Prodotti tipici

Luglio 12th, 2010
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E’ dai tempi del fascismo che l’Italia fonda una parte del suo immaginario sul concetto di tipico. Questo concetto è una derivazione, più o meno raffinata, di un altro e più grezzo concetto: autarchia: possiamo (dobbiamo) farcela da soli perché il mondo fuori ci è nemico. Dunque è necessario sfruttare appieno le nostre potenzialità, il nostro ingegno italico, impegnarci e portare avanti i nostri prodotti e rifiutare quelli stranieri. Da questa visione del mondo, visione, tra le altre, che il fascismo utilizzò durante il ventennio, ci sono rimasti, oggi, degli echi, certo meno grezzi, ma nella sostanza si può dire che, per esempio, in campo agricolo,queste venature autarchiche hanno sostenuto e alimentato altri concetti come prodotto tipico, chilometro zero ecc che oggi fanno parecchia tendenza. Leggete un giornale, di centro, di sinistra o leghista, che siano o meno patinati, radical chic o popolari, e vedrete che tutti elogiano i produtti tipici e il chilometro zero. Del resto, i ministri che si sono succeduti al dicastero dell’Agricoltura, sia di destra sia di sinistra sia leghisti, hanno tutti sostenuto queste idee - alla fine siamo portati a pensare che i Ministri dell’Agricoltura possono anche venire estratti a sorte, con la monetina. Insomma sono concetti che incantano. Ma ragionando sui dati (quelli che seguono sono dati Istat elaborati professore Casati, Università degli studi di Milano)la questione del tipico si complica ed è interessante allora valutare i pro e contro di questo incanto. Cominciamo con i pro. Perché interessarsi ai prodotti tipici? Innanzitutto per un paio di ragioni economiche, e conseguenziali: a) la competizione è la regola nel mondo globalizzato, ma la nostra agricoltura è in difficoltà, di conseguenza nasce l’idea del tipico, b) per dare valore a un prodotto occorre differenziare, quindi ecco il concetto di tipico, ovvero quel prodotto che offre un requisito che non ha concorrenti e che appartiene, però, a tutti i produttori. La strada è in fondo la stessa delle grandi griffes. Il tipico crea un’immagine di differenza rispetto al resto della produzione, percepita come “omogenea” e “massificata” e che quindi viene valutata e pagata meno. Inoltre, la provenienza geografica è un elemento esclusivo e non contendibile: o c’è o non c’è: tra i valori aggiunti del prodotti tipico ce n’è, quindi, uno immateriale. Ma l’Italia ha ragione o no di vantarsi dei suoi prodotti tipici? Vediamo, su 853 denominazioni europee, 182 sono italiane, 166 francesi, gli altri seguono. A questo punto è necessario, dopo l’incanto, però, far subentrare la fase analitica: questi numeri che sembrano parlare da soli, bastano o non bastano a convincerci? Voglio dire qual’è il loro rapporto col resto dell’agricoltura? E soprattutto, quale il loro reale valore economico? Dati alla mano, quanto conta il tipico nell’agroalimentare italiano? Sul fatturato alimentare il 4% (circa 5 md.€). Sull’export alimentare il 6,0% ( circa 1 md.€). Sul valore dei comparti: formaggi 55%, salumi 35%, ortofrutticoli 6%.Sull’export dei comparti: formaggi 58%, salumi 30%, ortofrutticoli 9%, oli 3%. Dunque, è un buon affare, sì, ma per pochi- altra caratteristica italiana- perché 5 denominazioni (Parmigiano, Grana, i due prosciutti e mozzarella di bufala) rappresentano il 70% circa del valore del tipico alla produzione, al consumo e all’esportazione. Allora, qua il sospetto ci viene: il tipico è un prodotto che assomiglia terribilmente ad altri - e che spuntano prezzi inferiori - ma che rispetto a questi altri ha un prezzo più alto (definizione del professore Casati). Per di più, le denominazioni controllate nel resto del mondo sono viste come un tentativo di salvare il protezionismo agricolo dell’Ue - quelle italiane, poi, e la maniera di gestirle sono criticate nella stessa Ue, infatti, i paesi del centro nord sono meno favorevoli. Inoltre, l’abuso della strategia, ossia moltiplicare i prodotti tipici, porta a forti delusioni, come nei vini -i prodotti tipici sono poi costosi da affermare e difendere. Ma l’aspetto più surreale e contraddittorio del tipico è forse il seguente: il prodotto tipico rassicura i