Così cantava Gino Paoli e così sembrerebbe, visto che la nuova riforma OCM Ortofrutta e la politica dei prezzi applicata dalle industrie di trasformazione farà scomparire quello che in tempi non sospetti, era definito “l’Oro Rosso di Capitanata”.
In effetti nel 2011 ci sarà il passaggio dall’aiuto accoppiato a quello disaccoppiato, ossia ogni produttore di pomodori riceverà un contributo (media dell’aiuto percepito negli anni 2009 e 2010), che sarà erogato anche se detti agricoltori decideranno di non coltivare più pomodoro.
Viene però da chiedersi a questo punto “Tutto questo cosa potrà comportare?”
Presumibilmente se i prezzi si manterranno ai livelli attuali, molti coltivatori saranno costretti ad abbandonare la coltivazione del pomodoro e questo pur consapevoli che detta coltura, da sempre, rappresenta un punto di forza per l’economia della Capitanata.
Il problema però è molto più ampio, l’andamento attuale del mercato non fa presagire nulla di buono, infatti se da un lato le produzioni si stanno attestando su valori di 800-1000 ql ad ettaro, molte aziende, con il prezzo a cui attualmente è pagato il prodotto, versano in uno stato di crisi e difficilmente in futuro potranno permettersi di coltivare il pomodoro.
Un semplice calcolo ci aiuterà a comprendere meglio qual’è la situazione, ammesso che per coltivare un ettaro di pomodoro servono almeno 7.000 euro ed ammessa una produzione media di 800-1000 ql ad ettaro, con gli attuali prezzi a cui il prodotto viene pagato ci ritroviamo con una Produzione Lorda Vendibile (PLV) che copre a stento il 70% dei costi.
Cosa significa tutto questo? Che alla fine l’unico margine che resta all’agricoltore è dato dall’aiuto comunitario, parte del quale è destinato a coprire le spese di produzione.
Del resto già dall’inizio la campagna pomodoro 2009-2010 è partita in modo preoccupante, infatti da più parti si è paventato lo spettro della “Tuta absoluta” un piccolo lepidottero che è diventato un insetto chiave per questa coltura, ma che però, grazie anche ai mezzi di difesa attualmente in uso, non ha provocato i danni che si supponeva potesse produrre.
Dove non è arrivata la “Tuta” ci ha pensato l’industria, che in questi giorni lascia marcire il prodotto in campo, non garantendo mezzi di trasporto agli agricoltori e lasciando sostare per intere giornate i camion all’ingresso delle fabbriche.
Il problema come si vede, qualunque sia il comparto è sempre lo stesso nulla garantisce chi coltiva, l’agricoltore è costretto a coltivare e raccogliere senza precise garanzie su quanto gli verrà pagato, allora come non si può giustificare chi oggi ti dice che in futuro piuttosto che proseguire su questa strada, abbandonerà la coltivazione dei propri fondi?
L’annata che si sta concludendo, del resto, rappresenterà un’annata di svolta in molti sensi se, come molti dicono, la nuova OCM comporterà un taglio di fondi di circa 40 milioni di Euro a discapito delle Organizzazioni di Produttori (O.P.) che in questi anni hanno operato nel settore orticolo.
Tutto questo perché, con il disaccoppiamento dell’aiuto, non sarà più indispensabile appartenere ad un OP per avere il contributo, anzi gli agricoltori potranno contrattare direttamente con l’industria il prezzo di vendita del prodotto.
In futuro perciò, stando così le cose, saremo destinati a vedere le grandi estensioni di oliveti pugliesi sostituite da enormi estensioni di pale eoliche(che a quanto pare garantiscono un reddito più sicuro e non risentono della crisi del mercato).
La mia è una triste battuta per mettere ancora una volta il dito nella piaga, per anni abbiamo purtroppo vissuto di assistenzialismo, ora l’UE ci pone sempre più di fronte alla dura realtà di dover trovare nuove strade da intraprendere, per salvaguardare un settore in crisi e non vedo nulla all’orizzonte che lasci presagire qualcosa di buono.
Per concludere voglio darvi un ultimo dato che ho trovato su un noto giornale di agricoltura, sembrerebbe che di 160 milioni di ql di pomodoro lavorati in Italia, circa 60 provengono dalla Cina. Tale dato, confermato da più parti, forse aiuta a capire più di tante parole il poco interesse dell’industria italiana verso il nostro prodotto.
