Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Aprile 7th, 2016
Post2PDF Versione PDF | No Comments

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche refuso in meno, una spolverata di elogio dei migranti, ma restano le solite bufale su Ogm e “agroindustria”. Altrimenti il castello chic crolla.

Leggi tutto su il Foglio

Nella categoria: Luca Simonetti, OGM & Argomenti contro

Fidenato e la nuova legge sulle semine

Settembre 18th, 2015
Post2PDF Versione PDF | 1 Comment

Giorgio Fidenato ha ricevuto dalla Commissione UE una lettera (del 4 settembre 2015) con cui lo si informa che, a seguito della sua denuncia (la EU Pilot 3972/12/SNCO), l’Italia “ha abrogato le disposizioni pertinenti del Decreto legislativo 24.4.2001 n. 212”, quello cioè, se ve lo ricordate, che stabiliva l’obbligo, per chi volesse coltivare in Italia sementi GM già autorizzate dalla Commissione, di richiedere un’autorizzazione al Ministero dell’Agricoltura.

Fidenato commenta: “grazie alla mia denuncia, la Commissione era intervenuta nei confronti dell’Italia chiedendogli esplicitamente di abrogare la norma italiana che confliggeva con il diritto dell’Unione Europea.”
Andiamo allora a leggere il testo di legge invocato dalla Commissione.

Si tratta della Legge n. 115/2015, che è la solita “legge comunitaria”, in cui cioè si affastellano alla rinfusa parecchi provvedimenti per adeguare il diritto italiano agli strumenti comunitari più diversi, solitamente per evitare un procedimento d’infrazione da parte dell’UE appunto per il ritardo italiano nell’adattamento al diritto comunitario. All’art. 20 la Legge comunitaria 2015 apporta delle modifiche molto rilevanti all’art. 1 del Decreto legislativo n. 212/2001. Precisamente:

- al secondo comma, viene abrogato l’intero capoverso, che prevedeva per l’appunto l’autorizzazione del MIPAF alla semina;
- nel terzo comma, viene abrogata la lettera a) (in base alla quale la Commissione per i prodotti sementieri GM costituita presso il MIPAF esprimeva pareri sulle condizioni tecniche da seguire nella coltivazione);
- il quinto comma (che puniva con arresto o multa chiunque metteva a coltura sementi GM senza la previa autorizzazione) viene abrogato;
- infine, anche il sesto comma, che irrogava una sanzione amministrativa pecuniaria a chi violasse le prescrizioni tecniche contenute nell’autorizzazione del MIPAF, viene abrogato.

Dunque, Fidenato ha ragionissima: l’Italia ha interamente capitolato, e da oggi in poi non sarà più necessario chiedere l’autorizzazione al MIPAF se si vuole coltivare mais GM (o qualunque altra varietà vegetale GM debitamente autorizzata a livello comunitario.) Il che vuol dire anche che tutte le eventuali sanzioni, penali o amministrative, già irrogate a chi fosse stato condannato in base a queste norme enon ancora eseguite integralmente, non possono più avere esecuzione. E’ chiaramente una buona notizia per chiunque si trovi in questa situazione, dunque in primis proprio per Fidenato.
Tutto a posto dunque? Purtroppo no. Il solito Fidenato continua: “ma temo che, purtroppo, anche con il nuovo decreto sarà la stessa cosa!” E anche stavolta, l’impressione è che abbia più che mai ragione.

Infatti, l’art. 20 della stessa Legge comunitaria, oltre a modificare/abrogare l’art. 1 del D. lgs. n. 212/2001, ci spiega anche come intende muoversi in futuro l’Italia. Ci dice infatti che, in attesa della attuazione della famosa Direttiva UE n. 2015/412 – cioè, quella che consente agli Stati membri di vietare o limitare la coltivazione di OGM – l’Italia farà una serie di richieste alla Commissione (e precisamente, al fine di adeguare l’ambito geografico delle notifiche o domande presentate o delle autorizzazioni alla coltivazione già rilasciate). Se queste domande non verranno accolte, il MIPAF potrà, con un proprio decreto (sentiti altri Ministeri e le Regioni), limitare o vietare in tutto o parte del territorio italiano la coltivazione di uno o più OGM. E chiunque violerà questi divieti o limiti – salvo che l’atto costituisca più grave reato - sarà punito con una pesante multa (da Euro 25.000 a Euro 50.000), oltre che tenuto a rimuovere a sue spese le coltivazioni vietate e a realizzare “misure di riparazione primaria e compensativa” determinate dalla Regione territorialmente competente. Inoltre, restano in vigore i divieti già introdotti in via cautelare (ad es., col famoso Decreto interministeriale del 2013): non si sa fino a quando, ma verosimilmente, fino all’emanazione del nuovo decreto.

