Cerchiamo di essere seri

Maggio 9th, 2016
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Di Alberto Guidorzi

Come si può continuare a discutere senza avere analizzato tutti i risvolti e conseguenze di certe decisioni? Purtroppo è quello che facciamo in Italia, ma ciò che è più grave lo fanno soprattutto i nostri politici (a Roma a Bruxelles e a Parigi) quando decidono su agricoltura e impatto ambientale. I lettori sanno che ho un’antenna perennemente rivolta verso ciò che si fa in Francia (è stata un po’ una seconda patria, ma preferisco l’Italia con i suoi difetti…), ebbene ho seguito fin dalla sua formulazione il loro piano ECOPHYTO. Esso è stato lanciato nel 2007 in occasione di “Grenelle de l’environnement” e si prefiggeva di raggiungere questi obiettivi entro il 2018, in dieci anni dunque:

1° Istituire una certificazione obbligatoria per l’uso e la vendita dei prodotti fitosanitari
2° arrivare al 20% di superficie agricola coltivata con metodo biologico
3° ridurre del 50% il consumo dei prodotti fitosanitari in agricoltura.

Un piano ambizioso dunque, ma da subito molto contestato. Siamo ora al 2016 e quindi si può tracciare un bilancio che, però, vede per il primo e secondo obiettivo un vero e proprio scacco per il governo francese: la certificazione era troppo controproducente e macchinosa e non se n’è fatto niente, mentre il biologico non si è mosso dal 2% (si prende in considerazione la sola superficie che produce derrate alimentari) della superficie coltivata in Francia. E’ questo un caso di scuola di ciò che vorremmo analizzare in questa nota: cioè l’agricoltore fa il bilancio costi/benefici del produrre biologico e decide di non farne nulla. Il terzo obiettivo, invece, è rimasto solo sulla carta, ma la politica non demorde dal perseguirlo ed ecco che si è formulato un “Ecophito 2” un nuovo piano con scadenza 2025 e dove ci si prefigge un primo obiettivo intermedio (2020) per una diminuzione del 25% dell’uso dei fitofarmaci in agricoltura e di raggiungere il 50% alla scadenza predetta. Nel nuovo piano il primo obiettivo è stato eliminato ed il secondo invece è stato allargato a tutti i sistemi agro ecologici (agricoltura ragionata, integrata nelle sue due forme: a basso uso di intrants e veramente ragionata) e non esclusivamente al solo biologico, prevedendone un sostegno normativo e finanziario.

Focalizziamo dunque la nostra attenzione sul fatidico traguardo della diminuzione del 50% e analizziamo le critiche e le indagini che sono state poste a supporto di una discussione che è iniziata fin da subito e si sta protraendo tutt’ora. Subito però sono state le idee degli ambientalisti che hanno prevalso nel senso che si sono fissati degli indicatori di misura come l’IFT a livello di azienda agricola (Indicatore di Frequenza dei Trattamenti) e il NODU a livello regionale (corrisponde in pratica al numero medio di trattamenti fatti annualmente coltura per coltura a livello nazionale). Si è tenuta però distinta l’agricoltura convenzionale da quella biologica, ma senza che vi sia una ragione valida visto il grande numero di trattamenti che si è obbligati a fare con il rame su certe coltivazioni, e che questo incide negativamente sulla florofauna del terreno. Una critica subito fatta al NODU è stata che non si teneva conto del grado di tossicità per l’uomo e l’ambiente del prodotto distribuito durante i trattamenti. Infatti l’indice di controllo così formulato poteva indurre l’agricoltore a usare prodotti molto più tossici e permanenti al fine di ridurre i passaggi in campagna e migliorare quindi l’indice, ma così facendo si contravveniva proprio allo spirito del provvedimento; in altri termini si facevano meno trattamenti, ma si usavano prodotti ad impatto ambientale negativo molto maggiore. Ne è risultato che il primo piano “ecophito” si è rivelato più il frutto “dell’ideologia al potere” che di una sincera volontà a volere affrontare un problema valutandone rischi e benefici o viceversa. Il secondo invece deve ancora partire, ma l’impronta è la stessa. perchè la realtà è che in tutto questo lasso di tempo si è assistito solo ad una enumerazione dei rischi dei fitofarmaci e ben poco dei benefici. Anzi i benefici sono stati imputati come colpa agli agricoltori nel senso che sono il frutto di uno sfrenato egoismo produttivistico, da cui ne risulta purtroppo una convinzione che da una trentina d’anni a questa parte i produttori di derrate alimentari, scordandosi che da queste derivano i cibi di cui tutti si nutrono, siano dei puri e semplici avvelenatori. Accusa che però dovremmo rivolgere a maggior ragione ai nostri avi e padri in quanto l’uso dello zolfo per l’oidio della vite data 1847, l’uso del rame contro la peronospora risale al 1878, l’uso dei primi diserbanti sul frumento data 1895 (solfato di rame a forti dosi e perfino l’acido solforico) e che questi sono diventati di sintesi nel 1945 con l’uso di prodotti ad effetto ormonale, oppure che quella campagna che ora idealizziamo o consideriamo un ambiente idilliaco perduto, usava prodotti arsenicali, estratti di nicotina, il benzene, solfuro di carbonio, cianuro di calcio, fosfuro di zinco in modo scriteriato e che da tempo noi abbiamo proibito.

