Tempo fa Carlo Petrini elencò dieci punti per ribadire il no ai cosiddetti “ogm”. Il punto otto merita una particolare attenzione. Petrini sosteneva, tra l’altro, che “le piante mal sopportano le modificazioni genetiche”. Ora, se durante un esame di biologia avessi fatto un’affermazione del genere sarei bocciato a libretto. L’evoluzione dei prodotti agricoli (da diecimila anni) è stata possibile perché le piante sopportano – e come! - le modificazioni genetiche. Nei millenni non abbiamo fatto altro che spostare geni da una parte all’altra. La prima modifica indotta (empiricamente) è stata quella che ha permesso la creazione di cereali che non disperdevano i semi. Abbiamo modificato il loro status selvaggio cercando di ottenere cariossidi più grandi e più ricche di proteine.
Questo è avvenuto e avviene ancora e avverrà sempre e riguarda tutto ciò che consumiamo. Quando modifichiamo un prodotto modifichiamo i suoi geni – per questo tutto è ogm. Ora, affermazioni come quella di Petrini contribuiscono a formare un immaginario ecologista (e di sinistra) di stampo creazionista, un po’ alla testimone di Geova. Meglio non muoversi affatto perché, simbolicamente parlando, le piante non sopportano le modificazioni genetiche, quindi ogni tentativo di miglioramento produce un danno e inquina un presunto stato naturale. Questo atteggiamento – che, tra l’altro, incide sulle élite (di sinistra), ossia quelle che producono e trasmettono cultura - sta strutturando, appunto, l’idea di un ecologismo sì, ma senza innovazione tecnologica. Un paradosso. Per esempio, una foto di famiglia ritrae mio nonno, mia nonna, mio padre ed io, bambino (due anni). Questa foto (1968) illustra tre generazioni. Mia nonna sullo sfondo lavava i panni. L’ha sempre fatto, per tutta la vita – poi è stata felicissima di potersi servire dell’innovazione portata dalla lavatrice, per lei quella era una scelta ecologica, recuperava tempo e risparmiava acqua.
Mio nonno era un contadino, povero, sdentato, con i postumi della pellagra. Coltivava biologico e non per scelta etica. Non aveva né fertilizzanti né agrofarmaci. Si lamentava degli insetti che mangiavano la sua roba e la distruggevano, i suoi prodotti non erano buoni e la gente al mercato non li comprava (la sua più grande sofferenza, questa. Perché si spaccava la schiena e lavorava con costanza e determinazione e gli sembrava ingiusto essere colpito da una punizione così crudele) – in effetti, bisognerebbe spiegare a tanti fortunati di oggi che con facilità parlano del mondo contadino, elogiando i ritmi naturali e i cibi sani di una volta che, per esempio, gli insetti non sono culturalmente modificati, cioè non dicono: questo campo è biologico non l’attacchiamo. Mio nonno, ancora, si è spostato nell’arco di tutta la vita, forse di una cinquantina di chilometri dalla sua proprietà. Povertà, ignoranza, sofferenza (tanta) e lingua dialettale stretta gli hanno impedito di accedere a dimensioni diverse da quella agricola. Naturalmente mio nonno mangiava solo prodotti a chilometro zero. E questo per una buona parte della sua vita, fino agli anni ‘60.
Ma qui, la parola passa a mio padre. Che invece ha goduto delle innovazioni tecnologiche di quegli anni. Agrofarmaci, fertilizzanti, meccanizzazione e miglioramento genetico. Ha visto la produzione agricola e il reddito aumentare, quindi ha potuto lentamente fare quello che a mio nonno e a mia nonna non riusciva fare, affrancarsi dalla terra e studiare. Io, dei tre, sono stato il più fortunato. Perché ho potuto beneficiare appieno della rivoluzione agricola e nello stesso tempo capire che questa aveva prodotto dei danni. Come rimediare? C’è solo un modo, capire, ora, attraverso quali nuove tecnologie si arriva a produrre di più, meglio e con meno costi sociali. Si possono ottenere agrofarmaci biodegradabili e innocui? Certo e lo si sta già facendo. Si possono mettere insieme le competenze di varie discipline, agronomia, genetica, ecc e creare dei protocolli di produzione, via via analizzati e studiati, grazie ai quali gli imprenditori agricoli si trasferiscono nuove conoscenze per meglio coltivare? Certo, la Bayer per esempio, sta avviando questo protocollo sulla vite. Si possono ottenere delle piante resistente alla siccità e agli insetti? Certo.
