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Ordinanza UE sul caso Fidenato

Giugno 7th, 2013
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La recente pronuncia della Corte UE nel caso Fidenato (Ordinanza 8.5.2013) è di particolare interesse in quanto giunge, per dir così, a chiudere il cerchio delle possibilità residue, per il MIPAF, di impedire la coltivazione di mais OGM già autorizzato a livello comunitario ed iscritto al Catalogo comune.

Come forse ricorderete, circa un anno fa (con sentenza del 6.9.2012; ne avevamo parlato qui : http://www.salmone.org/la-corte-europea-fa-giustizia-dei-divieti-agli-ogm/) la Corte UE si era pronunciata su un ricorso in via pregiudiziale da parte di Pioneer. In quel caso, il Consiglio di Stato aveva chiesto alla Corte UE, in relazione alla famosa autorizzazione alla messa in coltura di cui all’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001, di chiarire (a) se la messa in coltura di varietà OGM già autorizzate a livello UE e iscritte nel Catalogo comune potesse essere assoggettata a una (nuova) procedura nazionale di autorizzazione e (b) se l’art. 26-bis della Direttiva n. 2001/18 consentisse a uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura di OGM “nelle more dell’adozione di misure di coesistenza”. La Corte aveva risposto di no ad entrambi i quesiti: da una parte, una volta autorizzata a livello comunitario, il governo nazionale (nel nostro caso, l’Italia) non può sottoporre la coltura OGM a una nuova procedura di autorizzazione; dall’altra, l’Italia non può nemmeno vietare in via generalizzata la coltivazione di OGM già autorizzati in attesa dell’emanazione di norme di coesistenza: o le emana, e allora le applica per i loro propri fini (tra i quali non rientra certo un divieto generalizzato di coltivazione), oppure, se ne ricorrono i presupposti, userà gli altri strumenti previsti dal diritto comunitario, vale a dire, fondamentalmente, invocherà una clausola di salvaguardia. Ma non può nascondersi dietro alla mancata adozione dei piani di coesistenza.

Tuttavia, rimaneva inevaso un dubbio: non è che l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 possa esso stesso essere considerato come una misura di coesistenza? In altre parole, non sarà che la richiesta di un nuovo procedimento autorizzatorio si possa giustificare in base alla necessità di verificare, di volta in volta, i presupposti per garantire la coesistenza tra coltivazioni OGM e non-OGM? Il dubbio in realtà non avrebbe ragione di esistere, epperò la sostanziale ambiguità del testo normativo (ricordiamo che l’art. 1.2 del D.Lgs. n. 212/2001 prevede che l’autorizzazione alla messa in coltura stabilisca, tra le altre cose, “misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali”, dunque parla esplicitamente anche di coesistenza) giustifica in qualche modo una richiesta di chiarimento.

Nel nostro caso, il Tribunale penale di Pordenone, che deve giudicare Giorgio Fidenato per il reato di cui al medesimo D. Lgs. n. 212/2001 (art. 1.6), cioè per aver messo a coltura mais OGM senza aver prima richiesto e ottenuto la predetta autorizzazione, si è trovato perplesso tra due pronunzie non proprio concordanti. Da un lato, la sentenza Pioneer (già citata), per cui uno Stato membro non può pretendere nuovamente di autorizzare la coltivazione di varietà OGM già autorizzate a livello comunitario. Dall’altro, la Cassazione penale che (con la sentenza del 15.11.2011, proprio contro Fidenato: ne avevamo parlato qui) ha ritenuto che chi coltiva mais Ogm senza la prescritta autorizzazione del MIPAF commette reato. Il Tribunale di Pordenone ha quindi pensato di tirarsi fuori dal contrasto chiedendo alla Corte UE di chiarire, in via pregiudiziale, 1) se l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 sia o meno in contrasto con la normativa comunitaria, e 2) se uno Stato membro, nello stabilire che le coltivazioni OGM sono soggette ad una autorizzazione che sia anche “specificamente volta a tutelare il principio di coesistenza”, possa farlo anche nel caso di OGM già autorizzati a livello UE.

