punto giusto e molti altri più o meno non cotti. Perché ciò? Semplice la cottura dei fagioli avviene vicino ai 100°C ma Lei sa che quando l’acqua è giunta al punto di ebollizione, la temperatura all’interno della stessa non aumenta più e quindi se l’acqua bolle prima della temperatura occorrente al fagiolo per cuocersi questo rimane crudo (infatti si dice che in alta montagna non si cuociono i fagioli in quanto la minor pressione atmosferica permette di far bollire l’acqua ben prima dei 100° C. La genetica del fagiolo, infatti, si è preoccupata di selezionare dei fagioli con composizione uniforme per migliorarne la cottura e rendela uniforme. I fagiolini serviti erano ancora quelli di una vecchia varietà molto saporita, ma filosi come quelli di una volta. Le patate arrosto, sicuramente già di per sé ad alto contenuto in amilosio, erano state coltivate con un sistema che aveva reso la polpa amidacea molto farinosa e quindi assorbenti una quantità di grassi tali da renderle stomachevoli. ecc. ecc.
    Anch’io voglio un’agricoltura in equilibrio con l’ambiente, ma attenzione l’ambiente deve essere quello che mi permette di continuare a fare agricoltura produttiva, seppure durevole e sostenibile, non certo quell’ambiente che io definisco da “VISPA TERESA”, cioè dove si prediligono i papaveri alle spighe e le farfalle alle mele non bacate.
    Io voglio un’agricoltura che resti un’attività economica capace di competere sul mercato e non una forma d’agricoltura che si sorregge solo se trovo chi ha le risorse o è obnubilato dall’ideologia al punto da permettergli o a portarlo a spendere il 30% di più per comprare i prodotti dell’agricoltura biologica.
    Io ho sempre sostenuto e sostengo ancora che se mio nonno, benché producesse solo 20 q/ha di frumento e saziasse la sua fame solo nelle grandi occasioni, metteva in atto rotazioni, avvicendamenti colturali e teneva in gran conto il mantenimento della fertilità e della buona struttura dei terreni, a maggior ragione lo dobbiamo fare noi che di frumento ne produciamo in media 60 q/ha. Se i francesi hanno le più alte produzioni unitarie facendo rotazioni quinquennali, perché non italiani dobbiamo non farlo? Se i francesi hanno fatto “La Grenelle de l’environnement” perché Zaia l’ambientalista non ci ha pensato? Quando un agricoltore campa sulla sua terra solo se fa rotazioni strette o monocultura, significa che la sua struttura fondiaria è inadeguata.e qui deve intervenire la politica fondiaria; certamente, però, non si devono formulare contributi PAC in modo da farlo campare comunque (come vuole, invece, la Coldiretti in quanto ogni microimpresa agricola che scompare è una quota associativa in meno per lei)! Tuttavia allo stato nel quale la politica ha mantenuto la nostra agricoltura (parlo di mancanza di politiche strutturali e non certo di sovvenzioni), se nel 2013 i contributi PAC dovessero essere aboliti (come Lei si augura) allora sì che vedremmo l’Italia senza più campi coltivati.

  17. sergioNo Gravatar scrive:

    Mestre (VE), 19 maggio 2010

    Purtroppo leggo il sito ogni tanto, ed ho visto la sua replica solo stasera.
    Spiace che abbia mangiato male a Piove di Sacco.
    Ho avuto l’occasione di provare dei prodotti biologici ogni tanto e li ho trovati buoni.
    Dipende da come vengono prodotti, e poi cotti, ovviamente.
    Non credo che quanto da me scritto, siano idee in libertà.
    Per il resto, non replico, questo è un form e nulla più e non mi va che sia intasato di repliche e controrepliche.
    Nel caso in cui qualcuno mi volesse contattare, la mail personale l’ho indicata.
    Cordiali saluti

    Sergio (e-mail: sergio.measso@libero.it)

  18. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Vorrei integrare il mio commento iniziale, costruito su tre punti, con un ulteriore quarto punto, che non è altro che la traduzione letterale del sommario di uno studio eseguito in Francia da eminenti studiosi delle due organizzazioni francesi che fanno testo e riconosciute tali: l’INRA (Istituto Nazionale di Ricerche Agronomiche) e l’Accademia d’Agricoltura di Francia.
    Il titolo dell’opera è il seguente: “Il punto sul valore nutrizionale e sanitario degli alimenti ricavati dall’agricoltura biologica” ed il testo integrale è acquistabile online (http://www.sciencedirect.com/science). Vediamo cosa dice:

    “ Lo scopo di questa rivista era d’attualizzare il rapporto pubblicato nel 2003 dall’Agenzia francese della sicurezza sanitaria degli alimenti (AFSSA) sull’evoluzione nutrizionale e sanitaria degli alimenti ricavati dall’agricoltura biologica (AB) e che diceva che le differenze di composizione chimica con gli alimenti ricavati dall’agricoltura convenzionale (AC) erano piccole e senza significanza nell’ambito di un regime alimentare globale. Molte recenti riviste, pubblicate da associazioni d’agricoltura biologica (od organica), hanno concluso che esiste una netta superiorità nutrizionale degli alimenti AB. Per contro una rivisitazione sistematica degli studi a questo riguardo fatta in Inghilterra ed i cui risultati sono stati pubblicati nel 2009 hanno messo in evidenza che non esiste nessuna differenza significativa, salvo per l’azoto (minore in AB) ed il fosforo (maggiore in AB). Sono state esaminate inoltre un centinaio di pubblicazioni prodotte a partire dal 2003 e le conclusioni sono di conferma di quelle antecedenti. In tutti gli alimenti esaminati, nessuna differenza sostanziale è stata rilevata in particolare: per i glucidi, i sali minerali e gli oligoelementi. Inoltre la tendenza a tenori più elevati in magnesio in certe verdure non è stata confermata. I cereali AB sono più poveri in proteine, mentre certe verdure AC sono risultate essere più ricche in nitrati ( la cui tossicità è stata rimessa in discussione). Per le verdure e la frutta e nella maggioranza degli studi, le più significative differenze concernono la vitamina C e gli altri fitomicrocostituenti antiossidanti. Dei tassi più elevati di vitamina C e polifenoli, ma tassi più bassi in carotenoidi, sono stati spesso osservati in AB, senza però effetti dimostrati sul complesso antiossidante sanguigno. I prodotti AB d’origine animale sono spesso più ricchi in certi acidi grassi polinsaturi, ma ciò risulta aumentato con un regime alimentare con predominanza d’erba e con accesso a spazi aperti. Si tratta, dunque, di un regime che può riguardare anche l’allevamento convenzionale. Le altre differenze di composizione lipidica della carne dipendono essenzialmente dall’età dell’animale (così si deve comparare un pollo AB con un pollo dichiarato d’età uguale). I residui dei prodotti fitosaniari di sintesi, proibiti in AB, sono in generale più elevati nelle verdure e nei frutti da AC, ma comunque sono, con più del 95% di probabilità, inferiori ai limiti massimi accettabili, che tra l’altro sono già calcolati secondo notevoli margini di sicurezza (fattore 100). Tutti gli alimenti prodotti all’aperto, tra cui la carne, il latte e le uova AB, sono più esposti alle contaminazioni chimico-microbiche e parassitarie provenienti dall’inquinamento ambientale. La riduzione di prodotti di difesa chimica, che favorisce la produzione da parte delle piante di sostanze antiossidanti benefiche, provoca altresì da parte della pianta di metabolici secondari la cui innocuità non è garantita (ndt antiparassitari endogeni). Globalmente le poche differenze osservate tra AB e AC non hanno nessuna ripercussione significativa sulla nutrizione e la salute”

