Antonio Pascale scrive una ficcante riflessione su Letture del Corriere della sera del 27 novembre scorso (leggi Bufale scientifiche). Il vero bersaglio del pezzo sono gli scienziati autorevoli che non intervengono con assiduità a ribattere ad affermazioni degne di maghi e veggenti e stanno tranquilli ritirati nei loro uffici a pensare a cose più importanti.
Ma a Mario Capanna non sembra vero che qualcuno parli di lui e quindi che lui possa “propanare” il suo verbo ai quattro venti. Il termine “propanare” non esiste, ma Mario Capanna lo usa sistematicamente e con convinzione: daltronde non è l’unica cosa che non esiste se non nella sua fervida immaginazione. Cercando su Google il verbo propanare si trova solo riferito ad un altro ignoto creativo che lo riferisce all’uso di una automobile alimentata a gas (propano???).
Dunque Capanna scrive una lettera al Corriere a cui Pascale risponde per le rime (leggi la leggenda della fragola).
L’articolo citato da Capanna è questo (leggi fragola-pesce). Dal testo si desume che trattasi di trasformazione di foglie, rigenerazione a callo e differenziamento di piantine la cui “morfologia non è differente dalla forma iniziale”. Insomma di lische di pesce non si parla, ma sopratutto non si parla di frutti. Gli autori non descrivono i frutti ossia le fragole (e sopratutto non li descrivono nelle generazioni ossia non si sa se erano delle vere piante transgeniche o solo delle chimere).
Non si trova in lettaeratura scientifica notizia di un prosieguo di questa ricerca da parte degli stessi autori che già nel 1998 sembrava che pubblicassero le loro attività su un foglio ciclostilato più che su un giornale scientifico accreditato.
Per onestà dobbiamo ammettere che altri potrebbero aver proseguito le ricerche del Santo Graal ossia la fragola con la lisca, ma ammettiamo con imbarazzo di non essere capaci di tradurre dal mongolo questo interessante articolo (fragola-mongola).
Fantastico intervento a TEDx di Antonio Pascale su innovazione in agricoltura ed OGM.
150 anni dall’Unità. Come è andata? Bene? Male? Così così? Per avere un’idea esaustiva è necessario leggere in Ricchezza e in povertà, di Giovanni Vecchi (e altri), edizione il Mulino. Un libro sorprendente, in quanto l’autore e i suoi collaboratori (economisti e statistici) ragionano, e grazie a una innovativa metodologia (che si premurano di spiegare in appendice), su alcuni parametri: Nutrizione, Statura, Salute, Lavoro Minorile, Istruzione, Reddito, Diseguaglianze, Povertà, Vulnerabilità. Gli autori hanno molta cura di esaminare i suddetti parametri con profondità analitica, e farlo, non solo a partire da fonti certe (là dove ci sono) ma studiando anche possibili fonti alternative e, infine, analizzano questi parametri comparandoli con altri, di modo da creare una rete integrata. Nel capitolo introduttivo, nutrizione, si è cercato non solo di stimare le calorie disponibili in media nella popolazione italiana (dato quantitativo) ma anche la distribuzione regionale delle suddette (interessante la distinzione calorie disponibili, ingerite e assimiliate). E non basta, si sono analizzate le variazioni nella composizione dei macronutrienti nella dieta degli italiani (sostanzialmente bilanciata per tutto il periodo unitario) e i cambiamenti alimentari (proteine animali al posto di quelle vegetali). Alla fine abbiamo la prova definitiva, le stime sottolineano il fatto che nel 1861, e con molta probabilità, per tutto il decennio successivo, un italiano su due, forse (anche sue su tre) non disponeva di un’alimentazione adeguata. Benché gli autori non riescono a misurare con precisione statistica la percentuale dei sottonutriti dal 1861 ad oggi, una cosa è certa, grazie all’innovazioni agricole, la sottonutrizione si è ridotta, dal 1861 ad oggi. Un aspetto è da sottolineare: la tendenza al miglioramento si interrompe drasticamente durante il ventennio fascista. In piena battaglia per il grano, le calorie e i redditi calano. La colpa non è di Strampelli, naturalmente, ma delle politiche autarchiche fasciste -oggi una riproposizione moderna fa tendenza, visto quello che dice Tremonti (nel libro la paura e la speranza) e i tanti adepti a sinistra del chilometro zero. Fatto sta che le politiche autarchiche del ventennio hanno riportato l’Italia che usciva dalla guerra al livello zero: di nuovo, un cittadino su due, ma anche due su tre, non raggiungeva il fabbisogno calorico medio. La povertà è stata sconfitta definitivamente tra il 1950 e il 1970. Eppure, negli ultimi tre decenni le stime mostrano che il problema non è stato del tutto eliminato. E’ un problema, certo per pochi, ma è un problema. Resta la domanda: la migliore nutrizione ha consentito la crescita economica o è stata la crescita del reddito per abitante che la incentivato una buona nutrizione? Sempre in tema di bilanci, se volete leggere un libro empirico che conferma le statistiche di Giovanni Vecchi, potete affidarvi a Vita nei campi, di Alberto Guidorzi. Questo libro ha una caratteristica: è una vera macchina del tempo. Se siete stanchi di viaggi nel tempo fasulli e faciloni, e cercate una visione realista dello scenario agricolo passato, Guidorzi è il tecnico che fa per voi. Vividi ricordi, non annacquati dalla nostalgia, sana competenza. E’ un libro del come e perché: come si viveva, come si produceva, come si pativa, come si sorrideva. E del perché questo mondo è cambiato. Ancora, se desiderate su questi temi, un punto di vista altrettanto valido, ma da sud ,ci sono gli articoli appassionati di Vitangelo Magnifico (spazio rurale). Alla fine la lettura di questi testi dimostra che la frase di Massimo d’Azeglio in fondo è sopravvalutata. Gli italiani che hanno costruito questo paese con dedizione quotidiana ci sono, eccome.