La Corte non solo risponde negativamente a entrambe le questioni, ma ritiene per di più che i principi necessari per rispondere ad esse fossero già contenuti nella sentenza Pioneer, sicché pronuncia non una sentenza ma una semplice ordinanza. Essa spiega che il diritto dell’UE consente sì agli Stati membri di disporre misure di coesistenza e in tale modo di limitare o escludere sul proprio territorio la coltivazione di varietà OGM, ma a condizione di emanare effettivamente dette misure: non è invece legittimo opporsi alla coltivazione nelle forme di una autorizzazione alla messa in coltura di OGM, perché una siffatta procedura di autorizzazione non può costituire una misura di coesistenza. La procedura di autorizzazione, in realtà, è per la Corte intrinsecamente e radicalmente in contrasto con la normativa UE, e dunque è puramente e semplicemente illegittima; non c’è modo di “salvarla” interpretandola come una misura volta esclusivamente a determinare le modalità di coesistenza.

Cosa succederà ora? Di certo, a parte gli effetti immediati per la posizione penalistica di Fidenato (che a questo punto davvero non si riesce a capire come possa venir condannato), lo spazio a disposizione per impedire la semina di mais OGM si riduce notevolmente. Sia la sentenza Pioneer sia l’ordinanza Fidenato sono assai chiare: la procedura di autorizzazione ex D. Lgs. n. 212/2001 è illegittima, punto e basta. Da questo momento in poi, chi voglia seminare mais OGM (purché già autorizzato a livello UE, beninteso!) potrà farlo e dovrà chiedere nient’altro che le normali autorizzazioni necessarie a chiunque voglia seminare una varietà ‘tradizionale’. Quindi le tattiche dilatorie e defatiganti adottate negli ultimi anni dal MIPAF parrebbero ormai essere state messe in scacco, grazie al combinato disposto delle pronunzie ottenute da Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato (e dai rispettivi avvocati). A questo punto, è probabile che l’ultima battaglia – in attesa di eventuali decisioni che potrebbero giungere dalla UE – si combatterà dalle parti della clausola di salvaguardia (come sembra doversi dedurre dalle recentissime vicende parlamentari, che commenteremo prossimamente).

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Commento alla richiesta d’informazioni della Commissione

Gennaio 21st, 2013
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Dunque accade che la Repubblica Italiana si è vista recapitare, da parte della Commissione UE, una richiesta di informazioni circa l’applicazione in Italia delle Direttive 2001/18 e 2002/53 nonché del Regolamento n. 1829/2003. Se le spiegazioni dell’Italia non risulteranno convincenti, la Commissione potrà, se lo ritiene, avviare una procedura d’infrazione: vale a dire, la Commissione indicherà all’Italia cosa deve fare per adempiere ai suoi obblighi comunitari (cioè per applicare correttamente gli strumenti comunitari citati), imponendole di adeguarsi entro un certo termine; se l’Italia non lo fa, la Commissione può citarla davanti alla Corte di Giustizia, la quale, se accoglie il ricorso della Commissione, ordinerà all’Italia di adempiere, irrogandole anche una multa in caso di ritardo.

Il  tutto muove da una denuncia di Giorgio Fidenato, il quale, nel raccontare alla Commissione la sua pazzesca vicenda giudiziaria, ha puntato in particolare il dito contro l’art. 1 del D.lgs. n. 212/2001 (quello che richiede l’autorizzazione per la coltivazione di sementi gm) e la Legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011 (che, all’art. 2, vieta sul territorio della Regione la coltivazione di OGM.

La richiesta di informazioni ricapitola il quadro normativo comunitario sugli Ogm, alla luce della sentenza del 2012 della Corte di Giustizia sul caso C-36/11, Pioneer Hi Bred Italia, tutte cose che i lettori di Salmone già ben conoscono.

In sostanza, secondo la Commissione (ed è difficile darle torto), per quel che riguarda la valutazione del rischio dei prodotti Gm per la salute e l’ambiente, essa spetta all’autorità comunitaria e risulta già compiuta nel momento in cui il prodotto stesso viene autorizzato  ai sensi del Regolamento 1829/2003 oppure viene iscritto al Catalogo comune europeo ai sensi della Direttiva 2002/53. Siccome questo è proprio il caso del mais MON 810 (che è l’unico che interessa nel caso di Fidenato), ne segue, come ha statuito la Corte nella sentenza citata, che l’Italia non può pretendere di sottoporre nuovamente il medesimo mais Ogm a una procedura di autorizzazione “fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente“.