    Quello che segue è un commento personale: il mangiare cibi da agricoltura biologica è una fregatura per il portafoglio, l’aspetto etico di concorrere a migliorare l’ambiente è annullato dal privare la comunità sociale di un buon 20/30% di cibo disponibile a causa delle minori produzioni ricavate. Si tratta in conclusione di un fenomeno elitario e snobistico.

  19. Ganzit GrazianoNo Gravatar scrive:

    Ogni tanto faccio un giro su internet e oggi mi sono imbattuto nei vostri commenti sul bio e, pur a margine,sulla mia persona. Vi devo alcune precisazioni. Sono agricoltore da 42 anni e la mia esperienza è cominciata formativamente nella agricoltura convenzionale. Ho lavorato nei primi anni 70 con la Montedison nel settore degli azotati( responsabile applicazioni in pieno campo di ammoniaca anidracon patente di abilitazione all’impiego dei gas tossici per il Friuli). Ho seminato, testato le sementi jugoslave del centro di genetica di Varazdin fino a quando gli USA non hanno imposto a Tito(1976) di occuparsi d’altro, in cambio della tecnologia e dei macchinari agricoli occidentali. Lamiere e motori in cambio dei semi.Ho usato tra i primi il Gesaprim scoprendo due cose quasi subito. Primo che la molecola era stabile e che ce la saremmo trovata nelle falde. Secondo che la Gaspardo era pronta con le sarchiatrici portate centrali per controllare le infestanti con la sarchiatura di precisione.Ho pertanto buona memoria storica dei disastri di questo modello agricolo. Quando nell’81 cercai una strada ecocompatibile attorno a me c’era il deserto e se ti rivolgevi a qualche collega o,peggio ancora, al “luminare” di turno nel migliore dei casi erano risate di compatimento! Andai in Germania, Svizzera, Austria e scoprii che là non ridevano affatto ed erano molto più bravi di noi…anzi era tutto un’altro mondo. Tanto per cominciare mi insegnarono a compostare il letame in modo da portare il suo striminzito 0,5% di N nitrico e/o ammoniacale ad un sostanzioso 2,5/2,7% organicato e stabile. Questo permetteva alle aziende tedesche di autosostenersi con 0,5 capi per ettaro! e alla fine degli anni 80 iniziarono a gestire il compostaggio del verde della differenziata cittadina. Voi siete capaci di un simile risultato o vi fa schifo mettere le mani nella merda delle vacche? Siete giustificati solo perchè i vostri “insegnanti” hanno accuratamente tralasciato l’argomento che, a loro volta e dagli anni 30, è stato volutamente trascurato…tanto ci sono i concimi, vi hanno detto. Vero? Risultati splendidi, ortaggi graditissimi e molto conservabili parassitosi in discesa(esclusa quella dei bipedi notturni), terreno che rifioriva.Controllo delle infestanti con la sarchiatrice centrale su Fiat 215 autocostruita e pacciamatura in paglia macinata. Un’autentico piacere lavorare in queste condizioni. Nel 90 metto in piedi, coi miei colleghi, una coop di consumo che, dopo 14 anni di presidenza, lascio ad 1ML di Euro di fatturato, un forno ed il mulino avviati.Dunque filiera interna primaria a km 0. In questo contesto, nel 2001, metto a disposizione l’azienda per farne un centro pilota di questo modello agricolo. Attualmente lo stiamo costruendo con edifici passivi, energia eolica per la produzione di aria compressa,ecc. Dal punto di vista agronomico non abbiamo alcun apporto esterno di “nutrienti”, antiparassitari, funghicidi(niente rame e zolfo)da ormai 8 anni…e il tutto funziona benissimo.I miei allievi, con seme di mais convenzionale, producono 90 q.li/ha, 45 di soia senza alcun costo della chimica. Nel 2008, in Regione, vince il Centrodestra e diviene Assessore all’Agricoltura il dott.Claudio Violino a suo tempo fondatore di Aprobio e con la moglie titolare di az. bio frutticola.Nel Luglio 2009 presentiamo il nostro progetto a lui e a tutti i Sindaci del Medio-Friuli. Chiedo,come Presidente di Aprobio, pari dignità nella ricerca per sviluppare il metodo e metterlo a disposizione di tutti. Avverto che la Facoltà di Agraria nel 2002 ha rifiutato la nostra offerta gratuita dicendo che stan aspettando gli OGM. Offro la possibilità di fare un seme friulano di mais in grado di essere competitivo sul mercato, visto che non si spende nulla di chimica, ed è molto richiesto dal mercato austriaco che lo trasforma in semilavorati OGMfree per gli USA(30.000 ton/anno!!!). Ad Agriest l’Assessore messo nalle strette mi confida:”Se vi do una mano mi fanno fuori!”. Lo capisco;dovremo arrivare al fondo per capire certe cose che il Liebig le aveva intuite 160 anni fa. Voi agronomi avete studiato il celebre “Trattato di chimica organica”del Liebig del 1840? Io dopo 12 anni di ricerche l’ho trovato vicino a casa mia in una biblioteca privata e lo stupore è stato grande in quanto lui cita per ben 25 volte la “forza vitale” come principio aggregante delle molecole organiche. Se è così c’è VITA se nò è indebolimento, devitalizzazione,parassitosi, sterilità ed oggi a distanza di 150 anni dall’applicazione deviata dei suoi principi i risultati si vedono. Ho cominciato a preoccuparmi 29 anni fa ed oggi mi sento in una botte di ferro col futuro che non mi fa paura. Mi preoccupa invece la vostra saccenza frutto bacato di un modo di vedere l’arte agricola in modo miope e riduttivo. Questo handicap lo portano anche i miei colleghi bio che vogliono fare una agricoltura ecocompatibile rimanendo ancorati a concetti di “nutrizione” e “difesa” delle piante trascurando il fatto che coltivando biologico bisogna capire le leggi di “Bios” il vivente come lo descrivevano i Greci e metterle in pratica e sono figlie di “Zoe” che è la vita diffusa nel cosmo perciò se scrivo PIANTA e ci aggiungo la “E” viene fuori PIANETA e si genera la biodiversità. O la fa la Monsanto? Vedete potrei spiegarvi come si fa ad alzare il tenore di humus nel terreno con le graminacee, come si ferma o si stimola la montata a seme di un ortaggio, come si difende una pianta da pollini esterni(OGM in primis)e qualcos’altro ancora ma se avete voi qualcosa per me vi ascolto ben volentieri. In fondo non si finisce mai di imparare e penso che i tempi che verranno mi vedranno molto impegnato.
    Saluti a voi ed anche al prof. Defez che ho avuto modo di conoscere il 12 di marzo qui in Friuli chiamato dai miei carissimi nemici di Futuragra.
    p.a. Ganzit Graziano

