Viva la Ricerca sugli OGM, anzi no!

Aprile 20th, 2010
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Il neo-Ministro dell’Agricoltura Giancarlo Galan è già sotto il fuoco dei media per la tematica OGM. Ha addirittura osato dire che la ricerca sugli OGM è un’altra cosa rispetto al divieto confermato alle coltivazioni. L’affermazione che la ricerca è normata e regolata in modo diverso dalle coltivazioni commerciali è già scritta da tempo in tutte le direttive dell’EU. Già sono insorti i paladini (bipartisan) della libertà di ricerca a patto che sia morta.

Nell’allegato galan start un articolo dell’allora Governatore del Veneto Galan del 2003 durante la presunta emergenza da mais da OGM in Piemonte.

Per chi lo avesse scordato, furono distrutti circa 400 ettari coltivati a mais di cui si sospettava che i semi fossero in parte semi OGM. In realtà nell’ordinanza n.63 dell’11 luglio 2003 della Regione Piemonte era scritto che la “contaminazione” era tra lo 0,02% e lo 0,11% percentuali che oggi permetterebbero di vendere quei semi come semi biologici. A noi contribuenti quell’evento mediatico e’ costato 500,000 euro avendo perso la Regione Piemonte le cause intentate dalle aziende sementiere.

A seguire nel pdf la dichiarazione del Ministro Galan di apertura alla sola ricerca e le proteste degli Eurodeputati PDL e del capogruppo del PD in commissione agricoltura alla Camera dei Deputati.

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OGM: i luoghi comuni

Gennaio 30th, 2009
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In un dibattito mediatico come quello sugli OGM valgono le regole dei media, non quelle della scienza. Ossia vale l’affermazione più gridata e spaventosa, molto meno si ricordano dati di normalità o ragionamenti rassicuranti. Ad esempio molti non addetti ai lavori sostengono che da qualche parte si vendano fragole che hanno dentro una lisca di pesce o che i semi da OGM siano sterili. Tutte queste affermazioni non hanno alcun fondamento, ma sono dicerie dure a morire. Una delle più insidiose e malevole falsità diffuse ad arte per avversare la diffusione degli OGM è quella che sostiene che siano così poco produttivi da mandare in fallimento i poveri agricoltori che se sono indiani e coltivano cotone Bt finiscono per suicidarsi bevendo pesticidi. In Italia queste tesi sono state ripetutamente propagandate da Vandana Shiva che ha sostenuto in varie interviste che almeno 100.000 contadini indiani si erano suicidati negli ultimi anni per il tracollo economico derivante dall’uso di semi di OGM. Nell’ottobre del 2008 uno dei più prestigiosi istituti internazionali l’IFRPRI da sempre in prima linea nella lotta all’insicurezza alimentare nei Paesi in via di sviluppo, ha prodotto un documentatissimo studio sulla vicenda dei suicidi dei contadini indiani (http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2008/10/btcotton.pdf ). I dati dimostrano che in India ci sono ogni anno tra i cento e i centoventimila suicidi. Tra questi, negli ultimi dieci anni, i suicidi dei contadini sono stabilmente tra i quindici e i diciassettemila l’anno. La percentuale relativa di suicidi di contadini varia da un massimo del 16 per cento del totale nel 2002 (anno di introduzione del cotone Bt in India su soli 29 mila ettari) a un minimo del 14 per cento del totale dei suicidi nel 2006, quando gli ettari coltivati a cotone Bt erano arrivati a 3,8 milioni di ettari, con un incremento di circa 100 volte in soli cinque anni. Analizzando le due province dove si coltiva la maggior parte del cotone Bt indiano (Maharashtra e Andhra Pradesh) si vede come in entrambi i casi il numero di suicidi di agricoltori tra il 2005 e il 2006 sia stabile (rispettivamente a 1500 e a 800 suicidi l’anno) malgrado gli ettari coltivati a cotone Bt negli stessi due anni salgano da 504 mila a 1,8 milioni di ettari nel Maharashtra e da 90 mila a 830 mila nell’Andhra Pradesh.
L’India decide di coltivare il cotone Bt perchè era il terzo maggior produttore di cotone al mondo dopo Cina e Stati Uniti, ma la Cina era al sesto posto come redditività per ettaro e gli Stati Uniti al quattordicesimo, mentre l’India occupava solo il settantesimo posto nella classifica mondiale. Grandi estensioni coltivate a cotone, ma poco raccolto. Inoltre il 45 per cento di tutti i pesticidi usati in India venivano usati sul cotone. La redditività indiana per il cotone tra il 1990 e il 2003 era stabile attorno ai 300 kg per ettaro; ora che quasi metà del cotone indiano è da OGM la resa è salita a 600 kg per ettaro e contemporaneamente è sceso sensibilmente l’uso di pesticidi. Riassumendo numerosi studi riconosciuti a livello internazionale, si è ridotto del 32 per cento l’uso di pesticidi sul cotone Bt, si sono avuti aumenti di resa per ettaro del 42 per cento e un vantaggio commerciale per l’agricoltore che coltivava cotone Bt del 52 per cento.