La Commissione ricorda peraltro che esistono tre eccezioni, riconosciute dal diritto comunitario, ricorrendo le quali un singolo Stato può vietare o limitare la coltivazione di Ogm. I tre casi sono i seguenti:

a) Le misure d’emergenza ex art. 34 del Regolamento 1829/2003, che presuppongono un grave rischio per la salute o per l’ambiente. Siccome, dice la Commissione, l’Italia mai ha notificato alcunché del genere all’UE, se ne deve dedurre che “l’Italia non ha adottato misure d’emergenza in relazione al MON 810 ai sensi dell’art. 34 del Reg. 1829/2003“. Conclusione che mi pare irrefutabile (anche perché i rischi in questione, come tutti sanno, non esistono).

b) Le restrizioni all’uso o alla commercializzazioni ai sensi della Direttiva 2002/53. Qui si richiamano gli artt.  16 e 18, che consentono a uno Stato di vietare in tutto o in parte la coltivazione o commercializzazione di Ogm se è accertato che la varietà in questione possa nuocere ad altre coltivazioni; se ci sono prove scientifiche che indicano che la varietà Ogm non è adatta alla coltivazione nello Stato per le sue caratteristiche geografiche; oppure se lo Stato ha altri motivi validi per ritenere che la varietà Gm in questione presenti rischi per la salute o l’ambiente. Anche qui la Commissione giunge alla conclusione che l’Italia, non avendo presentato alla Commissione alcuna domanda in merito a dette norme, non ha adottato alcune misura del genere autorizzato dalla Direttiva 2002/53. E anche qui, mi sembra difficile dissentire.

c) Infine, ci sono le misure di coesistenza, autorizzate dall’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, che tuttavia possono, sì, restringere, e persino vietare in parte, la coltivazione di Ogm, ma - secondo la sentenza della Corte di Giustizia - “solo per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate in osservanza della loro finalità“. Il che vuole dire, 1) che lo Stato membro non può invocarla a vanvera (cioè al mero scopo, non già di garantire la coesistenza, ma di vietare tout court la coltivazione di Ogm), e 2) che non può sospendere o vietare la coltivazione di Ogm in attesa della futura emanazione di misure di coesistenza, dato che adottarle o meno è una facoltà, ma non un obbligo, dello Stato. Su questo, la Commissione non trae alcuna conclusione in merito all’atteggiamento dell’Italia. Allora aggiungiamo noi che l’Italia non ha mai adottato misure di coesistenza, né a livello statale né a livello regionale; tuttavia, una legge regionale (cioè per l’appunto la famigerata legge del Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011) ha invocato l’art. 26-bis, peraltro - ad avviso di chi scrive - a vanvera (vedi sotto).

A questo punto, la Commissione fa sei domande (in corsivo qui di seguito)  all’Italia:

A) l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 è ancora in vigore? E qui la risposta non può che essere positiva: l’articolo non è stato ancora abrogato, e bisognerà vedere come i giudici italiani lo interpreteranno a seguito della sentenza della Corte di Giustizia. Poi la Corte chiede come mai detta norma non è stata notificata alla Commissione: la domanda però a me pare bizzarra, dato che  mi risulta, al contrario, che il d.lgs. 212/2001 sia stato notificato.

B) le autorità italiane continuano ad applicare l’art. 1 del d.lgs. n. 212/2001 anche dopo la sentenza della Corte di Giustizia del 2012? E qui la risposta è: non si sa. Ancora non mi risulta vi siano state applicazioni.

C) a seguito della sentenza della Corte del 2012, le autorità italiane intendono  modificare il d.lgs. n. 212/2001 o le altre norme rilevanti per assicurare ottemperanza alla sentenza? E qui la risposta non può che essere: buona questa!

D) l’art. 1 del d.lgs. n. 224/2003 è ancora in vigore? E qui la risposta è: sì. Poi la Commissione chiede se la disposizione in esame sia stata notificata; e qui, ancora una volta, confesso il mio sconcerto (la disposizione mi risulta sia stata notificata eccome). Poi si chiede la sua rilevanza ai fini che ci interessano. La mia risposta:  non c’entra granché (il d.lgs. 224/2003 è un’attuazione della Direttiva n. 2001/18, ma non riguarda l’ulteriore autorizzazione alla coltivazione, di cui si controverte nel caso Fidenato).

E) la legge regionale n. 5/2011 della Regione Friuli/Venezia Giulia è ancora in vigore? Risposta: sì. E’  stata notificata alla Commissione? Risposta: mi risulta di no. In che senso questa legge è rilevante ai fini della coltivazione Ogm? Risposta: semplice, è un divieto totale alla coltivazione di Ogm nel territorio regionale, asseritamente in base all’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, quindi in quanto misura di coesistenza.  Dovrebbe pertanto ritenersi inefficace (perché non notificata alla Commissione), invalida (perché in contrasto con la normativa comunitaria, come interpretata, da ultimo, dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 2012), sempre che sia conforme ai principi costituzionali del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.