In questi giorni, la campagna ha un aspetto diverso, i campi di grano ormai trebbiati sono estensioni che rattristano un po’ e l’unica nota di colore è data dai campi di pomodori con chiazze di verde e di rosso dei primi frutti invaiati. Perché dico questo? Perché ora che la raccolta del grano è terminata la domanda ricorrente da parte di molti operatori del settore è “Come è andata?”.
L’annata caratterizzata da piogge intense nel periodo invernale, ha procurato notevoli disagi, poiché i forti ristagni hanno favorito lo sviluppo di patogeni che hanno chiaramente influito negativamente sulle produzioni. In realtà le rese ottenute sono state molto varie, in alcune zone si è arrivati a produrre circa 20 ql ad ettaro ed in altre oltre i 40, motivo di ciò non è stato però solamente l’andamento climatico, ma alcune scelte (discutibili) che a inizio campagna sono state fatte. Rammento che al momento delle semine molti agricoltori lamentando il basso valore del grano hanno preferito risparmiare nell’adozione dei mezzi tecnici, ciò ha comportato la totale assenza della concimazione di fondo, che sommata alle forti piogge, ha posto la pianta in condizioni di non poter produrre a causa della scarsità di elementi nutritivi presenti nel terreno. La domanda che vi pongo perciò è questa” Vale la pena coltivare risparmiando sui mezzi tecnici?”.
Da agronomo che opera in una realtà cerealicola importante qual’è da sempre il Tavoliere delle Puglie, non sono stato mai d’accordo con coloro che attuano una simile scelta, anzi in taluni casi ho consigliato a qualche agricoltore addirittura di non seminare, se poi intendeva abbandonare la pianta a se stessa. Comprendo peraltro che con un grano che vale 16 euro il quintale, sia difficile per chiunque pensare di coltivare frumento, considerando infatti un costo per ettaro di 600 euro, chi ha prodotto 20 ql ad ettaro si trova nettamente in perdita, così pure chi ha operato correttamente e ha prodotto 40 ql ad ettaro,ha avuto dei margini ridottissimi. Per quel che concerne poi la qualità delle produzioni, si nota un andamento difforme, in alcuni areali la qualità, legata anche a certe scelte varietali, ha portato ad ottenere grani con alto contenuto proteico ed alto peso specifico, in altre zone invece ad un alto peso specifico, non è corrisposto un alto contenuto proteico. Quale il rimedio?
In questi giorni ho avuto modo di parlare con un operatore del settore che da molti anni adotta una “nuova” tecnica colturale, ossia la cosiddetta semina su sodo o sod seeding. Tale tecnica che prevede in sintesi, la semina senza attuare alcun tipo di lavorazione di preparazione del letto di semina, determinerebbe non solo una riduzione dei costi, ma sul lungo periodo favorirebbe un riequilibrio del terreno (sia da un punto di vista fisico che microbiologico) a tutto vantaggio delle produzioni.
In fin dei conti mi ha dimostrato che con questa tecnica oltre ad avere costi pari alla metà di quelli che si hanno in un ettaro di frumento, si ha anche un incremento delle rese perché si può operare senza sacrificare altri mezzi di produzione(concimazione, diserbo, difesa fitosanitaria). Quale il motivo per sollecitare tale tecnica? Semplicemente l’idea che dovendo puntare ad una riduzione dei costi di produzione, si agisca sul fattore “lavorazioni”, non sacrificando gli altri, ottenendo in tal modo oltre ad una riduzione dei costi un miglioramento strutturale del suolo.
Del resto con un mercato che non offre garanzie e la difficoltà di diffusione dei famosi “contratti di filiera”, penso che una simile tecnica non sia risolutiva, ma almeno offre la possibilità di operare senza giungere all’assurdo che le “stoppie” che si vedono ora in piena estate, persistano anche ad ottobre, dato che molti agricoltori con un simile andamento del mercato decideranno di non coltivare.
In ultimo mi piace segnalarvi un sito molto interessante www.aigacos.it dell’Associazione Italiana per la Gestione Agronomica e Conservativa del Suolo, dove appunto si parla di questa tecnica e chi ne ha interesse potrebbe trovare spunti per poterla applicare.
“C’era una volta” con queste parole desidero cominciare questo mio articolo nato per caso, parlando con mia figlia di otto anni del lavoro di mio padre, lui era quello che si può definire il tipico agricoltore, amante del suo lavoro e dotato di una peculiarità importante, la voglia di sperimentare per crescere e progredire, cosa comune a molti agricoltori di allora.
Perché dico questo? Perché lui come tanti altri ha vissuto in un’epoca (anni sessanta-settanta)in cui vennero adottate nuove tecniche di coltivazione e di difesa, con risultati che ancora oggi sono ben visibili e mi sovviene ad esempio l’entusiasmo che dimostrò nell’usare i nuovi prodotti di sintesi per la difesa della vite, che erano in grado di contrastare la peronospora.
