A furia di parlare di cose che danneggiano le sue imprese commerciali (OGM) Petrini ha finalmente cominciato a studiare qualcosa senza far finta di sapere tutto. Certo la strada è ancora molto lunga per un neofita non proprio giovanissimo e non abituato a leggere dati tecnici, ma qualche miglioramento si nota. Nel suo attacco al sistema dei brevetti ( leggi broccoli) non si sente più l’ossessione anti-OGM, non si demonizzano i brevetti in quanto tali (che occasione persa forse starà pensando non brevettare il Parmigiano Reggiano o la mozzarella) e sembra quasi che appaia normale brevettare un OGM. Poi ci mette del suo la redazione del giornale nel mescolare broccoli e patata Amflora o presentare solo le tesi degli oppositori dimenticando di chiedere a qualcuno che ne capisce di brevetti o di legislazione internazionale che problemi vede, ma si sa quando l’informazione è telecomandata senza possibilità di accendere il cervello queste sono le conseguenze.
Anche l’attacco alle multinazionali questa volta è meno viscerale, forse avendo dovuto osservare che alcune aziende chiedono il brevetto, ma Syngenta e Limagrain lo osteggiano e quindi non si tratta della rivolta dei braccianti senza terra ma di normalissime battaglie commerciali.
L’idea non è male perché quando l’EPO boccerà alcune delle estensioni che sempre si chiedono le più ampie possibili al momento di depositare un brevetto (anche io quando brevetto a nome e per conto dello Stato Italiano lo faccio) Petrini potrà incassare lo scarto della buccia esterna della cipolla brevettuale come un suo grande successo. Ma così non è e tutte le vicende brevettuali prevedono una trattativa in cui chi chiede chiede la Luna perché ha trovato un lampione. Insomma ancora una volta siamo al lucciole per lanterne.
Antonio Pascale scrive una ficcante riflessione su Letture del Corriere della sera del 27 novembre scorso (leggi Bufale scientifiche). Il vero bersaglio del pezzo sono gli scienziati autorevoli che non intervengono con assiduità a ribattere ad affermazioni degne di maghi e veggenti e stanno tranquilli ritirati nei loro uffici a pensare a cose più importanti.
Ma a Mario Capanna non sembra vero che qualcuno parli di lui e quindi che lui possa “propanare” il suo verbo ai quattro venti. Il termine “propanare” non esiste, ma Mario Capanna lo usa sistematicamente e con convinzione: daltronde non è l’unica cosa che non esiste se non nella sua fervida immaginazione. Cercando su Google il verbo propanare si trova solo riferito ad un altro ignoto creativo che lo riferisce all’uso di una automobile alimentata a gas (propano???).
Dunque Capanna scrive una lettera al Corriere a cui Pascale risponde per le rime (leggi la leggenda della fragola).
L’articolo citato da Capanna è questo (leggi fragola-pesce). Dal testo si desume che trattasi di trasformazione di foglie, rigenerazione a callo e differenziamento di piantine la cui “morfologia non è differente dalla forma iniziale”. Insomma di lische di pesce non si parla, ma sopratutto non si parla di frutti. Gli autori non descrivono i frutti ossia le fragole (e sopratutto non li descrivono nelle generazioni ossia non si sa se erano delle vere piante transgeniche o solo delle chimere).
Non si trova in lettaeratura scientifica notizia di un prosieguo di questa ricerca da parte degli stessi autori che già nel 1998 sembrava che pubblicassero le loro attività su un foglio ciclostilato più che su un giornale scientifico accreditato.
Per onestà dobbiamo ammettere che altri potrebbero aver proseguito le ricerche del Santo Graal ossia la fragola con la lisca, ma ammettiamo con imbarazzo di non essere capaci di tradurre dal mongolo questo interessante articolo (fragola-mongola).
Dario Bressanini pubblica oggi un nuovo intervento sull’aumento della coltivazione di mais Bt in Spagna (OGM record in Spagna: 100.000 ettari di mais). Meno male che Dario ha scritto il suo pezzo facendoci raddrizzare una giornata nata con un mediocre articolo di Petrini (Carlo Petrini: sono tornate le api) dove ancora una volta fa correlazioni incomprensibili tra uso di neonicotinoidi e moria delle api. Io avrei una teoria altrettanto valida: le api sono morte perche’ c’era Prodi al Governo e poi quando e’ arrivato Berlusconi nel 2008 la situazione e’ progressivamente migliorata. Secondo me vale tanto quanto la teoria dei neonicotinoidi.
Intanto qualcuno (C’è masi OGM nell’agro romano) parla di mais OGM nel Lazio, ma nessuno ci dice se la presenza di OGM e’ dell’1 per cento o del 99 per cento nel qual caso vorrebbe dire che Futuragra sta facendo scuola, vediamo.
Il parere di Alberto Guidorzi ( una bufala moderna ) sulle api ed i neonicotinoidi in un articolo dello scorso luglio su Spazio Rurale.
Tempo fa Carlo Petrini elencò dieci punti per ribadire il no ai cosiddetti “ogm”. Il punto otto merita una particolare attenzione. Petrini sosteneva, tra l’altro, che “le piante mal sopportano le modificazioni genetiche”. Ora, se durante un esame di biologia avessi fatto un’affermazione del genere sarei bocciato a libretto. L’evoluzione dei prodotti agricoli (da diecimila anni) è stata possibile perché le piante sopportano – e come! - le modificazioni genetiche. Nei millenni non abbiamo fatto altro che spostare geni da una parte all’altra. La prima modifica indotta (empiricamente) è stata quella che ha permesso la creazione di cereali che non disperdevano i semi. Abbiamo modificato il loro status selvaggio cercando di ottenere cariossidi più grandi e più ricche di proteine.