F) infine la Commissione chiede ragguagli in merito alle vicende giudiziarie di Fidenato. Su questo punto è da osservare che, sebbene in linea di principio la giurisdizione penale dell’Italia sia sovrana e non soggetta a scrutinio comunitario, tuttavia appare abbastanza chiaro che una sanzione penale non dovrebbe essere irrogata a un cittadino italiano per aver violato una norma interna in contrasto con le norme comunitarie: e questo è proprio il caso di Fidenato. Vero è che detta conclusione discende dai principi di diritto nazionale (in particolare dal principio di offensività della norma penale), più che da principi comunitari; tuttavia sono molto curioso di sapere cosa risponderà l’Italia.

Sempre che, ovviamente, l’Italia decida di rispondere. Finora, l’Italia si è rigorosamente limitata a guadagnare tempo facendo finta di nulla. Scommetto my two cents su quest’ultima via d’uscita.  Tanto, di qui alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia, chissà cosa sarà successo, e  soprattutto, chi sarà stato al Governo.

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Sempre la via legale: richieste di semina di mais Bt

Luglio 11th, 2012
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scarpeIl Ministero ha 30 giorni di tempo per rispondere e se non lo fa si potranno chiedere i danni. Forse con un po meno di ideologia si potrebbe riaprire un serio dialogo in questo Paese, potendo finalmente coltivare quello che è già da anni nei nostri mangimi. Altrimenti che paghino i danni.

“Come i lettori di Salmone ricorderanno, pende dinanzi alla Corte di Giustizia una causa (la n. C-­‐36/11, Pioneer Hi Bred Italia Srl c/MIPAF) che verte sulla compatibilità tra le norme comunitarie e quelle italiane in materia di autorizzazione alla messa a coltura di varietà Ogm iscritte al Catalogo comune europeo. Può l’autorità italiana, nelle more dell’adozione delle misure generali circa le misure di coesistenza da adottare tra colture transgeniche e non, sospendere o negare l’autorizzazione alla messa a coltura di varietà Ogm?

Abbiamo visto che l’Avvocato Generale presso la Corte, il 26.4.2012, dopo una lunga disamina delle norme comunitarie, ha concluso in senso negativo: non si può negare o sospendere la richiesta di autorizzazione.

A questo punto, resta da attendere la pronuncia della Corte: che, se - com’è probabile - sarà conforme alle conclusioni dell’Avvocato Generale, renderà automaticamente illegittimi tutti i dinieghi finora opposti dal MIPAF alle istanze di coltivazione, con l’importante corollario che chi si sia visto negare l’autorizzazione potrà agire per il risarcimento del danno.

Ma appunto: solo chi abbia presentato l’apposita istanza di autorizzazione alla messa a coltura potrà, in caso di sentenza favorevole della Corte di Giustizia, chiedere il risarcimento da parte dello Stato italiano, che con la sua condotta illegittima gli avrà impedito di coltivare il mais Ogm già autorizzato a livello UE.

A questo punto, c’è un modo molto efficace per convincere il Governo italiano che la misura è colma e che gli agricoltori italiani sono stanchi di subire soprusi antiscientifici e oscurantistici. Salmone invita tutti i maiscoltori interessati a inviare al MIPAF apposita richiesta di autorizzazione alla messa a coltura di mais transgenico, usando il facsimile allegato - ovviamente vanno aggiunti tutti i dati della singola azienda agricola, i dati del legale rappresentante, eccetera - e spedendola al MIPAF a mezzo raccomandata a.r. Se avete dubbi sulla compilazione, scrivete pure a Salmone all’indirizzo [sagri@salmone.org oppure direttamente a Luca Simonetti www.spslex.com] e vi forniremo tutti i chiarimenti necessari.

Dopo di che, se e quando la Corte si sarà pronunciata, saremo in grado di fare il passo ulteriore: agire, tutti insieme o separatamente, per il risarcimento dei danni. Anche in questo, chi lo vorrà potrà farsi aiutare da Salmone. Ma intanto, spedite subito l’istanza di messa a coltura!”

Luca Simonetti

Modello richiesta semina

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La nuova sentenza Monsanto

Settembre 16th, 2011
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Siamo arrivati all’ennesima - ma, prevedibilmente, non ultima - puntata della serie (con pochissima suspence) Monsanto vs. Governi europei. Questa volta si tratta di un rinvio per pronuncia pregiudiziale da parte del Conseil d’État francese, davanti al quale Monsanto ha impugnato due distinti provvedimenti del Ministero dell’agricoltura e della pesca transalpino, che dapprima avevano sospeso la cessione e l’utilizzo di semi mais MON 810, per poi  vietarne interamente la coltivazione.