Questo studio ha avuto grande rilevanza nei media tanto da modificare la biografia su Wikipedia dell’attivista Indiana e vice presidente di Slow Food internazionale (http://it.wikipedia.org/wiki/Vandana_Shiva ). L’enciclopedia on line ha accolto integralmente le conclusioni del rapporto dell’IFPRI sostenendo che i “dati sui suicidi in India da cui si evidenzia come, dopo l’introduzione degli OGM, i suicidi tra gli agricoltoi non siano aumentati, ma abbiano piuttosto subito un leggero calo”.

Ma anche questo sarà uno dei luoghi comuni sugli OGM duro a morire.

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OGM

Gennaio 30th, 2009
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OGM: una nuova tecnologia che ha avuto troppo successo

Il termine Organismi Geneticamente Modificati non è un termine usato dalla comunità scientifica in quanto troppo generico. OGM viene correntemente utilizzato dai media per descrivere solo una particolare modifica del patrimonio ereditario e solo quando questa si applica al mondo vegetale. In realtà esistono molti modi di modificare il patrimonio genetico di un organismo e l’uomo usa molti mezzi da tanti anni per piegare batteri, lieviti, piante ed anche virus alle sue esigenze. Gli OGM sono in realtà solo il termine usato dai mezzi di comunicazione di massa per descrivere piante in cui sono stati trasferiti uno o pochi geni per trasformare cellule o tessuti vegetali.
Essendo quindi un termine di principale uso giornalistico usato quasi sempre per indurre paure e talvolta vere e proprie fobie nel pubblico, non è strano che siano nate delle altre definizioni mediatiche di OGM quali: Organismi Giornalisticamente Modificati ovvero Ottuse Guerre Mediatiche.
In realtà alla pessima imagine pubblica che evocano gli OGM non corrispondono nè documentati problemi ambientali nè problematiche di tipo sanitario anzi, come recita la dichiarazione del commissario Europeo alla Ricerca Philippe Busquin, gli OGM “sono ancora più sicuri” delle piante coltivate in maniera tradizionale da cui derivano.
Per cercare di colmare l’enorme distanza che intercorre tra la percezione pubblica degli OGM ed il loro uso quotidiano è necessario affrontare tutte le questioni che questa tecnologia suscita analizzando sinteticamente le questioni che provocano tanto timore nel pubblico dei non addetti ai lavori.

Gli OGM cosa sono

Gli OGM sono per prima cosa un prodotto industriale e non un prodotto tipico che si possa incontrare nei mercatini rionali. Sono sostanzialmente 4 le piante geneticamente migliorate che vengono oggi coltivate al mondo e tutte sono prodotte a milioni di tonnallate e vengono normalmente descritte come “commodity”, appunto per chiarire che si tratta di produzioni industriali. Si tratta di soia (il 57% della soia mondiale è da OGM), mais (25%), cotone (13%) e colza (5%). Sono coltivate nei 5 continenti, in particolare nei grandi Paesi agricoli mondiali come USA, Brasile, Argentina, Canada, India, Cina e Sudafrica. Nel 2007 sono stati coltivati nel mondo oltre 112 milioni di ettari con piante ingegnerizzate. Per paragone, tutte le piante coltivate in Italia coprono una superfice di 13 milioni di ettari. Le prime coltivazioni di piante transgeniche risalgono al 1994 e l’aumento di superfici coltivate è mediamente oltre il 10% all’anno. Questo è uno dei grandi problemi della tecnologia degli OGM. Mai nella storia dell’agricoltura mondiale una tecnologia si è sviluppata tanto rapidamente, su superfici così vaste, in così tanti continenti. L’arrivo di una tecnologia innovativa cambia gli equilibri dei mercati e mette fuori gioco aziende sementiere, industrie chimiche ed imprese per la produzione di macchine agricole che non sono funzionali alla nuova tecnologia. Insomma il problema è anche che gli OGM hanno avuto troppo successo ed hanno dato fastidio a troppi attori che controllavano nicchie di mercato. Per una trattazione più esaustiva sulle spericolate operazioni finanziarie che hanno portato a concentrare nella mani della Monsanto, S.Louis una enorme massa di brevetti biotecnologici e alla acquisisizione di  molte altre aziende del settore, si rimanda alla lettura del libro di Anna Meldolesi, OGM: storia di un dibattito truccato, Einaudi. In queste scalate la Monsanto ha avuto il più paradossale ed inaspettato aiuto proprio dalle organizzazioni ambientaliste multinazionali, con Greenpeace in testa, che da sempre ne hanno avversato l’ascesa. Entrambe le fazioni in lotta hanno richiesto infatti una “sovraregolamentazione” sulla validazione delle licenze sugli OGM. La richiesta di Greenpeace e soci era quella di aumentare a dismisura le analisi di sicurezza alimentare nell’ottica di:

  • dimostrare la pericolosità alimentare degli OGM;
  • ritardarne la diffusione e commercializzazione;
  • insinuare paure ed ansietà nei cittadini.

Ma anche a Monsanto queste scelte si sono rivelate funzionali perché hanno spazzato via dal mercato le decine di piccole aziende biotecnologiche che non potevano disporre degli enormi fondi da investire nelle validazioni sanitarie dei loro brevetti. Altrettanto dicasi per le proprietà intellettuali delle Università e centri di ricerca che sono stati messi fuori gioco dallo strapotere delle grandi multinazionali del settore. Quesi temi sono trattati anche nel libro di Miller e Conko, Frankestein Food, Greenwood Press.
Oggi si stima che servano circa 50 milioni di euro per commercializzare un prodotto da OGM dimostrando così come questi restino dei prodotti prettamente industriali.

Altri dettagli sugli organismi geneticamente modificati sono reperibili sul sito web: http://www.organismigeneticamentemodificati.it/

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Il Messico ed il mais Bt

Novembre 21st, 2008
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Allarmi, la culla del mais è perduta

La presigiosa rivista Nature pubblica prima un allarme (scarica il documento: R.Dalton.pdf ) un articolo che fa gettare un grido di dolore al popolo anti-OGM. Il Messico è invaso da mais transgenico e la biodiversità è perduta per sempre.

Scarica (qui) il documento

Il Messico è salvo, ci eravamo sbagliati.

Non mi era mai capitato di veder ritirare un articolo da una rivista per propria colpa. Ma Nature è stata colta il flagrante dalla comunità scientifica internazionale - scarica (qui) il documento- e costretta a ritrattare una bufala.

Scarica l’editoriale dell’editor:(qui)

Si chiude il processo in cassazione: l’inquinamento messicano era falso

Con una seria analisi scientifica viene documentato che non ci sono pericoli per il mais messicano.

Scarica (qui) il documento.

Nature annuncia una nuova puntata del giallo del mais messicano

Oggi Nature annuncia un articolo che verra’ pubblicato su Molecular Ecology e che dimostrerebbe il flusso di alcuni frammenti di DNA esogeno in piante di mais “tradizionale” messicano. Si tratta del piu’ classico dei promotori (il 35S) e del piu’ classico dei terminatori (NOSt), ma non viene analizzato alcun transgene. Leggi (quì)

Meglio sempre leggere prima il manoscritto originale prima di fare commenti approfonditi, ma qualche considerazione si puo’ certamente gia’ farla.

Il Messico non coltiva mais transgenico e questa e’ una scelta saggia che andrebbe estesa, in una prima fase, a tutte le zone dove ci sono i centri di produzione primaria di una coltura ossia dove esistono le piante selvatiche da cui derivano quelle coltivate, sempre che siano interfertili tra loro. Isomma si deve pensare bene se mettere OGM di patata sulle Ande, di riso in Cina o di pomodori peperoni o melanzane in Sudamerica.

Coltivazioni illegali esistono in tutto il mondo ed ovunque vanno condannate quando non rispettano le leggi del Paese (detto cio’ coltivare mais Bt in Europa e’ ammesso, autorizzato e normato, quindi coltivare quel mais Bt in Italia (o in Friuli per non fare cognomi) e’ cosa del tutto lecita, proprio perche’ rispetta la legge comunitaria). Qualcuno in Messico potrebbe aver coltivato illegalmente mais Bt e la vicenda va indagata cosi’ come si indaga in Italia sul vino al metanolo o sulle etichette scadute contraffatte.