Chi poi si è azzardato a enumerare i benefici ed ha fatto notare che:

§—— se produco di più per unità di superficie significa che coltivo meno terra per produrre la stessa quantità. Dato, però, che i consumi di cibo aumentano saremo obbligati a produrre molto ma molto di più ed, infatti, la FAO dice che entro il 2050 dovremo aumentare la produzione attuale di cibo del 70% lasciando praticamente intatta la superficie mondiale coltivata,

§—— se vi fosse un calo dei prezzi degli alimenti, in particolare frutta e verdura, esso avrebbe un impatto positivo sulla salute dei consumatori. Lo dimostrano due studi, uno universitario (Askan Afshin et al.) che dice che un abbassamento del 10% dei prezzi di frutta e verdura porterebbe nel 2030 a diminuire dell’1% le malattie cardiache, mentre la rivista Lancet (Marco Springmann et al.) pubblica che se calasse del 4% la produzione di frutta e verdura, nel mondo morirebbe mezzo milione di persone in più,

NOTA: mi piace far notare che i due studi citati ci dicono che le differenze di resa o di prezzo considerati sono inferiori ai differenziali tra agricoltura biologica e convenzionale. Perché non si usa lo stesso effetto sanitario per valutare la transizione verso l’agricoltura biologica, notoriamente tanto meno produttiva e tanto, invece, sostenuta e spinta?

§—— se proteggo le coltivazione dagli attacchi crittogamici riduco il problema delle micotossine, fattore questo ancora molto sottovalutato,

Ebbene questi che affermavano quanto sopra si sono visti subito accusare di essere dei portaborse dei produttori di fitofarmaci.

In altri termini i rapporti costo/beneficio e rischio/ beneficio sembra che non debbano essere valutati analiticamente in quanto è amorale mettere a confronto la salute con dei benefici materiali. Infatti tutti gli studi fatti anche da organismi indipendenti, che invece dovrebbero essere neutrali, non si occupano della valutazione dei benefici. Questo comportamento contravviene proprio il tanto invocato “principio di precauzione” che, se viene applicato sui rischi, avrebbe ragione anche di essere applicato nella valutazione di benefici mancati o addirittura diminuiti, cioè bisognerebbe precauzionarsi anche di mantenere intatti i livelli di disponibilità di cibo raggiunti.

Per trovare conferma di quanto suddetto basta scorrere le ricerche agronomiche presentate nel 2015, che sono state 81. Ebbene 36 si sono occupati della presenza dei pesticidi nell’ambiente, 10 della relativa contaminazione umana, 3 sull’impatto non intenzionale dei pesticidi sulla florofauna. Solo 5 si sono occupati di suggerire indicatori per aiutare gli agricoltori a migliorare le loro pratiche. In conclusione ben poco è stato fatto per valutare l’impatto economico del ridurre del 50% l’uso dei fitofarmaci, fatto salvo un lavoro fatto dall’INRA all’inizio di questa ondata di ambientalismo che ha permeato la politica, eppure essa non doveva restare lettera morta perché le conclusioni non erano da trascurare.
L’INRA tra l’altro non ha preso in considerazione le forme di agricoltura agli antipodi dell’agricoltura produttivistica e intensiva, ma si è limitata a forme intermedie rispetto all’agricoltura intensiva-AI (1) come ad esempio l’agricoltura ragionata-AR (2) e l’agricoltura integrata (AInt) (3).

Il passaggio dall’agricoltura intensiva all’agricoltura ragionata comporta un vantaggio per l’agricoltore in quanto il suo margine netto aumenta del 9,4% (prezzi 2006), solo che com’è strutturata l’AR essa non permette certo di ridurre del 50% i pesticidi in quanto l’IFT dell’AR si riduce di solo il 28% rispetto all’AI. Inoltre l’AR in certe coltivazioni (frutticole in particolare) è già ora largamente praticata (in viticoltura solo il 13% è ancora intensiva) e quindi è una via già largamente sfruttata.
Se guardiamo solo l’aspetto ambientale l’AR non è sufficiente per imprimere una vera svolta e non lo è neppure l’AInt, ma occorre passare all’agricoltura integrata veramente tale-AIntVT (4) per pensare di poter ridurre del 50% l’uso dei pesticidi, ma dato che i rilievi sono una media nazionale di tutte le coltivazioni, si deve supporre che se prendessimo in considerazione solo la vite è la frutta il traguardo del 50% non è raggiungibile anche con questa agricoltura integrale piuttosto spinta, stanti le tecniche disponibili.