Perciò non c’è granché da esultare. Fidenato ha avuto finalmente ragione, vincendo dopo molti anni una autentica battaglia di civiltà, per la quale tutti dovremmo essergli riconoscenti; ma l’impressione è che questo riconoscimento sia arrivato troppo tardi. Nel frattempo l’Italia, prima con il Decreto interministeriale, ora con questa subdola Legge comunitaria, ci ha in qualche modo messo sopra una pezza, e coltivare OGM continua ad essere vietato, proprio come prima – con la sola differenza, però non trascurabile, che stavolta non c’è più alcun contrasto di principio tra la normativa italiana e quella comunitaria, visto che quest’ultima oggi consente ai singoli Stati di vietare la coltivazione di OGM. Certo, forse si potrebbe discutere se sia legittima una misura transitoria, cautelare destinata a restare in vigore per anni: ma stiamo parlando di scaramucce di retroguardia. La partita vera, inutile dirlo, si gioca a Bruxelles.

Nella categoria: Luca Simonetti, OGM & Agricoltura italiana, OGM & Aspetti legali

Commento sulla sentenza del Riesame contro Fidenato

Ottobre 5th, 2014
Post2PDF Versione PDF | 5 Comments

L’ordinanza del 22 settembre 2014 con cui il Tribunale penale di Pordenone ha rigettato la richiesta di riesame di Giorgio Fidenato contro il decreto di sequestro preventivo del suo terreno disposto in data 5 agosto 2014 è, credo, la prima pronuncia emessa seguito dell’emanazione del D.L. n. 91/2014, noto fra noialtri che ci occupiamo del diritto italiano degli Ogm (cioè il Vs. affezionatissimo, Gabriele Pirocchi e un manipolo di altri) come il decreto “manette a Fidenato”.

Cosa dice questo decreto legge? Dice (tra le altre cose: art. 4.8) che “chiunque viola i divieti di coltivazione introdotti, anche in via cautelare, ai sensi degli articoli 53 e 54 del regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio del 28.1.2002 è punti con la multa da euro 25.000 a euro 50.000”, oltre a rimuovere le coltivazioni vietate e a realizzare le misure di riparazione. Se ricordate il famoso Decreto interministeriale (anzi, triministeriale) del 12 luglio 2013, non vi sfuggirà il fatto che detto provvedimento aveva vietato, per 18 mesi, ogni coltivazione di MON 810 proprio in forza degli artt. 53 e 54 del Regfolamento n. 178/2002. Il Governo, insomma, si era reso conto, con un certo ritardo, del fatto che chi violava i divieti temporanei assunti in via d’urgenza non rischiava nessuna sanzione, e quindi ha pensato bene di correre ai ripari.

Asteniamoci pure dal considerare se abbia senso, in uno Stato di diritto, disporre della sanzione penale in un caso come questo (la condotta di Fidenato, anche se fosse in contrasto con la lettera della norma – poi vedremo meglio in che limitato senso questo sia vero -, è chiaramente priva di qualsiasi lesività: non solo, come sappiamo, non esiste alcuna evidenza scientifica che il MON 810 sia dannoso per la salute o l’ambiente, ma anzi esiste abbondante evidenza scientifica, a cominciare dall’EFSA che aveva già bocciato il dossier allegato dall’Italia a sostegno della sua richiesta alla Commissione di adottare misure d’urgenza), come pure ci asterremo da ogni valutazione di merito: andiamo semplicemente a vedere cosa ha deciso il Tribunale penale di Pordenone, e perché.
Il Tribunale friulano comincia con l’esporre la disciplina comunitaria, per giungere poi a sostenere che il Decreto interministeriale del 2013 sarebbe del tutto valido e conforme alla disciplina comunitaria: esso è infatti, dicono i giudici, una misura d’urgenza, emanata ai sensi dell’art. 54 del Regolamento 178/2002 e in presenza dei relativi presupposti (manifesta presenza di gravi rischi alla salute o all’ambiente e inerzia della Commissione), addirittura “valorizzando il parere rilasciato dall’EFSA il 8.12.2011”. Quanto al periculum in mora, Fidenato ha sempre manifestato apertamente la sua volontà di coltivare il MON 810, sicché il sequestro risulta giustificato.