consumatori, materia locale, manodopera italiana, qualità italiana: ma questa rassicurazione si fonda su un’illusione. Quando infatti manca la produzione agricola - ossia, se la materia prima locale non c’è come nel nostro caso- siamo costretti a ricorrere all’importazione. Si può dire dunque che il Parmigiano viene prodotto (in parte) con latte estero e il prosciutto con maiali olandesi? La porchette di Ariccia con maiali spagnoli? I dati ci dicono di sì, per “produrre tipico, oggi importiamo prodotti convenzionali, il 95% della soia e oltre il 23% del mais (che ricordiamo sono per fortuna ogm, cioè necessitano di meno interventi chimici, diserbo e trattamenti con agrofarmaci) necessari per produrre salumi e formaggi. C’è da aggiungere un dato non secondario: il solo costo dell’import di mais vale la metà dell’export di tutti i prodotti tipici. Questo è un caso particolarmente evidente, salumi e formaggi, infatti, costituiscono circa il 90% del fatturato DOP-IGP alla produzione e al consumo e il 94% all’export. Spediamo di più e produciamo di meno. Vecchia tendenza italiana, autarchica o meno che sia. E la pasta? il nostro vanto. Possiamo infatti affermare con sicurezza che la pasta è ancora italiana? Niente, no, nemmeno questa volta. Che sfiga. Anche in questo settore dobbiamo riconoscere la dolorosa frattura tra agricoltura vera e quella immaginata. Visti i dati, si può affermare che un pacco di pasta su tre è di produzione estera. Infatti: la produzione italiana, soprattutto quella del sud e’ fortemente influenzata dall’andamento climatico. Le basse produzioni unite all’andamento dei prezzi rendono la coltura anti-economica e non incentivano gli agricoltori a produrre qualità. Nel sud, nell’alta Irpinia, nel Beneventano e nel Salento, sempre più agricoltori, reputando antieconomico produrre cereali, affittano i propri terreni alle imprese del fotovoltaico. Alla fine questi sono i tristi dati: raccolto nazionale 3,5 -4,1 (in milioni di tonnellate), con cui copriamo appena il 65% della disponibilità nazionale. L’altra quota, ossia, 2,2, equivalente al 35% del fabbisogno è coperto con le importazioni, soprattutto dal Canadà. Ma allora? Affidiamo la soluzione della nostra crisi (e non solo agroalimentare) a parole magiche? Passiamo parte del nostro tempo a mettere su una battaglia tra prodotti tipici (percepiti come di qualità) e quelli convenzionali (percepiti come responsabili della massificazione del gusto e dell’impoverimento della biodiversità). Agricoltura vera o agricoltura immaginata? Che scontro insensato. Se fossiamo un paese meno autarchico, cioè meno interessato alla salvaguardia del proprio piccolo spazio o meglio, piccolo orto, forse avremmo la possbilità di organizzare e ragionare su una strategia complessa che per prima cosa chiarisca e puntelli questo aspetto banale, ovvio: non siamo soli al mondo, dunque la contrapposizione simbolica “tipico o prodotto di base” è un falso problema: l’uno ha bisogno dell’altro. Purtroppo per valutare e legiferare su questi aspetti è necessaria competenza e gusto dell’analisi. E’ necessaria la presenza sulla scena politica di quelle persone capaci di scelte politiche integrate Ci vogliono, poi, opinion maker in grado di convincere il cittadino che le parole magiche, ossia le soluzioni semplicie portano verso la dannazione. A sentire i tecnici competenti, il vero problema è potenziare il sistema agricolo e industriale: senza agricoltura e industria non c’è “made in Italy” alimentare o meno. Solo così si salva tutta l’agricoltura e si possono creare vere eccellenze su basi solide.”per fare della sostenibilità un fattore di successo dell’agricoltura italiana nella competitività globale, è necessario colmare la faglia esistente tra mondo della ricerca, mondo della produzione e consumatori” (Attilio Scienza,Università degli Studi di Milano). Dunque, serve competitività, cioè produrre di più con costi più bassi, e questo è possibile solo grazie al progresso scientifico e all’innovazione tecnologica - concetti troppo elementare ma che nell’italia tipica e autarchica è necessario ribadire, perché oggi convincono più gli astrologi, i biodinamici gli olisti che quelli che studiano con metodo rigoroso la bruta materia di cui sono fatti i sogni.

