A Lendinara si parla di OGM

Marzo 21st, 2014
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E se ne parla consultando degli esperti che vale la pena di andare a sentire.

Leggi il programma di “OGM, questi sconosciuti“.

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Biodiversità del MON810

Novembre 21st, 2013
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coccinelle ERSA Ecco il rapporto chiesto all’ERSA dopo le visite al campo di Silvano Dalla Libera. La cautela dell’ERSA è solo la prova che si sarebbe potuto approfittare di questo campo di MON 810 per fare una prima analisi di pieno campo per fini sperimentali, ma si è voluta perdere questa opportunità. I dati non saranno statistici, ma le coccinelle le hanno viste e come.

Leggi il rapporto dell’ERSA

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Danilo Taino sul Corriere

Novembre 19th, 2013
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Argomenti corredati da numeri che mostrano fiducia nell’imprenditore agricolo, qualche voce sembra trapelare nel muro di gomma del Corriere della Sera.

Leggi l’articolo di Danilo Taino sul Corriere.

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La Biodiversità migliora con gli OGM

Settembre 4th, 2013
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Uno dei campi di Fidenato è sotto monitoraggio da parte di un biologo che ha riscontrato la presenza di uova di piralide sul campo di mais Bt e che queste uova erano state infettate da imenotteri (Tricogramma). Sono state ancora una volta trovate coccinelle come già verificatosi 3 anni fa. Questi dati dimostrano come la base del decreto a tre firme di ministri sia del tutto infondato e non suffragato da dati scientifici ma solo da pregiudizi che danno per scontata la perdita di biodiversità causata dalle coltivazioni OGM.
Ma questi dati spiegano anche perché vietare la ricerca scientifica in pieno campo che sfaterebbe tali pregiudizi tanto utili alla nostra classe politica.

Leggi Biodiversità

uova-piralidepiralide

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Lectio magistralis di Alberto Guidorzi sulla tossina Bt

Settembre 3rd, 2013
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Cosa si deve sapere sulle Piante Bt.

Storia e usi

Le piante geneticamente modificate per produrre la tossina Bt hanno incorporato un gene che codifica questa proteina. L’acronimo deriva dal fatto che il gene proviene dal Batterio di Turingia (Bacillus thurigensis). Questo batterio fu isolato per la prima volta nel 1901 dal giapponese S. Ishiwata partendo dai bachi da seta che soffrivano di una malattia microbica. La specie “thurigensis” e le sue sottospecie raccolte in ambienti diversi producono ben 170 tossine diverse e quindi devono corrispondervi altrettanti geni che le codificano. Una categoria di queste proteine ad effetto tossico su certi insetti si presenta sotto forma cristallina, da qui il nome di “cry”, che appunto sta per “crystal” ed è la forma di quando il bacillo in questione si trova in stato di attesa (spora), cioè prima di moltiplicarsi.

Il primo uso fattone dall’uomo è quello di adoperare queste spore e quindi i cristalli della proteina-tossina per cospargere le colture, specialmente in agricoltura biologica. Pertanto all’inizio fu proprio l’agricoltura biologica, ora elevata a barriera per impedire qualsiasi innovazione in agricoltura, a “sdoganare” la tossina Bt e difficilmente si conosceva che tipo e quante proteine-tossine si spandevano nell’ambiente, certo non tutte e 170, ma un buon numero di queste. Successivamente si comprese che selezionando una sottospecie data di bacillo si poteva agire miratamente e colpire solo un ordine di insetti e non altri. Ad esempio si potevano colpire solo i lepidotteri, o solo i coleotteri o solo i ditteri. Ecco che allora si misero in commercio sotto diversi marchi questi bacilli più specifici e si denominarono “insetticidi naturali”. Ad esempio la sottospecie di Bt “kurstaki” riusciva a controllare le larve devastatrici (la tossina agisce meglio sulle larve che sugli adulti degli insetti bersaglio) dei seguenti lepidotteri parassiti: Carpocapsa delle mele e delle pere (il conosciutissimo verme della frutta) e tanti altri come le pieris del cavolo, il tortricide della pelle della frutta ecc.

