Scienza Popolare

22 Feb 2009
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di Antonio Pascale

Si ha l’abitudine di pensare alle generazioni passate come a uomini in perfetto accordo con la natura. E’ tradizione comune, per esempio, raccontare di contadini integrati nell’ambiente in cui vivevano, impegnati non a sfruttare né manipolare la natura ma a prendere da lei solo quello che occorreva davvero. Ancora oggi l’iconografia ci mostra immagini che vanno in quella direzione: contadini che si riposano sotto querce, felici, che fumano sigari o bevono vino, al tramonto dopo una giornata passata nei campi o (è il caso dell’oggi) non contadini ma presunti loro rappresentati come Vandana Shiva che abbracciano alberi o mostrano frutti carnosi, come quelli che chissà, forse, esistevano nell’Eden. Tutto in queste immagini lascia intendere il sano rapporto dei figli con la madre terra. Eppure, basta approfondire lo studio della cultura agricola, del suo “sapere popolare”, per accorgersi che questo rapporto, non va nella suddetta direzione armonica, ma al contrario si tratta di un rapporto del tipo uomo vs natura. Secondo alcuni studiosi, come Bruce D. Smith (the Emergence of Agricolture) già i famosi cacciatori-raccoglitori non dovrebbero essere considerati come soggetti passivi dell’ecosistema, uomini, cioè, che si limitano ad adattarsi a un ambiente naturale, fisso e immutabile. Al contrario, questi uomini e queste società arcaiche hanno fatto continui esperimenti di manipolazione di comunità di piante e animali. Un esempio di come popoli preagricoli potevano modificare il paesaggio è fornito studiando gli indiani kumeyaay della California che avevano sperimentato la coltura di un gran numero di piante commestibili e medicinali. Avevano piantato ad altitudini maggiori le querce selvatiche e i pini che davano frutti commestibili e portato lungo la costa la coltivazione di piante che crescevano ad alta quota, come la palma del deserto e la mesquite. Piantarono talee di cactus e altre piante grasse vicino ai loro villaggi. Jared Diamond, autore di uno straordinario e divulgativo saggio, armi, acciaio e malattie, sostiene che questi popoli primitivi erano enciclopedie viventi di scienze naturali, in quanto conoscevano il nome di centinaia e centinaia di piante, il loro utilizzo e la loro funzione. Ora, sostiene Cliffor D. Conner, autore di un ottimo saggio, storia popolare della scienza (che forse potrebbe aiutare Petrini a rivedere alcune sue tesi o a meglio definirle) che queste sorprendenti conoscenze, non furono patrimonio di un ristretto gruppo uomini preistorici superiori agli altri, perché l’agricoltura non ebbe inizio in un sol posto per poi diffondersi in altri luoghi. Anche se la documentazione archeologica si dice che la domesticazione delle piante ebbe luogo la prima volta in medio Oriente (circa diecimila anni fa), è anche vero che analoghi processi si verificarono in modo indipendente in Cina, nelle Americhe, nell’Africa subsahariana e in nuova Guinea. E’ opinione assodata, poi, che la domesticazione delle piante fu a tutti gli effetti una “manipolazione genetica”. L’espressione va, per correttezza, inserita tra virgolette solo perché non avrebbe potuto essere usata prima che si conoscesse la base ereditaria del gene, ma in sostanza è lecito dire che i raccoglitori cacciatori che inventarono l’agricoltura praticavano un’ingegneria genetica. Per dare un esempio di questa sorta di ingegneria genetica, Weatherford, fa un elenco delle pratiche colturali molto spinte degli amerindi (indiani d’america): sapevano che il granoturco si poteva seminare soltanto conficcando saldamente i chicchi nel terreno, dunque sceglievano con cura ogni seme, invece di seminare a spaglio. Questo metodo di semina consentiva loro di coltivare centinaia di varietà di ogni pianta. Per far crescere il granoturco i contadini fertilizzavano ogni pianta mettendo polline di grano sulle sue barbe. Essi sapevano che prendendo il polline di una varietà e granoturco e fertilizzando le barbe di un’altra varietà davano origine a un tipo di granoturco con le caratteristiche combinate di entrambi i genitori. In pratica gli amerindi praticavano l’ibridazione. Tutto queste conoscenze (e innumerevoli altre) erano a disposizione di quelle comunità, costituivano sapere comune, diffuso  e popolare. Nessuna comunità, dunque, si è limitata a raccogliere frutta dagli alberi, ma ognuno di loro ha sfruttato l’intelligenza per modificare la natura. Se si parte da questa tesi poi magari è più facile (e sarebbe più giusto) oggi definire non solo cosa significa natura e come, con che strumenti (con che costi e quali benefici) a lei ci rapportiamo ma, soprattutto definire come e attraverso quali strumenti tonificare e innervare le nostre comunità con il giusto e moderno apporto di cultura scientifica.

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