Perciò, partendo da questa riflessione, mi chiedo cosa c’è di tanto diverso tra una varietà OGM che mi permette di ridurre l’uso di fitofarmaci e quello che accadde quando vennero introdotti i primi insetticidi di sintesi, ma ancora penso cosa sarebbe accaduto alla coltivazione del pomodoro se la ricerca non avesse introdotto tutti quei principi attivi, che oggi permettono di ottenere produzioni che sfiorano i 1500 ql ad ettaro.
Se allora qualcuno avesse imposto dei limiti all’adozione di uno soltanto dei tanti principi attivi che controllano la peronospora nella vite, potremmo oggi pensare a produrre uve che sono qualitativamente superiori?.
La popolazione mondiale è in crescita, la richiesta di derrate alimentari è in forte aumento e l’Europa è ancora qui a discutere se sia utile o meno introdurre le colture OGM, che invece rappresentano un grande successo della ricerca.
In fin dei conti si tratta soltanto di piante in cui si è riusciti ad ottenere ciò che si vuole (resistenza a malattie o altro), riducendo di gran lunga i tempi per l’ottenimento del risultato finale.
Ecco quindi che mi soffermo a pensare a cosa sarebbe successo trent’anni fa ( quando la cultura ambientalista non era così forte e radicata), se fosse stato chiesto a mio padre o a qualunque altro agricoltore di coltivare una varietà di mais che poteva resistere all’attacco della piralide.
Probabilmente con lo stesso entusiasmo con cui lui coltivava e provava nuove varietà di frumento, avrebbe accettato di buon grado varietà che permettevano di ottenere migliori risultati con una riduzione dei costi di produzione.
Per tale motivo, raccontando a mia figlia cosa era l’agricoltura trent’anni fa, mi è venuto in mente di scrivere questo articolo, perché in fin dei conti mi pare che a dispetto di ciò che siamo riusciti a costruire in tanti anni di ricerca, ora rischiamo di crollare di fronte ad una scelta simile.
In conclusione ciò che penso è che il momento che stiamo vivendo necessiti di maggiori stimoli per fare in modo che l’agricoltura non muoia completamente e questo continuo accanirsi contro gli OGM, che son visti al pari di una peste, sia la cosa peggiore che si possa fare.
L’ultimo articolo scritto su questo sito da Antonio Pascale dal titolo Sillogismi troppo elementari, mi induce a parlare di quanto è accaduto in Puglia in questi ultimi anni con le “Energie Alternative”. Cavalcando l’onda di una profonda crisi del settore, sono comparse sul territorio molte società interessate a promuovere impianti fotovoltaici ed eolici a numerosissime aziende agricole.
Ricordo un giorno in cui nel visitare un’azienda di un mio cliente, notai che un’ampia superficie della stessa era recintata, quando chiesi cosa era successo lo stesso mi spiegò che aveva ceduto in fitto il terreno (circa 10 ettari), per farne un parco fotovoltaico.
Ora, pur comprendendo la necessità di sviluppare fonti alternative di energia, mi domando perché sacrificare grandi estensioni di terreno agricolo ?
E’ chiaro che la forte crisi del settore ha spinto molti ad abbandonare la coltivazione dei fondi, per destinarli ad un uso più redditizio, ma siamo certi che per coloro che hanno ceduto in fitto i terreni il guadagno sarà assicurato? Quali rischi corrono coloro i quali hanno ceduto i terreni per l’installazione degli impianti?
Solitamente detti contratti hanno durata ventennale e un canone di locazione che è arrivato a valori di 4.000 euro, ma non è dato sapere un dato importante ossia al termine dei vent’anni a chi toccherà lo smaltimento dei pannelli? Rammento che il silicio di cui sono composti è un rifiuto speciale al pari dell’amianto e ciò presuppone costi che a detta di molti sono altissimi.
Un ulteriore aspetto è legato alla leggerezza con cui si è permesso questo scempio dei suoli agricoli, considerando che per quanto possa ritenersi pulita quest’energia, ha un impatto visivo tristissimo.
Fortunatamente la Giunta Regionale Pugliese con la delibera 1947 del 20/10/2009, ha bloccato molti progetti in atto e ora, paradosso dei paradossi, molti agricoltori si ritrovano con impianti lasciati a metà che occupano il loro fondo e probabilmente non riceveranno nulla di quanto gli era stato promesso.