Quando le biotecnologie riuscirono permettere il trasferimento di geni, consci dell’impatto che poteva avere la nuova tecnica rivoluzionaria di miglioramento vegetale, si pensò subito di copiare dall’agricoltura biologica; se questa aveva accettato di buon grado la tossina batterica e l’aveva definita “insetticida naturale” perché non doveva essere accettata una tecnica che ricalcava quanto già fatto ed in modo molto più mirato? In fin dei conti lo spargimento aereo o la produzione endogena di tossina, indipendentemente che essa si fosse già rivelata innocua per animali e uomo, comportava comunque un’ingestione da parte del consumatore sia biologico che convenzionale. Evidentemente ci si era assicurati che non esistessero differenze di proprietà tra la tossina batterica e quella prodotta dalla pianta per effetto della trasformazione. Purtroppo una propaganda molto ben condotta fece diventare la tossina endogena un veleno per l’uomo, mentre era un elisir di lunga vita quella che si ingeriva con prodotti derivati da agricoltura biologica.

Come agiscono queste tossine?

Esse, nel batterio sono presenti in una forma “completa” e denominate protossine, in questo stato sono inattive cioè non insetticide. Quando poi entrano nello stomaco della larve degli insetti bersaglio il cristallo si scioglie e la pro tossina è spaccata da un enzima presente nello stomaco dell’insetto ed assume lo stato “maturo” , divenendo insetticida. Essa si fissa su dei recettori presenti nella parete intestinale degli insetti bersaglio e crea dei pori, cioè dei buchi e ciò fa morire l’insetto in un paio d’ore. La trasformazione è possibile nel corpo degli insetti , ma non i quello dell’uomo per una differenza di pH ambientale. Si individuarono allora delle piante che potevano essere convenientemente trasformate e la scelta cadde sul mais e sul cotone, appunto per offrire una maggiore rassicurazione ai consumatori che, infatti, non avrebbero mai mangiato il mais se non sotto forma di carne e tanto meno delle fibre di cotone. Il mais infatti aveva due lepidotteri parassiti che creavano danni non indifferenti: la piralide (Ostrinia nubilalis) e la sesamia (Sesamia nonagrioides), mentre il cotone aveva un nemico micidiale che era il verme della capsula fiorifera (Helicoverpa armigera). Oltre che con lo spargimento di pesticidi la piralide si è tentato di combatterla anche con altri metodi biologici come lo spargimento di un fungo (Beauveria bassiana) o la liberazione nell’ambiente di una vespa, Trichogramma, che depone le uova nel corpo della larva dei lepidotteri (tra l’altro il dispositivo che si fornisce all’agricoltore per liberare la vesta è brevettato, ma nessuno si mai scandalizzato di questa costrizione come per le piante GM protette da brevetto e di cui non si può riprodurre il seme modificato). Tra l’altro non dimentichiamoci che la piralide agli USA l’abbiamo “regalata“ noi europei a partire dal 1917. Tuttavia la lotta biologica non ha mai dato risultati tangibili economicamente parlando verso la piralide ed inoltre trattasi di pratiche costose.

Tutta una gamma di eventi genetici sono stati predisposti per lottare contro questi parassiti. Il Mon 810 (Monsanto) ed il Bt11 (Syngenta) sono costituiti da una versione raccorciata ma differente nei due eventi del gene denominato Cry1Ab isoltato dalla sottospecie kurstaki del Bt.
Gli americani invece ci hanno “regalato” un altro parassita del mais, ma in questo caso si tratta di un coleottero crisomelide (Diabrotica virgifera virgifera) che con invasioni biologiche ricorrenti (per questo gli anti-OGM hanno sparso la notizia che si tratterebbe di infestazioni artificiali fatte dalle multinazionali per indurci ad adottare le PGM) allo stato adulto distrugge i pistilli ancora verdi delle pannocchie per poi deporre le uova nel terreno e dare origine l’anno successivo a delle larve che si nutrono delle radici di granoturco facendo perdere stabilità e facilitando la caduta a terra delle piante di granoturco man mano che crescono. E’ perciò che si sono create varietà di mais GM con inglobato il gene Cry3Bb1 (evento MON 863) proveniente dalla sottospecie kumamotoensis del Bt, la cui tossina è attiva contro i coleotteri e non contro i lepidotteri o altri insetti. In mancanza di semine di PGM specifiche l’unico modo di difesa è procedere con la cattura degli insetti in modo da stabilire la convenienza o meno di procedere a trattamenti generalizzati con insetticidi aspecifici e quindi più devastatori della biodiversità animale.