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Sillogismi troppo elementari

Maggio 26th, 2010
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Avanza con prepotenza un modo di pensare che procede per facili sillogismi. Questo pernicioso costrutto simil/logico si fonda in primo luogo sull’incompetenza e quindi sulla necessità, poi, di riempire il vuoto di conoscenza sostituendo l’analisi con delle parole amebe, ossia, quel tipo di parole che ormai hanno perso la matrice e dunque significano tutto e niente. La parola ameba rassicura, consola, oppure genera un cosiddetto ricatto emotivo, ci chiude in un angolo e comunque, nell’uno o nell’altro caso, genera un effetto spot, si illumina cioè, solo quello che fa comodo illuminare e il resto, che servirebbe a spiegare meglio e sostenere o contrastare il ragionamento, viene lasciato nell’ombra. Si potrebbe, forse, porre rimedio a questo patologico modo di ragionare, del quale, rischiamo, prima o poi, di essere tutti vittime, cercando o chiedendo, perlomeno all’intellettuale di sviluppare una competenza sulla materia oggetto di indagine. Per esempio, tanto per segnalare un caso esemplare, qualche mese fa, su Repubblica, l’editorialista Giovanni Valentini, intervenne sulla questione energetica. Scrisse che la Puglia produceva fino il 133% del proprio fabbisogno energetico grazie al solare e all’eolico. 133%. Di fronte al suddetto dato, capite bene, che il resto dell’articolo di Valentini - un duro attacco alla scelta del governo di costruire centrali nucleari - risultava inutile. Se io producono grazie al solare e all’eolico più energia di quanto ne abbia bisogno - addirittura la vendo - a cosa serve contrattare il metano con Putin o impegnarsi nel nucleare? Ma a che serve il carbone, l’idroelettrico? Abbiamo infatti risolto il problema. Solo un pazzo o qualcuno in malafede potrebbe pensare di dedicare il proprio tempo alla costruzione di complicate centrali per produrre energia. E’ ovvio che il dato è sbagliato. Non è neppure sovrastimato. Semplicemente è sballato. La Puglia è sì autonoma ma grazie alla centrale a metano di Brindisi, per il resto, la quota di energia prodotta dal solare e dall’eolico si aggira intorno al 7% (dati newclear.it). Ora, senza entrare nel merito della questione nucleare si o no (il mio non è necessariamente un articolo pro nucleare), quello che conta davvero per un cittadino è garantirsi il diritto a una buona informazione. Quella sì pulita, trasparente, responsabile. Un conto infatti è sostenere nelle prime tre righe dell’articolo che la Puglia soddisfa il 133% del proprio fabbisogno energetico con il solare e l’eolico, un altro è dire che copre solo il 7%. Nel primo caso, l’articolista, fondandosi su un dato sbagliato in partenza, produrrà un ragionamento che, appunto, procederà per facili sillogismi e cioè, nucleare=scelta sbagliata=pericolosa= scorie