  20. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Sig. Ganzit
    Non si mai guardato i piedi? Se se li gurdasse vedrebbe che sono staccati da terra di almeno mezzo metro!

  21. Ganzit GrazianoNo Gravatar scrive:

    Speravo in una risposta tecnica non in uno stupido insulto. Siccome ho anche volato per 43 anni “sorvolo” considerando come la scienza di oggi forma autentici “tecnici” bravi solo a portare l’agricoltura al disastro.
    In questo momento mi sta seguendo un docente di economia agraria della facoltà di Economia. E’ laureato ed ha insegnato chimica organica per40 anni. Oggi scopre che nella nostra azienda abbiamo una dotazione di 300 unità di N/ha(senza averle comprate!)e non abbiamo nitrati negli ortaggi. Di là su colture idroponiche arrivano a 10.000 mg/kg. Questa la realtà. Se a voi restano solo gli insulti…amen.
    Saluti
    Graziano Ganzit

  22. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Sig. Ganzit,
    quando si sente dire che per fare agricoltura oggi ci si deve basare su il “Trattato di chimica organica” del Liebig del 1840, dove per ben 25 volte si parla di FORZA VITALE (mi può indicare che formula chimica ha?), oppure che si tengono corsi (dove Lei tiene lezioni) che hanno come argomenti: “Come collegare le piante con le forze della Vita”, “Le influenze planetarie e zodiacali nella vita della pianta”, “I principi di omeopatia vegetale”, il minimo che si possa dire è che chi le propugna o è un “sognatore” o ha la “testa nelle nuvole”. Io mi sono limitato immaginare per lei una levitazione di solo di mezzo metro quindi…. non l’ho offeso ho solo dato un giudizio di merito.
    Forse ha fatto una grossa opera di autoconvincimento per credere e voler far credere che nelle terre friulane si possano fare 90 q/ha di mais (il seme convenzionale di mais lo comprate dalla Pioneer o dalla Singenta o è addirittura materiale Monsanto, non OGM evidentemente?) e 45 di soia continuativamente senza apporti (per otto anni) di concimi chimici, ma solo usando letame. Per fare produzioni di queste genere, in particolare di mais, in terre a molto scarsa fertilità intrinseca come quelle del Friuli deve avere almeno inglobato uno spessore di 20 cm di letame su tutto il terreno. Dove l’ha trovato? Se ne ha messo com’è nella normalità degli agricoltori significa che, tenuto conto delle caratteristiche pedologiche dei terreni friulani, più della metà è stato “bruiciato” e l’azoto volatilizzato. Però Lei dopo che ha affermato nel suo intervento tutto ciò ci ha propinato che si è rifatto alla FORZA VITALE di Liebig e quindi… noi non possiamo che alzare le braccia di fronte a tanta “potenza”. Lei termina il suo intervento chiedendo se abbiamo qualcosa da apportare a Lei. Ebbene si ! E’ tutto ciò che è stato scoperto dalla fine della civiltà greca in avanti e soprattutto nella chimica durante i 160 anni trascorsi dopo Liebig.