Da quest’ultimo punto di vista non c’è molto da dire: è chiaro che, se il Decreto del 2013 è una valida misura d’urgenza, allora Fidenato ha violato la norma e non c’è dubbio che debba essere assoggettato alla misura del sequestro. Ma è proprio questo il punto: è vero che il Decreto era valido?
Sappiamo già che il TAR si è pronunciato proprio in questo modo, il che in un certo senso scusa il fatto che il Tribunale di Pordenone si sia pedissequamente adeguato. Ma non lo scusa del tutto: il Giudice ordinario infatti può sempre disapplicare le misure amministrative italiane che siano in contrasto con la normativa comunitaria, anche in caso di inerzia della magistratura amministrativa. E stando così le cose, il giudice friulano non poteva esimersi dal valutare se davvero il Decreto interministeriale fosse fornito dei suoi necessari presupposti: si trattava, in fondo, di confermare o revocare un provvedimento penale di una certa gravità, nei confronti di un soggetto (Fidenato) che, diciamocelo, non ha fatto male a nessuno.

Qui ahimé si vede come i Tribunali italiani siano del tutto sprovvisti della capacità di entrare nel merito di questioni scientifiche anche solo minimamente complicate. Abbiamo già notato come il Tar del Lazio fosse andato completamente fuori strada nel momento in cui si è trattato di valutare l’esistenza dei presupposti del provvedimento d’urgenza (= presenza manifesta di un rischio grave alla salute o all’ambiente): ma il Tribunale di Pordenone riesce, se possibile, a fare ancor peggio. L’ordinanza ha la faccia tosta di sostenere che il decreto avrebbe “accertato l’esistenza di un grave rischio per l’agrobiodiversità” (dove? come? quando?) e di richiamare, a sostegno, il parere dell’EFSA dell’8.12.2011 che in realtà, come abbiamo visto, diceva tutt’altre cose1. Ovviamente il Tribunale si guarda bene dal menzionare il fatto, purtroppo decisivo, che l’EFSA aveva, col suo parere del 12.9.2013, dichiarato che il dossier scientifico allegato dall’Italia alla propria richiesta alla Commissione di adottare una misura d’urgenza non conteneva alcun elemento scientifico nuovo tale da invalidare le conclusioni già precedentemente raggiunte dalla stessa EFSA, e che pertanto esso non giustificava l’emanazione di una misura d’urgenza.

Non c’è, evidentemente, molto altro da dire sull’ordinanza di Pordenone: il Giudice ha completamente omesso di considerare gli unici elementi rilevanti, e si è limitato a prendere, diciamo così, per oro colato le affermazioni dei tre Ministri nel preambolo del Decreto. In sostanza, Fidenato viene condannato perché ha violato un ordine dell’autorità, anche se quest’ordine è esso stesso illegittimo e in patente violazione delle norme comunitarie. Ma in uno Stato di diritto, gli unici ordini che si debbono rispettare sono quelli legittimi.

Come abbiamo visto più volte, purtroppo la strada verso il ristabilimento della legalità, in materia di Ogm, è tuttora lunga e piena di ostacoli: né potrebbe essere altrimenti, quando sono proprio il Governo e il Parlamento a dichiarare di non volere in alcun modo rispettare le norme comunitarie. Ci vuole, diciamo, molta ma molta pazienza.