Il più grande filosofo della modernità, e il miglior esperto di lombrichi e colombi, Charles Darwin ci ha insegnato che tutto è cultura, la natura non esiste, perché non si può identificare un suo stato perenne né, la natura, contiene al suo interno speciali valori, inanti (e romantici) e quindi immodificabili. Tutto scorre e si modifica e tutto avviene attraverso l’innovazione culturale e tecnologica. Solo e con i fondi alla ricerca si può sperare di modificare in meglio il mondo, perché non solo le piante, ma il mondo ha bisogno di essere modificato, entrambi, per così dire, sopportano le modificazione genetiche. E’ fondamentale farlo e includere nel cambiamento
l’abbattimento della emotività e una maggiore dose d’analisi e quindi più precisione e maggior attenzione ai costi. Sarebbe un disastro se la sinistra perdesse di vista due parole: innovazione e inclusione. Più innovi più includi.
Adesso la sinistra (a leggere la pubblicità) è oltre. Dove però, non è chiaro, sospetto che, culturalmente, sia precipitata nel buco nero del passato.
L’idea e’ molto carina ed il nome ben scelto. Non la realizzeranno perche’ ci possiamo ben immaginare le resistenze che provoca questo tipo di idee, ma non sarebbe male proporre anche sui campi di mais una No Spray Zone: sospetto che i disobbedienti questa volta non sosterrebbero una simile iniziativa.
Leggi (No Spray Zone contro i pasticidi)
Uno dei primi grafici che mi hanno mostrato durante il corso introduttivo di agronomia raffigurava la produzione di cereali dalla nascita delle prime comunità agricole (Mesopotania) fino ai giorni nostri. La stima era di massima, ma il grafico mostrava una linea che scorreva pressoché orizzontale all’asse delle ascisse. Per millenni la produzione (farro, poi il grano) di cereali si è mantenuta al di sopra della tonnellata ettaro.
Solo tra la prima e la seconda guerra mondiale, la linea si impenna seguendo l’asse delle ordinate. La scoperta dei fertilizzanti (residui di nitrati usati per gli esplosivi), i primi agrofarmaci e via via il miglioramento genetico, portano la produzione a 2/3 tonnellate/ha. La rivoluzione verde, poi, alza la quota attorno alle 7 t/ha. Ciò significa che, in sostanza, quando si produceva, per forza di cose, secondo il metodo, che oggi possiamo permetterci il lusso di chiamare biologico (niente agrofarmaci, fertilizzanti scarsi, poco miglioramento genetico), la produzione era bassissima. Lo era anche il reddito. C’è infatti un altro grafico che illustrava proprio il reddito pro-capite in alcune aree Europe e nord Americane. Anche qui una linea che scorreva parallelamente all’asse delle ascisse, poi saliva tra le due guerre: lo stesso andamento che illustrava la produzione dei cereali.
Questo, in sintesi, vuol dire che per la maggioranza della popolazione mondiale la fame ha smesso si essere un problema solo di recente. Un altro grafico è interessante, quello che raffigura il consumo delle risorse disponibili. Anche in questo caso la linea segue l’asse delle ascisse per poi salire tra le due guerre mondiali. Dunque abbiamo risolto il problema della fame, aumentato il nostro reddito, ma stiamo consumando molte delle risorse a nostra disposizione. Siamo in bilico su un picco, e rischiamo se spingiamo ancora lo sfruttamento delle risorse.