  23. Ganzit GrazianoNo Gravatar scrive:

    Ohh… Finalmente una obiezione.Non so quanti anni lei ha ma posso dirle che anch’io fino alla trentina ragionavo cosi…perchè così me l’avevano raccontata. Metri di letame per non avere i risultati di una sprizzata di concime. Ovvio che ci caschi, te lo raccontano i luminari,come puoi dubitare? Io invece dubitai e i primi dubbi me li pose un vecchietto che da ragazzo aveva seguito i corsi del prof. Enore Tosi, titolare della Cattedra Ambulante di Agricoltura, il quale girava per i paesi insegnando agricoltura totale, dalla caseificazione alla corretta pratica del compostaggio. Tutto questo nel 1930 sparì sostituito dagli Ispettorati Agrari e dal sapere Accademico rigidamente distribuito dalle Facoltà di Agraria che divennero la cinghia di trasmissione della volontà dell’industria agrochimica sulla agricoltura.
    Per questo, per imparare,girai l’Austria, la Germania,la Svizzera dove l’agricoltura e l’agricoltore erano considerati e la scienza agricola non asservita a logiche industriali. In poche parole nessun accademico tedesco sottoscriverebbe quanto da lei affermato neanche sotto tortura perchè, pur insegnando chimica, sanno che altri modelli sono possibili e se oggi non sono maggioritari presto, molto presto potrebbero divenire indispensabili per chiudere un’epoca ed aprirne, alla svelta, un’altra. Tutto lì, semplicemente, l’esperienza che stiamo portando avanti qui in Friuli e testata in un buon numero di aziende in Italia ed in Europa ci porta ad evidenze e prove provate entusiasmanti dove non è la quantità ponderale (letame o concimi chimici) che crea futuro ma la qualità sottile di forze che, ben dirette e organizzate, creano fertilità nei terreni e massa nelle piante. Lo sapeva bene Aristotele, Goethe,Liebig, Steiner. Studiandoli ci arrivi mentre continuando a ripetere le frottole che ti insegnano all’università non vai da nessuna parte.
    Una domanda: perchè l’urea(primo concime organico di sintesi)quando viene distribuita metà finisce nelle falde, un quarto torna in aria e quel che resta,se è svelto, se lo piglia il mais?
    A parte la truffa cultural-economica sulla pelle dei contadini la risposta è semplice. La “forza vitale”, ovvero il legame che unisce le
    molecole delle sostanze organiche presenti in natura dalla Creazione non è lo stesso di quelle create da sintesi. Uno genera vita l’altro nò.
    Se così fosse l’enorme quantità di concimi utilizzata in questi decenni dovrebbe aver reso fertili terreni e aumentato l’Humus negli stessi.
    QUESTO NON E’ AVVENUTO E DUNQUE QUESTA STRADA ALLA LUNGA HA DIMOSTRATO DI ESSERE SBAGLIATA E SENZA FUTURO. Ed il Liebig l’aveva previsto ma si affermo il Wohler ed oggi i risultati si vedono.
    Questa è storia, basta studiare!
    Quanto al mais le confermo che produciamo 90 qli/ha con semente normale ibrida senza spendere alcunchè di chimica e aumentando la s.o. nel terreno. Ulteriore miglioramento potremmo ottenerlo con un lavoro di genetica su pianta di linea pura o di stabilizzata ibridazione.
    Sappiamo farlo ma siamo stufi di lavorare gratis. Per questo collaboriamo coi chimici della Facoltà di Economia i quali sapendo che il sistema è ormai saltato ci tengono stretti, ci analizzano e ci monitorano continuamente per il giorno che dovranno dare i nostri risultati al mondo per dimostrare che si deve cambiare…e alla svelta.
    Da parte mia non faccio polemiche. Mi limito a corsi e conferenze a quanti vogliono ascoltare e, dopo 17 anni di corsi gratis,ora chiedo qualcosa che va in cassa ad APROBIO per sostenerla finanziariamente.
    Altro non mi serve visto che, lo studio,la compagnia di questi grandi maestri di scienza e la coscienza di servire la Natura secondo le leggi del Padre, mi ripagano abbondantemente.
    Con animo lieto la saluto
    Graziano Ganzit

  24. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Ed io l’abbandono!!!!
    Alberto Guidorzi

  25. Sergio PalazziNo Gravatar scrive:

    Sig. Granzit, non la conosco e voglio portare rispetto alle sue esperienze e, suppongo, alla sua buona fede.
    Ma mi dia retta: quelle che ha scritto sulle frasi di Liebig (oltretutto presunte, perchè circolano degli apocrifi che fanno dire al vecchio Justus proprio il contrario di quel che pensava) e, peggio ancora, quelle che ha scritto sulla “forza vitale” che tiene insieme le molecole, sono veramente troppo grosse.
    Poi, ogni studente di chimica di terza superiore dovrebbe sapere che è stato proprio grazie alla sintesi “non vitale” dell’urea (nel 1828!) che la chimica si è liberata delle idee sulla “forza vitale” e da allora ha cambiato il mondo, creandone uno indubbiamente più confortevole. Anche perchè riesce a sfamare più o meno bene sette miliardi di persone quando, prima che la chimica ci mettesse le mani con la sintesi dell’ammoniaca ed i fertilizzanti di sintesi, ne sfamava a fatica meno di un miliardo.

    Circa il contento di humus nel terreno, non vedo il nesso con la fertilità: ovvio che se ci rimette molto materiale fibroso, ammendante, trova una struttura diversa, ma che c’entra con l’urea?

  26. Ganzit GrazianoNo Gravatar scrive:

    Egr. sig. Sergio Palazzi. Intanto grazie per la buona creanza che dimostra nei miei confronti. E’ merce rara persa sulla strada delle certezze incrollabili e delle verità assolute date, sopratutto, da questa scienza materialista che garantisce prebende a chi parla di agricoltura ma problemi insolubili a chi di agricoltura ci deve vivere.
    Io sono diventato agricoltore per scelta e/o destino ma l’deale della mia gioventù era diventare ingegnere e poi pilota collaudatore. Dei miei amici di allora tutti sono arrivati lì(Generali AM,progettisti Piaggio,Siai ecc).Perchè le dico questo. Perchè la razionalità scientifica che allora applicavo negli studi e le regole del volo le ho applicate anche nella successiva sperimentazione agricola. QUESTO PERCHE’SE UNA SCIENZA E’ESATTA NON PUO’ESSERE FALLACE O CONDURRE A CRISI. Al dunque se un aeroplano è fatto bene ed è condotto secondo le regole và,vola e torna. L’imponderabile, l’incidente,è sempre frutto di circostanze non valutate, sopratutto umane, ma non deve essere la regola.
    In agricoltura,oggi, l’imponderabile,e cioè quanto non si riesce a cogliere con la ragione ordinaria, è quasi la totalità e,non dandosi ragione si fa finta di niente e si ignora. Peggio; si irride e si sbeffeggia chi ci pensa sù.Il sottoscritto,che per quarant’anni ha fatto l’agricoltore,dopo una decina d’anni ha cominciato ad avere dubbi su questa scientificità della attuale agronomia ed ha cercato di capire andando a curiosare dove l’agricoltura era concepita e studiata in maniera molto diversa dalla nostra italiana. Un esempio: Nei manuali degli anni ‘50 le sementi ortive venivano date con vitalità certa di almeno 4-5 anni. Negli anni 30 arrivavano a certificare anche il decennio. Oggi nessuna casa sementiera da a mè seme del 2008 sapendo che la sua germinabilità (oltre i dodici mesi di tempo) decade del 50%.
    Domanda(ai sapienti che vogliono la formula della forza vitale): Dove è finita quella vitalità che 50/60anni fa ti permetteva di stoccare in sicurezza sementi e derrate? E come mai semi pervenutici da tombe egizie dopo 2000 anni sono ripartiti? Questa è una esperienza nota che anche il nostro gruppo di genetica ha acclarato.Perchè questa caduta e nell’arco di questo secolo? Questa è solo una domanda di almeno una decina che potrei porre ma credo sia la più pesante in quanto se non c’è conservabilità dei semi non c’è neanche speranza di vita!
    Ma l’agronomia attuale non è una scienza “scientifica”, e dunque esatta?
    Ma se è scientifica perchè l’agricoltura non è florida e ha questi problemi.
    Non ho la pretesa che chi sull’agricoltura ci campa alla grande foraggiato da stipendi pubblici o dall’agroindustria mi segua in questo ragionamento ma chi agricoltore verace che strappa il suo reddito tra una fatica ed una grandinata, si! anche se,ancora, condizionato dalla “sindrome di Stoccolma” della chimica.
    Quanto al Liebig io ho in mano il testo originale del trattato stampato a Milano nel 1844. Nelle 100 pagine di introduzione si coglie la grandezza del genio sopratutto nei dubbi che lo colgono di fronte a tali scoperte ed alla meraviglia del Creato. Non si vergogna di citare come “immensa” l’opera del Creatore e di considerare la sua miseria intellettiva di fronte alle infinite variabili che lo studio della natura gli pone. Considera le trasmutazioni, le dosi infinitesimali(omeopatia),come una sostanza da veleno diventa rimedio e viceversa.
    Considera l’interagire tra sostanze minerali inorganiche e organismi permeati di “forza vitale”. E’ un miniera che spiega perchè oggi siamo arrivati al capolinea.
    L’attuale scienza materialista ha avuto il grande compito di farci compenetrare i segreti della materia fin nell’infinitamente piccolo ma si è fermata di fronte al fenomeno della vita, e che dunque la mette in moto e la anima,perchè deve sondare, studiare l’infinitamente grande.
    Io ho cominciato trenta anni fa continuando il mio mestiere di contadino e qualche risposta l’ho trovata. Per chi oggi ride di ciò cito il famoso Maestro Manzi che diceva: “Non è mai troppo tardi” ovviamente riferendosi ai suoi allievi televisivi di allora.