ecc, dall’altra, invece, il solare = energia pulita= gratuita ecc. Ci abituiamo così a un modo di pensare rassicurante, appunto che elimina idealmente le scorie e produce reazioni pure. Nel secondo caso, al contrario, l’articolista, avrebbe dovuto impegnarsi a dimostrare, che sebbene la Puglia produca solo il 7% dell’energia grazie al mix di solare e eolico, deve comunque continuare a investire in questo settore per una serie di motivi per lui importanti. Il ragionamento in questo caso elimina, per forza di cose, le parole magiche, in quando non si abbassa l’ostacolo per premiare tutti quelli che facilmente lo superano (ti piace vincere facile? Dice una pubblicità) ma ci impegna a dimostrare, partendo da una condizione di svantaggio, come raggiungere un obiettivo, e non a dichiararlo formalmente, per la gioia dei lettori, già risolto in partenza. Ora, Giovanni Valentini è in cattiva fede? Tende a barare? Non credo proprio. Semplicemente, sulla questione energica non detiene la necessaria competenza, quella che invece dimostra di avere, quando affronta argomenti a lui più consoni. Con molta probabilità confonde potenza istallata con energia erogata, un tipico sbaglio di chi non avendo affrontato un esame di fisica è portato a fare. Ma il punto non è ancora questo. I giornali infatti non hanno una squadra di fact-checker,dunque, non possono richiamare Valentini per dire: attento i dati non sono questi - può succedere a tutti di sbagliare soprattutto a chi è costretto a scrivere in fretta. Quindi quel dato magico tenderà a formare un immaginario molto forte e nulla si impossessa velocemente della nostra anima come le parole magiche e rassicuranti. Se un cittadino competente in una specifica materia, soprattutto quelle scientifiche o su determinate questioni, metti per esempio, quella biotecnologia, scorrerà i giornali o guarderà alcune trasmissioni televisive che dibattono su questi argomenti, con molta probabilità ne uscirà, ogni giorno, depresso e sconfortato. Cosa dovrebbe dunque fare un intellettuale di sevizio? Possiamo mai pensare che questi debba conoscere tutto e intervenire su tutto? No certamente, però, potrebbero accorgersi, per esempio, delle parole amebe che molte volte escono fuori e dei ragionamenti bislacchi che tendono poi a produrre e, infine, chiedere una verifica. Se ci fosse un organo d’informazione (in realtà questo che leggete è un appello per la sua costruzione), un blog, o un sito autorevole interdisciplinare e gratuito che svolga azione di monitoraggio e correzione (con dettagliate analisi di dati e rigorosi ricorsi alle fonti scientifiche), probabilmente, tenderebbe a salire il tasso di complessità nel sistema informazione e le persone impegnate nella formazioni delle opinioni, più responsabilizzate, dall’osservatore e controllore esterno, non cadrebbero nella trappola della semplificazione coatta.