Il direttore dell’istituto Robert Koch, Reinhard Burger ha confermato che sono stati i germogli i fagioli, volgarmente detti di soia, a diffondere l’epidemia di EO104. Questo batterio al contrario di suo “cugino” Escherichia coli che vive, comodamente, e spesso placidamente nell’intestino dei mammiferi, produce una tossina, molto dannosa per il nostro apparato digerente. Attualmente le vittime sono 31, senza contare le migliaia di persone intossicate, alcune in gravi condizioni. E’ vero che un’epidemia del genere è classificata come grave, ma è anche vero che i mass media, in casi come questi, rincarano, la dose. Spesso titolano a caratteri cubitali, oppure usano espressioni molto imprecise, come batterio mutato, spingendo cioè a far sospettare che chissà quale strano complotto - ci sono sempre nel nostro immaginario scienziati folli che fanno esprimenti con il DNA. La realtà è che tutti i batteri, da sempre, mutano, e di continuo anche. Anche i batteri, come tutti nel mondo, vegetali e animali, sono soggetti alla legge dell’evoluzione. Insomma se l’allarme e le ipotesi di complotto aumentano con essi sale la confusione. E noi cittadini, come dire, non addetti al lavori, siamo spaventati, e come minimo ci chiediamo: siamo al sicuro? Siccome la sicurezza totale non esiste - al massimo, possiamo solo imparare a gestire i rischi - forse la domanda andrebbe riformulata. Dovremmo domandarci di cosa dobbiamo avere paura? Per esempio, in questo specifico caso,le informazioni finora raccolte ci danno due indicazioni. La prima,l’epidemia è partita da una piccola azienda biologica che produceva i due tipi di germogli (Mungo e gli Adzuki). Dunque la parola biologico non basta,o comunque non garantisce, a priori, nessuna sicurezza. La pubblicità è una cosa, la pratica agronomica un’altra. La seconda è che il batterio è arrivato nei prodotti della piccola azienda di Bienenbüttel o attraverso il personale che l’avrebbe diffuso nell’ambiente (tre lavoranti risultavano ammalati nei primi di maggio, uno in forma grave), oppure attraverso semi contaminati probabilmente da letame non opportunamente trattato. “Ricordatevi” diceva il professore di agronomia “va bene il letame per ammendare e fertilizzare, ma non dimenticatemi che sempre di materiale fecale si tratta”. Insomma,nessun complotto di scienziati impazziti, solo una cattiva pratica igienica o una pessima pratica agronomica. Comunque, questa storia dei germogli di soia contaminati racconta che spesso le nostre paure vanno in direzione ostinata e contraria a quello che davvero ci dovrebbe spaventare. Voglio dire, siamo propensi a credere che la natura sia fondamentalmente buona e priva di rischi, e al contrario, la tecnologia e l’industria inquinino i prodotti alimentari. Vediamo un germoglio di primavera come elemento puro e un prodotto lavorato tramite un processo industriale come pericoloso e insalubre. Quindi l’hamburgher diventa il male assoluto mentre crediamo ingannevolmente che semplici germogli di fagiolo, primaverili e freschi, non possono far nessun male, anzi apportano benefici su tutta la linea. Ancora, un accesa campagna pubblicitaria, spinta da Coldiretti, Slow Food e Grillo, qualche tempo fa invitava il cittadino a consumare latte crudo, perché, si sosteneva fosse migliore e più sostanzioso. Fu grazie alla biologa Anna Meldolesi che si scoprì l’amara verità: il consumo di latte non pastorizzato aveva causato gravi casi di intossicazione alimentari, dovuto un ceppo del batterio Escherichia coli che, appunto, trova il suo ambiente ideale ( e naturale)proprio nel latte crudo - per dare qualche numero, nel 2010 sono stati colpiti ben 41 bambini dalla Seu (Sindrome emolitica uremica). Siamo spaventati e giustamente, ma la nostra paura aumenta a dismisura, perché spesso puntiamo l’obiettivo sul soggetto sbagliato. Ci fidiamo troppo della natura, e facciamo male. La natura non è una madre accogliente. A noi spetta studiarla con ostinazione per capire come funziona e i rischi che possiamo correre. Senza cultura e senza una metodologia scientifica, ci resteranno solo aggettivi e associazioni pompose e incoerenti, come: naturale/buono, chimico/cattivo. Ci servono invece rigore, attenzione e prevenzione. Altrimenti il nostro studio sarà vano e la confusione e la paura aumenteranno fino a paralizzarci.
