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Lectio magistralis di Alberto Guidorzi sulla tossina Bt

Settembre 3rd, 2013
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Cosa si deve sapere sulle Piante Bt.

Storia e usi

Le piante geneticamente modificate per produrre la tossina Bt hanno incorporato un gene che codifica questa proteina. L’acronimo deriva dal fatto che il gene proviene dal Batterio di Turingia (Bacillus thurigensis). Questo batterio fu isolato per la prima volta nel 1901 dal giapponese S. Ishiwata partendo dai bachi da seta che soffrivano di una malattia microbica. La specie “thurigensis” e le sue sottospecie raccolte in ambienti diversi producono ben 170 tossine diverse e quindi devono corrispondervi altrettanti geni che le codificano. Una categoria di queste proteine ad effetto tossico su certi insetti si presenta sotto forma cristallina, da qui il nome di “cry”, che appunto sta per “crystal” ed è la forma di quando il bacillo in questione si trova in stato di attesa (spora), cioè prima di moltiplicarsi.

Il primo uso fattone dall’uomo è quello di adoperare queste spore e quindi i cristalli della proteina-tossina per cospargere le colture, specialmente in agricoltura biologica. Pertanto all’inizio fu proprio l’agricoltura biologica, ora elevata a barriera per impedire qualsiasi innovazione in agricoltura, a “sdoganare” la tossina Bt e difficilmente si conosceva che tipo e quante proteine-tossine si spandevano nell’ambiente, certo non tutte e 170, ma un buon numero di queste. Successivamente si comprese che selezionando una sottospecie data di bacillo si poteva agire miratamente e colpire solo un ordine di insetti e non altri. Ad esempio si potevano colpire solo i lepidotteri, o solo i coleotteri o solo i ditteri. Ecco che allora si misero in commercio sotto diversi marchi questi bacilli più specifici e si denominarono “insetticidi naturali”. Ad esempio la sottospecie di Bt “kurstaki” riusciva a controllare le larve devastatrici (la tossina agisce meglio sulle larve che sugli adulti degli insetti bersaglio) dei seguenti lepidotteri parassiti: Carpocapsa delle mele e delle pere (il conosciutissimo verme della frutta) e tanti altri come le pieris del cavolo, il tortricide della pelle della frutta ecc.

Quando le biotecnologie riuscirono permettere il trasferimento di geni, consci dell’impatto che poteva avere la nuova tecnica rivoluzionaria di miglioramento vegetale, si pensò subito di copiare dall’agricoltura biologica; se questa aveva accettato di buon grado la tossina batterica e l’aveva definita “insetticida naturale” perché non doveva essere accettata una tecnica che ricalcava quanto già fatto ed in modo molto più mirato? In fin dei conti lo spargimento aereo o la produzione endogena di tossina, indipendentemente che essa si fosse già rivelata innocua per animali e uomo, comportava comunque un’ingestione da parte del consumatore sia biologico che convenzionale. Evidentemente ci si era assicurati che non esistessero differenze di proprietà tra la tossina batterica e quella prodotta dalla pianta per effetto della trasformazione. Purtroppo una propaganda molto ben condotta fece diventare la tossina endogena un veleno per l’uomo, mentre era un elisir di lunga vita quella che si ingeriva con prodotti derivati da agricoltura biologica.

Come agiscono queste tossine?

Esse, nel batterio sono presenti in una forma “completa” e denominate protossine, in questo stato sono inattive cioè non insetticide. Quando poi entrano nello stomaco della larve degli insetti bersaglio il cristallo si scioglie e la pro tossina è spaccata da un enzima presente nello stomaco dell’insetto ed assume lo stato “maturo” , divenendo insetticida. Essa si fissa su dei recettori presenti nella parete intestinale degli insetti bersaglio e crea dei pori, cioè dei buchi e ciò fa morire l’insetto in un paio d’ore. La trasformazione è possibile nel corpo degli insetti , ma non i quello dell’uomo per una differenza di pH ambientale. Si individuarono allora delle piante che potevano essere convenientemente trasformate e la scelta cadde sul mais e sul cotone, appunto per offrire una maggiore rassicurazione ai consumatori che, infatti, non avrebbero mai mangiato il mais se non sotto forma di carne e tanto meno delle fibre di cotone. Il mais infatti aveva due lepidotteri parassiti che creavano danni non indifferenti: la piralide (Ostrinia nubilalis) e la sesamia (Sesamia nonagrioides), mentre il cotone aveva un nemico micidiale che era il verme della capsula fiorifera (Helicoverpa armigera). Oltre che con lo spargimento di pesticidi la piralide si è tentato di combatterla anche con altri metodi biologici come lo spargimento di un fungo (Beauveria bassiana) o la liberazione nell’ambiente di una vespa, Trichogramma, che depone le uova nel corpo della larva dei lepidotteri (tra l’altro il dispositivo che si fornisce all’agricoltore per liberare la vesta è brevettato, ma nessuno si mai scandalizzato di questa costrizione come per le piante GM protette da brevetto e di cui non si può riprodurre il seme modificato). Tra l’altro non dimentichiamoci che la piralide agli USA l’abbiamo “regalata“ noi europei a partire dal 1917. Tuttavia la lotta biologica non ha mai dato risultati tangibili economicamente parlando verso la piralide ed inoltre trattasi di pratiche costose.