Pur ipotizzando l’eventualita’ di una illecita coltivazione pero’ il nuovo manoscritto non conferma la piu’ importante conclusione del manoscritto di Nature pubblicato nel 2001 (leggi) e ritrattato dopo mesi dopo (leggi) , ossia che si tratti di una integrazione stabile nella linea germinale. Qui sotto ecco il passaggio del commento su Nature:

However, the new paper doesn’t confirm an important conclusion from the original Nature paper - whether the transgenes had been integrated into landrace genomes and passed along to progeny plants”.

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I contadini indiani ed il cotone Bt

Novembre 21st, 2008
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I suicidi dei contadini indiani non derivano dall’uso di semi da OGM.

Coloro che da anni pagano dei profumati onorari a Vandana Shiva e che la descrivono come premio nobel alternativo farebbero bene a leggere con cura questo autorevole documento dell’IFPRI e riflettere su quali reconditi sensi di colpa li abbiano spinti a dare fiducia ad una simile teleimbonitrice.

Scarica il documento (qui)

 

Sciacallaggio

Le parole sono pietre si sente ripetere in questi giorni, pietre che restano e che non svaniscono con un soffio di vento e pietre che possono venire lanciate e colpire alla cieca. Ancora una volta domenica 26 ottobre al TG3 delle 19 in una intervista dal Salone del Gusto Vandana Shiva ha ripetuto che : “(…) i semi sterili OGM hanno causato in questi anni 100.000 suicidi tra i contadini indiani…”. Come si fa a non credere in una indiana DOC con tanto di bindi rosso tra gli occhi?

Il senso di colpa dell’Occidente ricco si è nuovamente scatenato rimproverandosi di abusare del pianeta e dei suoi cittadini più diseredati. Di fronte allo strapotere di chi li vuole depredare delle tradizioni e delle terre i contadini indiani reagiscono bevendo pesticidi e sottraendo così le loro braccia allo sfruttamento delle arroganti multinazionali

Peccato che proprio in queste ore è apparso un dettagliato documento di una delle agenzie internazionali più reputate, l’IFPRI, da sempre in prima linea nella lotta alla fame ed allo sfruttamento delle agricolture più svantaggiate. Cerchiamo di mettere in fila i loro dati.

In India ci sono tutti gli anni tra i cento ed i centoventimila suicidi. Tra questi i suicidi dei contadini sono sempre 15-17.000 all’anno negli ultimi 10 anni. La percentuale relativa varia tra un massimo del 16% nel 2002 (anno di introduzione del cotone Bt in India su soli 29.000 ettari) ed un minimo del 14% del totale dei suicidi nel 2006, quando gli ettari coltivati a cotone Bt erano arrivati a 3,8 milioni di ettari con un incremento di circa 100 volte in soli 5 anni!

Anche considerando il numero di suicidi di agricoltori sul totale della popolazione i numeri sono chiari rimanendo stabili attorno all’1,60% rispetto al totale della popolazione indiana, ma in discesa dall’1, 71 del 2002 all’1,55 del 2005. Anche analizzando le due provincie dove si coltiva la maggior parte del cotone Bt indiano (Maharashtra and Andhra Pradesh) si vede come in entrambi i casi il numero di suicidi di agricoltori tra il 2005 ed il 2006 è stabile (rispettivamente a 1500 ed 800 suicidi l’anno) malgrado che gli ettari coltivati a cotone Bt negli stessi due anni salgano da 504mila ad 1,8 milioni di ettari nel Maharashtra e da 90mila a 830mila nell’ Andhra Pradesh.

