Ma sono proprio solo dei “rompib….” questi fautori dell’introduzione delle PGM?

Febbraio 3rd, 2015
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Di Alberto Guidorzi

E’ bene che si sappia che probabilmente la scelta tra OGM e non-OGM investirà in futuro sempre più le scelte della nostra società e che probabilmente in alcuni casi la scelta No-OGM ci costerà troppo per potercela permettere. Quello che siamo abituati ad usare come cibo o come delizia del palato potremmo vederlo man mano scomparire dalle nostre tavole o ritrovarle solo sulle tavole di certe elites. Due sono le ragioni che rendono il pericolo incombente:

1. con la globalizzazione crescente, sia dei viaggi che dei commerci, i patogeni e le erbe infestanti si possono espandere attraverso il pianeta ad una velocità prima sconosciuta. Il pericolo è che vengano minacciate tutte le specie coltivate nel loro insieme. Questo, sia ben chiaro, è indipendente dalla scelta OGM che qualcuno fa. Gli OGM non c’entrano nulla con l’avvento della peronospora, dell’oidio o della fillossera nei tempi passati

2. Con il cambiamento climatico, i parassiti delle coltivazioni possono più facilmente adattarsi a nuovi ambienti geografici ed in epoche dell’anno prima indenni. La complessità del controllo dei parassiti rischia di complicarsi enormemente.

Citiamo solo 5 esempi:

Le Vigne della California, gli ulivi in Puglia e gli agrumi, ma non solo.

http://www.wineinstitute.org/initiatives/issuesandpolicy/piercesdisease

Il proteo batterio Gamma (Xylella fastidiosa) è endemica negli USA e mortale per le viti europee ( cioè le sole che danno vino) importate dall’Europa. Non era un problema ingestibile fino a poco tempo fa in quanto l’insetto vettore (una cicadella Graphocephala atropunctata) aveva un habitat limitata alle bordure dei fiumi e solo occasionalmente trasmetteva il batterio alla vigna. Solo che ora (1989) è apparso un nuovo vettore, la cicadella “pisciatrice” Homalodisca vitripennis). Essa coabita con gli agrumi e vista sempre più frequentemente le vigne. Per ora questo nuovo vettore è limitato alla California del Sud ed è gestito con degli insetticidi unitamente alla messa in quarantena delle piante dei vivai che potrebbero veicolarlo. Tuttavia se il vettore risale a Nord, gli estimatori del vino sicuramente ne verificherebbero gli effetti. Non solo ma il vettore può essere trasportato in tempi più meno brevi in Australia o nell’America del Sud, visto che in Europa è già arrivata. Basta chiedere agli olivicoltori della Puglia quali danni già hanno subito da questo batterio, tanto che si è dovuto nominare un “commissario straordinario”. Eccone un esempio, su ulivo, agrumi e vite:

Ci sono delle viti americane che sono resistenti, ma possiamo immaginare di rifare ciò che abbiamo dovuto fare con la fillossera nel XIX sec? Cioè far retrogradare i nostri vitigni e ricostituirli di nuovo? Ma quanto tempo occorrerebbe? Sicuramente meno di prima con l’uso delle biotecnologie, ma ciò, nolenti o volenti, coinvolge inevitabilmente anche la transgenesi

Le piantagioni del Caffè delle Americhe

http://www.oregonlive.com/today/index.ssf/2014/05/devastating_coffee_rust_fungus.html

