Sapere nostalgico

02 Feb 2009
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di Antonio Pascale

Uno dei concorrenti del grande fratello 9, di certo non più che ventenne, ha dichiarato, en passant, che il pane non ha più il sapore di una volta. Tendo a prendere molto sul serio dichiarazioni del genere, perché rappresentano un nuovo spirito del tempo. Siamo portati a essere tolleranti e a sorridere quando un’affermazione come la suddetta viene fatta dai nostri nonni, ma è molto difficile capire come può un ventenne ricordare e apprezzare il vecchio sapore del pane di una volta. Una volta, scusate il bisticcio,la condizione temporale “una volta” significava veramente a “una volta”, ossia tantissimo tempo fa, e non ad appena dieci anni fa. Verrebbe da dire: “una volta” non è più quella di” una volta”.

Insomma, davanti ad affermazioni del genere non ce ne possiamo uscire con la massima sulla relatività del tempo. E’ un problema moderno: quello del sapere nostalgico. Quelli che credono nel sapere nostalgico, pensano che tutto sia già avvenuto, magicamente, in età passate. Quello che è avvenuto ha valore mentre il presente è sinonimo di corruzione. Qualsiasi mutazione ci avvia verso la corruzione. In sostanza,  il loro sapere nostalgico offende il presente.

Ancora, il sapere nostalgico fa uso, quando si trova a giudicare la contemporaneità, di canoni estranei ai sentimenti dell’epoca e allora, quel tipo di sapere rischia di fondare un sistema conoscitivo inquisitorio. Colui che giudica in tal senso non conosce il tema attuale ne ha voglia di farlo, dunque, rischia di semplificare un problema complesso. Tuttavia questo sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico. Ma perché noi che usiamo (o abusiamo di) tutti i prodotti della modernità, poi rimpiangiamo quello che è stato?

Detta in breve, e semplicemente, credo sia colpa della cultura di sinistra. E’ riuscita a vincere là dove non avrebbe dovuto vincere. Ha sfondato e occupato il territorio che apparteneva alla destra, quello della tradizione e del mito. Quelle stesse idee che, in gioventù, abbiamo combattuto, perché sembravano rimandare a un immaginario puro e pericolosamente epurato dagli aspetti violenti, un immaginario falso che scambiava condizione per vocazione, tutto queste idee alle quale opponevamo la concezione del progresso (e non dello sviluppo) sono venute meno. La sinistra ha cominciato a rimpiangere. Per evitare di fare i conti con la sconfitta e di elaborare un nuovo piano strategico con dettagliata analisi costi/benefici, ha preferito mettere su un triste teatrino con due attori, da una parte il valore della tradizione dall’altra parte la corruzione della modernità. I due attori sono burattini con connotati veramente grotteschi, pertanto la tradizione è sempre millenaria e dunque carica di significati, la modernità è sempre omologante e corruttrice di antichi saperi. Sono discorsi che solo vent’anni fa, quelli di noi che erano di sinistra avrebbero respinto perché, appunto, considerati di destra e pure un pò fascisti, ora invece fanno tendenza e allora ci tocca assistere allo scontro epico tra  la musica popolare, i cibi genuini, i piccoli contadini, i locali biologici contro le multinazionali, il grande mercato, il complotto economico.

Naturalmente è faticoso per tutti, anche per i sostenitori della tradizione, far tornare i conti, diciamo così, in campo. C’è bisogno di portare avanti una dichiarazione di fede, religiosa, del tipo: una agricoltura sinergica, biodinamica, biologica, nasce dal sano rapporto tra uomo e natura. Dunque per associazione, questi tipo di agricoltura non subisce attacchi né da insetti, né da funghi né da parassiti. Un agronomo mi ha detto che nei campi di pomodoro coltivati con metodi tradizionali non è presente il virus del mosaico. Torniamo al passato dunque, è semplice. Facciamo a meno della chimica e di quelle corrotte biotecnologie. Non ci servono, basta tornare alla natura, quella mitica, religiosa, di spirito creazionista, cioè immutata, capace di autoregolarsi, la natura romantica, tipica della concezione della destra, appunto. Eppure, basterebbe essere un po’ filologi, una professione di cui davvero si sente la mancanza, per renderci conto che in quei luoghi dove, per forza di cose, si pratica agricoltura biologica, come parte dell’Africa, gli insetti ci sono eccome, fanno danni e le produzioni scarseggiano, tanto che il PIL in alcuni stati africani è fermo agli anni 70. Basta pensare a quando i contadini irlandesi, scozzesi e quelli di gran parte dell’Europa, che coltivavano piccoli appezzamenti di terra senza uso alcuno di concimazioni di sintesi e antiparassitari in genere, si era nel 1845, si videro distruggere dalla peronospora (uno studio del 2001 pubblicato su Nature sostiene si tratti di Phytophthora infestans) l’intera produzione di patate. Una carestia così forte da causare un milione di morti e da costringere altri due milioni all’emigrazione forzata in USA. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Ma dimostrerebbero tutti la stessa cosa, da quella natura di una volta (biologica, biodinamica, sinergica…) siamo scappati, ci teneva in gabbia, eravamo troppo schiavi delle sue mitologiche braccia.

1 commento al post: “Sapere nostalgico”

  1. StefanoNo Gravatar scrive:

    Caro Antonio Pascale,
    sono studente di Biotecnologie e ho letto con molto interesse il tuo libro. Ritengo che per una maggior informazione di pubblico&consumatori sia necessaria più visibilità per scienziati e ricercatori. Le persone che hanno ora voce in capitolo spesso sono malinformate, ignoranti e peggio ancora in mala fede. Questo è grave e ha già creato una visione magica e nostalgica consolidata nell’immaginario collettivo. Parlare a favore degli OGM in pubblico riceve la stessa accoglienza di una dichiarazione omosessuale negli anni ‘50.
    Per favore impegnatevi, impegnamoci,ad organizzare eventi, trasmissioni, conferenze visibili a tutti e non solo all’interno dell’ambito scientifico-accademico.

    Diamogli la verità!

    Stefano

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