Quello che vuole la tecnologia, di Kevin Kelly (Codice edizioni).
E’ un libro dove si riflette con molta competenza, rigore e immaginazione, su cos’è la tecnologia, o meglio su come quest’insieme di pratiche umane, chiamato technium, si è evoluto nel tempo. La tecnologia è stata il nostro principale veicolo di evoluzione, la natura, insomma, come ben spiega Kelly, è solo un prodotto culturale e dunque tecnologico. Soggetta a cambiamenti, innovazioni, integrazioni, arresti e avanzamenti.
C’è un capitolo, nel libro, che non mi aspettavo e mi ha sorpreso. Si intitola “a lezione di tecnologia dagli Amish”. Sì, proprio loro, quel gruppo noto per essere luddista, persone che non usano le nuove tecnologie perché ritengono che queste siano frutto di mode effimere. I più rigorosi non usano né l’elettricità né le auto, coltivano la terra con attrezzi manuali e guidano calessi trainati da cavalli. Tuttavia, si scopre, leggendo il capitolo che la vita degli Amish, a ben vedere, non è affatto antitecnologica. Kelly, durante numerosi soggiorni presso le loro comunità, ha potuto osservare che gli Amish sono ingegnosi inventori, modificano con gran gusto del monta e rimonta parecchi utili strumenti e attrezzi. Inoltre, sono spesso a favore della tecnologia. Avvertenza di Kelly.
Gli Amish non sono un gruppo monolitico e nemmeno il loro rapporto con la tecnologia è monolitico. In sintesi, questa è la tesi di Kelly: mentre noi tutti diciamo automaticamente sì alle cose nuove, gli Amish dicono: non ancora. Sono più propensi ad accettare quelle tecnologie che si adattano al loro stile di vita. Per esempio, se si privano dell’elettricità, non sono mica privi di strumenti elettrici. Nei loro magazzini si trovano trapani elettrici, seghe elettriche, piallatrici. Ma allora, da dove arriva l’elettricità? Dai mulini a vento? No, usano dei motori diesel che bruciano petrolio e azionano un compressore. Dal compressore, tramite una serie di manicotti, l’aria corre, compressa nei tubi, e fa muovere gli strumenti.
Insomma, l’officina funziona ad aria compressa: ogni singolo macchinario è azionato dall’energia pneumatica. Gli Amish chiamano questo sistema: elettricità amish. Spesso questo tipo di energia viene usato anche per far funzionare nelle case frullatori e lavatrici: basta estrarre dagli apparecchi il motore elettrico e sostituirlo con uno ad aria compressa. Ma la sorpresa arriva più avanti. Gli Amish usano anche pannolini usa e getta, i fertilizzanti chimici, gli agrofarmaci e soprattutto coltivano mais bt. Ma come? Il malefico prodotto della tecnologia della Monsanto? Proprio gli Amish cadono in questa trappola? Perché? Ecco le risposte degli Amish più anziani, riportate nel capitolo. Il mais è soggetto ad attacchi della piralide, che rosicchia la base del fusto e di tanto in tanto lo fa cadere. Le moderne mietitrebbiatrici aspirano tutto il materiale e lo sputano nel silos.
Gli Amish invece trinciano il mais in modo semimanuale, cioè, trinciano a mano o con un elementare trinciaforaggio e poi caricano il materiale su una trebbiatrice. Ciò vuol dire che se ci sono molti fusti rotti, causa piralide, questi devono prima essere raccolti dal terreno. Insomma, ore e ore chini sulla schiena. C’è un’alternativa? Si, comprare costose mietitrebbiatrici moderne, da 500 cavalli. Invece, seminano bt, meno piralide, meno fusti rotti, meno fatica. Per paradosso, con la tecnologia del DNA ricombinate, insomma grazie al mais ogm, gli Amish possono continuare a usare vecchie e, per loro, ben sperimentate attrezzature, senza contrarre debiti, necessari per comprare nuove mietitrebbiatrici. Il loro obiettivo principale infatti è quello di tenere in piedi la fattoria di famiglia. Kelly sottolinea: “non me l’hanno detto esplicitamente, ma mi hanno fatto capire che consideravano le colture geneticamente modificate una tecnologia adatta a fattorie a conduzione familiare”.
Conclusione: gli Amish sono più progressisti dei vari Capanna. Non c’è niente da fare, ci vuole un po’ di fiducia. Un’opinione pubblica informata bene, con competenza e correttamente - intorno ai rischi e ai benefici di una nuova tecnologia - è di sicuro più libera. Se ci forniscono la possibilità di scegliere tra più opzioni (sicure), noi cittadini sapremo se - e responsabilmente - utilizzare o rifiutare quei prodotti che più soddisfano i nostri bisogni.



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