Per una volta una vicenda che (quasi) non c’entra con gli OGM. L’EFSA boccia i principali messaggi pubblicitari che entrano nelle nostre case tutti i giorni chiedendo dati, numeri e variabilità statistica alla Danone ed ai suoi prodotti simbolo Actimel e Activia, ma la stessa sorte tocca anche all’anti-colesterolo Danacol.
Insomma, come sempre, in assenza di prove scientifiche documentabili le etichette (che siano sulla pretesa dannosità degli OGM o sullo sgonfiamento delle pancie) non passano il vaglio dell’EFSA: questo è quello che deve fare una seria agenzia scientifica.
Leggi l’articolo del Wall Street Journal Europe
Uno dei concorrenti del grande fratello 9, di certo non più che ventenne, ha dichiarato, en passant, che il pane non ha più il sapore di una volta. Tendo a prendere molto sul serio dichiarazioni del genere, perché rappresentano un nuovo spirito del tempo. Siamo portati a essere tolleranti e a sorridere quando un’affermazione come la suddetta viene fatta dai nostri nonni, ma è molto difficile capire come può un ventenne ricordare e apprezzare il vecchio sapore del pane di una volta. Una volta, scusate il bisticcio,la condizione temporale “una volta” significava veramente a “una volta”, ossia tantissimo tempo fa, e non ad appena dieci anni fa. Verrebbe da dire: “una volta” non è più quella di” una volta”.
Insomma, davanti ad affermazioni del genere non ce ne possiamo uscire con la massima sulla relatività del tempo. E’ un problema moderno: quello del sapere nostalgico. Quelli che credono nel sapere nostalgico, pensano che tutto sia già avvenuto, magicamente, in età passate. Quello che è avvenuto ha valore mentre il presente è sinonimo di corruzione. Qualsiasi mutazione ci avvia verso la corruzione. In sostanza, il loro sapere nostalgico offende il presente.
Ancora, il sapere nostalgico fa uso, quando si trova a giudicare la contemporaneità, di canoni estranei ai sentimenti dell’epoca e allora, quel tipo di sapere rischia di fondare un sistema conoscitivo inquisitorio. Colui che giudica in tal senso non conosce il tema attuale ne ha voglia di farlo, dunque, rischia di semplificare un problema complesso. Tuttavia questo sapere nostalgico ha il vantaggio di piacere al grande pubblico. Ma perché noi che usiamo (o abusiamo di) tutti i prodotti della modernità, poi rimpiangiamo quello che è stato?
Detta in breve, e semplicemente, credo sia colpa della cultura di sinistra. E’ riuscita a vincere là dove non avrebbe dovuto vincere. Ha sfondato e occupato il territorio che apparteneva alla destra, quello della tradizione e del mito. Quelle stesse idee che, in gioventù, abbiamo combattuto, perché sembravano rimandare a un immaginario puro e pericolosamente epurato dagli aspetti violenti, un immaginario falso che scambiava condizione per vocazione, tutto queste idee alle quale opponevamo la concezione del progresso (e non dello sviluppo) sono venute meno. La sinistra ha cominciato a rimpiangere. Per evitare di fare i conti con la sconfitta e di elaborare un nuovo piano strategico con dettagliata analisi costi/benefici, ha preferito mettere su un triste teatrino con due attori, da una parte il valore della tradizione dall’altra parte la corruzione della modernità. I due attori sono burattini con connotati veramente grotteschi, pertanto la tradizione è sempre millenaria e dunque carica di significati, la modernità è sempre omologante e corruttrice di antichi saperi. Sono discorsi che solo vent’anni fa, quelli di noi che erano di sinistra avrebbero respinto perché, appunto, considerati di destra e pure un pò fascisti, ora invece fanno tendenza e allora ci tocca assistere allo scontro epico tra la musica popolare, i cibi genuini, i piccoli contadini, i locali biologici contro le multinazionali, il grande mercato, il complotto economico.