    Sulla sua domanda sull’Humus e cosa c’entra con l’urea cercherò di essere sintetico anche se è argomento per riempire almeno una pagina.

    Il Liebig dell’Humus come composizione chimica sapeva tutto. Non capiva come si era formato.
    Si domandava:Le piante hanno bisogno dell’Humus ma non se ne nutrono.
    In compenso lo alimentano con i residui della S.O.
    Dunque per stimolare la vita vegetale l’humus doveva esserci prima della presenza delle piante. Ma come faceva ad esserci se vita vegetale non esisteva(che lo poteva creare)? Bel rompicapo di fronte al quale il buon Justus allarga le braccia.
    Allora chi è l’humus? Facciamo un passo avanti.
    La pianta riceve energia dal sole(eliotropismo) e cresce, si allunga verso lui creando il vegetale emerso.
    Sotto noi crediamo la pianta si sviluppi per geotropismo, ma non è così!Il centro della terra non centra un bel nulla. Centra invece il sole notturno e le forze che irradia durante la notte quando splende nell’altro emisfero. Queste forze oltrepassano la terra e a contatto con l’humus vengono irradiate alla pianta. La pianta riceve beneficio stimolando la nascita del seme e codificando il suo divenire.
    Aumenta l’apparato radicale(che è l’organo pensante della pianta oltre che la “bocca”). A sua volta crescendo stimola la parte aerea e al momento della morte genera s.o. che va ad accrescere il tenore di humus nel terreno. In poche parole l’humus è il sole della terra e se trovo il modo di stimolarlo posso aumentare la fertilità della terra senza bisogno di sostanza organica a vagonate. Questo era il cruccio del Liebig che cercava s.o. anche vuotando i pitali dei cittadini. Strada sbagliata. La risposta la da Rudolf Steiner nel 1924 durante la seconda conferenza del corso di Koberwitz dove fonda l’agricoltura biodinamica.
    Da(gratis) le indicazioni dei due preparati fondamentali per guidare la crescita della pianta: il preparato Cornoletame ed il preparato Cornosilice.Questi due preparati formidabili ti permettono di dialogare con la pianta ad esempio sostenendola nei momenti di debole soleggiamento in maturazione frutti oppure mettere a coltura un terreno con cereali anche in presenza di debole s.o. e senza concimazione organica. Lo stimolo del cornoletame fa si che la fertilità aumenti anche in assenza di letamazioni.(Per saperne di più basta andare su un sito dell’agr. biodinamica). Ulteriore sviluppo si è ottento omeopatizzando il preparato e creando altre specifiche varianti(lavoro nostro di questi ultimi vent’anni). A questo punto il rapporto con l’urea è chiaro. 40/50 anni fa i terreni avevano più humus di oggi, bastava poca urea per ottenere risultati. La “forza vitale” del terreno tratteneva le molecole inorganiche e prive di vita dell’urea ed in qualche maniera rimediava alle carenze dell’uomo il quale vedeva il risultato…ne aumentava la dose…fino al collasso per manifesta mancanza di “forza vitale”.Stesso problema si ha con la carica di nitrati negli ortaggi dove nelle colture idroponiche si arriva a volori stratosferici(anche 10 gr/kg di verdura)mentre da noi siamo a valori irrisori.
    Spero di aver risposto in maniera esaudiente e la saluto
    Graziano Ganzit

  27. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Mi ero ripromesso di rinunciare a interloquire con Graziano Granzit. Infatti, com’è difficile per un astronomo parlare di stelle con un astrologo, così per me è difficile parlare di nutrizione delle piante con una persona che è rimasta all’alchimia. Non voglio venir meno all’intento e quindi mi soffermo solo a contestargli le sue affermazioni sulle sementi perché prive di senso e totalmente fuori dalla realtà. Per suffragare la sua teoria sulla “Forza Vitale” dice:
    “Un esempio: Nei manuali degli anni ‘50 le sementi ortive venivano date con vitalità certa di almeno 4-5 anni. Negli anni 30 arrivavano a certificare anche il decennio. Oggi nessuna casa sementiera da a mè seme del 2008 sapendo che la sua germinabilità (oltre i dodici mesi di tempo) decade del 50%.
    Domanda (ai sapienti che vogliono la formula della forza vitale): Dove è finita quella vitalità che 50/60anni fa ti permetteva di stoccare in sicurezza sementi e derrate? E come mai semi pervenutici da tombe egizie dopo 2000 anni sono ripartiti?”