Questo stato di cose costringe molti a pensare che l’apocalisse stia lì lì per arrivare e dunque il futuro, questa strana dimensione, diventa un luogo buio, pericoloso. Che senso ha andare avanti se più avanti c’è il baratro? Meglio decrescere, dicono alcuni, fermiamo la produzione,cambiamo il sistema economico, evitiamo gli sprechi. Spesso chi parla di decrescita ignora le più elementari regole economiche e pertanto propone soluzioni molto semplificate. Ho sentito spesso teorici della crescita sostenere che per esempio, per evitare gli sprechi, basterebbero piccoli gesti, come quelli di rammendarsi i calzini. Però se io compro tre paia di calzini di discreta fattura, pago 5 euro. Se dopo 40 lavaggi sono costretto a far rammentare i calzini e vado da una sarta, spendo il doppio del costo della confezione nuova.
E’ una legge economica, ordinata e sistemata da William Baumol, si chiama malattia dei costi. Le attività ad alto contenuto di lavoro manuale hanno una dinamica dei costi per unità di lavoro inesorabilmente crescente. Se voglio che ci sia qualcuno che rammendi i calzini, la remunerazione della sua ora di lavoro dovrà crescere altrettanto velocemente di quella di un addetto al settore manifatturiero. Allora? Chiaramente le soluzioni esistono ma non possono seguire una metodologia reazionaria. Possiamo affrontare la sfida solo investendo in tecnologia: senza le applicazioni pratiche della scienza non c’è vero risparmio e ci resta solo un cupo pessimismo.
Purtroppo oggi gli intellettuali benestanti e preoccupati dell’apocalisse sono in tanti. Sono cool. Generalmente parlano del presente come turning point, ogni momento è estremo, stiamo per imboccare la svolta finale, quella che ci condurrà al disastro. In fondo è la vecchia massima di John Stuart Mill: “ho notato che a essere considerato saggio non è l’uomo che spera quando gli altri disperano, ma quello che dispera quando gli altri sperano”. Negli anni, le ragioni del pessimismo apocalittico cambiano, ma il pessimismo rimane una costante. Consideriamo alcuni dati, nel breve periodo: nel 1960 l’esplosione della popolazione e la carestia globale erano in cima alla classifica dei disastri annunciati. Nel 1970 l’esaurimento delle risorse, nel 1980 le piogge acide, nel 1990 la pandemia, nel 2000 il riscaldamento globale. A una a una, queste fosche previsioni così come sono venute così sono andate via (tranne il riscaldamento).
Allora? L’apocalisse è rimandata? Forse il pessimista è nel giusto quando afferma: il mondo non può continuare ad andare avanti così se, per esempio,si basa ancora sui combustibili fossili. L’agricoltura non può essere sostenibile se le piante dipenderanno ancora dalle riserve idriche e che queste andranno via via esaurendosi. Ma potete notare anche voi il condizionale: se. Infatti il mondo non può continuare così. Ma è proprio questo il punto di svolta del progresso umano, il messaggio culturale dell’evoluzione (darwinista): il mondo non continua così, può sperare in un cambiamento.
Il vero pericolo non è nel cambiamento, ma nella sua eccessiva lentezza. E l’altro pericolo è quello d’essere troppo accecati da un passato ideale o spaventati dal futuro per capire se, dove e come, un cambiamento può essere efficace, a quale prezzo e con quali benefici. Anche per questo ci vuole una nuova techne. Per questo, soprattutto, è indispensabile un intellettuale di nuova formazione, colto e curioso, inquieto e non sazio: un ottimista razionale.
Le Regioni italiane continuano a perdere tempo e rinviare i nodi strutturali che hanno in materia di OGM, innovazione ed approvvigionamenti di derrate alimentari.
Nessuna ha vietato l’importazione di mangimi a base di OGM anche se prodotti a 7-8 fusi orari di distanza (altro che chilometro zero), ma tutte si scagliano contro gli agricoltori onesti che cercano di
lavorare.