Tuttavia, occorre subito dire che in Francia la transizione ipotizzata sopra comporterebbe una diminuzione della produzione agricola del 12% ed un abbassamento del margine lordo aziendale del 16%. Di fronte a questo scenario lo studio dell’INRA ha anche calcolato quale sarebbe il livello di sovvenzioni che occorrerebbe elargire agli agricoltori per ripagarli delle perdite dovute al passaggio da AR ad AIntVT: occorrerebbe, infatti, elargire 200 €/ha che rapportati alla superficie agricola francese equivarrebbe a stanziare ogni anno nel bilancio pubblico la non modica cifra di 5,8 miliardi di €. Solo che se i prezzi agricoli dovessero aumentare, come ad esempio è capitato nel 2008, ma che si sa essere una tendenza solo all’inizio, visto lo squilibrio continuo della domanda di cibo rispetto all’offerta, allora le elargizioni a compensazione dovrebbero aumentare e quindi sarebbero superiori ai 200€ citati sopra e di conseguenza anche il bilancio dello Stato ne sarebbe ulteriormente aggravato.
Il rapporto dice anche che una riduzione dell’uso dei pesticidi fino al 20% non comporterebbe conseguenze economiche valutabili, mentre queste sarebbero incisive quando si spinge la diminuzione dell’uso dal 30 al 50%.

Senza contare che l’uso dei pesticidi non segue una regola fissa ma varia di anno in anno in funzione della virulenza degli attacchi parassitari. Inoltre se andiamo oltre nel cambiamento del modo di fare agricoltura (biologico, biodinamico ecc.ecc.) e non ci fermiamo alle forme intermedie, queste per ora godono del fatto che la minor produzione è in parte compensata da aumenti dei prezzi al consumo, sfruttando una nicchia di clientela disposta a spendere di più, ma se generalizziamo di più la diminuzione di produzione che certe scelte di conduzione agricola portano con sé, allora non si potrà più contare su questa categoria di persone con maggiori disponibilità finanziarie. Insomma certe scelte occorre vederle calate nella realtà dell’attività agricola e in quella del potere di acquisto del consumatore, altrimenti diventa un esercizio solo teorico e avulso da una realtà che cambia. Purtroppo lo studio in Francia è rimasto isolato e non più aggiornato, quando invece sarebbe essenziale prevedere e divulgarne scenari e previsioni al fine di permettere alla collettività di valutare con più cognizione di causa. In Italia scimmiottiamo da tempo la Francia, ma pur consci di realtà totalmente diverse, non facciamo nessuna valutazione d’impatto di un eventuale piano ecophito anche nel nostro paese. Sicuramente possiamo anche dire che i bisogni di fitofarmaci nel nostro paese sono inferiori a quelli francesi, dove il clima non li aiuta certo.

Insomma l’uso dei fitofarmaci risulta essere l’unico capro espiatorio di una presupposta velenosità di questi e quindi di un attentato alla salute della collettività. Solo che se diciamo che esistono i fitofarmaci è per distinguerli dagli “umano farmaci” e questi non sono ne più ne meno che dei veleni come i farmaci per le piante, ma ambedue sono stati concepiti per curare e non per costituire pericolo. Allora perché non si lancia una campagna del tipo: “riduciamo del 50% l’uso delle medicine”. Se si lanciasse questa iniziativa subito si sentirebbe dire che le medicine fanno guarire e che la salute è da preservare dimenticando di citare gli effetti collaterali veleniferi dei medicamenti, per contro per le medicine delle piante si pensa subito all’essere esse veleni e si dimentica che servono per curare le piante perche una derrata arrivi ugualmente numerosa nella disponibilità dei cittadini.

Ma ha basi solide questa paura inconsulta dei residui dei fitofarmaci? La risposa è negativa se stiamo a quanto ci dicono le autorità preposte. L’ANSES francese (ed anche l’istituto della Sanità italiano perché non ha mai detto il contrario) dice che : « generalmente gli studi confermano il buon livello di padronanza dei rischi sanitari associati alla presenza potenziale di contaminanti chimici negli alimenti e ciò sulla base delle soglie regolamentari ed ai valori tossicologici di riferimento disponibili”. Ora noi sappiamo che il 97,4% dei residui riscontrati nei controlli o sono assenti per il 54% o rientrano nelle norme per il resto.
Circa la cancerogenicità sono fondati gli allarmi che si vogliono lanciare? Anche qui la risposta è negativa se stiamo a questo studio:
http://social-sante.gouv.fr/IMG/pdf/synthese_cancer.pdf ; infatti qui alla seguente domanda: “I redisui di pesticidi contenuti nella frutta e nella verdura presentano rischi per l’insorgere di un cancro ?” si risponde: “ No, se la regolamentazione è rispettata”.
Infine uno studio del 2007 fatto da AICR (American Institute for Cancer Reaserch) e da WCRF (World Cancer Research Fund) rileva che: “ Fino ad ora non ci sono prove epidemiologiche sostanziali che uno qualunque dei contaminanti includenti pesticidi, soli o in combinazione e tali che attualmente regolamentati ed abitualmente consumati negli alimenti, con l’acqua ed in altre bevande, abbiano un effetto sigificativo sui rischi di cancro”.