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Mais

Marzo 23rd, 2010
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Prendiamo per esempio una varietà di mais convenzionale. Un mais da amido. L’amido è un importante ingrediente in molti settori: quello alimentare, tessile, della carta e degli adesivi. Sappiamo che l’amido è composto da due polimeri, amilosio e amilopectina. Il tipo di mais ricco di amilosio è sfruttato per scopi alimentari (pasta) e come componente di fibre naturali. Quello ricco di amilopectina ha molte applicazioni, appunto, nel settore tessile, carta, adesivi. Ora, a partire dal 1952 è stato scoperto mutante amylose extender (detto ae) che innalza la produzione della parte di amilosio fino al 36-65%. Dopo dieci anni è cominciata la produzione di ibridi ae che in media contenevano il 50%di amilosio. Negli anni ‘70, questa percentuale è arrivata al 70% (in questo caso gli ibridi erano sempre di tipo ae, ma arricchiti con geni modificatori specifici). Naturalmente, in questo caso, le ditte sementiere che producono e commercializzano questo specifico amilomais, raccomandano (contrattualizzano) ai coltivatori di seguire un protocollo colturale per impedire che ci sia “contaminazione” accidentale tra diversi tipi di mais. Dunque, anche il mais convenzionale, cioè, ottenuto mediante tecniche di miglioramento classiche, può, eventualmente inquinare. Il gene mutante per l’amilosio potrebbe passare tramite polline da una cultura all’altra e “inquinare” un mais non coltivato per amilosio, ma, faccio per dire, per amiliopectina. Questo problema dunque, non è un problema che interessa solo i mais ogm di tipo bt, ma interessa altri tipi di mais. Eppure, dagli anni ’70 fino a ora, non c’è stato nessun scandalo sulla coesistenza, nessuno ha gridato all’inquinamento. I vari Petrini e i varia Zaia non hanno scritto libri sulla perdita dell’identità italiana per l’eventuale uso sproposito di mais ae. Semplicemente, chi coltiva deve rispettare delle distanze di sicurezza. Questa distanza non serve solo a proteggere il passaggio di polline da un mais ae a quello, diciamo, non ae Ma è utile anche a proteggere il mais ae dalla contaminazione con un mais non ae. Se il polline inquina, basta un colpo di vento, come dice Petrini, inquina in due sensi. Potrebbe infatti passare da un mais bt a uno biologico, ma potrebbe al contrario, passare da una varietà convenzionale a una bt, perché “il vento soffia dove vuole”. Per fortuna. E’ la natura! I geni si scambiano e meno male, altrimenti saremmo messi male sotto l’aspetto della variabilità. Ma poi a quanta distanza vola questo polline? Il mais ha un polline molto pesante, quindi non si sposta molto. Diversi studi svolti però in quei paesi dove gli opinion maker non sono così sciatti e dunque non contribuiscono a formare con le loro dichiarazioni un immaginario antiscientifico- che come si sa, uccide la ricerca - diversi studi, dicevamo, hanno accertato che il polline di mais può arrivare in rarissimi casi fino a 200 metri (pochi granuli) ma generalmente si ferma a 20 metri. Stabilito questo, un paese civile – un paese è civile se è in grado (si prende la responsabilità) di misurare e non di sparare numeri a caso, purtroppo c’è una somiglianza metodologica tra le affermazioni del nostro premier (siamo un milione in piazza o un milione di posti di lavoro ecc) e quelli di alcuni nostri commentatori di fatti agricoli (il polline ogm inquina) – un paese civile, quindi, vara norme che, grazie a unità di misura, permettono la coesistenza pacifica tra soggetti con desideri, ambizioni e passioni diverse. Invece no. Il nostro paese, poco colto e molto ideologico, per bocca di vari esponenti dell’intellighenzia, politici e intellettuali, continua, invece, a dare i numeri, per dirla alla Berlusconi. Per esempio, sostenendo che un mais bt entri in tutta la filiera, inquina, e arrivi fino al consumatore. Si sottintende che quel gene specifico, codificante per la proteina Cry (tossica principalmente per tre ordini di insetti, lepidotteri, coleotteri e ditteri e innocua per l’uomo), resti per sempre immutato, quasi come se fosse una scoria radioattiva. Una farina di mais bt usata per l’alimentazione animale, passa attraverso i quattro laboriosi stomaci dei bovini che distruggono la struttura del DNA nel mais, tranne, però, quel gene “estraneo”, il quale, ancora in grado di codificare (non si capisce come) entra, che so, nel latte e nei suoi derivati e inquina il nostro organismo con la specifica proteina Cry. I geni non sono blocchi di uranio che continuano a decadere e quindi a emettere sostanze radioattive, ma sono nucleotidi che subiscono le dovute degradazioni, dunque si inattivano. Perché mai dovremmo considerarli alla stregua di geni radioattivi? Perché siamo un paese senza misura che si appaga di dichiarazioni grottesche. Il grottesco crea mostri, ci fa ridere o spaventare,a seconda delle posizioni ideologiche, ma ci impedisce di prendere le questioni seriamente, analizzare, misurarle, far notare le differenze.

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Lettera aperta contro il fast food del pensiero