La questione è in sé piuttosto semplice, ma richiede una lunga spiegazione dato che le norme comunitarie richiamate sono parecchie. Bisogna dunque fare attenzione ai vari passaggi.

Nel 1998 la Commissione UE, ai sensi della Direttiva 90/220, ha autorizzato l’immissione in commercio del MON 810, che di conseguenza è stato autorizzato anche dal Ministero francese pochi mesi dopo. Nel 2004, poi, la Monsanto ha notificato alla Commissione il MON 810, ai sensi dell’art. 20, n. 1 a) del Regolamento n. 1829/2003 (secondo il quale “per quanto concerne i prodotti autorizzati in virtù delle direttive [90/220 o 2001/18] gli operatori responsabili della loro immissione in commercio notificano alla Commissione la data in cui essi sono stati per la prima volta immessi sul mercato comunitario“).. La stessa norma prevedeva altresì che, decorsi tre anni dall’entrata in vigore del Regolamento, gli operatori avrebbero dovuto presentare una domanda di rinnovo.

Si noti che a suo tempo la Direttiva 90/220 era stata sostituita dalla Direttiva 2001/18, che stabiliva (al suo art. 17) che il rinnovo dell’autorizzazione, se richiesto prima del 17 ottobre 2006, avrebbe consentito al richiedente di continuare a immettere in commercio l’OGM già autorizzato in pendenza del rinnovo. Ma la stessa Direttiva stabiliva altresì che l’art. 17 (così come, si badi, l’art. 23, contenente la famosa “clausola di salvaguardia”) non si applica “agli OGM come tali o contenuti in prodotti, autorizzati da atti comunitari” che prevedano obblighi e controlli equivalenti.

Quindi, la Monsanto non fa una nuova notifica alla Commissione anche ai sensi dell’art. 17 della Direttiva 2001/18, considerando sufficiente la notifica ai sensi del Regolamento. Cosa accade a questo punto? Come un falco, il Ministero francese piomba sulla Monsanto e, con una girandola di decreti, sospende prima e poi vieta l’immissione in commercio, l’utilizzazione e la coltivazione del MON 810, una volta richiamandosi genericamente al codice rurale e dell’ambiente francese “fino alla pubblicazione di una legge relativa agli OGM”, per un’altra volta richiamarsi alla necessità di attendere la conclusione dell’iter autorizzatorio del MON 810. Si noti che il Ministero, nel notificare (peraltro con qualche ritardo) i suoi diversi provvedimenti alla Commissione, li ha qualificati come assunti, una prima volta  in base all’art. 34 del Regolamento 1829/2003, e una seconda volta in base all’art. 23 della Direttiva 2001/18. Come vedete, se avete pensato finora che certi pasticci possano farli solo i governi italiani, vi siete sbagliati: sono in grado di farne anche i francesi.

In sede di impugnazione, il Conseil d’ État ha innanzitutto chiesto alla Corte di Giustizia di chiarire se, nel caso in esame, il prodotto della Monsanto sia soggetto alla Direttiva n. 2001/18 oppure al Regolamento 1829/2003.

La Corte risponde al quesito stabilendo che gli OGM come il MON 810, autorizzati in quanto sementi ai fini della coltivazione ai sensi della Direttiva 90/220, e poi notificati come prodotti esistenti ai sensi del Regolamento 1829/2003, in  pendenza della domanda di rinnovo dell’autorizzazione, non sono soggette alle misure di salvaguardia di cui all’art. 23 della Direttiva 2001/18. Nulla vieta tuttavia, dice (giustamente) la Corte, che le misure di sospensione o divieto provvisorio vengano adottate in forza dell’art. 34 del Regolamento 1829/2003, i cui presupposti sono simili a quelli dell’art. 23 della Direttiva.

L’art. 34, ricordiamolo, recita: “Quando sia manifesto che prodotti autorizzati dal presente regolamento o conformemente allo stesso possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o l’ambiente, sono adottate misure conformemente alle procedure previste dagli artt. 53 e 54 del regolamento 178/2002“; tali misure sono la sospensione (se ad agire è la Commissione) o altre misure cautelari (se ad agire è un Paese membro, a condizione però che esso ne informi immediatamente la Commissione dell’adozione e altresì che abbia, in precedenza, informato “ufficialmente” la Commissione della necessità di adottare misure cautelari).

A questo punto il Giudice francese chiede alla Corte di chiarire se, in un caso come quello in esame, l’art. 34 del Regolamento 1829/2003 sia invocabile.