NOTE:

1 - Agricoltura Intensiva (AI) : applica i trattamenti con fitosanitari in modo sufficiente per proteggere contro le malattie o insetti devastatori i raccolti, ma lo fa spesso in modo del tutto preventivo senza assicurarsi di verificare se i i parassiti sono presenti in numero tale da costituire pericolo di danno.

2 - Agricoltura Ragionata (AR) : essa conserva gli stessi obiettivi produttivi dell’AI ed anche gli stesi modi di produzione, ma ogni trattamento è preventivamente valutato circa la sua necessità. Quindi nessun trattamento è preventivo, ma si decide di eseguirlo solo se la presenza dei parassiti supera la soglia di nocività.

3 - Agricoltura Integrata (AInt): è un’agricoltura sempre ragionata, ma con l’aggiunta di pratiche profilattiche al fine di ridurre il rischio parassitario. Ad esempio sono misure profilattiche quello di seminare meno fitto il frumento o di introdurre più tipi di colture diverse in rotazione, anche con il rischio di avere problemi di trovare mercati di sbocco dei relativi raccolti. La strategia è quella dell’agricoltura biologica, ma senza ancoraggi a schemi obbligati, come ad esempio quello di usare solo prodotti di trattamento definiti “naturali”, infatti si usano liberamente i fitofarmaci di sintesi, seppure scegliendo quelli a minore tossicità (che non è detto che sia sempre più elevata del prodotti naturali dell’agricoltura biologica). Questa si può suddividere in due sottocategorie: limitare tutti gli intrants oppure usare le rotazioni e gli avvicendamenti colturali per meglio adattare di anno in anno le profilassi (4 – AintVT)

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La differenza tra fatti e pubblicità

Novembre 25th, 2015
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cappellini-piovan-guidorzi Alberto Guidorzi ci mette in fila i dati per aiutare chi coltiva mais e soia a capire perché la condizione attuale e futura non convengono ai nostri agricoltori.

Nella foto Vincenzo Cappellini, Deborah Piovan e Alberto Guidorzi.

Leggi “I frequenti “cherry picking” degli anti OGM

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Il Biologico nemico dell’ambiente

Novembre 3rd, 2015
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willamette-national-forest-oregon Un lucido ritratto del vero biologico, numeri alla mano, di Alberto Guidorzi

Il Biologico salva l’ambiente? Esattamente il contrario.
Spesso le lobby del biologico contestano che la produzione agricola nel suo complesso che loro ottengono sia inferiore rispetto all’agricoltura convenzionale.
In USA nel 2014 è stata fatta un’indagine che conferma inequivocabilmente tale assunto. Un’altra inchiesta uguale era stata fatta nel 2008. Le medesime indagini l’USDA le fa per il convenzionale, ma non pubblica i raffronti tra le due. Ci si è cimentato però Steve Savage rinvenendo e confrontando 370 coppie di piante coltivate rispettivamente in biologico (AB) e in convenzionale (AC) nel medesimo Stato, ma solo se questo aveva almeno 8 ettari di biologico per quella data coltivazione oggetto di raffronto. Le 370 coppie rappresentano una superficie di 107 milioni di ettari. La comparazione è tale che copre l’80% della superficie a biologico americana. In 92 di queste comparazioni, ossia l’84%, se rapportiamo il tutto alla superficie a biologico, le rese del bio erano più basse. Vi erano anche 55 di queste comparazioni, dove le rese erano più alte, ma nell’89% dei casi si trattava di produzioni di fieno o di vegetali da insilare e quindi non di coltivazioni per l’alimentazione umana. E’ la tesi che si sostiene da sempre: il classificare a biologico una coltivazione foraggera o un prato non ha senso in quanto i sistemi di coltivazione si equivalgono (o non si concima o si concima molto poco organicamente o sono necessari eccezionalmente trattamenti di protezione, cosa che in casi eccezionale si fa anche in AB domandando deroghe). Quindi quando l’Italia dichiara il 67% di queste coltivazioni sul 1,3 milioni di ettari di superficie bio che le statistiche vantano e se ne compiace come se fosse un grande risultato, compie solamente tanta disinformazione ed il Ministro tiene loro bordone per suoi interessi elettorali.

Scarica il pdf con tutti i dati sugli effetti delle coltivazioni biologiche e l’articolo completo.

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Ma sono proprio solo dei “rompib….” questi fautori dell’introduzione delle PGM?

Febbraio 3rd, 2015
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Di Alberto Guidorzi

E’ bene che si sappia che probabilmente la scelta tra OGM e non-OGM investirà in futuro sempre più le scelte della nostra società e che probabilmente in alcuni casi la scelta No-OGM ci costerà troppo per potercela permettere. Quello che siamo abituati ad usare come cibo o come delizia del palato potremmo vederlo man mano scomparire dalle nostre tavole o ritrovarle solo sulle tavole di certe elites. Due sono le ragioni che rendono il pericolo incombente:

1. con la globalizzazione crescente, sia dei viaggi che dei commerci, i patogeni e le erbe infestanti si possono espandere attraverso il pianeta ad una velocità prima sconosciuta. Il pericolo è che vengano minacciate tutte le specie coltivate nel loro insieme. Questo, sia ben chiaro, è indipendente dalla scelta OGM che qualcuno fa. Gli OGM non c’entrano nulla con l’avvento della peronospora, dell’oidio o della fillossera nei tempi passati

2. Con il cambiamento climatico, i parassiti delle coltivazioni possono più facilmente adattarsi a nuovi ambienti geografici ed in epoche dell’anno prima indenni. La complessità del controllo dei parassiti rischia di complicarsi enormemente.