Febbraio 28th, 2010
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Lettera aperta contro il fast food del pensiero. Sabato 27 febbraio, Carlo Petrini, a che tempo che fa, commentando la sentenza del Consiglio di Stato che ha autorizzato la coltivazione del mais bt, ha dichiarato, tra l’altro: che gli ogm inquinano, basta un colpo di vento. Se ne deduce, contrariamente a quanto si sforza di spiegare la dettagliata e precisa sentenza del Consiglio di Stato (Simonetti su questo blog la commenta), che ogni possibile coesistenza tra mais convenzionale e quello transgenico sia impossibile. Qui, in questa sede (un blog scientifico), è inutile commentare il valore della suddetta affermazione, si può pero, dichiarare, al contrario, che quello che inquina il nostro modo di pensare, siano proprio queste affermazioni alla Carlo Petrini. Inquinano per due motivi: sono semplicistiche e dunque consolanti e ci abituano a ragionare per slogan. Dichiarazioni come: “gli ogm inquinano, basta un colpo di vento”, non fanno pensare a una pianta, il cui uso riduce l’uso di agrofarmaci, ma a un virus che bisogna tenere confinato e la cui diffusione farebbe ammalare le buone e belle e sane coltivazioni organiche. I cittadini che ieri stavano seduti davanti al televisione, oggi, di sicuro, a tavola, con gli amici, o al ristorante avranno chiesto di mangiare cibo rigorosamente non ogm, o avranno raccomandato ai figli di tenersi lontani da questi prodotti pericolosi. Inquinano poi, perché trattandosi di slogan facili, ripetuti e amplificati da trasmissioni di buon ascolto, rendono poi inutile qualsiasi metodologia scientifica, analitica. La sentenza del Consiglio di Stato, a sua volta, analitica e scientifica, dunque, passa in secondo piano, decade, perde autorevolezza e di contro, si avvantaggiano tutti quelli alla Petrini che invece di studiare, e cercare di essere all’altezza del proprio ruolo - Petrini è a tutti gli effetti un opinion maker - campano, e bene, diffondendo formule facili e di facile assimilazione. Tra l’altro, se ci lamentiamo, è a ragione, del modo con il quale Berlusconi tratta i magistrati e le loro sentenze, dobbiamo prendere atto, con tristezza, che quel modo ha fatto strada e in tanti lo usano non appena conviene usarlo. Il secondo inquinante, forse questo ancora più pericoloso,è che slogan come questi formano un immaginario difficile da smontare o comunque si può smontare a patto di avere la giusta dose di tempo. La giusta dose di tempo, necessaria affinché una metodologia conoscitiva si diffonda, richiede in effetti un atteggiamento slow, passo dopo passo, prendendosi delle pause. Gli autori televisivi amano lo slow solo se si fa apologia dello stesso, insomma se ci si dichiara slow, ma senza dimostrare di esserlo. Dunque, i suddetti autori, invitano Petrini che invece di essere slow, è al contrario alquanto fast e non si affanna mica a spiegare perché mai un ogm inquina. Questo significa che un genetista o un biologo,abituato, da anni e anni di metodologia scientifica, a pensare slow, e cioè documentare, analizzare, mostrare le differenze e quindi evidenziare i valori che da queste differenze producono, questo tipo di intellettuale non avrà mai spazio in una trasmissione televisiva di buon ascolto. A questo punto però è davvero necessario, per evitare gusti futuri che la società di genetica, quella di tossicologia, esperti, competenti, responsabili di blog e riviste scientifiche, e naturalmente i giornalisti scientifici, facciamo un fronte comune, paghino, che so, un ufficio stampa che gli organizzi il lavoro e intervengano compatti quando personaggi faciloni e dichiarazioni alla Petrini si diffondano nell’etere. E’ necessario contrastare questi interventi o almeno provarci. Fabio Fazio un dubbio su quanto dice Petrini deve pur averlo ed è giusto che qualcuno sottolinei che quel dubbio è sensato. Altrimenti finisce che chi studia e si impegna, chi cerca di affrontare un ragionamento evidenziando le complessità del nostro mondo, sarà penalizzato dai fast food del pensiero. Insomma, competenti, analisti e studiosi di tutta Italia, unitevi, fatevi sentire, mandate lettere e precisazioni, chiedete di partecipare alle trasmissioni, occupatevi, purtroppo, anche di comunicazione, date indicazioni e siate compatti e ossessivi, rigorosi come sapete di essere, avete, in fondo, poco da perdere, altrimenti qualcuno, vi incatenerà, vi bloccherà a forza di slogan, più velocemente di quanto riuscite a immaginare.