(1) Esso infatti conclude che, in certi casi e in certi luoghi, può essere opportuno che vengano adottate delle misure di mitigazione del rischio per la coltivazione del mais Bt11 (al quale è assimilato il MON 810). Qui va subito notato che l’EFSA non dice affatto che si debbano modificare i criteri di valutazione del rischio: dice che, in certi  limitatissimi casi (precisamente, quando si coltiva il mais Bt11/MON 810 in prossimità di popolazioni di lepidotteri non-target che siano “estremamente sensibili” alla tossina del mais Bt11/MON 810 e sempreché la coltivazione del mais Ogm superi il 7,5% dell’area agricola utilizzata, altrimenti non c’è nessun problema), bisogna adottare delle misure di mitigazione del rischio: ad es., basta stabilire che il mais Ogm in tal caso non sia coltivato a meno di 20 metri di distanza dalle aree che contengono le popolazioni di lepidotteri “estremamente sensibili”, oppure che vi sia in mezzo una fascia dove è coltivato mais non-Ogm. L’EFSA, in altri termini, non sta affatto dicendo “dobbiamo rivedere i criteri di valutazione generale del rischio del mais Ogm, perché potrebbe essere più pericoloso di quel che si credeva per le larve di alcuni lepidotteri non-target”, ma sta dicendo: “come sappiamo e diciamo da tempo, in certi casi bisogna stabilire delle misure di mitigazione del rischio per evitare che certe larve di lepidotteri non-target vengano danneggiate”. Ma si tratta, come spiega ad nauseam la stessa EFSA, di rischi molto limitati, e che non giustificano misure generali, perché anche nel caso in cui esistano specie di lepidotteri a rischio, molte misure di mitigazione del rischio potrebbero rivelarsi eccessivamente onerose.
Nella categoria: Luca Simonetti, News, OGM & Aspetti legali

Ordinanza UE sul caso Fidenato

Giugno 7th, 2013
Post2PDF Versione PDF | 14 Comments

La recente pronuncia della Corte UE nel caso Fidenato (Ordinanza 8.5.2013) è di particolare interesse in quanto giunge, per dir così, a chiudere il cerchio delle possibilità residue, per il MIPAF, di impedire la coltivazione di mais OGM già autorizzato a livello comunitario ed iscritto al Catalogo comune.

Come forse ricorderete, circa un anno fa (con sentenza del 6.9.2012; ne avevamo parlato qui : http://www.salmone.org/la-corte-europea-fa-giustizia-dei-divieti-agli-ogm/) la Corte UE si era pronunciata su un ricorso in via pregiudiziale da parte di Pioneer. In quel caso, il Consiglio di Stato aveva chiesto alla Corte UE, in relazione alla famosa autorizzazione alla messa in coltura di cui all’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001, di chiarire (a) se la messa in coltura di varietà OGM già autorizzate a livello UE e iscritte nel Catalogo comune potesse essere assoggettata a una (nuova) procedura nazionale di autorizzazione e (b) se l’art. 26-bis della Direttiva n. 2001/18 consentisse a uno Stato membro di opporsi in via generale alla messa in coltura di OGM “nelle more dell’adozione di misure di coesistenza”. La Corte aveva risposto di no ad entrambi i quesiti: da una parte, una volta autorizzata a livello comunitario, il governo nazionale (nel nostro caso, l’Italia) non può sottoporre la coltura OGM a una nuova procedura di autorizzazione; dall’altra, l’Italia non può nemmeno vietare in via generalizzata la coltivazione di OGM già autorizzati in attesa dell’emanazione di norme di coesistenza: o le emana, e allora le applica per i loro propri fini (tra i quali non rientra certo un divieto generalizzato di coltivazione), oppure, se ne ricorrono i presupposti, userà gli altri strumenti previsti dal diritto comunitario, vale a dire, fondamentalmente, invocherà una clausola di salvaguardia. Ma non può nascondersi dietro alla mancata adozione dei piani di coesistenza.

Tuttavia, rimaneva inevaso un dubbio: non è che l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 possa esso stesso essere considerato come una misura di coesistenza? In altre parole, non sarà che la richiesta di un nuovo procedimento autorizzatorio si possa giustificare in base alla necessità di verificare, di volta in volta, i presupposti per garantire la coesistenza tra coltivazioni OGM e non-OGM? Il dubbio in realtà non avrebbe ragione di esistere, epperò la sostanziale ambiguità del testo normativo (ricordiamo che l’art. 1.2 del D.Lgs. n. 212/2001 prevede che l’autorizzazione alla messa in coltura stabilisca, tra le altre cose, “misure idonee a garantire che le colture derivanti da prodotti sementieri di varietà geneticamente modificate non entrino in contatto con le colture derivanti da prodotti sementieri tradizionali”, dunque parla esplicitamente anche di coesistenza) giustifica in qualche modo una richiesta di chiarimento.