Citiamo solo 5 esempi:

Le Vigne della California, gli ulivi in Puglia e gli agrumi, ma non solo.

http://www.wineinstitute.org/initiatives/issuesandpolicy/piercesdisease

Il proteo batterio Gamma (Xylella fastidiosa) è endemica negli USA e mortale per le viti europee ( cioè le sole che danno vino) importate dall’Europa. Non era un problema ingestibile fino a poco tempo fa in quanto l’insetto vettore (una cicadella Graphocephala atropunctata) aveva un habitat limitata alle bordure dei fiumi e solo occasionalmente trasmetteva il batterio alla vigna. Solo che ora (1989) è apparso un nuovo vettore, la cicadella “pisciatrice” Homalodisca vitripennis). Essa coabita con gli agrumi e vista sempre più frequentemente le vigne. Per ora questo nuovo vettore è limitato alla California del Sud ed è gestito con degli insetticidi unitamente alla messa in quarantena delle piante dei vivai che potrebbero veicolarlo. Tuttavia se il vettore risale a Nord, gli estimatori del vino sicuramente ne verificherebbero gli effetti. Non solo ma il vettore può essere trasportato in tempi più meno brevi in Australia o nell’America del Sud, visto che in Europa è già arrivata. Basta chiedere agli olivicoltori della Puglia quali danni già hanno subito da questo batterio, tanto che si è dovuto nominare un “commissario straordinario”. Eccone un esempio, su ulivo, agrumi e vite:

Ci sono delle viti americane che sono resistenti, ma possiamo immaginare di rifare ciò che abbiamo dovuto fare con la fillossera nel XIX sec? Cioè far retrogradare i nostri vitigni e ricostituirli di nuovo? Ma quanto tempo occorrerebbe? Sicuramente meno di prima con l’uso delle biotecnologie, ma ciò, nolenti o volenti, coinvolge inevitabilmente anche la transgenesi

Le piantagioni del Caffè delle Americhe

http://www.oregonlive.com/today/index.ssf/2014/05/devastating_coffee_rust_fungus.html

La ruggine delle piante di caffè ha già annientato le piantagioni di Java ed altri territori fornitori dei migliori caffè agli inglesi del XIX sec. ed è per questo che gli inglesi sono divenuti grossi consumatori di the. La malattia è stata tamponata trasferendo le piantagioni in altitudine in America Centrale e del Sud. Ma la malattia piano piano ha raggiunto anche queste nuove zone e, anche grazie al cambiamento climatico, essa è ridivenuta un problema pure in queste regioni prima esenti. In altre zone, invece nel secolo scorso si è proceduto all’incrocio dei tipi arabica con i tipi robusta che sono più resistenti, ma per fare l’incrocio occorre poliploidizzarli e se si vuole ripristinare il carattere dell’arabica reincrociare più volte l’ibrido con l’arabica. Ora nelle zone dove questo lavoro non è ancora stato fatto, appunto nelle Americhe, il tempo occorrente sarebbe troppo ed insopportabile per la sopravvivenza dei piccoli agricoltori di caffè di queste zone, vedi regioni del Chapas in Messico. Certo a noi la cosa non ci tocca, in quanto abbiamo i soldi per rifornirci altrove anche se i prezzi crescono, ma per i coltivatori americani sarebbe la morte. Se invece togliessimo l’embargo agli OGM si potrebbe prendere i geni di resistenza presenti nel robusta e trasferirli per via trangenica all’arabica e quindi permettere ai caffeicoltori delle Americhe di uscire dal culo di sacco in cui sono precipitati

I Succhi d’arancia della Florida

http://www.nytimes.com/2013/07/28/science/a-race-to-save-the-orange-by-altering-its-dna.html?hpw&_r=2&

Oramai la Florida ha riconvertito i suoi aranceti per produrre succhi d’arancia di alta qualità per sfuggire alla concorrenza dei succhi d’arancia liofilizzati del Brasile. Solo che attualmente l’industria dei succhi della Florida è in crisi dato che gli aranceti sono attaccati da una nuova malattia data da un batterio (cosiddetta: Citrus greening”). Il batterio è veicolato da un insetto esotico per la Florida. I trasformatori di arance in succo hanno allora finanziato una ricerca che ha trovato una soluzione GM. Solo che l’ultima parola spetterà ai distributori di succhi che devono sincerarsi che i consumatori accettino questo succo proveniente da piante GM. Solo dopo gli agricoltori potranno piantare agrumeti nuovi. Si vedrà come evolverà la questione, tuttavia una cosa è sicura l’agrumicoltura della Florida è minata da un grave pericolo e gli americani dovranno dimenticarsi il bricco di buon succo della Florida nelle colazioni del mattino.