Appena laureato, affiancavo un collega più anziano per fare un po’ di pratica e un giorno un agricoltore ci disse di avere un tecnico che lo assisteva nella coltivazione. Nel sentire il nome del presunto tecnico, il mio collega obiettò che quella persona pur avendo tanta esperienza non aveva alcun titolo, ma la risposta dell’agricoltore fu che tutto ciò a lui non interessava perché l’esperienza valeva più di ogni titolo.
A quel punto il mio collega fece un paragone che secondo me calza a pennello; chiese infatti all’agricoltore se lui, per curare una grave malattia, si sarebbe rivolto a un infermiere con grande esperienza o ad un medico specialista. La risposta è facile da immaginare, per l’agricoltore le cose erano diverse e non paragonabili.
L’esempio che ho fatto è per mettere in risalto come oggi venga considerata la nostra professione. Spesso l’agricoltore è portato a fidarsi di gente che non ha mai sostenuto esami di abilitazione e la patologia vegetale l’ha imparata osservando le piante ma non sa nulla su come ad esempio si sviluppi un patogeno, mentre conosce a memoria tutti i principi attivi in commercio.
In tal senso c’è da rilevare che di tale problema si è interessata anche la Comunità Europea, che ha emanato una Direttiva (la 2009/128/CE), pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE il 24/11/2009, la quale ha come obiettivi principali la tutela della salute umana e quella dell’ambiente; i mezzi che, secondo la suddetta direttiva, potrebbero favorire tutto questo sono: l’adozione della lotta integrata, la formazione dei soggetti che adottano gli antiparassitari e infine la sensibilizzazione della popolazione. Tale direttiva, che dovrà essere applicata da ogni Stato membro entro il 2014, in qualche modo rilancia l’utilizzo della lotta integrata intesa come “metodo di lotta che prevede una drastica riduzione nell’uso di agrofarmaci e l’adozione di mezzi di varia natura atti a contenere le popolazioni di patogeni”, metodo che a mio parere è l’unico in grado di garantire un prodotto qualitativamente migliore.
E’ inoltre importante sottolineare che a differenza di ciò che fino ad oggi si è fatto, tale Direttiva parla in modo chiaro (nell’Allegato III al punto 2), di monitoraggio degli organismi nocivi mediante l’utilizzo di pareri di “consulenti qualificati professionalmente”. In tal senso è auspicabile che, a differenza di ciò che accade oggi, in cui un qualsiasi soggetto operante nel nostro settore (con o senza titoli), si permette di consigliare l’adozione di un qualsivoglia agrofarmaco, in futuro, l’adozione degli stessi avvenga previa prescrizione di un tecnico abilitato. Sembrerà assurdo pensare all’agronomo o al perito agrario al pari di un medico, ma ritengo che ciò possa rappresentare un punto di svolta epocale, considerando che in tal modo si garantirebbe ancor più il consumatore sulla genuinità del prodotto che acquista.
A mio parere, infatti, sull’agricoltura l’informazione è spesso fuorviante, in quanto nessuno ha mai spiegato al consumatore che, a parte certi estremismi, esistono metodi di lotta in cui l’uso degli agrofarmaci è limitato e controllato. In conclusione, con tale direttiva l’UE ha voluto lanciare un chiaro segnale agli Stati membri, ossia indurre ad un uso più consapevole degli agrofarmaci, senza i quali non è possibile pensare a produzioni qualitativamente migliori, facendo in modo che tali mezzi di lotta siano adottati nel pieno rispetto dell’ambiente e della salute umana. A titolo di provocazione aggiungerei che, se oltre ad un uso più consapevole degli agrofarmaci si arrivasse anche alla liberalizzazione degli OGM, le metodologie di lotta integrata farebbero un grande salto di qualità, considerando che in molti casi (e su questo sito c’è appunto un approfondimento dedicato a questo problema) l’adozione di colture OGM determina una forte riduzione nell’uso degli agrofarmaci o “pesticidi” che dir si voglia.



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