Un ricordo per Norberto Pogna

Luglio 27th, 2016
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norberto-pogna A scriverlo è Battista Piras, ex dirigente del Ministero dell’Agricoltura del tempo in cui si riusciva ancora a dialogare.
Nella categoria: News, Norberto Pogna, OGM & Agricoltura italiana

Cereali: profondo rosso

Novembre 25th, 2013
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L’import di cereali aumenta nei primi 8 mesi del 2013 ed il deficit commerciale peggiora di 400 milioni di euro raggiungendo quota 1,5 miliardi. Scende l’import di farine di soia, ma scommetterei perché alleviamo meno animali vista la crisi.

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Nella categoria: News, OGM & Economia

Ma quanto costa produrre?

Luglio 19th, 2010
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In questi giorni, la campagna ha un aspetto diverso, i campi di grano ormai trebbiati sono estensioni che rattristano un po’ e l’unica nota di colore è data dai campi di pomodori con chiazze di verde e di rosso dei primi frutti invaiati. Perché dico questo? Perché ora che la raccolta del grano è terminata la domanda ricorrente da parte di molti operatori del settore è “Come è andata?”.

L’annata caratterizzata da piogge intense nel periodo invernale, ha procurato notevoli disagi, poiché i forti ristagni hanno favorito lo sviluppo di patogeni che hanno chiaramente influito negativamente sulle produzioni. In realtà le rese ottenute sono state molto varie, in alcune zone si è arrivati a produrre circa 20 ql ad ettaro ed in altre oltre i 40, motivo di ciò non è stato però solamente l’andamento climatico, ma alcune scelte (discutibili) che a inizio campagna sono state fatte. Rammento che al momento delle semine molti agricoltori lamentando il basso valore del grano hanno preferito risparmiare nell’adozione dei mezzi tecnici, ciò ha comportato la totale assenza della concimazione di fondo, che sommata alle forti piogge, ha posto la pianta in condizioni di non poter produrre a causa della scarsità di elementi nutritivi presenti nel terreno. La domanda che vi pongo perciò è questa” Vale la pena coltivare risparmiando sui mezzi tecnici?”.

Da agronomo che opera in una realtà cerealicola importante qual’è da sempre il Tavoliere delle Puglie, non sono stato mai d’accordo con coloro che attuano una simile scelta, anzi in taluni casi ho consigliato a qualche agricoltore addirittura di non seminare, se poi intendeva abbandonare la pianta a se stessa. Comprendo peraltro che con un grano che vale 16 euro il quintale, sia difficile per chiunque pensare di coltivare frumento, considerando infatti un costo per ettaro di 600 euro, chi ha prodotto 20 ql ad ettaro si trova nettamente in perdita, così pure chi ha operato correttamente e ha prodotto 40 ql ad ettaro,ha avuto dei margini ridottissimi. Per quel che concerne poi la qualità delle produzioni, si nota un andamento difforme, in alcuni areali la qualità, legata anche a certe scelte varietali, ha portato ad ottenere grani con alto contenuto proteico ed alto peso specifico, in altre zone invece ad un alto peso specifico, non è corrisposto un alto contenuto proteico. Quale il rimedio?

In questi giorni ho avuto modo di parlare con un operatore del settore che da molti anni adotta una “nuova” tecnica colturale, ossia la cosiddetta semina su sodo o sod seeding. Tale tecnica che prevede in sintesi, la semina senza attuare alcun tipo di lavorazione di preparazione del letto di semina, determinerebbe non solo una riduzione dei costi, ma sul lungo periodo favorirebbe un riequilibrio del terreno (sia da un punto di vista fisico che microbiologico) a tutto vantaggio delle produzioni.
In fin dei conti mi ha dimostrato che con questa tecnica oltre ad avere costi pari alla metà di quelli che si hanno in un ettaro di frumento, si ha anche un incremento delle rese perché si può operare senza sacrificare altri mezzi di produzione(concimazione, diserbo, difesa fitosanitaria). Quale il motivo per sollecitare tale tecnica? Semplicemente l’idea che dovendo puntare ad una riduzione dei costi di produzione, si agisca sul fattore “lavorazioni”, non sacrificando gli altri, ottenendo in tal modo oltre ad una riduzione dei costi un miglioramento strutturale del suolo.
Del resto con un mercato che non offre garanzie e la difficoltà di diffusione dei famosi “contratti di filiera”, penso che una simile tecnica non sia risolutiva, ma almeno offre la possibilità di operare senza giungere all’assurdo che le “stoppie” che si vedono ora in piena estate, persistano anche ad ottobre, dato che molti agricoltori con un simile andamento del mercato decideranno di non coltivare.
In ultimo mi piace segnalarvi un sito molto interessante www.aigacos.it dell’Associazione Italiana per la Gestione Agronomica e Conservativa del Suolo, dove appunto si parla di questa tecnica e chi ne ha interesse potrebbe trovare spunti per poterla applicare.

Nella categoria: Fernando Di Chio

I mali della cerealicoltura meridionale

Aprile 12th, 2010
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Un amico agronomo e scrittore, un giorno mi ha chiesto il perché della profonda crisi che investe il settore agricolo ed in particolare quello cerealicolo. Le motivazioni sono tante, ma la prima cosa che mi viene in mente per riassumerle tutte è ciò che un giorno mi ha detto un agricoltore mentre visitavamo i suoi campi. Mi raccontò che una sera, mentre era in pizzeria, rimase stupefatto quando realizzò che una semplicissima pizza aveva più valore di un quintale del suo grano.

Credo che questo esempio riassuma un pò lo stato in cui versa attualmente la cerealicoltura, il frumento che vale meno di tredici euro il quintale e i prezzi dei mezzi di produzione a livelli altissimi, elementi che non fanno altro che deprimere ulteriormente il settore. In quest’ottica, diventa perciò difficile parlare di un rilancio di un settore che è altamente depresso ed in cui anche la professione di agronomo diventa difficile da svolgere in quanto, ogni qual volta si consiglia ad un agricoltore di compiere la più semplice delle operazioni colturali (sia questa la concimazione o il diserbo) ci s’imbatte in costi che difficilmente possono essere compensati dalla produzione.

Quest’anno, ad esempio, a fronte di una notevole superficie investita a frumento, almeno per quel che concerne la realtà cerealicola meridionale, c’è da rilevare una netta riduzione delle aziende che hanno provveduto alla concimazione di fondo (primo passo per giungere ad ottenere buone produzioni), applicabile ad altre operazioni colturali, quali il diserbo, che molte aziende non praticano per ridurre ulteriormente i costi.
Questa premessa sullo stato attuale della cerealicoltura è importante per rispondere ad un’altra domanda che lo stesso amico mi poneva, ossia perché il grano estero e quello canadese in particolare risultano qualitativamente superiori. In primo luogo si tratta di superfici investite molto elevate,le varietà coltivate sono poche (il che garantisce una maggior uniformità di produzione) ed infine la tecnica colturale che è molto più spinta determina una produzione quantitativa e qualitativa superiore.

Ciò che fa la differenza è la qualità fattore rilevante per un rilancio del settore; negli ultimi anni, infatti quando il grano, per eventi speculativi vari, giunse a toccare quota 50 euro al quintale, ogni agricoltore fu stimolato ad applicare tutte le tecniche colturali più idonee per ottenere un prodotto quantitativamente e qualitativamente migliore.

Tutto questo però all’agricoltore che aveva prodotto un frumento qualitativamente migliore non garantì un prezzo più elevato, anzi in seguito il mercato iniziò una graduale discesa che ha portato poi ai prezzi attuali.
Ciò aiuta a capire che in fondo il malessere della nostra cerealicoltura è dovuto alla mancanza di una seria programmazione e di un prezzo alla produzione che tenga conto dei costi di produzione e non sia invece solo frutto di speculazioni da parte di chi detiene il mercato, cioé mulini e commercianti.

Ultimamente, un termine che ritorna spesso nei progetti di rilancio del settore, è il cosiddetto Contratto di Filiera, ossia un contratto che lega l’agricoltore al commerciante e al mulino che ritirerà il grano. Ciò, se ben congeniato, potrebbe rappresentare la chiave di svolta, perché si stabilirebbe un prezzo garantito all’agricoltore, a patto che questo attui tutte le tecniche colturali che permettano l’ottenimento di un prodotto di qualità superiore.
Per quello che mi è dato sapere, ad oggi esiste un solo progetto pilota che interessa il Meridione e la Capitanata in modo particolare, con l’obiettivo di produrre frumento con caratteristiche qualitative superiori e tali da soppiantare l’utilizzo di frumento estero. E’ chiaro che tutto questo rappresenta solo l’inizio, ma è auspicabile pensare che, se questo progetto dovesse andare a buon fine, potrebbe rappresentare il punto di svolta.
E’ auspicabile perciò pensare che a partire da questo progetto, molte altre aziende si attivino per fare in modo che simili iniziative diventino la norma, a beneficio di tutti ed in particolare del consumatore, spesso convinto di acquistare pasta prodotta con farina italiana ma che in realtà d’italiano ha solo il nome.

Nella categoria: Fernando Di Chio

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Luca Simonetti

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