La Corte, come già anticipato nella risposta al primo quesito, risponde che la norma è in astratto applicabile, ma che a tal fine, oltre ai requisiti sostanziali dell’art. 34, occorre altresì che siano rispettati i requisiti procedurali dell’art. 54 del regolamento 178/2002. E qui, dice la Corte, spetta al giudice nazionale verificare che questo rispetto vi sia stato.

Il terzo e ultimo quesito sollevato dal Conseil d’ État consiste nel grado di rigore richiesto agli Stati membri per poter applicare l’art. 34 del Regolamento 1829/2003. La Corte spiega che, dati i termini usati nell’art. 34 (”manifesto” e “grave rischio per la salute o l’ambiente“),   non è sufficiente “un approccio puramente ipotetico del rischio, fondato su semplici supposizioni non ancor accertate scientificamente. Al contrario, siffatte misure di tutela… possono essere adottate solamente se fondate su una valutazione dei rischi quanto più possibile completa, tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie, che dimostrino che tali misure sono necessarie“. L’autorità nazionale, quindi, in attesa della definitiva decisione della Commissione, può assumere provvedimenti d’urgenza solo se dimostra “l’esistenza di una situazione in grado di comportare un rischio che ponga a repentaglio in modo manifesto la salute umana, la salute animale o l’ambiente“.

La palla torna adesso al Giudice amministrativo francese. L’esito sembra onestamente scontato: anche a prescindere dal mancato rispetto dei presupposti formali, è difficile immaginare che la Francia possa dimostrare il “rischio manifesto” necessario per giustificare la misura interdittiva adottata contro il MON 810, o un’altra misura dall’analogo effetto. Tanto più se, come sembra, l’EFSA ha già rigettato le “argomentazioni” scientifiche (si fa per dire…) addotte a difesa della misura di salvaguardia assunta dalla Francia.

Ma quel che è più interessante è stata la reazione: se il Ministro francese ha già avuto la chutzpah di affermare, a inchiostro ancora caldo, che la sentenza della Corte è “meramente procedurale” e che, se la misura di salvaguardia verrà annullata, la Francia è pronta a adottarne una nuova, vuol dire che purtroppo, per gli OGM in Europa,  c’è poco da fare. Si tornerà al solito gioco a rimpiattino fra il governo nazionale che adotta a vanvera una misura di salvaguardia, la Corte UE che la annulla, e lo Stato membro che ne adotta un’altra con la stessa motivazione o con una diversa ma altrettanto farlocca, così ricominciando la giostra, all’infinito. Siamo, insomma, di fronte a un contrasto ormai irreconciliabile fra l’ordinamento giuridico comunitario (per il quale gli OGM, una volta autorizzati, possono essere commerciati e coltivati liberamente, salva la scoperta, sancita da ricerche scientificamente solide, di rischi prima ignorati) e la volontà politica di alcuni  Stati, che puramente e semplicemente non intendono in nessun modo autorizzare la coltivazione degli OGM sul proprio territorio, indipendentemente dalla previa autorizzazione comunitaria e dall’inesistenza di alcuna nuova prova scientifica che faccia sospettare una loro pericolosità. E per una situazione di conflitto del genere non esiste, a ben vedere, alcun valido rimedio giuridico. Anche perché finora, a parte Monsanto, non sembra che gli operatori del settore si siano dati granché da fare, neppure sul fronte delle richieste di risarcimento del danno, per far cambiare idea agli Stati.

Alla fin fine, l’opinione di chi scrive è che, piuttosto di continuare con una simile farsa, perfino l’adozione del progetto di modifica alla Direttiva 2001/18 proposto dalla Commissione nel luglio 2010 (e, a quanto pare, paradossalmente, a tutt’oggi bloccato proprio dall’opposizione di alcuni fra gli Stati più fanaticamente contrari agli OGM, come la stessa Francia e l’Italia), col quale la decisione circa la coltivazione di OGM viene rimessa ai singoli Stati, sia di gran lunga preferibile. Almeno così, una buona volta, ciascuno dovrà prendersi le sue responsabilità alla luce del sole.