Le banane

http://www.popsci.com/article/science/has-end-banana-arrived

Forse nessuno ricorda che negli anni ‘20 del secolo scorso vi era una canzone dal titolo « Yes, We Have No Bananas » Ebbene ad essa ha dato lo spunto una malattia disastrosa che aveva colpito le coltivazioni di banane. Il parassita era un fungo (Fusarium oxysporum), ma fu volgarizzato come “malattia di Panama”. Le banane coltivate per il loro frutto, detto “da dessert” per distinguerlo da quelle “plantains” che sono da cucinare, appartengono al gruppo con tre genomi (triploidi) e sono quindi naturalmente senza semi. Si moltiplicano per talea. Dal 1870 al 1955 fu quasi esclusivamente coltivato il sottogruppo conosciuto come “Gros Michel” e per metà di questo periodo si dovette convivere con la malattia predetta, in quanto solo pochi mutanti, ma non resistenti, sono stati individuati. Alla fine degli anni 50 dunque la situazione si fece insostenibile e quindi nello spazio di poco tempo i bananeti furono tutti convertiti con il nuovo sottogruppo “Cavendish” in quanto più resistente al fusarium e più resistente ai trasporti. Solo che ormai si è rivelata una nuova fonte di fusarium modificata detta (Tropical Race 4-TP4) rivelatasi in Asia, Australia e Mozambico che colpisce anche la Cavendish. Quindi, sarà solo una questione di tempo ma questa nuova razza di fungo verrà trasportata ovunque si coltivano banane Cavendish, e che sono il 90% delle banane esportate. I lavori che sono stati fatti non hanno ancora apportato nulla di nuovo. Il ricorso alle biotecnologie del trasferimento di geni di resistenza incontra per ora l’ostracismo dei distributori, ma sarà sempre così se la situazione si aggraverà?

Cioccolato

http://blogs.scientificamerican.com/artful-amoeba/2013/08/14/chocolate-frosty-pod-rot-and-you/

Il Cacao che ci da la cioccolata si ricava dai semi di una pianta tropicale e da sempre è afflitta da numerose malattie endemiche. Ve ne sono però due che si sono particolarmente diffuse nelle due Americhe del Centro e del Sud, e con conseguenze disastrose. Esso sono la Crinipellis perniciosa e la Moniliophthora roreri. Il genoma del cacao è stato sequenziato per opera delle multinazionali del prodotto (Nestlè, Mars, Hershey’s), ma esse si sono affrettate a dire che non useranno la transgenesi per trovare una soluzione alle due malattie. Solo che loro sono le ultime ad essere minacciate, e quando lo saranno veramente voglio vedere se rimarranno della stessa idea. Già ora però i danneggiati sono i piccoli coltivatori.

Ma perché proprio le PGM?

Per il fatto che le PGM hanno una logica in se che i metodi classici di miglioramento non hanno. Ad esempio la base genetica delle specie esemplificate, e non solo, è una base genetica molto complessa e ciò che possediamo ora da un punto di vista varietale è il frutto di un lavoro millenario difficilissimo da ripetere. Quindi tutte le volte che vogliamo introdurre un gene interessante nelle specie di cui sopra mediante incrocio sostituiamo almeno il 50% dei geni buoni accumulati con altri che non lo sono. Occorre quindi fare un lavoro successivo di eliminazione di questi geni e di ripristino del patrimonio iniziale. Solo che la quasi totalità delle volte non ci riusciamo e quello che abbiamo ottenuto può essere resistente, ma è spesso inutilizzabile.

Lo strumento della transgenesi raggiunge lo scopo in modo sicuro e mantiene intatto il patrimonio genetico costituito nei millenni. Lo si potrà ignorare sempre come strumento possibile di risoluzione? Non solo ma ci si apre un orizzonte nuovo e ci è dato dall’aver accesso a dei geni che ora sono presenti inaltre specie e che non hanno compatibilità fecondative. No solo, ma nelle specie coltivate, previo innesto, vi è la possibilità, nei limiti del possibile, di modificare geneticamente il portainnesto e non la parte aerea che ci da il frutto edule.

Inoltre presso molte di queste specie, dove le coltivazioni sono specializzate si potranno benissimo tenere distinte le filiere, se vi sarà una richiesta di conservare sul mercato un prodotto non-OGM e di tracciarlo. Non bisogna dimenticare che le fisime di società opulente, non esistono nelle società in via di sviluppo. Io sono un vecchio e quindi certe problematiche non mi toccheranno, ma non voglio che i miei nipoti o pronipoti mi dicano, almeno in questo campo: ” Ma com’era retrogrado (che sta per fesso) mio nonno o bisnonno”. Ora sono sicuro che riceverò questa accusa in tanti altri ambiti, ma almeno in quella dell’applicazione del DNA ricombinante vorrei restare inaccusabile !