Tutta una gamma di eventi genetici sono stati predisposti per lottare contro questi parassiti. Il Mon 810 (Monsanto) ed il Bt11 (Syngenta) sono costituiti da una versione raccorciata ma differente nei due eventi del gene denominato Cry1Ab isoltato dalla sottospecie kurstaki del Bt.
Gli americani invece ci hanno “regalato” un altro parassita del mais, ma in questo caso si tratta di un coleottero crisomelide (Diabrotica virgifera virgifera) che con invasioni biologiche ricorrenti (per questo gli anti-OGM hanno sparso la notizia che si tratterebbe di infestazioni artificiali fatte dalle multinazionali per indurci ad adottare le PGM) allo stato adulto distrugge i pistilli ancora verdi delle pannocchie per poi deporre le uova nel terreno e dare origine l’anno successivo a delle larve che si nutrono delle radici di granoturco facendo perdere stabilità e facilitando la caduta a terra delle piante di granoturco man mano che crescono. E’ perciò che si sono create varietà di mais GM con inglobato il gene Cry3Bb1 (evento MON 863) proveniente dalla sottospecie kumamotoensis del Bt, la cui tossina è attiva contro i coleotteri e non contro i lepidotteri o altri insetti. In mancanza di semine di PGM specifiche l’unico modo di difesa è procedere con la cattura degli insetti in modo da stabilire la convenienza o meno di procedere a trattamenti generalizzati con insetticidi aspecifici e quindi più devastatori della biodiversità animale.

Il cotone è l’altra coltura che ha goduto della tecnica Bt, ma si è agito con un uso di tossine diverse in funzione delle varietà di cotone: si è immesso il Cry1Ac per la varietà Bollgard, mentre nella varietà Bollgard II si sono impilati due geni uno per la tossina Cry1Ac e l’altro per la tossina Cry2Ab al fine di combattere sia l’Helicoverpa zea (che colpisce il cotone ed il mais laddove convivono) che l’H. armigera. Un’altra varietà, la Widestrike, coltivata in Usa ha invece impilato il Cry1F con il Cry1Ac. E’ in preparazione anche un’altra varietà con aggiunto il Vip3A che è una tossina sempre derivata dal Bt, ma che non ha nulla a che fare con quella “cry”. Il cotone è una pianta particolare, si dice in gergo che “è sufficiente che passi un insetto che se ne nutra”, infatti si era arrivati in USA a dover fare fino a 15 trattamenti.

Si è tentato di creare anche una patata Bt per combattere il coleottero dorifora, le cui larve devastano l’apparato aereo della pianta, si è usato il gene Cry3A. Si pensi che nel Nord della Francia durante la 2° Guerra Mondiale si mandavano le scolaresche a raccogliere le larve sulle coltivazioni e distruggerle per poter avere la possibilità di sfamarsi. La riuscita tecnica della varietà è stata buona, ma non la riuscita sul mercato, infatti, essa non è più commercializzata. Gli industriali l’hanno messa in cattiva luce presso i produttori agricoli e certi utilizzatori come McCain o McDonald’s hanno deciso di bandire dai loro usi la patata transgenica temendo impatti negativi sulla loro attività e sul loro marchio. Risultato? La patata è continuamente trattata contro la dorifora con insetticidi molto velenosi e aspecifici (tanto non si mangiano le foglie, si dice) e contro la peronospora, dove, invece, si usano fungicidi che hanno vita breve in quanto insorgono frequenti resistenze. Tutto ciò avviene solo per il fatto che l’opinione pubblica si è fatta un’idea non basata su dati scientifici, ma solo emotivi. Poi, la stessa opinione pubblica pressa sull’agricoltura perché la vuole più sostenibile e durevole!

L’uso delle piante Bt hanno ridotto l’uso degli insetticidi?

Il mais Bt non poteva far diminuire di molto l’uso degli insetticidi perché negli Usa si trattava massivamente contro la piralide solo il 10% delle coltivazioni. Tuttavia in queste enclaves a frequenti interventi antiparassitari la diminuzione è stata significativa. Diverso è il discorso sul cotone per quello che si è giù detto, qui si assiste veramente ad una rivoluzione tecnica. Si badi bene queste cose le dice il rapporto di Charles Benbrook del 2004, che tra l’altro era uno studio finanziato da un movimento no-OGM e che, però, visti i risultati hanno posto nell’oblio i risultati.
In Cina le cifre disponibili indicano una diminuzione del consumo di insetticidi. In India invece è continuata a regnare una certa confusione dovuta al fatto che benché in presenza di una ventina di varietà certificate e commercializzate, si assiste alla vendita di seme riprodotto delle varietà precedenti, ma questa seconda generazione non è omogenea in quanto il gene si ripartisce in modo aleatorio e quindi vi sono piante che non producono più la tossina ed altre che continuano a produrla. Pertanto i danni sono ancora possibili. E’ questa la ragione per cui Vandana Shiwa ha disonestamente informato l’opinione pubblica occidentale che i contadini erano imbrogliati e che il cotone OGM non proteggeva la pianta ed i contadini di conseguenza si suicidavano, Solo che i contadini non erano certo imbrogliati dalla Monsanto, che non aveva nessun interesse a farlo, bensì da commercianti locali senza scrupoli. Solo reincrociando ogni anno le due linee parentali si ottiene seme 100% resistente agli attacchi. Inoltre il cotone mostra di diminuire la produzione della proteina Bt man mano che invecchia.