    L’esempio è la prova lampante che Granzit non conosce ben poco del mondo sementiero e dei suoi progressi in fatto di germinabilità, emergenza di campo, velocità di emergenza dal terreno ed emergenza dal terreno in condizioni di stress di un seme moderno.
    Per documentarlo gli spiego cosa è successo in Barbabietola da zucchero: nei famosi anni 50/60 innanzi tutto il seme era un glomerulo plurigerme (3/4/5 ed anche più semi per glomerulo) e, per poter tentare di avere un investimento consono (una bietola ogni 20 cm sulla fila), si deponevano da 5 a 10 glomeruli per foro praticato nel terreno. Quindi ogni “postarella”, come si diceva allora, conteneva in media circa 7 glomeruli con circa tre mandorle seminali ognuno, cioè in totale 21 mandorle, il che significava 21 germinelli/piantine potenziali.
    Sapete quando l’agricoltore era soddisfatto della sua semina? Quando dalla postarella fuoriuscivano quattro o cinque piantine che successivamente si strappavano tutte meno una (si chiamava pratica del diradamento) . Lascio a Granzit calcolare la percentuale di germinazione e giudicare che grado di forza vitale avevano quelle sementi.
    Attenzione ho preso in considerazione una pianta coltivata che non ha mai fatto uso di sementi aziendali e chi le vendeva (gli zuccherifici) avevano non un interesse diretto a vendere le sementi ma volevano a tutti i costi che queste producessero per unità di superficie più piante (radici) possibili da trasformare poi in zucchero.
    Da circa 30/40 anni il seme di bietola è divenuto monogerme (una sola piantina per glomerulo fiorale) e la deposizione avviene in posto, cioè a 15 cm di distanza di un seme dall’altro sulla fila. La percentuale di emergenza di campo è in media dell’80/85%, mentre la germinabilità del seme venduto all’agricoltore è del 97/98%. Spero che Granzit capisca che differenza passa tra germinabilità dichiarata sul certificato internazionale d’analisi e quindi sul cartellino della confezione di seme e l’emergenza di campo.
    Le posso anche dire che la mia esperienza di lavoro mi ha permesso di valutare la capacità germinativa di un seme plurigerme conservato cinquant’anni ed un seme monogerme conservato trent’anni. Nel primo caso se si ottiene un germe ogni quattro glomeruli (dodici germi potenziali) è tanto, mentre il seme monogerme dopo trent’anni da ancora una fuoriuscita del germe da 70 semi su cento. Dov’è sta allora la forza vitale del seme di una volta? Attenzione lo so anch’io che ad esempio una partita di erba medica potrebbe aumentare la germinabilità con il tempo, ma qui entrano in gioco i cosidetti “semi duri” che per germinare hanno bisogno di privarsi di sostanze inibenti la germinazione. E’ un accorgimento che la natura mette in atto per conservare meglio la specie.
    Sa perché non le vendono del seme con data di determinazione della germinabilità superiore all’anno? Semplice, perché la repressione frodi solo con la data scaduta sul cartellino appioppa loro una multa salatissima. Si preferisce allora ritirare l’invenduto, sconfezionarlo, rifare la germinabilità, riconfezionarlo e rivenderlo di nuovo.
    La germinabilità di legge nel caso della bietola è dell’85%, ma il seme che si vende non scende mai sotto il 95%. Tuttavia sui cartellini attaccati alla confezione lei troverà sempre dichiarato 85% e lo sa perché? Semplice, per legge se io vendo un seme che ad un controllo germina a più dell’85% sono semplicemente più che in regola, ma se dichiaro 95% e poi trovano 94% ad un’analisi di controllo sono in multa perché ho fatto una dichiarazione falsa.
    Altro aspetto moderno è il trattamento di protezione praticato al seme, che col tempo ed in funzione del modo di conservazione (luoghi umidi) potrebbero influenzare la germinazione. Quindi non le si vende il seme dell’anno precedente anche per questo, lo si vuole tenere sotto controllo e ridarglielo solo se risulta conforme alle leggi. Con questo sistema il seme prodotto si stocca per tre o quattro anni ed è rimesso legalmente in commercio fino ad esaurimento, ma con il controllo messo in atto dalla ditta sementiera si garantisce l’agricoltore. Si ricordi che per un sementiere rischiare di mettere in commercio del seme che non nasce è l’imbecillità più grossa che può commettere.

    Sempre a proposito della sua “forza vitale” e dato che dice che ha fatto l’agricoltore per quarant’anni si ricorda quanto seme di frumento si usava per ettaro 50/60 anni fa? Se non se lo ricorda glielo dico io: tra i 200 ed i 250 kg. Sa quanto se ne usa adesso? Non si parla più neppure di peso ma di numero di semi da seminare per metro quadrato e che varia tra i 300 ed i 400 semi a seconda del tipo di frumento. Il che significa, per un peso di 1000 semi medio, non più di 130 kg.

    Infine non stia a citare le ortive perché si tira la zappa sui piedi, il progresso che è stato fatto in questo campo a livello professionale (a livello amatoriale le frodi sono ancora in essere anche se minori di un tempo) ha pochi paragoni a livello varietale e di sementi. Vada a chiedere a chi fa piantine da trapianto quale “forza vitale” (per usare una sua terminologia) ha il seme che compra. Pretende, con quel che costa, di mettere un seme solo ogni paper-pot e che gli generi immancabilmente una piantina.

    A proposito di come si è agricoltori le voglio raccontare cosa diceva mio padre: “Certi agricoltori sono fortunati che la terra non ha le mani perchè altrimenti rientrerebbero in casa dai campi sempre con la faccia gonfia di sberle per come la maltrattano”. Con le sue teorie penso che lei non abbia corso questo rischio perché il suo terreno con il suo modo di conduzione è vissuto nel mondo di bengodi non essendo mai stato chiamato a fare lo sforzo di produrre. Tutto questo per sua informazione opportuna.

  28. Ganzit GrazianoNo Gravatar scrive:

    Egr. sig.Guidorzi, per quel che sto capendo lei è tecnico bieticolo.Lo si capisce dal fatto che per il 90% della sua risposta la incentra lì. La bietola è una pianta giovane che ha subito processi e tecniche funzionali allo sviluppo alimentare di questi ultimi 5o anni. Nulla da dire. Ma provi a prendere un sacco di frumento tenero, ne semini un pò quest’autunno,poi lo lasci a magazzino(in condizioni ideali) e ne semini il prossimo anno, e l’anno dopo… Vedrà che al terzo anno non nascerà più nulla il che non è problema di germinabilità di legge ma di conservazione della vitalità nel tempo. Oggi ignoriamo il problema bypassandolo stoccando i cereali ogni sei/sette mesi e acquistando le produzioni stagionali dell’altro emisfero. Dunque germinabilità alla semina e vitalità nel tempo sono due aspetti totalmente diversi.

