Sentenza Fidenato

Febbraio 17th, 2015
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E così finalmente siamo arrivati alla fine della vicenda giudiziaria seguita al Decreto interministeriale del 12 luglio 2013. Ricorderete che, con la sentenza n. 4410/2014, il TAR del Lazio aveva rigettato i ricorsi di Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato per la nullità del decreto. Ricorderete forse anche che, nel mio commento su Salmone, avevo sottolineato come la sentenza del TAR presentasse parecchi, grossolani vizi e attendevo con una certa fiducia la pronuncia in appello.
E’ poi accaduto che (i) in appello è andato solo Fidenato, mentre Dalla Libera ha rinunciato a impugnare, e che (ii) il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 605/2015, ha confermato la decisione del TAR, concedendo a Fidenato solo il contentino della compensazione delle spese processuali.
A costo di sembrarvi ingenuo, vi dirò che la decisione del Consiglio di Stato (d’ora in avanti, “CdS””) mi sorprende. La sentenza del TAR era vistosamente sbagliata, e in precedenza, e proprio in materia di Ogm, era già accaduto più volte che il Consiglio di Stato desse ragione ai maiscoltori, annullando provvedimenti ministeriali contrari alla legge comunitaria. Stavolta no, e onestamente non mi rimane che prendere atto di una decisione che, giuridicamente parlando, non ha fondamento.

Le premesse sono sempre le stesse: con il Decreto, il Governo aveva vietato, per 18 mesi, la coltivazione del mais MON 810. In sostanza, il Decreto consisteva in una discreta versione italiana dell’analogo decreto francese del 16 marzo 2013, con alcune aggiunte di scarsa importanza; decreto che era già stato annullato dal Conseil d’Etat francese (con sentenza del 1 agosto 2013), a ciò confortato da conforme parere dell’EFSA del 7 maggio 2012 perché privo dei requisiti di urgenza di cui all’art. 54 del Regolamento CE n. 178/2002 (in sostanza, cioè, perché non sussistevano rischi evidenti di un danno grave alla salute o all’ambiente).

Inoltre, il 29 marzo 2013 l’Italia aveva già comunicato alla Commissione UE (ai sensi del medesimo Regolamento n. 178/2002) la sua intenzione di adottare una misura di urgenza sul MON 810, e che la Commissione aveva già provveduto a richiedere all’EFSA un parere in merito alla fondatezza scientifica del dossier predisposto dall’Italia. L’EFSA aveva a ciò provveduto con il proprio parere del 12 settembre 2013 (successivo cioè al Decreto), dichiarando che il dossier presentato dall’Italia non conteneva alcunché di nuovo, che quindi tutte le preoccupazioni ivi esposte erano già state prese in considerazione dall’EFSA nelle sue precedenti prese di posizione in merito alla sicurezza del MON 810 (che avevano sempre stabilito che non esisteva alcun motivo scientifico per vietare il prodotto in questione), e che di conseguenza non vi era alcuna ragione per rivedere le precedenti conclusioni a favore del MON 810.

Il TAR, nel confermare la validità del Decreto, aveva seguito una strada singolare: invece di discutere del dossier scientifico e degli argomenti a sostegno della misura di urgenza adottata col Decreto, il TAR si è concentrato sulle vicende del procedimento di rinnovo dell’autorizzazione del MON810, rilevando che il MON 810, pur validamente commercializzato in forza della prima autorizzazione e della successiva notifica di Monsanto del prodotto come già esistente (art. 17 della Direttiva n. 2001/18), è tuttora soggetto a procedura di rinnovo della (prima) autorizzazione, sottolineando come, “a distanza di sette anni dalla presentazione della menzionata istanza di rinnovo, la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione”.

Il punto – facevo notare nel mio precedente commento - era, in realtà, del tutto irrilevante: la Commissione ci sta effettivamente mettendo un po’ troppo tempo, però la cosa non ha alcuna importanza, in assenza di nuovi dati scientifici che facciano presumere l’esistenza di rischi; e si noti – cosa che dovrebbe tagliare la testa al toro – che di fatto l’EFSA, che per legge è il soggetto che deve istruire la pratica di rinnovo dal punto di vista scientifico, si era già pronunciata (nel 2009) dando parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810. Ma paradossalmente, secondo il TAR, il ritardo nel rinnovo dell’autorizzazione non sarebbe dovuto a ragioni, diciamo così, estravaganti (e quindi prive di significato giuridico), ma sarebbe dovuto al fatto che l’EFSA sta nel frattempo riesaminando i criteri in base ai quali aveva autorizzato prima, e poi nel 2009 nuovamente approvato, l’autorizzazione al MON 810: “quindi, non può essere seriamente posto in dubbio che il diffondersi di culture di Mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare una situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”.

Vediamo adesso cosa è successo in appello.
Il CdS ha innanzitutto rigettato tutti i tentativi dei resistenti (Governo e intervenienti) di far dichiarare inammissibile l’appello in forza dell’approvazione, nel frattempo, della Legge regionale FVG n. 5/2014 nonché della famosa nuova disciplina comunitaria degli Ogm: queste nuove norme non valgono certo per il passato e quindi non toglierebbero il diritto di Fidenato al risarcimento del danno, in caso di nullità del decreto, dunque l’interesse di Fidenato al ricorso sussiste. Fin qui, il CdS ha certamente ragione. Ma il resto è semplicemente agghiacciante.

La prima bizzarra affermazione del CdS è questa. L’art. 54 del Regolamento n. 178/2002, per le misure di emergenza, prevede che lo Stato membro chieda alla Commissione di intervenire, e questa decida se o meno emanare un provvedimento, cosicché “qualora la Commissione non abbia agito”, lo Stato membro può adottare le misure cautelari provvisorie. Nel nostro caso, badate bene, l’Italia aveva chiesto alla Commissione di adottare misure urgenti, e la Commissione non era rimasta inerte: al contrario, aveva risposto (in data 17 maggio 2013) di “non ritenerlo necessario”. Perciò, secondo il CdS, l’Italia aveva ogni diritto di procedere con il provvedimento d’urgenza. La tesi pare alquanto discutibile. Ma la vera bestialità il CdS la dice in un altro punto: precisamente dove sostiene che “nel caso in esame l’adozione delle misure d’emergenza avvenga in un contesto in cui si discute su una autorizzazione scaduta e sottoposta a proroga”. Questo non è solo falso, ma è pure assurdo: non c’è stata (e non c’è) alcuna discussione sulla proroga dell’autorizzazione al MON 810, né esiste alcun tipo di connessione fra la proroga e necessità o meno di emanare una misura d’emergenza, se non nella testa del Giudice amministrativo. Tanto più che, per aggiungere assurdità ad assurdità, il CdS sente il bisogno di aggiungere: “[nel nostro caso] l’efficacia interinale delle misure d’emergenza, adottate dallo Stato membro, assume anche la funzione di sollecitare l’adozione di una motivata decisione definitiva sul futuro dell’autorizzazione stessa”. Qui siamo oltre l’assurdo, in pieno regno del ridicolo: secondo il supremo Giudice amministrativo, se un prodotto transgenico già approvato va poi in regime di proroga tacita (il che, si noti, è perfettamente ammissibile), questo legittimerebbe il primo Stato membro che passa per strada a vietarne temporaneamente la circolazione a titolo di misura di emergenza, per “sollecitare” una decisione definitiva sull’autorizzazione! La misura d’emergenza, dunque, non servirebbe a risolvere il problema urgente per cui è prevista, ma per “mandare un messaggio” (sostanzialmente: “Sbrigati!”) alla Commissione. Decisamente, meglio non commentare. Anche perché la cosa è resa ancor più surreale dal fatto che, poco oltre, la stessa sentenza riconosce che, ai fini della validità del Decreto, “non è particolarmente rilevante individuare i motivi per i quali l’iter di verifica e valutazione della autorizzazione si sia bloccato”.

Il succo della sentenza sta nel suo capo 6.7, che tratta dei fondamenti scientifici (va be’, si fa per dire) del Decreto. Il CdS li elenca diligentemente, soffermandosi in particolare sulla Nota dell’ISPRA, che sembra aver particolarmente colpito il Giudice amministrativo di appello. Al riguardo, la sentenza opina di “poter desumere che ISPRA abbia condiviso le esigenze di adottare misure di gestione, già evidenziate dall’EFSA”. Ma, a parte che l’EFSA aveva detto tutt’altro, il punto è, ancora una volta, che la Nota dell’ISPRA si limita a ripetere cose tutte ben note, già più volte ritenute senza fondamento dall’EFSA, e che non costituiscono affatto quei “pericoli nuovi” che soli potrebbero giustificare l’adozione di una misura d’emergenza. Notate che secondo il CdS l’appellante (cioè Fidenato) non avrebbe “confutato la rispondenza di dette considerazioni a corretti metodi scientifici, né ne ha motivatamente messo in dubbio la rilevanza”, il che è abbastanza sorprendente, data la gravità delle conseguenze che ne trae il CdS (e cioè che “deve perciò ritenersi che, sulla base di simili elementi di valutazione”, e che pertanto ben abbiano fatto i Ministeri a emanare il Decreto). Davvero la difesa di Fidenato non ha preso posizione sulla Nota dell’ISPRA? Mi pare strano (visto tra l’altro che già Dalla Libera, in primo grado, ne aveva parlato a lungo). Come pure sorprende che il CdS non si sia posto il problema del fatto che l’EFSA aveva già replicato al dossier scientifico su cui l’Italia aveva basato il Decreto, rigettandolo integralmente: cosa che la difesa di Dalla Libera, in primo grado, aveva ben chiarito (purtroppo senza alcun risultato). Il che ovviamente rende superflue le considerazioni finali del CdS sul principio di precauzione (peraltro senza senso nel nostro caso: è vero che il principio di precauzione presuppone solo la prova del rischio potenziale, non certo della prova del nesso di causa tra condotta e evento dannoso che si vuole prevenire; ma il fatto è che nel nostro caso non c’è proprio la minima prova del rischio potenziale!) Chiaro che, su queste basi, cioè partendo dal presupposto che le evidenze scientifiche alla base del decreto fossero adeguate, la conclusione non poteva che essere questa.

A questo punto i giochi sono ahimé fatti: vista la recentissima riforma della policy comunitaria in materia di Ogm – e di cui parleremo prossimamente –, il residuo, piccolissimo spazio apertosi in Italia ad opera dei due valorosi pasdaran del transgenico (intendo, ovviamente, Dalla Libera e Fidenato) si è chiuso, e si è chiuso per un bel pezzo. Non ci resta che augurarci che si faccia un buon uso degli anni che verranno: un lavoro di culture-building che servirà, auspicabilmente, a giungere ai prossimi appuntamenti col progresso scientifico-tecnologico in condizioni migliori.

Nella categoria: Luca Simonetti, News, OGM & Aspetti legali

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