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Il TAR abroga Zaia

Giugno 24th, 2011
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La sentenza del TAR Lazio n. 5532/2011, depositata il 21.6.2011, segna l’ultima tappa (per ora!) del serrato confronto giudiziario che oppone Silvano Dalla Libera allo Stato e alle Regioni. Avevamo, qui su Salmone, già commentato le puntate precedenti, vale a dire la sentenza del Consiglio di Stato (n. 183/2010 del 19.1.2010) che annullava il precedente diniego rinviando la domanda al MIPAAF, e il decreto del 19.3.2010 con cui quest’ultimo (in persona dell’ex Ministro Zaia) aveva reiterato il diniego, sostanzialmente ripetendo le stesse motivazioni del provvedimento già annullato dal Consiglio di Stato. Dalla Libera ha pertanto nuovamente - con ammirevole pazienza - adito la magistratura amministrativa chiedendo l’annullamento del decreto Zaia, unitamente agli atti connessi, tra cui fondamentalmente la relazione n. 18586/2010 della Regione Friuli e il parere della Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati. In giudizio sono apparsi, oltre a Dalla Libera e al MIPAAF, anche la Regione Friuli e la Confagricoltura Lombardia (quest’ultima ad adiuvandum nei confronti del ricorrente).
Preliminarmente, il TAR si è spacciato delle eccezioni di inammissibilità avanzate dalle parti resistenti, una delle quali eccezioni è abbastanza interessante. Il MIPAAF ha infatti sostenuto che, trattandosi di controversia relativa a una domanda di autorizzazione alla messa in coltura risalente all’anno seminativo 2007, Dalla Libera avrebbe perduto ogni interesse ad agire alla data del ricorso (2010, cioè oltre tre anni dopo). Il TAR ha rigettqto l’obiezione non solo con lo scontato argomento che, avendo il ricorrente dichiarato di voler richiedere il risarcimento dei danni subiti a causa dell’illegittimità del diniego, l’interesse sussiste eccome, ma anche perché “le motivazioni addotte da parte dell’amministrazione ministeriale sono tali e di tale consistenza da determinare un impedimento sostanzialmente permanente all’adozione dell’autorizzazione richiesta dalla società ricorrente e, conseguentemente, i suoi effetti sono destinati a riverberarsi anche sulla futura attività concernente le diverse e successive annualità di semina”. Questo è un dictum molto importante, e lo vedremo meglio alla fine, parlando degli effetti che questa sentenza potrà avere in concreto.
Il TAR ha rigettato il primo motivo di ricorso di Dalla Libera, secondo cui il MIPAAF avrebbe violato il giudicato formatosi sulla sentenza del Consiglio di Stato, che avrebbe - a detta del ricorrente - “espressamente ordinato al MIPAAF di assentire l’autorizzazione richiesta”. Ovviamente però questo non è vero (l’avevamo del resto già scritto nel commentare il Decreto), dato che la sentenza si era limitata a ordinare al MIPAAF di concludere il procedimento, ma non aveva indicato anche il contenuto del provvedimento finale, che quindi ben avrebbe potuto essere di diniego (a certe condizioni, peraltro, come vedremo).
Il TAR, prima di proseguire sugli altri motivi di ricorso, aggiunge che appare “opportuno soprassedere dall’esame degli sviluppi concernenti la questione degli OGM verificati negli ultimi mesi in sede comunitaria” (sviluppi dei quali è già stata data notizia sempre su Salmone): infatti, da un lato ancora detti sviluppi non si sono concretizzati in “provvedimenti puntuali e specifici di immediata e diretta applicazione nel nostro ordinamento” (vale a dire: ancora niente Regolamenti e Direttive), e dall’altro la situazione comunitaria sembra essere ancora fluida e in via di sviluppo (vale a dire: pro-OGM e anti-OGM se le stanno dando di santa ragione e non è ancora chiaro chi vincerà).
Il TAR accoglie il ricorso fondamentalmente per questo motivo: il procedimento di autorizzazione è certamente di competenza statale e d’altronde in materia di piani di coesistenza tra colture OGM e non-OGM (piani che sono di competenza regionale) lo Stato, come è stato appunto chiarito dal Consiglio di Stato, è tenuto a esercitare un potere di supplenza in caso di inerzia delle Regioni, che in tal modo violano un preciso obbligo di origine comunitaria. Ne discende che un diniego di autorizzazione non può essere motivato in base alla mancata adozione da parte delle Regioni dei piani di coesistenza (come invece continua a fare il Decreto Zaia): intanto, perché così le Regioni violano un obbligo comunitario, e in secondo luogo perché in caso di loro persistente inerzia lo Stato può e deve intervenire dettando direttamente i piani. Inoltre, aggiunge il TAR, va notato come ormai è pacifico