Ma come mai l’India decide di coltivare il cotone Bt che ha bisogno di meno trattamenti con pesticidi rispetto al cotone tradizionalmente coltivato in loco? Semplice, l’India era il terzo maggior produttore di cotone al mondo dopo Cina e USA, ma mentre la Cina era al 6° posto come redditività per ettaro e gli USA 14°, l’India occupava solo il 70° posto nella classifica mondiale, quindi tanti ettari coltivati a cotone ma poco raccolto. Inoltre ben il 45% di tutti i pesticidi usati in India venivano usati sul cotone. La redditività indiana per il cotone tra il 1990 ed il 2003 era stabile attorno ai 300 kg per ettaro, ora che quasi metà del cotone indiano è da OGM la resa è salita a 600 kg per ettaro e contemporaneamente è sceso sensibilmente l’uso di pesticidi. Solo nella regione dell’Andhra Pradesh gli ettari dedicati alla coltivazione di cotone Bt sono passati dai 90.000 del 2005 agli 830.000 del 2006 e la redditività è salita da 500 Kg/anno del 2003 ai 700 attuali. Riassumendo numerosi studi validati a livello internazionale si è ridotto del 32% l’uso di pesticidi sul cotone Bt, si sono avuti aumenti di resa per ettaro del 42% ed un vantaggio commerciale per l’agricoltore che coltivava cotone Bt del 52%. Le variazioni annuali dipendono comunque da fattori commerciali e dalle precipitazioni, ma il vantaggio complessivo derivante dall’uso del cotone Bt è stato del 53% nel 2003, del 56% nel 2004 e del 94% nel 2005.

Infine anche il tentativo di correlare il numero dei suicidi dei contadini indiani alla piovosità annuale dei monsoni, al prezzo commerciale annuale del cotone, all’accesso al credito pubblico, alla redditività per ettaro nei singoli distretti delle regioni maggiormante coltivate a cotone Bt o al livello di indebitamento dei contadini non hanno dato risultati significativi.

Resta il fatto che un milione di contadini indiani coltiva ora cotone Bt e che da quando nel 2002 è stata introdotta la coltivazione commerciale ci sono stati in totale 90.000 suicidi tra gli agricoltori indiani. Risulta quindi oggettivamente falso affermare che il cotone Bt da solo ha causato 100.000 suicidi “negli ultimi anni” ed anzi lo studio dell’IFPRI riduce il fenomeno a contingenze locali e personali che fanno parte delle incertezze di una impresa a carattere familiare che investe su una singola coltivazione subendo tutte le variazioni economiche che queste scelte obbligate implicano.

Ma se queste tristissime vicende chiedono più attenti interventi governativi per calmierare i prezzi delle derrate, per consentire un accesso al credito più stabile e per incentivare la meccanizzazione e le tutele sociali, molto diverso è il giudizio su chi ha portato in Occidente una immagine completamente falsata di una così triste tematica costruendo su questa la propria figura mediatica. Spiace dire che la signora Shiva ricopre il ruolo di vice-presidente di Slow Food international e crediamo perciò che sia proprio all’organizzazione di Slow Food che l’opinionista indiana debba rendere conto dei suoi dati, delle sue fonti e delle referenze scientifiche che le sostengono.

Crediamo sinceramente che Slow Food sia vittima e non complice (e tantomeno ispiratrice) di una simile truffa mediatica poggiata sui corpi di migliaia di contadini indiani che nemmeno l’estremo sacrificio ha liberato dalla strumentalizzazione.

 

La vicenda dei suicidi dei contadini indiani ed i cattivi maestri

Dal sito LeftWing (quì)

Altri link e commenti in rete:

Dal portale Il legno Sorto (quì)

Dal Blog A Conservative Mind (quì)

Dal Blog di Le Scienze (quì)

Dal portale di Bioetica Cattolica (quì)

Dal portale Biotecnologie: basta bugie (quì)

Infine un link ad un sito ecologista: (quì)

Ora, è abbastanza evidente che il cotone Bt non può essere stato la causa scatenante dei suicidi, dal momento che esso è stato introdotto in India solo a partire dal 2002 (e solo nel 2005-2006 ha raggiunto un’estensione considerevole), mentre la crescita dei suicidi avviene già dalla metà degli anni ‘90.

 

Cambia la biografia di Vandana Shiva

Alla voce dedicata all’attivista indiana su Wikipedia (quì) si e’ passati dallo scetticismo sulla correlazione tra OGM e suicidi di contadini ad abbracciare esplicitamente le tesi descritte dal documento dell’IFRPRI e rilanciate da vari siti in Italia che sconfessano le tesi della Shiva.

 

Antonio Pascale descrive una persona sinistra con sari e bindi

Leggi (quì)

 

Pomodori e critici letterari

Pietro Citati disquisisce di ogni piega del suo ombelico, illudendosi di poter fare una stroncatura del libro di Antonio Pascale (Leggi articolo)

Riceve oggi 13 novembre una lezione magistrale da Mastrantonio in prima pagina sul Riformista (Leggi) e nelle pagine interne da Antonio Pascale ed Anna Meldolesi (Leggi)

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Le rubriche di Salmone

Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

Petrini aggiorna il suo manifesto, “Buono, pulito e giusto”. Qualche…