Il cotone è l’altra coltura che ha goduto della tecnica Bt, ma si è agito con un uso di tossine diverse in funzione delle varietà di cotone: si è immesso il Cry1Ac per la varietà Bollgard, mentre nella varietà Bollgard II si sono impilati due geni uno per la tossina Cry1Ac e l’altro per la tossina Cry2Ab al fine di combattere sia l’Helicoverpa zea (che colpisce il cotone ed il mais laddove convivono) che l’H. armigera. Un’altra varietà, la Widestrike, coltivata in Usa ha invece impilato il Cry1F con il Cry1Ac. E’ in preparazione anche un’altra varietà con aggiunto il Vip3A che è una tossina sempre derivata dal Bt, ma che non ha nulla a che fare con quella “cry”. Il cotone è una pianta particolare, si dice in gergo che “è sufficiente che passi un insetto che se ne nutra”, infatti si era arrivati in USA a dover fare fino a 15 trattamenti.

Si è tentato di creare anche una patata Bt per combattere il coleottero dorifora, le cui larve devastano l’apparato aereo della pianta, si è usato il gene Cry3A. Si pensi che nel Nord della Francia durante la 2° Guerra Mondiale si mandavano le scolaresche a raccogliere le larve sulle coltivazioni e distruggerle per poter avere la possibilità di sfamarsi. La riuscita tecnica della varietà è stata buona, ma non la riuscita sul mercato, infatti, essa non è più commercializzata. Gli industriali l’hanno messa in cattiva luce presso i produttori agricoli e certi utilizzatori come McCain o McDonald’s hanno deciso di bandire dai loro usi la patata transgenica temendo impatti negativi sulla loro attività e sul loro marchio. Risultato? La patata è continuamente trattata contro la dorifora con insetticidi molto velenosi e aspecifici (tanto non si mangiano le foglie, si dice) e contro la peronospora, dove, invece, si usano fungicidi che hanno vita breve in quanto insorgono frequenti resistenze. Tutto ciò avviene solo per il fatto che l’opinione pubblica si è fatta un’idea non basata su dati scientifici, ma solo emotivi. Poi, la stessa opinione pubblica pressa sull’agricoltura perché la vuole più sostenibile e durevole!

L’uso delle piante Bt hanno ridotto l’uso degli insetticidi?

Il mais Bt non poteva far diminuire di molto l’uso degli insetticidi perché negli Usa si trattava massivamente contro la piralide solo il 10% delle coltivazioni. Tuttavia in queste enclaves a frequenti interventi antiparassitari la diminuzione è stata significativa. Diverso è il discorso sul cotone per quello che si è giù detto, qui si assiste veramente ad una rivoluzione tecnica. Si badi bene queste cose le dice il rapporto di Charles Benbrook del 2004, che tra l’altro era uno studio finanziato da un movimento no-OGM e che, però, visti i risultati hanno posto nell’oblio i risultati.
In Cina le cifre disponibili indicano una diminuzione del consumo di insetticidi. In India invece è continuata a regnare una certa confusione dovuta al fatto che benché in presenza di una ventina di varietà certificate e commercializzate, si assiste alla vendita di seme riprodotto delle varietà precedenti, ma questa seconda generazione non è omogenea in quanto il gene si ripartisce in modo aleatorio e quindi vi sono piante che non producono più la tossina ed altre che continuano a produrla. Pertanto i danni sono ancora possibili. E’ questa la ragione per cui Vandana Shiwa ha disonestamente informato l’opinione pubblica occidentale che i contadini erano imbrogliati e che il cotone OGM non proteggeva la pianta ed i contadini di conseguenza si suicidavano, Solo che i contadini non erano certo imbrogliati dalla Monsanto, che non aveva nessun interesse a farlo, bensì da commercianti locali senza scrupoli. Solo reincrociando ogni anno le due linee parentali si ottiene seme 100% resistente agli attacchi. Inoltre il cotone mostra di diminuire la produzione della proteina Bt man mano che invecchia.

Impatto delle piante Bt sugli insetti non bersaglio

Altri lepidotteri

Lo studio di questo aspetto è fatto anche in laboratorio mettendo a contatto l’insetto con la proteina Bt o anche con materiale vegetale che la produce. Con questo metodo si riesce a stabilire se l’insetto è sensibile con le dosi che presumibilmente l’insetto ritrova nel campo, in altri termini si misura l’esposizione al pericolo. Questo approccio e la sua accettazione acritica, però, ha portato a devianze di risultati anche eclatanti. E’ il caso tanto mediatizzato della farfalla Monarca (Daunus plexippus) in quanto nel 1999 Losey e al. paventarono un effetto tossico del polline di mais Bt in quanto avendo sparso questo polline sulla pianta (Aslepias syriaca), di cui si nutre la larva della farfalla, vide che il 40% dei soggetti morivano.. Il fatto di aver pubblicato lo studio su Nature permise ad altri di controllare l’esperimento e di riverificarlo in campo. Furono infatti piazzate delle piante di aslepia sui bordi di un campo di mais e lasciato che naturalmente il polline vi si depositasse e che l’insetto se ne cibasse. Ebbene il risultato di mortalità sia in presenza di mais Bt11 che di Mon 810 fu insignificante. In altri termini in laboratorio avevano fatto fare “indigestione di polline all’insetto”. L’aslepia inoltre non cresce nel mais o in sua prossimità e quindi in natura l’insetto troverà ancora meno polline Bt da ingerire. Tuttavia si è voluto controllore anche il tempo di esposizione al polline, che in realtà può durare anche 20 gg. Si è trovato che un’influenza vi è, ma è trascurabile in quanto in natura, cioè senza polline Bt, l’80% delle larve non arriva allo stato adulto, mentre in presenza di polline Bt per lungo tempo la percentuale di larve che non arriva allo stato adulto sale all’85%., cioè ben poca cosa se consideriamo che la farfalla vive anche dove non vi è mais ed è migrante (sverna in Messico). Ironia della sorte, questi dati sono del 2001, ebbene, nel 2002 in Messico vi fu un inverno particolarmente freddo e la popolazione di Monarca fu decimata per l’80%, però negli anni seguenti la popolazione si ripristinò. Ciò sta a significare che la farfalla monarca ha ottime capacità di sopravvivere e la sua possibile scomparsa è un falso allarme. Sempre Losey ha individuato 132 piante possibili di associazione con il mais Bt. Queste piante ospitano 229 lepidotteri, che tra l’altro non sono i più minacciati di estinzione. Per quelle invece minacciate o più rare non vi è percolo che entrino in contato con il mais Bt. Ad esempio la farfalla Karne blu (Lycaeides mellissa), messa sotto esame dall’EPA statunitense, risulta non minacciata per le scelte che la farfalla fa delle piante ospiti e per la non coincidenza tra l’emergere delle larve e la produzione di polline. Ciò non esime evidentemente da un’attenta e continua biovigilanza.

Le api

In linea di principio ed in quanto imenotteri esse non sono sensibili alla tossina Bt. Però esse hanno rapporti col polline di molte piante in quanto per loro è un nutrimento; l’ape però si nutre di tanto polline di mais solo se è l’unico nutrimento disponibile, lo stesso discorso non vale per il cotone. Tuttavia l’EPA fino ad ora non ha trovato effetti deleteri, in Francia sono stati esaminati anche gli effetti del Colza producente la tossina anticoleotteri e neppure qui sono sati riscontrati effetti. Tuttavia tutto ciò non significa che tutti gli OGM, anche quelli futuri siano assolti, vuol solo significare che i controlli vanno fatti caso per caso e non si possono quindi generalizzare i risultati sia che siano positivi o negativi. Gli insetti non bersaglio hanno più probabilità di venire in contato con tossine Bt, quando si fa la distribuzione in pieno campo come fa l’agricoltura biologica, ma anche qui sappiamo che la pratica non ha mai eliminato delle specie animali, se l’anno del trattamento le larve calano, queste calano ancora nel secondo anno, ma nel terzo ritornano agli stessi numeri. Sarebbe quindi buona pratica non trattare tutti gli anni. Si tratta di sapere se gli agricoltori biologici seguono questa precauzione?.

Piante BT: effetto cascata su insetti predatori o parassiti

E’ vero che le proteine-tossine non si accumulano, potrebbe, però, verificarsi che un insetto sensibile sia preda di un altro insetto predatore e che questo venga in contatto con la tossina per via indiretta. Anche questo aspetto è stato preso in considerazione e l’EPA ha voluto verificare la cosa sulla Crisopa come iperparassita e circa le tossine cry1Ab e cry1Ac si è notata una certa influenza, ma non tanto per la tossina ma per lo stato di salute della preda colpita dalla tossina.. Prove di campo in parte hanno smentito il laboratorio ed in altre non hanno confermato la non influenza. Pertanto le piante Bt potrebbero essere buoni strumenti in programmi di lotta integrata. Sia su Riso che su patata Bt i risultati sono stati confermati. Sul colza il discorso è un po’ particolare, in quanto si è avuto un risultato strano in laboratorio: una vespa parassita Cotesia Plutellae è stata riscontrata morire, quando si nutre di un lepidottero (Plutella xylostella sensibile alla tossina cry1Ac). Per contro la vespa sopravvive quando parassita una farfalla della specie resistente alla tossina. Ancora una volta però la morte è dovuta al cattivo ambiente nutritivo che offre la larva del lepidottero se colpita dalla tossina.. La riprova è stata ottenuta quando si è osservato il comportamento della vespa: quando può scegliere il suo ospite, opta per la farfalla non sensibile alla tossina. Si tratterebbe di un adattamento delle piante stesse che emetterebbero sostanze attiranti la vespa per farsi difendere. Le piante indifese per effetto dell’insensibilità del parassita alla tossina che loro producono, emettono più di queste sostanze e quindi le vespe sono più attratte perché “sanno” di trovare più larve di farfalla da parassitare. Questo è un effetto indiretto delle piante Bt che quindi si aggiungono alle piante che naturalmente producono tossine, come il pomodoro con la tomatina. Un lavoro di compilazione della rivista “Annal Revieuw of Entomology” conferma quanto qui riferito.

Le piante Bt e biodiversità

S’intende qui indagare se in un campo coltivato con una pianta Bt, che di per se rappresenta un ecosistema, per solo questo fatto possa interagire con l’ecosistema in modo negativo. Un lavoro del 2001 nel Minnesota su 9 insetti predatori solo una coccinella (Colemegilla maculata) ha visto il suo numero calare in un campo di mais dolce Bt. Un altro studio invece tutti i predatori non sono stati interessati dalla presenza di una pianta Bt e compresa vi era anche la coccinella di prima. La famiglia degli insetticidi a base di piretro si è rivelata più deleteria per l’ecosistema. Ecco tutti questi aspetti sono valutati dall’EPA prima di concedere qualsiasi autorizzazione. Anche in Francia nel 2002 quando si sperimentava in campo il mais Bt non sono state trovate correlazioni tra entomofauna e tossina Bt, in particolare una prova di 15 ettari condotta da Syngenta nel 2004 e seminata con mais convenzionale, mais Bt, mais trattato con insetticidi e Bt sparso a pieno campo aveva lo scopo di valutare l’influenza della tossina sulla fauna del terreno (sono stati osservati un totale di 300.000 artropodi appartenenti a 76 tipologie: per quanto riguarda gli artropodi del suolo non è stata notata nessuna differenza sia nel mais Bt che in quello convenzionale trattato con Bt, delle differenze ci furono invece a livello campo trattato con insetticida, ma solo in un intervallo di 13/14 gg dopo il trattamento. Per gli artropodi viventi sulle piante un’influenza negativa fu notata su certe specie, ma transitoriamente dopo il trattamento chimico o biologico, nessuna nel caso del mais Bt. Il risultato assolve completamente la pianta Bt , ma lo fa anche per i trattamenti in pieno campo, contrariamente a quanto si crede e si dice in giro. Altri studi fatti in Australia, Cina e USA confermano la superiorità delle PGM e ribadiscono la selettività della piante Bt rispetto all’uso degli insetticidi.

Le piante Bt e le resistenze indotte sugli insetti.