Nel nostro caso, il Tribunale penale di Pordenone, che deve giudicare Giorgio Fidenato per il reato di cui al medesimo D. Lgs. n. 212/2001 (art. 1.6), cioè per aver messo a coltura mais OGM senza aver prima richiesto e ottenuto la predetta autorizzazione, si è trovato perplesso tra due pronunzie non proprio concordanti. Da un lato, la sentenza Pioneer (già citata), per cui uno Stato membro non può pretendere nuovamente di autorizzare la coltivazione di varietà OGM già autorizzate a livello comunitario. Dall’altro, la Cassazione penale che (con la sentenza del 15.11.2011, proprio contro Fidenato: ne avevamo parlato qui) ha ritenuto che chi coltiva mais Ogm senza la prescritta autorizzazione del MIPAF commette reato. Il Tribunale di Pordenone ha quindi pensato di tirarsi fuori dal contrasto chiedendo alla Corte UE di chiarire, in via pregiudiziale, 1) se l’art. 1.2 del D. Lgs. n. 212/2001 sia o meno in contrasto con la normativa comunitaria, e 2) se uno Stato membro, nello stabilire che le coltivazioni OGM sono soggette ad una autorizzazione che sia anche “specificamente volta a tutelare il principio di coesistenza”, possa farlo anche nel caso di OGM già autorizzati a livello UE.

La Corte non solo risponde negativamente a entrambe le questioni, ma ritiene per di più che i principi necessari per rispondere ad esse fossero già contenuti nella sentenza Pioneer, sicché pronuncia non una sentenza ma una semplice ordinanza. Essa spiega che il diritto dell’UE consente sì agli Stati membri di disporre misure di coesistenza e in tale modo di limitare o escludere sul proprio territorio la coltivazione di varietà OGM, ma a condizione di emanare effettivamente dette misure: non è invece legittimo opporsi alla coltivazione nelle forme di una autorizzazione alla messa in coltura di OGM, perché una siffatta procedura di autorizzazione non può costituire una misura di coesistenza. La procedura di autorizzazione, in realtà, è per la Corte intrinsecamente e radicalmente in contrasto con la normativa UE, e dunque è puramente e semplicemente illegittima; non c’è modo di “salvarla” interpretandola come una misura volta esclusivamente a determinare le modalità di coesistenza.

Cosa succederà ora? Di certo, a parte gli effetti immediati per la posizione penalistica di Fidenato (che a questo punto davvero non si riesce a capire come possa venir condannato), lo spazio a disposizione per impedire la semina di mais OGM si riduce notevolmente. Sia la sentenza Pioneer sia l’ordinanza Fidenato sono assai chiare: la procedura di autorizzazione ex D. Lgs. n. 212/2001 è illegittima, punto e basta. Da questo momento in poi, chi voglia seminare mais OGM (purché già autorizzato a livello UE, beninteso!) potrà farlo e dovrà chiedere nient’altro che le normali autorizzazioni necessarie a chiunque voglia seminare una varietà ‘tradizionale’. Quindi le tattiche dilatorie e defatiganti adottate negli ultimi anni dal MIPAF parrebbero ormai essere state messe in scacco, grazie al combinato disposto delle pronunzie ottenute da Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato (e dai rispettivi avvocati). A questo punto, è probabile che l’ultima battaglia – in attesa di eventuali decisioni che potrebbero giungere dalla UE – si combatterà dalle parti della clausola di salvaguardia (come sembra doversi dedurre dalle recentissime vicende parlamentari, che commenteremo prossimamente).