che, nell’ambito della decisione sulla coesistenza, non possono essere considerati gli “aspetti di carattere ambientale e socio-sanitario anche se riferiti in modo specifico al peculiare contesto territoriale di riferimento”, perché questi aspetti sono di esclusiva competenza comunitaria, e sono stati già considerati in sede di autorizzazione di ciascuna varietà OGM; invece, l’unica preoccupazione dei piani di coesistenza dev’essere relativa ai profili economici della coesistenza dei diversi tipi di agricoltura (tradizionale, OGM e bio) - tra i quali, il TAR trova l’opportunità di ribadire, dev’essere garantita sia agli agricoltori, sia ai consumatori, “la possibilità effettiva di scelta”. Viceversa, come rileva il TAR, il MIPAAF si è affidato in sostanza alla relazione della Regione Friuli che però (1) è basata proprio sugli aspetti sanitario-ambientali che non erano di sua competenza, (2) tramite un apodittico rifiuto di prendere in considerazione le evidenze scientifiche e comparative disponibili sulla coesistenza, ha negato la possibilità stessa della coesistenza, sicché (3) si è risolta in una semplice delegazione del diritto alla scelta tra i tre tipi di coltura, escludendone proprio quella transgenica. Secondo il TAR, la relazione della Regione Friuli avrebbe viceversa dovuto essere soltanto uno degli elementi presi in considerazione dal MIPAAF nel procedimento di autorizzazione/diniego, ma non avrebbe dovuto finire per essere l’unico: anche perché, in tal modo, il MIPAAF ha comunque violato il diritto/dovere di emanare i piani di coesistenza che le Regioni si sono rifiutate di emanare. Tutto questo, dice il TAR, è chiaramente inaccettabile: “si è pervenuti al diniego di rilascio della richiesta autorizzazione sulla base di un parere espresso proprio da uno dei soggetti cui è direttamente e immediatamente imputabile la situazione di stallo istituzionale che si è venuta a creare in conseguenza della volontà da questi manifestata chiaramente di non voler adempiere agli obblighi di natura comunitaria gravanti sugli stessi”.
Sicché, il TAR, accogliendo il ricorso, ha annullato il Decreto Zaia.
Cosa accadrà adesso? Su questo è molto difficile pronunciarsi. L’azione di risarcimento danni per Dalla Libera, in primo luogo, non incontra a questo punto alcun ostacolo, essendo stata l’illegittimità del diniego sancita chiaramente. Tuttavia, che tipo di rilievo avrà la posizione ormai consolidata espressa dalla magistratura amministrativa sulle nuove domande di autorizzazione alla coltivazione che venissero avanzate in futuro da Dalla Libera (e naturalmente anche da altri)? Il TAR è stato forse eccessivamente ottimista quando ha parlato di “stallo istituzionale”. Infatti non siamo in presenza di un semplice stallo, ma di una situazione di patente e perfino conclamata illegalità, in cui l’amministrazione statale e quelle regionali hanno già dichiarato chiaro e tondo, e hanno già manifestato ripetutamente, la loro intenzione di non rispettare gli obblighi comunitari e di violare sistematicamente il diritto nazionale, negando, illegittimamente, l’autorizzazione a coltivare una varietà OGM già debitamente autorizzata in sede UE. Dato purtroppo che nulla vieta che la grottesca manfrina già messa in scena da MIPAAF e Regioni a proposito della domanda di Dalla Libera del 2007 si ripeta per ogni successiva domanda di autorizzazione - nulla infatti vieta a MIPAAF e Regioni di inventarsi in futuro altre edificanti variazioni sul tema “gli OGM non possono coesistere con le altre coltivazioni” -, con il bel risultato che le inevitabili pronunzie di annullamento di TAR e Consiglio di Stato arriverebbero comunque a babbo morto (ovvero a anno seminativo già bell’e passato), il rischio è che nulla cambi. Rimane certo la speranza che le cause di risarcimento danni producano condanne tanto sostanziose, anche in termini di danno erariale a carico dei funzionari responsabili, da fungere da serio deterrente; ma è più che lecito dubitarne. Speriamo che il prossimo Governo decida di prendere finalmente una posizione chiara sul punto: al limite, anche una decisione di invocare finalmente questa benedetta clausola di salvaguardia (ineluttabilmente destinata, peraltro, a una brutta fine in sede comunitaria, visti i precedenti) sarebbe comunque un netto miglioramento, in termini di onestà intellettuale e di assunzione di responsabilità politica, rispetto al comportamento da autentici banditi e grassatori di strada ostentato dalle Amministrazioni fino ad oggi. Sempre che beninteso non arrivi ancora una volta l’UE a toglierci le castagne dal fuoco.

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