Il giornale Repubblica pubblica, oggi martedì 28 aprile, un dialogo tra il regista Ermanno Olmi e Carlo Petrini. I due discutono sul documentario di Olmi, terra madre, di prossima uscita. Credo si possa dire: è un dialogo da antologia, antologia del (cattivo) gusto nostalgico. Alcune affermazioni, parecchio superficiali, come “dignità della miseria” colpiscono molto, fanno a pezzi, centinaia di testimonianze, e serissimi saggi e inchieste su come era, ed è, invece poco dignitosa la miseria. Saggi e inchieste che hanno cercato di indagare i motivi della povertà e hanno cercato di vie di uscita. A Petrini e Olmi non piacciono gli occidentali: sono brutti, curvi sui telefonini, niente a che vedere con l’austerità (e si sottintende, la bellezza) del mondo contadino. Produciamo tanto e male (secondo Petrini e Olmi) e la sinistra crede ancora all’idea del progresso, mentre bisognerebbe riflettere sulla qualità e sul senso di quello che produciamo. Quei compagni di strada, che si intestardiscono sulla produzione secondo Petrini, hanno tradito gli ideali della sinistra. Mi sento chiamato in causa, sono infatti, di sinistra. Credo nelle regole e nella sana distribuzione del reddito, non mi importa se una nuova tecnologia, come i cellulari, potrebbe rendermi più brutto e curvo e torvo, sono più interessato a capire se gli operai, i tecnici, gli impiegati, gli informatici che lo producano abbiano miglioramenti di reddito e di diritti. Ma a parte la suddetta questione, la cui trattazione richiederebbe un saggio a parte, la cosa che incuriosisce è questa incoerenza, che possiamo chiamare, modello (nostalgico) repubblica. Petrini scrive su un giornale, repubblica appunto, che è nato da un’accorta e moderna strategia di marketing. Al tempo si è capito che esisteva un pubblico medio alto, di sinistra, (idealmente) progressista e che esistevano degli inserzionisti danarosi ma raffinati, per capirci, stilisti d’alta moda, interessati a finanziare attraverso la pubblicità il giornale. Si poteva dunque sfruttare questo segmento di mercato, blandire il pubblico con idee liberal, criticare lo status quo e contemporaneamente educare la massa, abituata da anni di “miseria democristiana” al buon gusto, ai prodotti high teach, all’alta moda, alla raffinate inchieste sui cambiamenti di costume. Si poteva fare tutto questo, e Repubblica fa tutto questo, a patto di non spaventare troppo il pubblico e di conseguenza gli inserzionisti: progresso sì, ma solo se è di buon gusto, raffinato e idealizzato. Bene la tecnologia se produce un televisore al plasma, un vestito che calza a pennello e ben disegnato (magari prodotto nel napoletano in nero), benissimo se si tratta di un architetto cool, ma per quanto riguarda l’alimentazione, lì siamo all’antica e dunque la terra, l’orto, il contadino che si scambia i semi, la dignità della miseria ecc. Molto cool anche questo, in effetti. Il paradosso, la moderna ambiguità è questo. Ed un paradosso della sinistra, dichiararsi dalla parte dell’austero contadino ma mantenendo il proprio raffinato tenore di vita. Il paradosso della sinistra è insomma quello di sfruttare appieno le potenzialità della società moderna e battersi, solo a parole (non bisogna spaventare gli inserzionisti), affinché si mantenga in qualche luogo della nostra memoria l’idea di società assorta. Quel tipo di società tradizionale dove i conflitti venivano regolati dalla tradizione o dalla religione, quella società che non considerava l’individuo con i suoi conflitti, i suoi diritti, le sue paure, ma solo la comunità, appunto, immobile e assorta. Ma gentili Petrini e Olmi, davvero credete che basta dichiarare la propria avversione ai “veleni chimici” che inquinano la terra per migliorare il mondo? Non sarà un atteggiamento di sinistra snobistico? Non sarebbe più corretto devolvere i proventi del documentario terra madre o parte dei numerosi finanziamenti che le vostre iniziative raccolgono e che magari utilizzate per pagare i pubblicitari affinché realizzino loghi che rappresentino la dignità della miseria, e, dicevo, devolvere, parte di questi finanziamenti per finanziare ricerche su come produrre nuove molecole di sintesi più leggere, biodegradabili e meno invasive? Il mondo moderno si migliora anche e soprattutto in laboratorio, altrimenti, come dice Defez, ci limitiamo a combattere i “cattivi” erbicidi ma nessuno di noi si candida per fare la mondina e strappare con molta dignità contadina le erbacce con le mani, curvi otto ore sotto il sole, la schiena a pezzi ecc ecc. Una posizione d’altronde poco consona con gli inserzionisti…ecc ecc.
Leggi l’articolo (qui) dal Corriere della Sera del 26.02.2009
Questa volta Petrini, Coldiretti e COOP pur di avversare Monsanto spendono decine di migliaia di euro per pubblicizzare un povero contadino che sul suo orticello di 416 ettari (si’ 416,82 ettari) passa il tempo a spruzzare erbicidi e rubare semi come un qualunque contraffattore di marchi.
Strano che a Slow Food si offendano per le imitazioni taroccate del Parmigiano o della mozzarella di bufala, per la pirateria alimentare della cucina mediterranea, mentre se si tratta di rubare ad una multinazionale la cosa e’ benemerita.
Meglio di qualunque commento la vicenda e’ ricostruita con scrupolo e documentazione da Dario Bressanini e da BiotecnologieBastaBugie .
Chi ha tempo e coraggio vada a contestare a Pollenza, Milano, Bologna e Roma la diffusione della favola del povero agricoltore canadese.
Dal sito di Dario Bressanini (quì)
Dal sito BiotecnologieBastaBugie (quì)
Leggi (qui) l’articolo da La Repubblica del 27.11.2008


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