Impatto delle piante Bt sugli insetti non bersaglio

Altri lepidotteri

Lo studio di questo aspetto è fatto anche in laboratorio mettendo a contatto l’insetto con la proteina Bt o anche con materiale vegetale che la produce. Con questo metodo si riesce a stabilire se l’insetto è sensibile con le dosi che presumibilmente l’insetto ritrova nel campo, in altri termini si misura l’esposizione al pericolo. Questo approccio e la sua accettazione acritica, però, ha portato a devianze di risultati anche eclatanti. E’ il caso tanto mediatizzato della farfalla Monarca (Daunus plexippus) in quanto nel 1999 Losey e al. paventarono un effetto tossico del polline di mais Bt in quanto avendo sparso questo polline sulla pianta (Aslepias syriaca), di cui si nutre la larva della farfalla, vide che il 40% dei soggetti morivano.. Il fatto di aver pubblicato lo studio su Nature permise ad altri di controllare l’esperimento e di riverificarlo in campo. Furono infatti piazzate delle piante di aslepia sui bordi di un campo di mais e lasciato che naturalmente il polline vi si depositasse e che l’insetto se ne cibasse. Ebbene il risultato di mortalità sia in presenza di mais Bt11 che di Mon 810 fu insignificante. In altri termini in laboratorio avevano fatto fare “indigestione di polline all’insetto”. L’aslepia inoltre non cresce nel mais o in sua prossimità e quindi in natura l’insetto troverà ancora meno polline Bt da ingerire. Tuttavia si è voluto controllore anche il tempo di esposizione al polline, che in realtà può durare anche 20 gg. Si è trovato che un’influenza vi è, ma è trascurabile in quanto in natura, cioè senza polline Bt, l’80% delle larve non arriva allo stato adulto, mentre in presenza di polline Bt per lungo tempo la percentuale di larve che non arriva allo stato adulto sale all’85%., cioè ben poca cosa se consideriamo che la farfalla vive anche dove non vi è mais ed è migrante (sverna in Messico). Ironia della sorte, questi dati sono del 2001, ebbene, nel 2002 in Messico vi fu un inverno particolarmente freddo e la popolazione di Monarca fu decimata per l’80%, però negli anni seguenti la popolazione si ripristinò. Ciò sta a significare che la farfalla monarca ha ottime capacità di sopravvivere e la sua possibile scomparsa è un falso allarme. Sempre Losey ha individuato 132 piante possibili di associazione con il mais Bt. Queste piante ospitano 229 lepidotteri, che tra l’altro non sono i più minacciati di estinzione. Per quelle invece minacciate o più rare non vi è percolo che entrino in contato con il mais Bt. Ad esempio la farfalla Karne blu (Lycaeides mellissa), messa sotto esame dall’EPA statunitense, risulta non minacciata per le scelte che la farfalla fa delle piante ospiti e per la non coincidenza tra l’emergere delle larve e la produzione di polline. Ciò non esime evidentemente da un’attenta e continua biovigilanza.

Le api

In linea di principio ed in quanto imenotteri esse non sono sensibili alla tossina Bt. Però esse hanno rapporti col polline di molte piante in quanto per loro è un nutrimento; l’ape però si nutre di tanto polline di mais solo se è l’unico nutrimento disponibile, lo stesso discorso non vale per il cotone. Tuttavia l’EPA fino ad ora non ha trovato effetti deleteri, in Francia sono stati esaminati anche gli effetti del Colza producente la tossina anticoleotteri e neppure qui sono sati riscontrati effetti. Tuttavia tutto ciò non significa che tutti gli OGM, anche quelli futuri siano assolti, vuol solo significare che i controlli vanno fatti caso per caso e non si possono quindi generalizzare i risultati sia che siano positivi o negativi. Gli insetti non bersaglio hanno più probabilità di venire in contato con tossine Bt, quando si fa la distribuzione in pieno campo come fa l’agricoltura biologica, ma anche qui sappiamo che la pratica non ha mai eliminato delle specie animali, se l’anno del trattamento le larve calano, queste calano ancora nel secondo anno, ma nel terzo ritornano agli stessi numeri. Sarebbe quindi buona pratica non trattare tutti gli anni. Si tratta di sapere se gli agricoltori biologici seguono questa precauzione?.