    Quanto ai terreni che ho coltivato posso dirle che ho lavorato e messo a coltura terreni di 4a classe agronomica (1a i migliori-6a le ghiaie del Tagliamento secondo la classificazione F.V.G.).Di più! Una parte era coperta da piste in cemento 6000 m2 risalenti alla 2aG.M. e quelli sono stati messi a coltura senza alcun apporto di letame o S.O.
    A distanza di tre anni la terra ha cominciato a colorirsi del classico bruno ed oggi, a dieci anni dalla bonifica,produciamo già da quattro anni ortaggi anche lì…incluso il porro!
    Da due anni abbiamo inserito animali nell’azienda ma il carico non va oltre i 0,5 uba/ha. Quanto alla terra devo dire che sono cinque anni che non usiamo più l’aratro preferendo la vangatrice e le lavorazioni leggere sono più che sufficenti apreparare letti di semina ottimi.
    Le do una informazione: noi abbiamo testato un grano tenero tedesco ricavato dal seme della gramigna. Bene con quel seme siamo scesi a 38 Kg/ha. Unico problema la stabilitàdella pianta visto che l’accestimento era elevatissimio. Quanto al mio rapporto con la terra credo di averla onorata almeno quanto mia madre e alla fine della mia vita produttiva, d’accordo con la mia famiglia, l’ho donata alla coop dei miei colleghi perchè ne continuassero l’opera. Oggi sono solo socio e mi dedico all’addestramento degli animali e ai corsi che i miei colleghi mi chiedono.

    Con ciò ho chiuso e vedremo a chi il tempo darà ragione.

    Cordiali saluti(da persone civili e senza ironia).

    Graziano Ganzit

  29. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    Sig. Granzit
    La rassicuro del mio più totale rispetto per la tenacia che ci mette nel sostenere le sue idee, ma a questo punto del nostro interloquire vi è solo una soluzione. Le propongo di andare presso la Produttori Sementi di Bologna o presso la Sisforaggera sempre di Bologna e di farci dare un campioncino di frumento prelevato dalle loro più antiche collezioni di frumento e di farne eseguire l’analisi di germinabilità da un ente riconosciuto. Un arbitro stabilirà chi di noi due ha ragione e il perdente pagherà una cena all’altro.

  30. Sergio PalazziNo Gravatar scrive:

    Caro sig. Granzit, rinnovo il rispetto personale, ma con la massima sincerità devo dire che la quasi totalità delle cose che lei sostiene, sicuramente convinto di essere nel giusto, dal punto di vista scientifico stanno poco sopra, se non addirittura sotto, il livello della stregoneria.

    Vede, il metodo scientifico, quella pianta che un po’ indefinitamente nasce, su radici già presenti nel tardo medioevo, tra il XVI ed il XVII secolo e diventa solida nel XVIII (per usare riferimenti facili, tra l’età di Bacone e quella di Newton, con Galileo in mezzo a fare da faro di riferimento), tra i suoi fondamenti ha quello per cui nella scienza NON esiste il principio d’autorità.
    Bacon, Galileo, Newton, Lavoisier, Liebig e Kelvin, tanto per buttare lì dei nomi, hanno tutti sostenuto ANCHE delle idee che, alla luce di quel che si è scoperto poi, sono delle clamorose fesserie. Ma li riteniamo ugualmente dei giganti per ciò che invece hanno saputo costruire permettendo a chi è venuto dopo (i famosi nani sulle spalle) di andare più in là e di accorgersi dei loro stessi errori. E questo perchè nella scienza vale il contrario che nella filosofia, in cui qualsiasi opinione di Platone o di Anassimandro o di Hegel può essere messa sul tavolo e discussa oggi come ai loro tempi, purchè sia basata solo su parole e non debba confrontarsi con i fatti. La differenza infatti è in questo: che nella scienza ci si basa sul presupposto che ogni cosa può essere ritenuta “vera” solo se sostenuta da dati sperimentali che CHIUNQUE, e non solo la mente eletta di un illuminato, deve poter verificare, sperimentare e se del caso smentire. Se in un momento successivo si può dare una interpretazione che spieghi sia i fatti noti da prima, sia quelli scoperti dopo, le vecchie teorie sono semplicemente messe in un cassetto e si va avanti con quelle nuove e così via. La sua frase “SE UNA SCIENZA E’ESATTA NON PUO’ESSERE FALLACE O CONDURRE A CRISI”, scientificamente è semplicemente priva di senso.

    Lei mi dirà: caro il mio professorino, cosa c’entrano queste chiacchiere? C’entrano, per la semplice ragione che come nell’età di Newton non era assurdo pensare che i pianeti girassero intorno al Sole spinti da uno stormo di angeli, così in quella di Hahnemann, visto che lei tira in ballo l’omeopatia, si sapeva abbastanza poco di quel che poi sarebbe stata la chimica da poter ritenere credibili (fino a prova contraria) le idee delle diluizioni, basandosi sul sillogismo sballato per cui se una certa cosa ad un dosaggio mi uccide ma ad un dosaggio di un decimo, faccio per dire, mi fa star bene, allora hai visto mai che quel che rende potente un farmaco sia proprio la sua diluizione, e tanto più lo allunghi tanto più diventa potente…

    Ma proprio nel periodo di vita attiva di Hahnemann (per usare un riferimento cronologico) la chimica ha fatto il salto di qualità che l’ha portata a passare da una via di mezzo tra misticismo e praticoneria alla scienza centrale per comprendere il creato. E non lo ha fatto grazie alle idee/teorie/chiacchiere di qualsiasi personaggio, per grande e stimato che fosse, ma grazie a migliaia, e poi milioni, e poi miliardi di dati sperimentali, continuamente verificati, discussi, rimessi in dubbio, riverificati da un numero incredibile di persone che, se vogliono e finchè vogliono essere chiamati scienziati, devono mettere da parte i loro pregiudizi su come gli piacerebbe che il mondo fosse, e scontrarsi con la realtà che emerge dall’esperimento.

    Ora, le teorie che lei elenca (e che mi trovo addirittura imbarazzato a discutere da tanto sono oggettivamente assurde: dall’omeopatia che è la più sballata di tutte le discipline che si AUTOdefiniscono “scienze”, alle corna di letame ed ai raggi che attraversano la Terra), semplicemente non stanno in piedi di fronte nemmeno alle più banali sperimentazioni di laboratorio che anche il più banale dei miei freschi neodiplomati ha potuto svolgere ed osservare nei suoi primi anni di studio.

    Perchè, se vale il principio di non contraddizione, O sono sensati e motivati i ragionamenti con cui progettiamo un aeroplano (prendo il suo esempio), così come i nostri rispettivi pc, e le linee che ci permettono di comunicare, e la plastica dei miei occhiali, ed il panno in microfibra con cui li ho appena puliti… OPPURE sono vere le cose che sostiene lei, con quel santone invasato di Steiner, con le sue fanfaluche biodinamiche e con chi gli va dietro.