Questo è avvenuto e avviene ancora e avverrà sempre e riguarda tutto ciò che consumiamo. Quando modifichiamo un prodotto modifichiamo i suoi geni – per questo tutto è ogm. Ora, affermazioni come quella di Petrini contribuiscono a formare un immaginario ecologista (e di sinistra) di stampo creazionista, un po’ alla testimone di Geova. Meglio non muoversi affatto perché, simbolicamente parlando, le piante non sopportano le modificazioni genetiche, quindi ogni tentativo di miglioramento produce un danno e inquina un presunto stato naturale. Questo atteggiamento – che, tra l’altro, incide sulle élite (di sinistra), ossia quelle che producono e trasmettono cultura - sta strutturando, appunto, l’idea di un ecologismo sì, ma senza innovazione tecnologica. Un paradosso. Per esempio, una foto di famiglia ritrae mio nonno, mia nonna, mio padre ed io, bambino (due anni). Questa foto (1968) illustra tre generazioni. Mia nonna sullo sfondo lavava i panni. L’ha sempre fatto, per tutta la vita – poi è stata felicissima di potersi servire dell’innovazione portata dalla lavatrice, per lei quella era una scelta ecologica, recuperava tempo e risparmiava acqua.
Mio nonno era un contadino, povero, sdentato, con i postumi della pellagra. Coltivava biologico e non per scelta etica. Non aveva né fertilizzanti né agrofarmaci. Si lamentava degli insetti che mangiavano la sua roba e la distruggevano, i suoi prodotti non erano buoni e la gente al mercato non li comprava (la sua più grande sofferenza, questa. Perché si spaccava la schiena e lavorava con costanza e determinazione e gli sembrava ingiusto essere colpito da una punizione così crudele) – in effetti, bisognerebbe spiegare a tanti fortunati di oggi che con facilità parlano del mondo contadino, elogiando i ritmi naturali e i cibi sani di una volta che, per esempio, gli insetti non sono culturalmente modificati, cioè non dicono: questo campo è biologico non l’attacchiamo. Mio nonno, ancora, si è spostato nell’arco di tutta la vita, forse di una cinquantina di chilometri dalla sua proprietà. Povertà, ignoranza, sofferenza (tanta) e lingua dialettale stretta gli hanno impedito di accedere a dimensioni diverse da quella agricola. Naturalmente mio nonno mangiava solo prodotti a chilometro zero. E questo per una buona parte della sua vita, fino agli anni ‘60.
Ma qui, la parola passa a mio padre. Che invece ha goduto delle innovazioni tecnologiche di quegli anni. Agrofarmaci, fertilizzanti, meccanizzazione e miglioramento genetico. Ha visto la produzione agricola e il reddito aumentare, quindi ha potuto lentamente fare quello che a mio nonno e a mia nonna non riusciva fare, affrancarsi dalla terra e studiare. Io, dei tre, sono stato il più fortunato. Perché ho potuto beneficiare appieno della rivoluzione agricola e nello stesso tempo capire che questa aveva prodotto dei danni. Come rimediare? C’è solo un modo, capire, ora, attraverso quali nuove tecnologie si arriva a produrre di più, meglio e con meno costi sociali. Si possono ottenere agrofarmaci biodegradabili e innocui? Certo e lo si sta già facendo. Si possono mettere insieme le competenze di varie discipline, agronomia, genetica, ecc e creare dei protocolli di produzione, via via analizzati e studiati, grazie ai quali gli imprenditori agricoli si trasferiscono nuove conoscenze per meglio coltivare? Certo, la Bayer per esempio, sta avviando questo protocollo sulla vite. Si possono ottenere delle piante resistente alla siccità e agli insetti? Certo.
Il più grande filosofo della modernità, e il miglior esperto di lombrichi e colombi, Charles Darwin ci ha insegnato che tutto è cultura, la natura non esiste, perché non si può identificare un suo stato perenne né, la natura, contiene al suo interno speciali valori, inanti (e romantici) e quindi immodificabili. Tutto scorre e si modifica e tutto avviene attraverso l’innovazione culturale e tecnologica. Solo e con i fondi alla ricerca si può sperare di modificare in meglio il mondo, perché non solo le piante, ma il mondo ha bisogno di essere modificato, entrambi, per così dire, sopportano le modificazione genetiche. E’ fondamentale farlo e includere nel cambiamento
l’abbattimento della emotività e una maggiore dose d’analisi e quindi più precisione e maggior attenzione ai costi. Sarebbe un disastro se la sinistra perdesse di vista due parole: innovazione e inclusione. Più innovi più includi.
Adesso la sinistra (a leggere la pubblicità) è oltre. Dove però, non è chiaro, sospetto che, culturalmente, sia precipitata nel buco nero del passato.
Nel discorso che Galan, Ministro delle Politiche Agricole e Forestali, tiene al Salone del Gusto di Torino cita il premio Nobel per la Pace nel 1970, tra i padri della “rivoluzione verde”, Norman Borlaug.


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