Il mio non è un modo per attaccare chi ritiene indispensabile l’uso di fonti alternative, ma un modo per riflettere su un altro aspetto, le possibilità di produrre energia alternativa sono molteplici, oltre al fotovoltaico e all’eolico esiste la possibilità di produrre energia a partire dalle biomasse.
Tali sistemi, peraltro molto sviluppati al Nord, hanno a mio modesto parere un pregio, risultano meno invasivi e sfruttano il principio del riciclo per la produzione di energia.
Se vogliamo infatti, tali impianti alimentati da materiali comburenti (legna o similari) o dalla fermentazione di biomasse, sono in grado di soddisfare la richiesta energetica, rappresentando nel contempo un modo innovativo di fare agricoltura.
L’idea è quindi quella di sviluppare progetti destinati a creare una filiera chiusa in cui esiste: da un lato chi ha necessità di materiale vegetale da utilizzare per produrre energia e dall’altro chi è in grado di produrlo.
In tal modo si riuscirebbe così a impostare una programmazione delle produzioni e un prezzo del prodotto che non sia dettato dal mercato ma da contratti fatti al momento della semina.
Peraltro simili impianti potrebbero essere alimentati da colture OGM, tenuto conto che le stesse servirebbero esclusivamente per la produzione energetica.
Concludo quindi auspicando che simili impianti possano svilupparsi, dimostrando che a volte l’agricoltura e l’industria, se c’è volontà, possono coesistere e crescere insieme, creando situazioni favorevoli allo sviluppo del territorio.
Nelle scorse settimane, si è tenuta a Foggia la 61a edizione della Fiera Internazionale dell’Agricoltura e a differenza degli anni scorsi si è organizzata una mostra zootecnica di buon livello. Parlando con gli allevatori presenti, mi ha colpito molto l’osservazione di uno di loro che alla mia domanda riguardo allo stato attuale del settore, mi ha fatto un paragone che mi ha lasciato perplesso.
Alla domanda sullo stato attuale della zootecnia, lo stesso mi ha detto “se dovessi acquistare oggi un caffè pagandolo con il latte da me prodotto, servirebbero almeno due litri di latte”……… Ora considerando un prezzo medio di un caffè di circa novanta centesimi, è facile dedurre che in media un litro di latte vale circa 45 centesimi(anche meno in realtà), ma allora mi chiedo come è possibile che all’acquisto lo stesso litro di latte mi costa poi almeno il doppio di un caffè?
Come al solito, secondo gli allevatori, esiste una profonda differenza tra chi produce e chi trasforma e da una ricerca condotta parrebbe proprio così, in Italia infatti la quantità di latte prodotto è insufficiente rispetto alla domanda, ciò significa che l’industria di trasformazione è costretta ad acquistare all’estero parte del latte che necessita.
Insomma tutto il mondo è paese, se nel settore ceralicolo si importa grano estero, nel settore zootecnico si fa la stessa cosa con il latte. Il dato però più preoccupante è che tali importazioni sono pari secondo le stime di molte associazioni al 60% circa.
In tal modo l’industria, se da un lato compensa la minor produzione che si verifica nel periodo estivo (in cui c’è un calo fisiologico di produzione), dall’altro evita un’impennata dei prezzi e riesce a mantenerli a livelli ridotti. A complicare ulteriormente tutto poi c’è la grande distribuzione che rappresenta il primo interlocutore e che agisce da calmiere a discapito degli allevatori italiani.
Altro problema poi, comune a molti altri settori dell’agricoltura italiana, è il costo di produzione che porta a ridurre ancor di più la capacità di sopravvivenza delle aziende zootecniche. Infine c’è l’annoso problema delle quote latte, un meccanismo a detta di molti assurdo, di contenere la produzione di latte ma voluto fortemente dall’UE per evitare un surplus di produzione negli anni scorsi e che oggi sembra non essere più idoneo.
Come si nota perciò le incongruenze sono tante, i costi di produzione elevati e una politica comunitaria inidonea stanno portando molte aziende al collasso. Al solito dobbiamo perciò ben sperare nella bontà della nostra classe politica, che a livello comunitario agisce sempre da Cenerentola, dando spazio e forza a paesi quali la Germania e la Francia che riescono ad ottenere più benefici e privilegi di quanto riesca l’Italia.
Un’ultima considerazione (che è più una provocazione) è però indispensabile, quanto potrebbe incidere sui costi di produzione l’adozione di colture OGM? A mio parere determinerebbe sicuramente una riduzione dei costi e andrebbe a sicuro vantaggio dell’intero settore.


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