Naturalmente è faticoso per tutti, anche per i sostenitori della tradizione, far tornare i conti, diciamo così, in campo. C’è bisogno di portare avanti una dichiarazione di fede, religiosa, del tipo: una agricoltura sinergica, biodinamica, biologica, nasce dal sano rapporto tra uomo e natura. Dunque per associazione, questi tipo di agricoltura non subisce attacchi né da insetti, né da funghi né da parassiti. Un agronomo mi ha detto che nei campi di pomodoro coltivati con metodi tradizionali non è presente il virus del mosaico. Torniamo al passato dunque, è semplice. Facciamo a meno della chimica e di quelle corrotte biotecnologie. Non ci servono, basta tornare alla natura, quella mitica, religiosa, di spirito creazionista, cioè immutata, capace di autoregolarsi, la natura romantica, tipica della concezione della destra, appunto. Eppure, basterebbe essere un po’ filologi, una professione di cui davvero si sente la mancanza, per renderci conto che in quei luoghi dove, per forza di cose, si pratica agricoltura biologica, come parte dell’Africa, gli insetti ci sono eccome, fanno danni e le produzioni scarseggiano, tanto che il PIL in alcuni stati africani è fermo agli anni 70. Basta pensare a quando i contadini irlandesi, scozzesi e quelli di gran parte dell’Europa, che coltivavano piccoli appezzamenti di terra senza uso alcuno di concimazioni di sintesi e antiparassitari in genere, si era nel 1845, si videro distruggere dalla peronospora (uno studio del 2001 pubblicato su Nature sostiene si tratti di Phytophthora infestans) l’intera produzione di patate. Una carestia così forte da causare un milione di morti e da costringere altri due milioni all’emigrazione forzata in USA. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Ma dimostrerebbero tutti la stessa cosa, da quella natura di una volta (biologica, biodinamica, sinergica…) siamo scappati, ci teneva in gabbia, eravamo troppo schiavi delle sue mitologiche braccia.
Un interesante articolo del corriere della sera con il manifesto del Couscous Clan…
I problemi di insicurezza alimentare non possono essere risolti dagli attuali OGM commercializzati da grandi multinazionali e destinati alle agricolture dei Paesi più sviluppati. Appare strano immaginare come varietà resistenti agli erbicidi come la soia RoudupReady possa avere vantaggi di crescita senza acquistare il relativo erbicida o varietà di mais resistenti all’attacco di parassiti possano crescere senza enormi dosi di fertilizzanti azotati ed irrigazione. Tutte queste condizioni non possono essere trovate nei Paese dell’Africa Sub Sahariana dove più frequenti sono le carestie.
Da un altro punto di vista è compito della Ricerca Pubblica dei Paesi sviluppati applicare le più moderne tecnologie alle varietà più coltivate nei luoghi dove si intende intervenire e quindi su varietà di sorgo, miglio, cassava o vigna. Si tratta di piante di principale uso locale, ma su cui si possono innestare le tecnologie dell’agricoltura biotech per renderle ad esempio maggiormente resistenti all’attacco di parassiti che, nel caso ad esempio della leguminosa vigna, arrivano a distruggere fino all’80% del raccolto. Queste politiche sono incoraggiate e sostenute da uno specifico documento dell’ONU che il 9 maggio del 2003 ha scritto “non è in discussione se le moderne biotecnologie manterranno le loro promesse, ma solo come questi vantaggi verranno condivisi”. L’ONU indica il problema della condivisione della proprietà intellettuale e quindi degli eventuali ritorni commerciali derivanti dall’uso delle tecnologie del DNA ricombinante applicate alle piante. Ancora una volta la ricerca pubblica dei Paesi sviluppati deve fungere da palestra per formare le nuove generazioni di scienziati dei Paesi emergenti e le applicazioni sulle varietà locali devono trovare una forma di coinvolgimento dei due tipi di Paesi.
Ma non si può dimenticare che già oggi il cotone da OGM viene usato da milioni di piccoli coltivatori in Cina, India, Pakistan, SudAfrica, etc e che questi utilizzi hanno portato molto bernessere a quei coltivatori sia in termini di produttività sia in termini di riduzione dell’uso di pericolosi pesticidi.
Infine i recenti forti incrementi dei prodotti alimentari (soia, mais, frumento, riso) incidono anche sulla disponibilità per le parti più svantaggiate della popolazione mondiale. L’avvio di quantitativi sempre più elevati di mais alla produzione di biocarburanti è anche un pericolo perché quelle derrate non verranno più usate per l’alimentazione. Questi movimenti delle cosidette commodities sono stati molto forti nell’ultimo anno ed hanno portato ad una drastica riduzione delle scorte alimentari che per la gran parte dei cereali sono oggi dimezzate rispetto ai quantitativi consigliati dalla FAO. Non si può tacere il fatto che quando gli alimenti scarseggiano sono solo i più ricchi che se li possono permettere e quindi gli aumenti di produzione per ettaro garantiti dalle varietà da OGM risultano in allentamenti delle tensioni speculative sui prezzi delle derrate e quindi in una maggiore facilità di accesso per i Paesi meno ricchi.


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