La ruggine delle piante di caffè ha già annientato le piantagioni di Java ed altri territori fornitori dei migliori caffè agli inglesi del XIX sec. ed è per questo che gli inglesi sono divenuti grossi consumatori di the. La malattia è stata tamponata trasferendo le piantagioni in altitudine in America Centrale e del Sud. Ma la malattia piano piano ha raggiunto anche queste nuove zone e, anche grazie al cambiamento climatico, essa è ridivenuta un problema pure in queste regioni prima esenti. In altre zone, invece nel secolo scorso si è proceduto all’incrocio dei tipi arabica con i tipi robusta che sono più resistenti, ma per fare l’incrocio occorre poliploidizzarli e se si vuole ripristinare il carattere dell’arabica reincrociare più volte l’ibrido con l’arabica. Ora nelle zone dove questo lavoro non è ancora stato fatto, appunto nelle Americhe, il tempo occorrente sarebbe troppo ed insopportabile per la sopravvivenza dei piccoli agricoltori di caffè di queste zone, vedi regioni del Chapas in Messico. Certo a noi la cosa non ci tocca, in quanto abbiamo i soldi per rifornirci altrove anche se i prezzi crescono, ma per i coltivatori americani sarebbe la morte. Se invece togliessimo l’embargo agli OGM si potrebbe prendere i geni di resistenza presenti nel robusta e trasferirli per via trangenica all’arabica e quindi permettere ai caffeicoltori delle Americhe di uscire dal culo di sacco in cui sono precipitati

I Succhi d’arancia della Florida

http://www.nytimes.com/2013/07/28/science/a-race-to-save-the-orange-by-altering-its-dna.html?hpw&_r=2&

Oramai la Florida ha riconvertito i suoi aranceti per produrre succhi d’arancia di alta qualità per sfuggire alla concorrenza dei succhi d’arancia liofilizzati del Brasile. Solo che attualmente l’industria dei succhi della Florida è in crisi dato che gli aranceti sono attaccati da una nuova malattia data da un batterio (cosiddetta: Citrus greening”). Il batterio è veicolato da un insetto esotico per la Florida. I trasformatori di arance in succo hanno allora finanziato una ricerca che ha trovato una soluzione GM. Solo che l’ultima parola spetterà ai distributori di succhi che devono sincerarsi che i consumatori accettino questo succo proveniente da piante GM. Solo dopo gli agricoltori potranno piantare agrumeti nuovi. Si vedrà come evolverà la questione, tuttavia una cosa è sicura l’agrumicoltura della Florida è minata da un grave pericolo e gli americani dovranno dimenticarsi il bricco di buon succo della Florida nelle colazioni del mattino.

Le banane

http://www.popsci.com/article/science/has-end-banana-arrived

Forse nessuno ricorda che negli anni ‘20 del secolo scorso vi era una canzone dal titolo « Yes, We Have No Bananas » Ebbene ad essa ha dato lo spunto una malattia disastrosa che aveva colpito le coltivazioni di banane. Il parassita era un fungo (Fusarium oxysporum), ma fu volgarizzato come “malattia di Panama”. Le banane coltivate per il loro frutto, detto “da dessert” per distinguerlo da quelle “plantains” che sono da cucinare, appartengono al gruppo con tre genomi (triploidi) e sono quindi naturalmente senza semi. Si moltiplicano per talea. Dal 1870 al 1955 fu quasi esclusivamente coltivato il sottogruppo conosciuto come “Gros Michel” e per metà di questo periodo si dovette convivere con la malattia predetta, in quanto solo pochi mutanti, ma non resistenti, sono stati individuati. Alla fine degli anni 50 dunque la situazione si fece insostenibile e quindi nello spazio di poco tempo i bananeti furono tutti convertiti con il nuovo sottogruppo “Cavendish” in quanto più resistente al fusarium e più resistente ai trasporti. Solo che ormai si è rivelata una nuova fonte di fusarium modificata detta (Tropical Race 4-TP4) rivelatasi in Asia, Australia e Mozambico che colpisce anche la Cavendish. Quindi, sarà solo una questione di tempo ma questa nuova razza di fungo verrà trasportata ovunque si coltivano banane Cavendish, e che sono il 90% delle banane esportate. I lavori che sono stati fatti non hanno ancora apportato nulla di nuovo. Il ricorso alle biotecnologie del trasferimento di geni di resistenza incontra per ora l’ostracismo dei distributori, ma sarà sempre così se la situazione si aggraverà?