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Darwin

Gennaio 22nd, 2010
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Questo che segue è un consiglio per gli acquisti. E non c’entrano i saldi. Visto e considerato che la maggior parte dei giornali, riportano e discutono in maniera grezza, superficiale e scandalistica importati e fondamentali questioni per la buona amministrazione del nostro paese, come per esempio, la necessità o meno di vaccinarsi, l’importanza o meno di investire in tecnologia, la necessità di credere nel futuro e dunque, di conseguenza, dotarci, per meglio indagare, di adeguati strumenti d’analisi, insomma visto e considerato tutto questo, sarebbe davvero un buon gesto che i tanti cittadini di buona volontà, che negli anni hanno sviluppato una sana curiosità per le cose del mondo, che questi cittadini, dicevo, comprino e diffondano la rivista Darwin. La rivista Darwin è un bimestrale di cultura scientifica, in senso lato, diretta da Gianfranco Bangone e Gilberto Corbellini. Ha un editor at large che risponde al nome di Anna Meldolesi (attualmente la migliore reporter scientifica, scrive sul riformista). Questa rivista si caratterizza per affrontare svariati temi, neuroscienza, biologia, epidemiologia, biotecnologie e altri, con una metodologia ben definita: chiara, accessibile, divulgativa e con un rigoroso controllo delle fonti. La rivista, per come io conosco le riviste (le riviste letterarie sono stato il veicolo attraverso il quale ho avuto accesso al mestiere di scrittore), è un miracolo che sopravviva in buona salute. Merito dell’impegno dei redattori e dei collaboratori, e tanto sarebbe per tutti guadagnato, se questa rivista si diffondesse a un pubblico più vasto - e sarebbe poi da applauso se i redattori dei giornali ogni tanto la consultassero. Esempio di suddetta metodologia. Sull’ultimo numero, Gianfranco Bangone, firma un dossier intitolato: i conti sbagliati della pandemia. Fra un attimo ne parliamo Prima un inciso. Se come me avete seguito la discussione sulla H1N1v sui giornali o peggio attraverso le inchieste di Striscia o altre simili, vi sarete resi conto del tono usato dai reporter o dai giornalisti, insomma da chi scriveva. Non avevano nessuna voglia di provare a spiegare cos’è una pandemia, quali parametri la definiscono, che modelli statistici si usano per classificarla. Come ci si muove e con quali regole. Alcuni giornalisti, poi ne parlavano -ne parlano - in maniera così sciatta, tanto da confondere batteri e virus. Insomma, non siamo nemmeno all’abc. Ora, se come me, avete dei figli che vanno a scuola, guardano la tv, si fanno domande, avrete notato che spesso i bambini (almeno i miei figli) sono sempre sottoposti a un rischio, e cioè tendono a non credere più a niente, in quanto non sanno cosa è autorevole e cosa non lo è (colpa dell’imprecisione costante e della sciatteria dei svariati giornalisti), oppure al contrario usano per ragionare, una sorta di diffusa teoria del complotto, ossia, qualcun altro muove i fili e noi possiamo difendersi solo e solo se identifichiamo un nemico, di volta in volta buono a spiegare ogni questione. Una specie di sindrome schizzofrenica. Non ho dubbi, il tracollo della democrazia è agevolato sia dalla mancanza di autorevolezza sia dalle varie teorie del complotto (una derivazione dell’olismo, tutto può combaciare con il tutto). Credo sia necessario difendersi. Dunque, tornando a noi. Gianfranco Bangone firma sull’ultimo numero di Darwin un rigoroso articolo sulla pandemia. Perché rigoroso e autorevole? Perché Bangone è una specie di filologo e di fisiologo. Ci mostra tutto quello che viene prima della polemica in corso. Se come me avete avuto difficoltà a orientarvi nella questione, allora troverete giovamento e orientamento dall’articolo di Bangone. Invece di gridare contro le lobby e le multinazionali, per l’appunto, genere preferito da svariati giornalisti e dai tanti commentatori, con molta serietà e pazienza, Bangone si applica a ricostruire la storia di questa pandemia. Come e dove è nata? Quali sono stati i focolai di contagio e che ragionamenti (economici e sanitari) si sono sviluppati successivamente? E’ molto interessante questo dossier, perché leggendolo si capisce che le polemiche - la difficoltà di credere nell’opportunità della vaccinazione- si sono accese per una sorta di distorsione nell’informazione. Distorsione che a sua volta prende il via dall’ignoranza di alcune normali e acclarate strategie sanitarie che in casi come questi vengono messi in atto. La ricostruzione di queste strategie è normale in un paese normale ma purtroppo eccezionale in un paese come l’Italia. Quindi non resta altro da fare, per cercare di tornare alla normalità, di tenerci strette le eccezioni giornalistiche, ossia divulgare il più possibile quegli articoli che per serietà e rigore, costituiscono, appunto un eccezione. In questo caso, infatti, l’eccezione Darwin, conferma la vecchia regola di Parise: pedagogia e democrazia vanno insieme.

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Le rubriche di Salmone

Antonio Pascale

Prodotti tipici

E’ dai tempi del fascismo che l’Italia fonda…

Luca Simonetti

Risposta di Zaia a Gilberto Corbellini

La risposta di Zaia al professor Corbellini (1)

Fernando Di Chio

Ma quanto costa produrre?

In questi giorni, la campagna ha un aspetto…