    Non ho intenzione di farle una lezione su tutta la chimica in 10 minuti, e nemmeno di distoglierla dalle sue convinzioni se la aiutano a stare bene con se stesso, ma mi creda: SE fosse vero anche solo un decimo di quel che lei ha elencato, allora NON POTREBBERO ESISTERE nè un Airbus nè un pc, nessuno avrebbe mai potuto produrre lenti di plastica o microfibre di nylon, e non sarebbe nemmeno stato concepibile di poter produrre un fitofarmaco studiando per via teorica il suo possibile meccanismo di azione per poi costruirlo in laboratorio e poi commercializzarlo. Che è esattamente lo stesso modo con cui progettiamo un aeroplano. E funziona, e se non funziona come vogliamo cerchiamo di capire il perchè e lo miglioriamo.

    E può funzionare solo, e grazie al fatto, che per fortuna non esiste nessuna “forza vitale”.

    E, mi creda, il fatto che la natura non sia quel coacervo di sortilegi ma qualcosa di diverso, non la rende ai miei occhi meno magica ed affascinante, anzi: più la studio e la medito, e più trovo che sia incomparabilmente più affascinante di quel che potevano pensare e capire i nostri antenati. Fossero pure dei giganti industriosi (e fortunati) come Liebig.

    Perchè, pur con la fatica di leggere il suo tedesco scritto in caratteri gotici, che grazie ad Internet ho qui di fronte a me (5^ ed., Braunschweig 1843), quel che rimane valido del suo trattato non sono i dettagli delle sue ancora rudimentali conoscenze chimiche, che oggi farebbero perlopiù inorridire uno studente alle prime armi, ma proprio il principio per cui la scienza è quella cosa che dicevamo sopra, e non le allucinazioni hahnemanniane e steineriane.

    E, mi spiace ripeterlo, ci vogliono veramente degli occhiali particolari per leggere nel trattato di Liebig il contrario di quel che lui pensava e scriveva esplicitamente.

    Quando poi pagherà la cena a Guidorzi, me lo dica, mi piacerebbe partecipare (la mia parte la pago io, s’intende!)

  31. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    E’ sabato ed ho più tempo per controbattere nel merito il suo commento a quanto da me riferitole sulle sementi di bietole, di frumento e delle ortive.
    Lei a commento del mio raccontare si limita a dire che l’esempio bietola non vale perché essa ha subito modificazioni nel divenire “da zucchero”. Per contrasto mi porta l’esempio del frumento per dirmi che il seme di frumento prodotto cinquant’anni fa conservava intatto il % di germinabilità per 10 anni, mentre quello d’adesso dopo tre anni è da buttare perché non germina quasi più. Spero mi conceda che la capacità di germinare è l’unico parametro obiettivo per misurare la sua “Forza Vitale”, altrimenti se quest’ultima racchiude in se un significato ancora più astratto il fenomeno naturale della riproduzione vegetale ricade nel dominio della magia e quindi non ne possiamo più discutere.
    Facendomi però questo paragone devo arguirne che lei pensa che nel caso della bietola la “manipolazione” ha sopravanzato la sua “forza vitale”, mentre nel caso del frumento la “manipolazione” avvenuta in cinquant’anni ha fatto perdere totalmente la “forza vitale”. Si decida però, o il miglioramento genetico (manipolazione) ha effetti positivi o li ha negativi sulla sua Forza Vitale.
    Facendomi questo paragone inoltre mi dimostra di non conoscere bene la storia delle piante, recente e passata e come le stesse si sono rivoluzionate. Pensi che il frumento che coltiviamo oggi è una specie cambiata nel corso dei secoli, nel formarsi è partita da una specie diploide, è divenuta successivamente tetraploide ed infine esaploide. In questi passaggi la moltiplicazione del suo genoma è avvenuta per inglobamento d’altri genomi di altre specie; tanto che, a rigor di termini, più Organismo Geneticamente Modificato del frumento non c’è (lo dica ai suoi associati che fanno frumento biologico). Il Triticum spelta (detto anche “Farro Maggiore”) è uno di questi esaploidi che si è continuato a seminare fino alla fine del Medioevo. Da qui in poi inizia la divaricazione nella coltivazione tra il Farro ed il Triticum aestivum o “frumento Tenero dei nostri tempi”. Faccio un salto di mezzo millennio e arrivo a 1920/40 con Strampelli che con l’ibridazione ha totalmente rivoluzionato i frumenti coltivati. L’ultima rivoluzione sul grano è stata fatta da Norman Borlaug (premio Nobel per la Pace proprio per questo) in Messico presso il CIMMYT, il quale non ha fatto altro che ripetere le stesse cose di Nazareno Stampelli, ma con i mezzi e le conoscenze di mezzo secolo dopo. I nostri frumenti attuali sono il frutto dei lavori di Strampelli e di Borlaug.
    Pertanto non mi venga a dire che il frumento è rimasto un prodotto più naturale della bietola, per la quale, e per i nostri scopi, si può fare perfino astrazione da quella da zucchero, in quanto esiste ancora la sua progenitrice che è la bietola da foraggio che si è originata nelle regioni desertiche asiatiche in quanto permetteva di alimentare il bestiame con le foglie nella buona stagione e con le radici conservate nella stagione fredda. Anche l’uomo si cibava della stessa pianta. E’ da questa pianta che è stata selezionata la prima varietà da zucchero chiamata “Bianca di Slesia” e successivamente le varietà attuali.
    Tuttavia dovrebbe sapere che la bietola da foraggio originaria è rimasta e non è sparita e si coltiva ancora. Ora le assicuro che un seme di bietola da foraggio di cinquant’anni fa aveva molta meno “Forza Vitale” (per usare la sua terminologia ) del seme attuale. Chieda in giro quanto seme di bietola da foraggio s’impiegava mezzo secolo fa e quanto se ne usa ora, vedrà che ora un seme comprato tre anni fa, conservato e seminato, poco si discosta dalla percentuale di emergenza da quello iniziale. Qualche volta capita di trovare anche germinabilità superiori. Pertanto quanto ho portato ad esempio per confutare le sue tesi è valido anche per la versione della pianta che ha subito poche modifiche. Mi sa dire a proposito quanti semi trovati nelle tombe egizie si è riusciti a far germinare?

    Termino lanciando un grazie a Sergio Palazzi, perché ha controbattuto con argomentazioni molto meno terra terra delle mie. Le ho lette provando piacere intellettuale. Grazie.

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Nella categoria: Fernando Di Chio, OGM & Agricoltura italiana

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