Scienza di servizio

14 Giu 2009
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di Antonio Pascale

Lo sappiamo: noi uomini siamo più propensi a raccontare gli incubi che i bei sogni. Ragioni fisiologiche, in fondo. Raccontando di continuo gli incubi e immaginando scenari cupi, facciamo in modo che se arriva una buona notizia (o un bel sogno) facciamo fatica a crederci. Si tende sempre a mantenere lo status quo. Questo elementare meccanismo nasce, è bene dirlo, da dinamiche psicologiche, ovvero, si raccontano gli incubi nel tentativo di trasformare un trauma (che non può essere condiviso) in dolore (che invece è condivisibile). Eppure nella società contemporanea gli incubi stanno diventando dei veri incubi, asfissianti. Voglio dire, è una questione di stile, bisognerebbe almeno capire come raccontarli.  Purtroppo, la comunicazione va avanti meglio e meglio si diffonde se gli incubi (cupi) occupano nella narrazione un posto di rilievo. Amplificati, diffusi in tutti i canali comunicativi. Ora, la sensazione che tutti noi proviamo quando veniamo assaliti da  racconti da incubo o da senari da incubo ecc., è, alla lunga, quella della chiusura. La chiusura presuppone una mente sterile che nel tentativo di sopravvivere agli incubi, si ripiega in se stessa e riduce al minimo le sue attività. Ci accontentiamo del nostro io minimo. Evitiamo la complessità e gli approfondimenti e quindi il nostro sentimento del mondo si semplifica dannatamente. In effetti, la dannazione è semplice, e i diavoli lo sanno bene. In Italia questo approccio all’apocalisse ha origini antiche, ma per venire a tempi più recenti è stato (con forza e nobiltà) portato avanti da Pasolini. Il suo “io so ma non ne ho le prove” è stato la rivendicazione orgogliosa di un metodo, non certo epistemologico, basato sulla forza dell’intuizione poetica. Buona parte di noi scrittori e critici e saggisti e storici ecc, si sa, preferiscono, con forzature acritiche, riferirsi costantemente a Pasolini. Costa meno e si fa più bella figura. Del resto, oggi dichiararsi nostalgici è cool, come è cool dichiararsi apocalittici. Si vende molto a prendere la posa del profeta. Fatto sta che a Pasolini sono legate alcune immagini e concetti che tutti ormai hanno fatto propri: la mutazione antropologica, la scomparsa del mondo contadino, l’arrivo dell’infausta modernità e soprattutto quel sentimento di nostalgia per un passato scomparso. Ci si chiede se questi concetti, oramai addomesticati o quel suo grido poetico e rabbioso, “io so ma non ho le prove”, siano ancora validi e se invece, non sia necessario, proprio per aumentare il grado di complessità del sistema, imparare  a dimostrare. Del resto, negli stessi anni nei quali Pasolini usava il corriere della sera per lanciare i suoi avvertimenti, un altro scrittore Parise cominciava a collaborare al corriere, ma scegliendo un altro approccio poetico: “credo profondamente e dolorosamente nella democrazia in Italia, cioè nel grado di maturazione  di tutti i cittadini per un discorso pubblico. E credo alla pedagogia insieme alla democrazia perché non ci può essere l’una senza l’altra”. Se questa frase contiene una qualche verità, e la contiene, allora è necessario impegnarsi affinché il discorso pubblico vada di pari passo con la pedagogia. Significa che in un mondo di incubi bisogna portare la necessaria dose di analisi. Le analisi vanno fatte caso per caso e spesso non offrono soluzioni definitive. Ma questo è un bene, davanti a un sistema complesso, composto, cioè, da molte variabili, non ci resta che impegnarsi a fondo per accrescere di pari passo la nostra sete di conoscenza. Un ottimo esempio di analisi di questo tipo sono i documenti scientifici in peer review. Un’operazione pedagogica e democratica sarebbe certamente quella di diffondere il più possibile la conoscenza di documenti in peer review. Non che siamo segreti, anzi, sono facilmente reperibili e scaricabili, ma in molti non ne sospettano nemmeno l’esistenza e soprattutto ignorano il metodo democratico che permea questi lavori. E’ davvero un canone della democrazia quello di cercare continuamente le prove di quanto affermato e soprattutto affidare questa ricerca non solo all’intuizione poetica, ma alla revisione di esperti. Sarebbe interessante se di tanto in tanto grandi giornali, o siti di buona diffusione, acquisissero e divulgassero peer review, soprattutto quelle che affrontano argomenti di moda. Ne otterremo di sicuro benefici. Prima di tutto è piacevole e interessante sentire parlare persone competenti in uno specifico campo, seconda cosa avremmo modo di prendere sul serio gli incubi e provare a smontarli per vedere se ci sono elementi davvero preoccupanti o se invece dobbiamo aprire la nostra mente a una benefica ventata di conoscenza. Insomma, un po’ di fiducia nella pedagogia non guasta mica.

1 commento al post: “Scienza di servizio”

  1. RazioNo Gravatar scrive:

    Concordo pienamente. Colgo l’occasione per ricordare che sul web continuano ad impazzare appelli e sedicenti rivelazioni catastrofiche e complottarde di ogni genere. Ultimamente è stato preso di mira il Codex Alimentarius, che è stato oggetto di disinformazione da parte di vari siti deliranti, come Tanker Enemy (blog dedicato alle fantomatiche scie chimiche e parimenti divulgatore di sciocchezze che non stanno né in cielo né in terra), il cui curatore, di una incompetenza enciclopedica, ha pubblicato questo video http://www.youtube.com/watch?v=NAoZ19YnsVk . Di certo è demoralizzante che ai buoni e razionali propositi didattici e pedagogici di cui sopra vengano contrapposti sempre più approcci sentimentali e viscerali ai limiti della psicopatologia.

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