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La Retorica dell’intimidazione

Novembre 8th, 2014
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di Alberto Guidorzi

Dalla Francia spesso ricevo dei documenti che mi inviano gli amici che hanno lavorato con me.
L’ultimo che mi è arrivato e che ho trovato interessante è un libro di Gerard Bonner , professore di sociologia all’università di Parigi-Diderot. Il titolo è: Il pianeta degli uomini, ritrovare il rischio”
Egli prende di petto la retorica dell’intimidazione e quelli che in nome del principio di precauzione, rischiano di portare l’umanità alla sua distruzione, quando invece le conquiste tecnologiche potrebbero evitarlo. Per lui è urgente contrastare questo rischio.
Chiamare la nuova ideologia ecologista una religione forse è un po’ forte, ma, dobbiamo anche ammettere che ne ha quasi tutte le caratteristiche e, come la Bibbia è un racconto completo, infatti esso descrive la colpa morale e chi ne è il responsabile unico, cioè l’uomo, o meglio l’uomo occidentale nel suo rappresentare: l’industria, l’azione tecnologica sull’ambiente, il tentativo di comprensione scientifica; in poche parole la metodica del nostro mondo. Ha pure la pretesa di predire gli avvenimenti e li descrive apocalittici. Una visione apocalittica che permea tutto, porta alla disperazione ed in ultima analisi è pericolosissima.
Chi sono i responsabili della diffusione di questa ideologia ? Sono in realtà, e purtroppo sono una legione, ma chi ha veramente formalizzato la teoria dell’intimidazione è il filosofo tedesco Hans Jonas. Pur non essendo molto conosciuto egli è uno dei pensatori che soto sotto influenza di più , anzi è il padre del principio di precauzione. Il suo argomentare è semplice e non banale. A causa dello sfoggio tecnologico, le nostre azioni hanno delle conseguenze imprevedibili, sia a medio termine che a lungo termine e che ci possono condurre all’apocalisse. Egli ne ricava, dunque, usando tutta l’immaginazione del peggio, che occorre proibire già ora di poter produrre un futuro che potrebbe essere catastrofico. Detta così la cosa sembra anche convincente ed, infatti, queste idee hanno permeato molti politici e molti contemporanei. Tuttavia non ci si può nascondere il fatto che ragionamenti del genere fanno nascere e prosperare l’idea che occorre interrompere comunque la crescita tecnologica.
Perché definire questo modo di pensare reazionario ? Non si da nessun giudizio morale, se ne giudicano le conseguenze. La nostra immaginazione ha sufficienti risorse per predire il peggio, la cosa diventa difficile quando si deve giudicare il meglio. La nostra attenzione è sempre focalizzata sui costi della nostra azione e mai sui costi della nostra inazione. Quando si propone di interrompere lo sviluppo delle varie branche della tecnologia in realtà è come se si tagliasse alla base un albero e di conseguenza tutte le sue diramazioni; la stessa cosa avviene se interrompiamo la divisione delle conoscenze. Il progresso dell’umanità avanza di pari passo con la divisione del lavoro e delle conoscenze. Tutto ciò che caratterizza il nostro tempo: autoproduzione, decentralizzazione, la vita in comunità, sottintende l’idea di un individuo polivalente vale a dire fare meno lavoro nell’ambito della vostra specializzazione ed occuparvi di tanto altro. I partigiani della retorica dell’intimidazione non vogliono la specializzazione vogliono un mondo che non si dispieghi oltre, anzi lo vogliono che si richiuda. Se ci si riflette bene questa è una visione di società diversa, però, non si è obbligati ad essere d’accordo con loro, si può pensare diversamente.
Dunque siamo arrivati quasi a detestare l’uomo ? Nel momento in cui si sospetta che la più piccola delle nostre azioni sull’ambiente possa avere delle conseguenze catastrofiche, inevitabilmente ci si mette a detestare ciò che caratterizza l’uomo. Vale a dire la possibilità di esplorare intellettualmente un certo numero di mondi possibili, servendosi, ad esempio della tecnologia. Si arriva a negare il fondamento del pensiero umano, cioè quello che ci distingue dagli animali, anche da quelli considerati più vicini a noi tra le scimmie antropomorfe, come i “bonobo”. Questo modo di auto detestarsi è tale che per definirlo si può usare, senza esagerare, il termine di “antropofobia”.Ma loro dicono che con i nostri comportamenti noi lasciamo ai nostri successori un pianeta devastato. In questa retorica dell’intimidazione in realtà è insito come patrimonio questo argomento. Nessuno nega che noi abbiamo attinto in modo massiccio da un certo numero di risorse finite, come ad esempio il petrolio. Ma con il petrolio, siamo anche tutti partiti per le vacanze! Tuttavia noi lasciamo ai nostri nipoti anche un mondo con un dispiegamento tecnologico molto importante e che ha permesso di fare cose insperate nel passato, come una speranza di vita molto più prolungata. Inoltre questi progressi potrebbero addirittura