Cioccolato

http://blogs.scientificamerican.com/artful-amoeba/2013/08/14/chocolate-frosty-pod-rot-and-you/

Il Cacao che ci da la cioccolata si ricava dai semi di una pianta tropicale e da sempre è afflitta da numerose malattie endemiche. Ve ne sono però due che si sono particolarmente diffuse nelle due Americhe del Centro e del Sud, e con conseguenze disastrose. Esso sono la Crinipellis perniciosa e la Moniliophthora roreri. Il genoma del cacao è stato sequenziato per opera delle multinazionali del prodotto (Nestlè, Mars, Hershey’s), ma esse si sono affrettate a dire che non useranno la transgenesi per trovare una soluzione alle due malattie. Solo che loro sono le ultime ad essere minacciate, e quando lo saranno veramente voglio vedere se rimarranno della stessa idea. Già ora però i danneggiati sono i piccoli coltivatori.

Ma perché proprio le PGM?

Per il fatto che le PGM hanno una logica in se che i metodi classici di miglioramento non hanno. Ad esempio la base genetica delle specie esemplificate, e non solo, è una base genetica molto complessa e ciò che possediamo ora da un punto di vista varietale è il frutto di un lavoro millenario difficilissimo da ripetere. Quindi tutte le volte che vogliamo introdurre un gene interessante nelle specie di cui sopra mediante incrocio sostituiamo almeno il 50% dei geni buoni accumulati con altri che non lo sono. Occorre quindi fare un lavoro successivo di eliminazione di questi geni e di ripristino del patrimonio iniziale. Solo che la quasi totalità delle volte non ci riusciamo e quello che abbiamo ottenuto può essere resistente, ma è spesso inutilizzabile.

Lo strumento della transgenesi raggiunge lo scopo in modo sicuro e mantiene intatto il patrimonio genetico costituito nei millenni. Lo si potrà ignorare sempre come strumento possibile di risoluzione? Non solo ma ci si apre un orizzonte nuovo e ci è dato dall’aver accesso a dei geni che ora sono presenti inaltre specie e che non hanno compatibilità fecondative. No solo, ma nelle specie coltivate, previo innesto, vi è la possibilità, nei limiti del possibile, di modificare geneticamente il portainnesto e non la parte aerea che ci da il frutto edule.

Inoltre presso molte di queste specie, dove le coltivazioni sono specializzate si potranno benissimo tenere distinte le filiere, se vi sarà una richiesta di conservare sul mercato un prodotto non-OGM e di tracciarlo. Non bisogna dimenticare che le fisime di società opulente, non esistono nelle società in via di sviluppo. Io sono un vecchio e quindi certe problematiche non mi toccheranno, ma non voglio che i miei nipoti o pronipoti mi dicano, almeno in questo campo: ” Ma com’era retrogrado (che sta per fesso) mio nonno o bisnonno”. Ora sono sicuro che riceverò questa accusa in tanti altri ambiti, ma almeno in quella dell’applicazione del DNA ricombinante vorrei restare inaccusabile !

Nella categoria: News, OGM & Argomenti contro

Aiutiamo Dentamaro srl

Febbraio 17th, 2011
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Qualche persona onesta in questo Paese esiste ancora. Mandiamo una mail di sostegno a Dentamaro srl per sostenerli contro questa pressione mediatica per l’illegalita’ orchestrata da greepeace e soci che vogliono impedire la vendita di olio di soia da OGM legalmente e regolarmente etichettato. Guardate che comunicati mandano in giro.

scrivi a: info@oliodopterradibari.it

Campagna Greenpeace:

la minaccia OGM rispunta dopo sette anni sugli scaffali dei supermercati italiani. I nostri volontari hanno scovato in Puglia due oli prodotti con soia geneticamente modificata, come riportato in etichetta. Si tratta dell´olio di soia e dell´olio di semi vari a marchio “Dentamaro”, prodotti e commercializzati dalla Dentamaro Srl di Bari.
Dal 2004, anno nel quale sono entrati in vigore i regolamenti europei sull’etichettatura degli OGM, questo è il secondo caso in cui troviamo un prodotto transgenico in vendita. Allora quel prodotto fu ritirato dal mercato dopo soli dieci giorni grazie alle forti proteste dei consumatori. Oggi possiamo fare lo stesso. Una volta rilasciati nell´ambiente, gli OGM sono incontrollabili. La loro sicurezza e gli effetti a lungo termine su uomini e animali rimangono ancora sconosciuti. La reazione di noi consumatori è fondamentale, se non vogliamo che gli OGM finiscano nei nostri piatti. Facciamoci sentire! Se hai a cuore il buon cibo e la salvaguardia delle nostre produzioni alimentari invia una lettera alla Dentamaro Srl per chiedere di non usare più OGM nei propri prodotti. Partecipa alla cyberazione, condividi sul tuo profilo Facebook e inoltra il link ai tuoi contatti.

Grazie per il contributo che potrai dare a questa campagna.

Federica Ferrario
Responsabile campagna OGM
Greenpeace Italia

16 Febbraio 2011 - 16:48

Olio agli ogm: tre pugliesi su quattro hanno già detto un “no” secco al transgenico
La scoperta di olio di semi e di soia con OGM nei supermercati pugliesi. Ben tre pugliesi su quattro (74%) sono convinti che i prodotti contenenti Organismi Geneticamente Modificati (OGM) non facciano bene alla salute, secondo l’indagine Coldiretti - Ispo sulle abitudini alimentari. Non basta: gli OGM danneggiano l’immagine complessiva del Made in Puglia alimentare all’estero e causano danni economici irrimediabili per oltre la metà degli stranieri (55%) che eviterebbe gli alimenti con OGM e con addirittura il 15 per cento che rifiuterebbe tutti i cibi nazionali, sulla base dei risultati della ricerca Inran sull’impatto degli Ogm sui consumatori esteri di alimenti Made in Puglia.

“E’ la risposta più chiara e inequivocabile - dichiara Pietro Salcuni, Presidente della Coldiretti Puglia - alla notizia che nei supermercati pugliesi sarebbero in vendita oli di semi e di soia di una nota azienda olearia locale contenenti OGM. Ed è paradossale che ciò avvenga in Puglia, regione che per prima in Italia si è espressa chiaramente contro gli OGM, attraverso una Legge approvata dal Consiglio regionale nell’ormai lontano novembre 2003″.
Tra l’altro, in Puglia ben 18 Organizzazioni pugliesi Coldiretti, Terranostra, Ci.Bi., Aiab, Legambiente, Ecoistituto, Wwf, Italia Nostra, Adoc, Confconsumatori, Adiconsum, Codacons, Cisl, Cgil, Uil, Flai, Fai, Uila, hanno stretto alleanza per garantire che il territorio pugliese sia OGM free.
“Com’è documentato dagli studi più avanzati di economia delle produzioni agricole - aggiunge il Direttore della Coldiretti Puglia, Antonio De Concilio - l’agricoltura transgenica non conviene e la ragione è molto semplice: il rapporto costi/ricavi dell’agricoltura transgenica è sostanzialmente il medesimo dell’agricoltura tradizionale, ma il suo mercato è ristretto per la scarsa accettazione mostrata proprio dai consumatori. I primati gastronomici, alimentari e ambientali del nostro Paese rappresentano una chance formidabile per generare nuovo sviluppo e per soddisfare la crescente domanda dei consumatori di prodotti genuini, sicuri e di qualità”.
Contestualmente, su sollecitazione di Coldiretti Puglia ben oltre 60 Comuni e amministrazioni provinciali hanno adettota la delibera con la quale si sono impegnati a “dichiarare il territorio comunale e provinciale libero da OGM, nel rispetto del principio di precauzione per la tutela dei consumatori, individuando, allo scopo, gli strumenti necessari ad un processo di identificazione degli alimenti interessati da tecnologie transgeniche e di conoscenza della reale provenienza dei prodotti contenenti O.G.M”.

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Luca Simonetti

Slow Food. Cattivo, sporco e sbagliato

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