Fino ad ora nessun insetto bersaglio è stato riscontrato resistere o assuefarsi alla tossina Bt, ma ciò non vuol dire che in futuro ve ne siano. Casi di resistenza sono stati descritti in letteratura, ma discendono tutti dall’uso esterno della tossina, vale a dire quando si sparge il batterio , pratica che si esegue in agricoltura biologica e quando la si pratica sulle coltivazioni in modo continuativo e irragionevole. I casi sono apparsi presso un parassita del colza e crucifere in genere, la Plutella xilostella o tignola delle crucifere, L’insorgere della resistenza è spiegabile se immaginiamo una mutazione dei recettori intestinali della larva che non permettono più la perforazione dell’intestino, quindi a chi fa PGM la problematica è ben presente anche perché in laboratorio li hanno verificati, ad esempio, la nottua Heliothis vrirescens è risultata resistente alla tossina cry1Ac, ma alla verifica pure alle altre tossine cri1Aa, cry1Ab e cry1F. Ecco perché le raccomandazioni agli agricoltori consigliano di usare nei campi di PGM Bt barriere periferiche di varietà convenzionali e che hanno il doppio scopo di creare barriera fisica alla diffusione del polline e favorire così la coesistenza, ma anche di permettere la sopravvivenza dell’insetto bersaglio in modo che l’eventuale insetto che ha maturato una resistenza si accoppi con insetti sensibili, dato però che il gene di resistenza è recessivo, il prodotto d’incrocio che ne nascerà sarà un insetto sensibile e quindi il gene di resistenza continua a diluirsi e non ad accumularsi negli individui bersaglio. Una biovigilanza è comunque necessaria. L’India da questo punto di vista è sotto scacco con il cotone, in quanto le varietà che seminano contengono solo la resistenza al cry1Ab e non mettono in pratica le zone rifugio. Sarebbe utile qui creare varietà con impilamento di geni di resistenza diversi anche per l’India come si è fatto per il cotone in altri paesi. Modelli matematici fanno di queste previsioni, elaborando vari scenari e quindi la predizione di quanto può capitare non è difficile, come pure sapere di quanto si ritarda l’insorgenza di specie resistenti adottando certe pratiche. Ciò ci dice che quando si incolpano gli OGM per inconvenienti che sorgono per insipienza nelle buone pratiche agricole da parte dei coltivatori è solo “tifoseria” . D’altronde l’abbandono della tecnica degli OGM-Bt rappresenterebbe solo un ritorno all’indietro e il riuso di insetticidi non selettivi, o come si vorrebbe una decrescita produttiva.

Piante Bt ed ecosistemi pedologici

La biomassa del suolo è composta per l’80% da microrganismi ed è quella che permette di relazionare la pianta con il terreno, pertanto il preoccuparsi delle possibili influenze di una pianta OGM Bt con il terreno non è fuori luogo. Se non altro perché i residui della pianta GM interrati rilasciano nel terreno delle tossine Bt che vi persistono per tempi diversi a seconda della composizione pedologica. Vi sono studi che hanno ritrovato la tossina in quantità rilevabili ancora dopo un anno, altri lavori invece non l’hanno più trovata dopo 14 gg.. Alcune piante essudano la tossina Bt attraverso le radici (mais ,riso e patata) altre no (colza, cotone e tabacco). D’altronde studi di ugual genere meriterebbero di essere fatti anche quando si spande la tossina ed il batterio per via aerea in agricoltura biologica. Il lombrico per principio non è sensibile al Bt e esperimenti in laboratorio e in campo dimostrano che se essi si nutrono di detriti contenenti la tossina Bt non vi sono effetti. Alcuni dubitano che vi siano effetti sub-letali, ma tali effetti noi li notiamo anche in funzione della diversità del terreno e indipendentemente della presenza o meno della tossina. Lo stesso risultato si è trovato verso batteri, funghi, protozoi o nematodi. Anche gli isopodi non sono stati dimenticati dall’analisi ed anche qui sono stati notati solo esigue diminuzioni di peso, ma non tanto negli individui giovani quanto in quelli vecchi ed inoltre le stesse variazioni si sono notate in terreni diversi e senza l’intervento della tosssina Bt. La rizosfera cioè l’ambiente che circonda le radici delle piante è la zona dove si è concentrato di più l’interesse, ma anche qui si è verificato sempre lo stesso risultato: se si trovavano effetti alla fine dell’esperimento questi poi li si riscontravano uguali anche quando la variabile Bt scompariva ed entrava in ballo un’altra variabile colturale o pedologica.

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