sparire se noi impediamo di far fronte ad un certo numero di rischi che possono divenire veramente catastrofici. Si cita l’esempio di un meteorite che potrebbe colpire la terra, rischio che non si può escludere essendosi verificato molte volte durante la storia dell’umanità. Vi è sicuramente una risposta tecnologica a questo pericolo, seppure non sia ancora alla nostra portata. Interrompere lo sviluppo della ricerca è privare i nostri nipoti della possibilità di salvare la loro vita. “Affogare” il presente equivale a non dare speranza al futuro. Il preconizzare la “precauzione” da parte di Jonas, innalzandola a mezzo per salvaguardare la specie umana, non è consequenziale sul piano morale in quanto è un comportamento cieco verso le conseguenze dell’inazione.
Nel libro, a mo’ di esempio, si cita l’esempio del disinfettante varecchina o meglio ipoclorito di sodio. Infatti malgrado i grandi servizi che essa ha reso, su questo disinfettante man mano è caduta la sfiducia in quanto ritenuta cancerogena a certi gradi di concentrazione. Come risultato abbiamo avuto che negli ospedali non è stata più usata. E’ impossibile valutare pienamente le conseguenze di questa decisione irragionevole, tuttavia si può supporre che un certo numero di malattie nosocomiali avrebbero potuto essere evitate se si fosse continuato ad usarla. Un esempio lampante lo abbiamo durante il terremoto ad Haiti nel 2010, dove si sono dovuti enumerare 5000 morti di colera. Ora vi era una semplicissima soluzione per evitare l’ecatombe: trattare le acque con l’iopoclorito di sodio alle dovute concentrazioni. Solo che si sono alternati dei comportamenti precauzionali tali da mettere in pratica la disinfezione solo dopo aver avuto miglia di vittime ed un articolo su Scince che ha tirato l’allarme in modo da indurre a decisioni più sensate. Dopo aver disinfettato le acque l’epidemia si è arrestata. Ecco un buon esempio di cosa può costare l’inazione.
Come fare a esorcizzare il rischio? Io non sono un mago! Ma noi dobbiamo assolutamente vedere positivo e accettare di prendere dei rischi. Qualsiasi sa il nostro comportamento, l’umanità va verso la fine e questa sarà più ravvicinata se essa non continua a sviluppare le sue attività tecnologiche. L’argomento dirimente è che il vivere comporta il prendere dei rischi. E’ ormai tempo che questa idea venga accettata e che venga condivisa. Le decisioni politiche ormai contaminate da chi propugna la precauzione ci proteggono a breve, ma ci lasciano indifesi a lungo termine. Infattii, l’aver abolito l’obbligo della vaccinazione obbligatoria contro l’epatite B è stato catastrofico, si deve prendere in conto che questa decisione politica creerà delle centinaia di morti nel futuro. E’ un tipico caso in cui il prevenire non è detto che sia meglio del guarire.
Occorre lottare contro gli adepti della decrescita? Certamente anche perché sono numerosi. Il tutto si basa sul paradosso di Easterlin, un autore che nel 1973 ha dimostrato che la soddisfazione dei cittadini, laddove la ricchezza aumenta molto, si stabilizza. La felicità viene stimata in rapporto a ciò che si vede nell’ambiente a noi vicino.. Un modo di sentirsi a proprio agio economicamente è quello di frequentare persone che sono a proprio agio o delle persone che hanno avuto meno successo di noi. E’ abbastanza cinico, ma è vero. Al contrario, questo paradosso non permette di stabilire che se si fa calare il PIB la gente sarà felice allo stesso grado di prima. Infatti, se voi constatate un miglioramento tangibile delle vostre condizioni, dopo sei mesi l’avete già assorbito come normale e quindi non sarà più oggetto di vostra soddisfazione. Per conto se il vostro stipendio si abbassa, voi potrete ridurre i consumi, limitare i divertimenti, ma non vi adatterete alla vostra situazione, rimarrete durevolmente meno soddisfatti e meno felici. I partigiani della decrescita mascherano il loro totalitarismo come una specie “tenerezza” democratica. Essi ci vogliono far credere che tutto va bene senza che loro siano ricorsi alla tirannia. Il che è falso.
La conclusione è che occorre difendere l’umano attraverso l’individuo terreno. Si tratta di una dimostrazione attraverso l’assurdo. L’apocalisse non è una possibilità, essa è una certezza in quanto l’attività solare distruggerà tutte le forme di vita sulla terra, forse tra un miliardo d’anni, ma anche prima. Se dunque noi vogliamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità occorrerà andare a vedere cosa vi è altrove. Il balzo tecnologico che occorrerà fare è per ora inimmaginabile, ma la sola scelta dell’umanità di perdurare alla sparizione del pianeta è l’esodo. Se ci si mette a prospettare la fine della storia così, allora occorrerà riconoscere che noi siamo più degli esseri umani che degli esseri solo terreni. Noi dobbiamo continuare ad avere fiducia nella nostra specie, in quanto noi non siamo non importa chi.

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