Nella categoria: Luca Simonetti, OGM & Aspetti legali

Commento alla richiesta d’informazioni della Commissione

Gennaio 21st, 2013
Post2PDF Versione PDF | 8 Comments

Dunque accade che la Repubblica Italiana si è vista recapitare, da parte della Commissione UE, una richiesta di informazioni circa l’applicazione in Italia delle Direttive 2001/18 e 2002/53 nonché del Regolamento n. 1829/2003. Se le spiegazioni dell’Italia non risulteranno convincenti, la Commissione potrà, se lo ritiene, avviare una procedura d’infrazione: vale a dire, la Commissione indicherà all’Italia cosa deve fare per adempiere ai suoi obblighi comunitari (cioè per applicare correttamente gli strumenti comunitari citati), imponendole di adeguarsi entro un certo termine; se l’Italia non lo fa, la Commissione può citarla davanti alla Corte di Giustizia, la quale, se accoglie il ricorso della Commissione, ordinerà all’Italia di adempiere, irrogandole anche una multa in caso di ritardo.

Il  tutto muove da una denuncia di Giorgio Fidenato, il quale, nel raccontare alla Commissione la sua pazzesca vicenda giudiziaria, ha puntato in particolare il dito contro l’art. 1 del D.lgs. n. 212/2001 (quello che richiede l’autorizzazione per la coltivazione di sementi gm) e la Legge regionale Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011 (che, all’art. 2, vieta sul territorio della Regione la coltivazione di OGM.

La richiesta di informazioni ricapitola il quadro normativo comunitario sugli Ogm, alla luce della sentenza del 2012 della Corte di Giustizia sul caso C-36/11, Pioneer Hi Bred Italia, tutte cose che i lettori di Salmone già ben conoscono.

In sostanza, secondo la Commissione (ed è difficile darle torto), per quel che riguarda la valutazione del rischio dei prodotti Gm per la salute e l’ambiente, essa spetta all’autorità comunitaria e risulta già compiuta nel momento in cui il prodotto stesso viene autorizzato  ai sensi del Regolamento 1829/2003 oppure viene iscritto al Catalogo comune europeo ai sensi della Direttiva 2002/53. Siccome questo è proprio il caso del mais MON 810 (che è l’unico che interessa nel caso di Fidenato), ne segue, come ha statuito la Corte nella sentenza citata, che l’Italia non può pretendere di sottoporre nuovamente il medesimo mais Ogm a una procedura di autorizzazione “fondata su considerazioni di tutela della salute o dell’ambiente“.

La Commissione ricorda peraltro che esistono tre eccezioni, riconosciute dal diritto comunitario, ricorrendo le quali un singolo Stato può vietare o limitare la coltivazione di Ogm. I tre casi sono i seguenti:

a) Le misure d’emergenza ex art. 34 del Regolamento 1829/2003, che presuppongono un grave rischio per la salute o per l’ambiente. Siccome, dice la Commissione, l’Italia mai ha notificato alcunché del genere all’UE, se ne deve dedurre che “l’Italia non ha adottato misure d’emergenza in relazione al MON 810 ai sensi dell’art. 34 del Reg. 1829/2003“. Conclusione che mi pare irrefutabile (anche perché i rischi in questione, come tutti sanno, non esistono).

b) Le restrizioni all’uso o alla commercializzazioni ai sensi della Direttiva 2002/53. Qui si richiamano gli artt.  16 e 18, che consentono a uno Stato di vietare in tutto o in parte la coltivazione o commercializzazione di Ogm se è accertato che la varietà in questione possa nuocere ad altre coltivazioni; se ci sono prove scientifiche che indicano che la varietà Ogm non è adatta alla coltivazione nello Stato per le sue caratteristiche geografiche; oppure se lo Stato ha altri motivi validi per ritenere che la varietà Gm in questione presenti rischi per la salute o l’ambiente. Anche qui la Commissione giunge alla conclusione che l’Italia, non avendo presentato alla Commissione alcuna domanda in merito a dette norme, non ha adottato alcune misura del genere autorizzato dalla Direttiva 2002/53. E anche qui, mi sembra difficile dissentire.

c) Infine, ci sono le misure di coesistenza, autorizzate dall’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, che tuttavia possono, sì, restringere, e persino vietare in parte, la coltivazione di Ogm, ma - secondo la sentenza della Corte di Giustizia - “solo per effetto delle misure di coesistenza realmente adottate in osservanza della loro finalità“. Il che vuole dire, 1) che lo Stato membro non può invocarla a vanvera (cioè al mero scopo, non già di garantire la coesistenza, ma di vietare tout court la coltivazione di Ogm), e 2) che non può sospendere o vietare la coltivazione di Ogm in attesa della futura emanazione di misure di coesistenza, dato che adottarle o meno è una facoltà, ma non un obbligo, dello Stato. Su questo, la Commissione non trae alcuna conclusione in merito all’atteggiamento dell’Italia. Allora aggiungiamo noi che l’Italia non ha mai adottato misure di coesistenza, né a livello statale né a livello regionale; tuttavia, una legge regionale (cioè per l’appunto la famigerata legge del Friuli-Venezia Giulia n. 5/2011) ha invocato l’art. 26-bis, peraltro - ad avviso di chi scrive - a vanvera (vedi sotto).