Piante BT: effetto cascata su insetti predatori o parassiti

E’ vero che le proteine-tossine non si accumulano, potrebbe, però, verificarsi che un insetto sensibile sia preda di un altro insetto predatore e che questo venga in contatto con la tossina per via indiretta. Anche questo aspetto è stato preso in considerazione e l’EPA ha voluto verificare la cosa sulla Crisopa come iperparassita e circa le tossine cry1Ab e cry1Ac si è notata una certa influenza, ma non tanto per la tossina ma per lo stato di salute della preda colpita dalla tossina.. Prove di campo in parte hanno smentito il laboratorio ed in altre non hanno confermato la non influenza. Pertanto le piante Bt potrebbero essere buoni strumenti in programmi di lotta integrata. Sia su Riso che su patata Bt i risultati sono stati confermati. Sul colza il discorso è un po’ particolare, in quanto si è avuto un risultato strano in laboratorio: una vespa parassita Cotesia Plutellae è stata riscontrata morire, quando si nutre di un lepidottero (Plutella xylostella sensibile alla tossina cry1Ac). Per contro la vespa sopravvive quando parassita una farfalla della specie resistente alla tossina. Ancora una volta però la morte è dovuta al cattivo ambiente nutritivo che offre la larva del lepidottero se colpita dalla tossina.. La riprova è stata ottenuta quando si è osservato il comportamento della vespa: quando può scegliere il suo ospite, opta per la farfalla non sensibile alla tossina. Si tratterebbe di un adattamento delle piante stesse che emetterebbero sostanze attiranti la vespa per farsi difendere. Le piante indifese per effetto dell’insensibilità del parassita alla tossina che loro producono, emettono più di queste sostanze e quindi le vespe sono più attratte perché “sanno” di trovare più larve di farfalla da parassitare. Questo è un effetto indiretto delle piante Bt che quindi si aggiungono alle piante che naturalmente producono tossine, come il pomodoro con la tomatina. Un lavoro di compilazione della rivista “Annal Revieuw of Entomology” conferma quanto qui riferito.

Le piante Bt e biodiversità

S’intende qui indagare se in un campo coltivato con una pianta Bt, che di per se rappresenta un ecosistema, per solo questo fatto possa interagire con l’ecosistema in modo negativo. Un lavoro del 2001 nel Minnesota su 9 insetti predatori solo una coccinella (Colemegilla maculata) ha visto il suo numero calare in un campo di mais dolce Bt. Un altro studio invece tutti i predatori non sono stati interessati dalla presenza di una pianta Bt e compresa vi era anche la coccinella di prima. La famiglia degli insetticidi a base di piretro si è rivelata più deleteria per l’ecosistema. Ecco tutti questi aspetti sono valutati dall’EPA prima di concedere qualsiasi autorizzazione. Anche in Francia nel 2002 quando si sperimentava in campo il mais Bt non sono state trovate correlazioni tra entomofauna e tossina Bt, in particolare una prova di 15 ettari condotta da Syngenta nel 2004 e seminata con mais convenzionale, mais Bt, mais trattato con insetticidi e Bt sparso a pieno campo aveva lo scopo di valutare l’influenza della tossina sulla fauna del terreno (sono stati osservati un totale di 300.000 artropodi appartenenti a 76 tipologie: per quanto riguarda gli artropodi del suolo non è stata notata nessuna differenza sia nel mais Bt che in quello convenzionale trattato con Bt, delle differenze ci furono invece a livello campo trattato con insetticida, ma solo in un intervallo di 13/14 gg dopo il trattamento. Per gli artropodi viventi sulle piante un’influenza negativa fu notata su certe specie, ma transitoriamente dopo il trattamento chimico o biologico, nessuna nel caso del mais Bt. Il risultato assolve completamente la pianta Bt , ma lo fa anche per i trattamenti in pieno campo, contrariamente a quanto si crede e si dice in giro. Altri studi fatti in Australia, Cina e USA confermano la superiorità delle PGM e ribadiscono la selettività della piante Bt rispetto all’uso degli insetticidi.

Le piante Bt e le resistenze indotte sugli insetti.

Fino ad ora nessun insetto bersaglio è stato riscontrato resistere o assuefarsi alla tossina Bt, ma ciò non vuol dire che in futuro ve ne siano. Casi di resistenza sono stati descritti in letteratura, ma discendono tutti dall’uso esterno della tossina, vale a dire quando si sparge il batterio , pratica che si esegue in agricoltura biologica e quando la si pratica sulle coltivazioni in modo continuativo e irragionevole. I casi sono apparsi presso un parassita del colza e crucifere in genere, la Plutella xilostella o tignola delle crucifere, L’insorgere della resistenza è spiegabile se immaginiamo una mutazione dei recettori intestinali della larva che non permettono più la perforazione dell’intestino, quindi a chi fa PGM la problematica è ben presente anche perché in laboratorio li hanno verificati, ad esempio, la nottua Heliothis vrirescens è risultata resistente alla tossina cry1Ac, ma alla verifica pure alle altre tossine cri1Aa, cry1Ab e cry1F. Ecco perché le raccomandazioni agli agricoltori consigliano di usare nei campi di PGM Bt barriere periferiche di varietà convenzionali e che hanno il doppio scopo di creare barriera fisica alla diffusione del polline e favorire così la coesistenza, ma anche di permettere la sopravvivenza dell’insetto bersaglio in modo che l’eventuale insetto che ha maturato una resistenza si accoppi con insetti sensibili, dato però che il gene di resistenza è recessivo, il prodotto d’incrocio che ne nascerà sarà un insetto sensibile e quindi il gene di resistenza continua a diluirsi e non ad accumularsi negli individui bersaglio. Una biovigilanza è comunque necessaria. L’India da questo punto di vista è sotto scacco con il cotone, in quanto le varietà che seminano contengono solo la resistenza al cry1Ab e non mettono in pratica le zone rifugio. Sarebbe utile qui creare varietà con impilamento di geni di resistenza diversi anche per l’India come si è fatto per il cotone in altri paesi. Modelli matematici fanno di queste previsioni, elaborando vari scenari e quindi la predizione di quanto può capitare non è difficile, come pure sapere di quanto si ritarda l’insorgenza di specie resistenti adottando certe pratiche. Ciò ci dice che quando si incolpano gli OGM per inconvenienti che sorgono per insipienza nelle buone pratiche agricole da parte dei coltivatori è solo “tifoseria” . D’altronde l’abbandono della tecnica degli OGM-Bt rappresenterebbe solo un ritorno all’indietro e il riuso di insetticidi non selettivi, o come si vorrebbe una decrescita produttiva.

Piante Bt ed ecosistemi pedologici

La biomassa del suolo è composta per l’80% da microrganismi ed è quella che permette di relazionare la pianta con il terreno, pertanto il preoccuparsi delle possibili influenze di una pianta OGM Bt con il terreno non è fuori luogo. Se non altro perché i residui della pianta GM interrati rilasciano nel terreno delle tossine Bt che vi persistono per tempi diversi a seconda della composizione pedologica. Vi sono studi che hanno ritrovato la tossina in quantità rilevabili ancora dopo un anno, altri lavori invece non l’hanno più trovata dopo 14 gg.. Alcune piante essudano la tossina Bt attraverso le radici (mais ,riso e patata) altre no (colza, cotone e tabacco). D’altronde studi di ugual genere meriterebbero di essere fatti anche quando si spande la tossina ed il batterio per via aerea in agricoltura biologica. Il lombrico per principio non è sensibile al Bt e esperimenti in laboratorio e in campo dimostrano che se essi si nutrono di detriti contenenti la tossina Bt non vi sono effetti. Alcuni dubitano che vi siano effetti sub-letali, ma tali effetti noi li notiamo anche in funzione della diversità del terreno e indipendentemente della presenza o meno della tossina. Lo stesso risultato si è trovato verso batteri, funghi, protozoi o nematodi. Anche gli isopodi non sono stati dimenticati dall’analisi ed anche qui sono stati notati solo esigue diminuzioni di peso, ma non tanto negli individui giovani quanto in quelli vecchi ed inoltre le stesse variazioni si sono notate in terreni diversi e senza l’intervento della tosssina Bt. La rizosfera cioè l’ambiente che circonda le radici delle piante è la zona dove si è concentrato di più l’interesse, ma anche qui si è verificato sempre lo stesso risultato: se si trovavano effetti alla fine dell’esperimento questi poi li si riscontravano uguali anche quando la variabile Bt scompariva ed entrava in ballo un’altra variabile colturale o pedologica.

Nella categoria: News, OGM & Argomenti contro

Ecco cos’hanno copiato gli italiani

Luglio 28th, 2013
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alberto_guidorzidI Alberto Guidorzi

Qui di seguito il contenuto di un’intervista fatta a Marcel Kuntz dalla rivista Agriculture & Environnement su quanto da lui pubblicato su Nature Biotechnology in merito al documento usato da Sarkosy nel 2012 per invocare la Clausola di Salvaguardia verso il MON 810. Infatti l’intervistato ha fatto un’analisi scientifica del documento presentato e che noi italiani acriticamente abbiamo copiato di sana pianta.

Domanda:

Voi avete pubblicato un’analisi degli argomenti « scientifici » che sono serviti per giustificare  l’interdizione della coltivazione del MON 810 di Monsanto. Quali sono le vostre conclusioni?

Risposta:

Al fine di prolungare la proibizione a coltivare questo mais protetto contro la piralide e la sesamia sp, la Francia, prima delle semine 2012, ha inviato alla Commissione Europea una nota relativa alla necessità di decidere  delle misure di urgenza e per questo di proibire le semine. La nota rimarcava gli effetti  ambientali negativi della coltivazione ed indicava due ordini di effetti: 1° un danno collaterale  su delle specie di artropodi non bersaglio della tossina emessa dal mais; 2°  la comparsa di resistenze al principio attivo del mais OGM e quindi il sopravvento di parassiti secondari. Prima di tutto i rilievi del punto 2° riguardano la buona gestione del rischio, fatto che non può determinare  l’esigenza di misure d’urgenza per pericoli immediati, Pertanto noi abbiamo dimostrato che la misura d’urgenza non contiene elementi nuovi, ma soprattutto che si deformano dei fatti scientifici

Domanda:

Lei vuol dire che hanno falsificato dei dati scientifici? Su quali base lei fonda questa affermazione.

Risposta :

Non sono affermazioni, ma dei fatti. Ecco alcuni esempi citati nel nostro articolo. Hanno stravolto un parare dell’AESA, cosa consultabile su Internet (Ndt vedi nuove linee direttrici di valutazione). Infatti il documento redatto dai francesi sottolinea che l’AESA afferma “vi possono essere rischi ambientali legati alle coltivazioni degli OGM”, mentre nel documento dell’AESA si dice che se si sottopone la gestione dei rischi a misure appropriate è  improbabile che  il mais Bt 11 e dunque  anche il MON 810 (ndt che ha lo stesso tratto genetico modificato) possa produrre effetti ulteriori per l’ambiente rispetto al mais convenzionale. Sempre il documento francese cita uno studio di Chambers et al. che mette in evidenza degli effetti negativi sulla crescita di certi organismi acquatici della famiglia dei Tricopteri. Ma essi dimenticano di citare il successivo paragrafo che dice i nostri risultati in situ non confermano i nostri risultati ottenuti in laboratorio. In altri termini gli effetti esistono solo in ambiente confinato e non nel luogo della dove vivono. Dato che il documento francese abbonda di citazione scientifiche si e voluto sentire il parere  interpellando personalmente questi autori e le loro risposte sono senza appello: “E’ inappropriato citare le nostre ricerche per giustificare l’interdizione del MON 810 o ogni altro mais Bt” ha detto Fugneng Huang professore al dipartimento di entomologia  dell’università della Luisiana. “Il riferimento al nostro articolo (Meissle et alt.) come prova di un’epidemia di distruttori secondari  nel mais Bt e scorretto” ha risposto  un coautore, dell’articolo Jorg Romeis.

La metanalisi di Naranjo del 2009 include 84 studi sulla tossina Cry1Ab pura o prodotta da dei mais Bt; interpellato, ci ha scritto cosi: “non so da dove vengono le cifre citate io non ho mai dettagliato il numero di studi per ogni coltivazione, in quanto la metanalisi aveva come scopo di esaminare le tendenze generali globali”. In realtà  vi era un totale di 64 studi in laboratorio sull’impatto del Cry1Ab, di cui 50 sul mais, 3 sul riso e 11 in cui si e usata la proteina pura”. Mentre la nota francese  afferma di averne ricavato che: “l’abbondanza degli invertebrati non bersaglio e globalmente più importante nelle parcelle di mais convenzionale non trattate con insetticidi che nelle parcelle di mais MON 810″; il prof Naranjo ha ribattuto che: “Non e vero. La figura 4 della mia analisi mostra che solo i parassitoidi sono considerevolmente  ridotti nel mais Bt, rispetto al mais non Bt e non trattato con insetticidi. L’uso di insetticidi nel mais Bt incide sulla maggior parte dei gruppi d’animali rispetto al mais Bt e non trattato”.

Ma la lista e ancora lunga e la soperchieria e stata resa possibile  aggirando l’ostacolo dell’Alto Consiglio delle Biotecnologie, non istituito nel 2008, ma ben presente nel 2012 (Ndt vi e una lettera molto indignata scritta e pubblicata dell’HCB per ribadire che era inutile creare un organismo di tal genere e poi snobbarlo)

In realtà al momento della redazione del documento, che cerca di trovare a posteriori delle giustificazioni poi vendute per scientifiche, ma che sono solo di stampo politico, il Comitato scientifico dell’HCB non e stato consultato.

Dulcis in fundo, questo documento e anonimo e da quando detto sopra se ne comprende il perche!

Domanda

Quali conclusioni ne traete?

Tutto ciò e desolante! Anche se si considera che l’Italia ha voluto anche lei giustificare una decisione politica simile e non ha trovato niente di meglio che tradurre parola per parola il testo francese. Ciò ci permette di affermare, purtroppo, che delle pratiche, che si fanno un baffo, dei principi etici e della deontologia scientifica stanno divenendo una norma europea.

Nella categoria: News, OGM & Agricoltura italiana, OGM & Europa

Aboliamo anche il Padreterno

Giugno 19th, 2013
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di Alberto Guidorzi

Vi chiederete il perché, oppure direte ecco un altro anticlericale radicale. No! Niente di tutto questo, è solo una conclusione che fa il parallelo con l’abolizione dei neonicotinoidi quale causa principale del collasso degli alveari.

In Inghilterra nell’inverno 2012/13 gli alveari inglesi hanno perso 33,8% della loro popolazione di api, quando, invece, nell’inverno scorso la perdita è stata del 16%. Nel Galles ed in Scozia la perdita è del 50%. Tuttavia sono dati del marzo 2013 e quindi considerato che la primavera ha tardato ancora di più c’è da temere un dato definitivo ancora superiore.

La causa additata da tutti è da ascriversi ad un’estate piovosa, quella del 2012, che non ha permesso i voli, da un inverno particolarmente freddo ed una primavera, quella del 2013, molto tardiva. In definitiva si è raccolto poco cibo, le condizioni invernali particolarmente fredde sono state tali da provocare il noto “isolamento da fame” e successiva morte; inoltre l’obbligata permanenza nell’alveare durante l’appena trascorsa primavera ha fatto il resto.

Questi dati arrivano a poche settimane dalla decisione di interdire l’uso di tre neonicotinoidi e forse di un quarto, per presunti gravi danni alle api. Francesco Ratnieks, professore di apicoltura presso l’Università del Sussex, interpellato in proposito ha detto che i neonicotinoidi non c’entrano nulla, le mie api nell’estate 2012 morivano solo di fame e non perché avvelenate. Non è salutare per le api rimanere confinate nell’alveare, infatti le api regine non sono uscite per accoppiarsi ed inoltre il confinamento è la maggior causa delle infezioni intestinali da Nosema e di infettarsi del virus della varroa.

Altra notizia uscita in questi giorni è uno studio fatto sull’alimentazione delle api che normalmente avviene con miele, ma per motivi speculativi (vendere tutto il miele) si è trovato negli HFCS (sciroppi di glucosio ad alto contenuto di fruttosio), un prodotto sostitutivo non caro e senza effetti collaterali derivato dall’idrolisi dell’amido di mais e successiva inversione enzimatica del glucosio. Infatti, molte fonti zuccherine usate hanno avuto effetti intossicativi sugli insetti. En passant vi posto l’esperienza di vari ricercatori che affermano questo “Gli zuccheri raffinati di canna e barbabietola sono saccarosio puro e, naturalmente, sicuri per le api e dal punto di vista nutrizionale si equivalgono. Gli zuccheri non raffinati, invece, hanno intossicato le api. Mentre eminenti medici che hanno sposato la saccarofobia sostengono, e molti ci credono, che lo zucchero raffinato è un veleno per l’uomo, mentre è molto più salutare lo zucchero non raffinato e scuro (che da che mondo e mondo si è sempre definito “sporco” ed, infatti, le api ce lo confermano; se poi è di canna diventa un elisir.

Ritornando alle nostre api sembra, però, che l’alimentazione con HFCS, pratica diffusasi molto, renda gli insetti molto più sensibili e meno preparati a sopportare le malattie e soprattutto a sopportare le intossicazioni, da cui le api, è notorio, hanno capacità naturali per difendersi. Il fenomeno del collasso degli alveari non è una cosa nuova quindi l’inclemenza del tempo vi è sempre stata, oggigiorno forse è stata aggravata dal fatto che, sempre per motivi speculativi, si è cercato di sostituire o ibridare l’ape nostrana, la ligustica, con api regine importate perché si assicurava più produzione di miele, ma così facendo si sono importate malattie, che si sono dovute combattere con acaricidi immessi nell’alveare che non sono sicuramente dei ricostituenti. Tutto ciò ha di molto complicato rispetto a prima la tenuta e la cura che si deve dare agli alveari e quindi chi ha perso le conoscenze delle condizioni mutate e non ha affinato i controlli è soggetto a vedersi in primavera alveari con popolazioni dimezzate.

E’ evidente che questi non riconosceranno mai le loro colpe e quindi devono trovare capri espiatori ed hanno creduto opportuno incolpare le nuove pratiche agricole, che occorre dire hanno risolto egregiamente gli inconvenienti dovuti ad emergenze insufficienti del numero di semi seminati nei coltivi. Se poi si tiene conto del costo delle sementi, ormai tutte le semine sono diventate di precisione, vale a dire si usa un numero di semi letteralmente contato (ormai le confezioni delle sementi commerciali non sono più vendute a peso, bensì a numero di semi contenuti in ogni confezione) e quindi gli investimenti ottimali si ottengono solo proteggendo alla perfezione le semine ed una protezione efficace la si è trovata con l’uso di sementi disinfettate alla produzione, che tra l’altro hanno sostituito le disinfezione generalizzata del terreno con prodotti molto più pericolosi. Quando si usava gammesano distribuito con lo spandiconcime e con fall-out di polveri incontrollato nessun apicoltore si lamentava.
Invece ora l’allarme di apicoltori troppo speculativi e poco capaci ha trovato massimo ascolto nelle associazioni apicole (tutte votate all’ambientalismo radicale) e, per giunta con una inadeguata, a mio avviso, reazione (o quasi silenzio altamente sospettabile) delle ditte produttrici dei principi attivi incolpati.

PER ME GATTA CI COVA!!!!

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Finalmente si capirà che il brevetto non privatizza la vita!

Maggio 31st, 2013
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alberto_guidorzidI Alberto Guidorzi

Quanto inchiostro è stato sciupato per impressionare  l’opinione pubblica su questo problema? Quale uso strumentale è stato fatto di questo aspetto della protezione dei ritrovati intellettuali per cercare di colpire la strategia della Monsanto e di riflesso il capitalismo americano da chi è rimasto orfano di un faro ideologico?

Ebbene,  si deve sapere che il brevetto concesso alla Monsanto sulla soia Roundup Ready 1 (resistenza al diserbante glyphosate) terminerà d’avere effetti protettivi nel 2014. La cosa la si sapeva da tempo, ma agricoltori e sementieri si trovano di fronte ad un fatto nuovo e destabilizzante sotto certi aspetti:

1° gli agricoltori potranno riseminare la soia RR1  da loro prodotta senza incorrere in denunce e senza dover pagare royalties, ossia non dovranno più acquistare obbligatoriamente il seme dalla Monsanto ogni anno;

2° i sementieri diversi dalla Monsanto potranno,  dopo la scadenza, inserire mediante incrocio il tratto transgenetico  che conferisce la resistenza al diserbante. Questo varrà sia per le varietà convenzionali che per le varietà OGM per altri tratti genetici ma che mancano della resistenza al glyphosate.

Tutto bene per la filiera soia USA? Non completamente. Infatti coloro che fanno la colletta delle produzioni USA temono che la liberalizzazione freni le loro esportazioni di soia, perché molti altri paesi si doteranno di varietà RR1 e aumenteranno le produzioni, oppure potranno rifornirsi da più fonti mettendo in concorrenza gli esportatori. Si ricorda che il 93% della soia USA è RR1 e che il 60% è esportato. Altro aspetto notevole è che la filiera OGM-free è destinata a vivere i suoi ultimi momenti in quanto la coesistenza diverrà sempre più difficile ed inoltre anche chi si è votato alla produzione di soia non OGM difficilmente resisterà a questa liberalizzazione di un mezzo tecnico di produzione tanto comodo.

La scadenza della validità del brevetto della soia RR1 alla Monsanto provocherebbe solo limitati danni alla Monsanto in quanto potrebbe lasciar cadere la richiesta di ulteriore gradimento di queste varietà includenti il tratto RR1. Esso inoltre sarebbe un costo inutile per Lei, le basterebbe non più rifornire il mercato di soia RR1, in quanto possiede già un altro brevetto su un tratto nuovo di resistenza al glyphosate, denominato RR2, molto più performante nell’azione diserbante e quindi puntare solo su questo.

Gli agricoltori USA, tuttavia, hanno chiesto che la Monsanto rinnovi fino al 2021 la sua richiesta di gradimento in tutti gli Stati dove era stato richiesto. Infatti ogni varietà ha bisogno di rinnovare il gradimento laddove è stata iscritta o ammessa all’importazione. Questa gradimento ha scadenze diverse a seconda degli Stati: in USA non scade mai, in Cina ogni 3 anni, in Corea del Sud ogni 5 anni, mentre nell’UE ogni 10 anni. Pertanto gli agricoltori USA timorosi di vedere destabilizzato un mercato negli anni ben strutturato hanno chiesto alla Monsanto di rinnovare il gradimento negli Stati dove già vi era e la Monsanto, per mantenere un buon rapporto con i suoi clienti,  vi ha aderito addossandosi sia le spese per rinnovare il gradimento che i danni dovuti a chi riprodurrà la soia RR1 senza nulla pagare alla Monsanto di diritti, in quanto non più dovuti per l’estinzione del brevetto. Evidentemente la Monsanto con il rinnovo del gradimento s’impegna a rifornire i mercati di varietà anche con il tratto RR1.

Veniamo ora a riflettere sul secondo impatto, vale a dire la libertà per i costitutori di varietà di soia di esercitare il loro diritto di costitutori vegetali, cioè quello di trasferire liberamente il transgene prima brevettato in programmi di miglioramento delle loro varietà tradizionali, che, così facendo, le faranno divenire RR1, per poi venderle a dei prezzi  molto bassi in quanto il costo di creazione sarà di gran lunga molto inferiore a quello sostenuto inizialmente dalla Monsanto. Ecco perché ho affermato che la soia OGM-free diverrà introvabile.  Ma questo diritto del costitutore nel corso dei prossimi anni, diciamo entro il 2020, potrà essere esercitato su molti  altri transgeni che subiranno la stessa sorte del tratto RR1 della soia. Assisteremo cioè ad un proliferare di varietà OGM libere perché il brevetto scadrà. Non solo ma molte ditte sementiere de media ed anche di piccola dimensione hanno già stipulato degli accordi con i creatori di questi transgeni perché ne richiedano il gradimento laddove scade, al fine di poter sfruttare il mercato senza eccessive perturbazioni. Evidentemente concorreranno alle spese del rinnovo del gradimento. Non solo, ma assisteremo a molte ditte sementiere che si incaricheranno di pagare le spese di rinnovo del gradimento di certi tratti transgenetici resisi liberi per espiazione della validità del brevetto e poterle così sfruttare.

Ministro Di Girolamo, Coldiretti ed i tanti sodali (non cito Capanna perché in questo contesto vale come il due di coppe quando c’è in tavola bastoni) rendetevi conto che state combattendo una battaglia di retroguardia e che difendete barriere indifendibili (a meno che non vogliate fare come l’Albania ai tempi di Oxa). Le regole del commercio internazionale renderanno vani tutti i vostri pruriti anti Piante Geneticamente Modificate di cui, per la nostra scelta aberrante di distruggere la nostra industria sementiera, non potremo fare a meno, se vogliamo continuare ad esportare le nostre specialità.

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L’inversione del metodo scientifico

Ottobre 2nd, 2012
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di Alberto GUIDORZI
alberto_guidorzi

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