A questo punto, la Commissione fa sei domande (in corsivo qui di seguito)  all’Italia:

A) l’art. 1 del D.Lgs. n. 212/2001 è ancora in vigore? E qui la risposta non può che essere positiva: l’articolo non è stato ancora abrogato, e bisognerà vedere come i giudici italiani lo interpreteranno a seguito della sentenza della Corte di Giustizia. Poi la Corte chiede come mai detta norma non è stata notificata alla Commissione: la domanda però a me pare bizzarra, dato che  mi risulta, al contrario, che il d.lgs. 212/2001 sia stato notificato.

B) le autorità italiane continuano ad applicare l’art. 1 del d.lgs. n. 212/2001 anche dopo la sentenza della Corte di Giustizia del 2012? E qui la risposta è: non si sa. Ancora non mi risulta vi siano state applicazioni.

C) a seguito della sentenza della Corte del 2012, le autorità italiane intendono  modificare il d.lgs. n. 212/2001 o le altre norme rilevanti per assicurare ottemperanza alla sentenza? E qui la risposta non può che essere: buona questa!

D) l’art. 1 del d.lgs. n. 224/2003 è ancora in vigore? E qui la risposta è: sì. Poi la Commissione chiede se la disposizione in esame sia stata notificata; e qui, ancora una volta, confesso il mio sconcerto (la disposizione mi risulta sia stata notificata eccome). Poi si chiede la sua rilevanza ai fini che ci interessano. La mia risposta:  non c’entra granché (il d.lgs. 224/2003 è un’attuazione della Direttiva n. 2001/18, ma non riguarda l’ulteriore autorizzazione alla coltivazione, di cui si controverte nel caso Fidenato).

E) la legge regionale n. 5/2011 della Regione Friuli/Venezia Giulia è ancora in vigore? Risposta: sì. E’  stata notificata alla Commissione? Risposta: mi risulta di no. In che senso questa legge è rilevante ai fini della coltivazione Ogm? Risposta: semplice, è un divieto totale alla coltivazione di Ogm nel territorio regionale, asseritamente in base all’art. 26-bis della Direttiva 2001/18, quindi in quanto misura di coesistenza.  Dovrebbe pertanto ritenersi inefficace (perché non notificata alla Commissione), invalida (perché in contrasto con la normativa comunitaria, come interpretata, da ultimo, dalla Corte di Giustizia nella sentenza del 2012), sempre che sia conforme ai principi costituzionali del riparto delle competenze tra Stato e Regioni.

F) infine la Commissione chiede ragguagli in merito alle vicende giudiziarie di Fidenato. Su questo punto è da osservare che, sebbene in linea di principio la giurisdizione penale dell’Italia sia sovrana e non soggetta a scrutinio comunitario, tuttavia appare abbastanza chiaro che una sanzione penale non dovrebbe essere irrogata a un cittadino italiano per aver violato una norma interna in contrasto con le norme comunitarie: e questo è proprio il caso di Fidenato. Vero è che detta conclusione discende dai principi di diritto nazionale (in particolare dal principio di offensività della norma penale), più che da principi comunitari; tuttavia sono molto curioso di sapere cosa risponderà l’Italia.

Sempre che, ovviamente, l’Italia decida di rispondere. Finora, l’Italia si è rigorosamente limitata a guadagnare tempo facendo finta di nulla. Scommetto my two cents su quest’ultima via d’uscita.  Tanto, di qui alla sentenza di condanna della Corte di Giustizia, chissà cosa sarà successo, e  soprattutto, chi sarà stato al Governo.

Nella categoria: Luca Simonetti

Le rubriche di Salmone

Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche…