Sentenza Fidenato

Febbraio 17th, 2015
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E così finalmente siamo arrivati alla fine della vicenda giudiziaria seguita al Decreto interministeriale del 12 luglio 2013. Ricorderete che, con la sentenza n. 4410/2014, il TAR del Lazio aveva rigettato i ricorsi di Silvano Dalla Libera e Giorgio Fidenato per la nullità del decreto. Ricorderete forse anche che, nel mio commento su Salmone, avevo sottolineato come la sentenza del TAR presentasse parecchi, grossolani vizi e attendevo con una certa fiducia la pronuncia in appello.
E’ poi accaduto che (i) in appello è andato solo Fidenato, mentre Dalla Libera ha rinunciato a impugnare, e che (ii) il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 605/2015, ha confermato la decisione del TAR, concedendo a Fidenato solo il contentino della compensazione delle spese processuali.
A costo di sembrarvi ingenuo, vi dirò che la decisione del Consiglio di Stato (d’ora in avanti, “CdS””) mi sorprende. La sentenza del TAR era vistosamente sbagliata, e in precedenza, e proprio in materia di Ogm, era già accaduto più volte che il Consiglio di Stato desse ragione ai maiscoltori, annullando provvedimenti ministeriali contrari alla legge comunitaria. Stavolta no, e onestamente non mi rimane che prendere atto di una decisione che, giuridicamente parlando, non ha fondamento.

Le premesse sono sempre le stesse: con il Decreto, il Governo aveva vietato, per 18 mesi, la coltivazione del mais MON 810. In sostanza, il Decreto consisteva in una discreta versione italiana dell’analogo decreto francese del 16 marzo 2013, con alcune aggiunte di scarsa importanza; decreto che era già stato annullato dal Conseil d’Etat francese (con sentenza del 1 agosto 2013), a ciò confortato da conforme parere dell’EFSA del 7 maggio 2012 perché privo dei requisiti di urgenza di cui all’art. 54 del Regolamento CE n. 178/2002 (in sostanza, cioè, perché non sussistevano rischi evidenti di un danno grave alla salute o all’ambiente).

Inoltre, il 29 marzo 2013 l’Italia aveva già comunicato alla Commissione UE (ai sensi del medesimo Regolamento n. 178/2002) la sua intenzione di adottare una misura di urgenza sul MON 810, e che la Commissione aveva già provveduto a richiedere all’EFSA un parere in merito alla fondatezza scientifica del dossier predisposto dall’Italia. L’EFSA aveva a ciò provveduto con il proprio parere del 12 settembre 2013 (successivo cioè al Decreto), dichiarando che il dossier presentato dall’Italia non conteneva alcunché di nuovo, che quindi tutte le preoccupazioni ivi esposte erano già state prese in considerazione dall’EFSA nelle sue precedenti prese di posizione in merito alla sicurezza del MON 810 (che avevano sempre stabilito che non esisteva alcun motivo scientifico per vietare il prodotto in questione), e che di conseguenza non vi era alcuna ragione per rivedere le precedenti conclusioni a favore del MON 810.

Il TAR, nel confermare la validità del Decreto, aveva seguito una strada singolare: invece di discutere del dossier scientifico e degli argomenti a sostegno della misura di urgenza adottata col Decreto, il TAR si è concentrato sulle vicende del procedimento di rinnovo dell’autorizzazione del MON810, rilevando che il MON 810, pur validamente commercializzato in forza della prima autorizzazione e della successiva notifica di Monsanto del prodotto come già esistente (art. 17 della Direttiva n. 2001/18), è tuttora soggetto a procedura di rinnovo della (prima) autorizzazione, sottolineando come, “a distanza di sette anni dalla presentazione della menzionata istanza di rinnovo, la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione”.

Il punto – facevo notare nel mio precedente commento - era, in realtà, del tutto irrilevante: la Commissione ci sta effettivamente mettendo un po’ troppo tempo, però la cosa non ha alcuna importanza, in assenza di nuovi dati scientifici che facciano presumere l’esistenza di rischi; e si noti – cosa che dovrebbe tagliare la testa al toro – che di fatto l’EFSA, che per legge è il soggetto che deve istruire la pratica di rinnovo dal punto di vista scientifico, si era già pronunciata (nel 2009) dando parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810. Ma paradossalmente, secondo il TAR, il ritardo nel rinnovo dell’autorizzazione non sarebbe dovuto a ragioni, diciamo così, estravaganti (e quindi prive di significato giuridico), ma sarebbe dovuto al fatto che l’EFSA sta nel frattempo riesaminando i criteri in base ai quali aveva autorizzato prima, e poi nel 2009 nuovamente approvato, l’autorizzazione al MON 810: “quindi, non può essere seriamente posto in dubbio che il diffondersi di culture di Mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare una situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”.

Vediamo adesso cosa è successo in appello.
Il CdS ha innanzitutto rigettato tutti i tentativi dei resistenti (Governo e intervenienti) di far dichiarare inammissibile l’appello in forza dell’approvazione, nel frattempo, della Legge regionale FVG n. 5/2014 nonché della famosa nuova disciplina comunitaria degli Ogm: queste nuove norme non valgono certo per il passato e quindi non toglierebbero il diritto di Fidenato al risarcimento del danno, in caso di nullità del decreto, dunque l’interesse di Fidenato al ricorso sussiste. Fin qui, il CdS ha certamente ragione. Ma il resto è semplicemente agghiacciante.

La prima bizzarra affermazione del CdS è questa. L’art. 54 del Regolamento n. 178/2002, per le misure di emergenza, prevede che lo Stato membro chieda alla Commissione di intervenire, e questa decida se o meno emanare un provvedimento, cosicché “qualora la Commissione non abbia agito”, lo Stato membro può adottare le misure cautelari provvisorie. Nel nostro caso, badate bene, l’Italia aveva chiesto alla Commissione di adottare misure urgenti, e la Commissione non era rimasta inerte: al contrario, aveva risposto (in data 17 maggio 2013) di “non ritenerlo necessario”. Perciò, secondo il CdS, l’Italia aveva ogni diritto di procedere con il provvedimento d’urgenza. La tesi pare alquanto discutibile. Ma la vera bestialità il CdS la dice in un altro punto: precisamente dove sostiene che “nel caso in esame l’adozione delle misure d’emergenza avvenga in un contesto in cui si discute su una autorizzazione scaduta e sottoposta a proroga”. Questo non è solo falso, ma è pure assurdo: non c’è stata (e non c’è) alcuna discussione sulla proroga dell’autorizzazione al MON 810, né esiste alcun tipo di connessione fra la proroga e necessità o meno di emanare una misura d’emergenza, se non nella testa del Giudice amministrativo. Tanto più che, per aggiungere assurdità ad assurdità, il CdS sente il bisogno di aggiungere: “[nel nostro caso] l’efficacia interinale delle misure d’emergenza, adottate dallo Stato membro, assume anche la funzione di sollecitare l’adozione di una motivata decisione definitiva sul futuro dell’autorizzazione stessa”. Qui siamo oltre l’assurdo, in pieno regno del ridicolo: secondo il supremo Giudice amministrativo, se un prodotto transgenico già approvato va poi in regime di proroga tacita (il che, si noti, è perfettamente ammissibile), questo legittimerebbe il primo Stato membro che passa per strada a vietarne temporaneamente la circolazione a titolo di misura di emergenza, per “sollecitare” una decisione definitiva sull’autorizzazione! La misura d’emergenza, dunque, non servirebbe a risolvere il problema urgente per cui è prevista, ma per “mandare un messaggio” (sostanzialmente: “Sbrigati!”) alla Commissione. Decisamente, meglio non commentare. Anche perché la cosa è resa ancor più surreale dal fatto che, poco oltre, la stessa sentenza riconosce che, ai fini della validità del Decreto, “non è particolarmente rilevante individuare i motivi per i quali l’iter di verifica e valutazione della autorizzazione si sia bloccato”.

Il succo della sentenza sta nel suo capo 6.7, che tratta dei fondamenti scientifici (va be’, si fa per dire) del Decreto. Il CdS li elenca diligentemente, soffermandosi in particolare sulla Nota dell’ISPRA, che sembra aver particolarmente colpito il Giudice amministrativo di appello. Al riguardo, la sentenza opina di “poter desumere che ISPRA abbia condiviso le esigenze di adottare misure di gestione, già evidenziate dall’EFSA”. Ma, a parte che l’EFSA aveva detto tutt’altro, il punto è, ancora una volta, che la Nota dell’ISPRA si limita a ripetere cose tutte ben note, già più volte ritenute senza fondamento dall’EFSA, e che non costituiscono affatto quei “pericoli nuovi” che soli potrebbero giustificare l’adozione di una misura d’emergenza. Notate che secondo il CdS l’appellante (cioè Fidenato) non avrebbe “confutato la rispondenza di dette considerazioni a corretti metodi scientifici, né ne ha motivatamente messo in dubbio la rilevanza”, il che è abbastanza sorprendente, data la gravità delle conseguenze che ne trae il CdS (e cioè che “deve perciò ritenersi che, sulla base di simili elementi di valutazione”, e che pertanto ben abbiano fatto i Ministeri a emanare il Decreto). Davvero la difesa di Fidenato non ha preso posizione sulla Nota dell’ISPRA? Mi pare strano (visto tra l’altro che già Dalla Libera, in primo grado, ne aveva parlato a lungo). Come pure sorprende che il CdS non si sia posto il problema del fatto che l’EFSA aveva già replicato al dossier scientifico su cui l’Italia aveva basato il Decreto, rigettandolo integralmente: cosa che la difesa di Dalla Libera, in primo grado, aveva ben chiarito (purtroppo senza alcun risultato). Il che ovviamente rende superflue le considerazioni finali del CdS sul principio di precauzione (peraltro senza senso nel nostro caso: è vero che il principio di precauzione presuppone solo la prova del rischio potenziale, non certo della prova del nesso di causa tra condotta e evento dannoso che si vuole prevenire; ma il fatto è che nel nostro caso non c’è proprio la minima prova del rischio potenziale!) Chiaro che, su queste basi, cioè partendo dal presupposto che le evidenze scientifiche alla base del decreto fossero adeguate, la conclusione non poteva che essere questa.

A questo punto i giochi sono ahimé fatti: vista la recentissima riforma della policy comunitaria in materia di Ogm – e di cui parleremo prossimamente –, il residuo, piccolissimo spazio apertosi in Italia ad opera dei due valorosi pasdaran del transgenico (intendo, ovviamente, Dalla Libera e Fidenato) si è chiuso, e si è chiuso per un bel pezzo. Non ci resta che augurarci che si faccia un buon uso degli anni che verranno: un lavoro di culture-building che servirà, auspicabilmente, a giungere ai prossimi appuntamenti col progresso scientifico-tecnologico in condizioni migliori.

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Le fragili congetture del TAR

Maggio 20th, 2014
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martello-tribunale Il commento di Luca Simonetti alla sentenza del TAR al ricorso di Dalla Libera e Fidenato, mostra come ci siano ampi margini di miglioramento nella giurisdizione nazionale.

[Faccio una premessa: ero uno dei difensori di Silvano Dalla Libera – l’altro era Gabriele Pirocchi - nel giudizio concluso con la sentenza del TAR in commento. Perciò non sarò, temo, sempre obiettivo nel commentare la sentenza; e se vi sembra che qualche volta il tono del sottoscritto sia un po’ esacerbato, be’, è probabile che abbiate ragione.]

Ricorderete che con il Decreto interministeriale del 12 luglio 2013, i tre Ministeri della Salute, dell’Ambiente e delle Politiche agricole avevano vietato, per 18 mesi, la coltivazione del mais MON 810. In sostanza, il Decreto consisteva in una discreta versione italiana dell’analogo decreto francese del 16 marzo 2013, con alcune aggiunte di scarsa importanza; decreto che era già stato annullato dal Conseil d’Etat francese (con sentenza del 1 agosto 2013), a ciò confortato da conforme parere dell’EFSA del 7 maggio 2012 perché privo dei requisiti di urgenza di cui all’art. 54 del Regolamento CE n. 178/2002 (in sostanza, cioè, perché non sussistevano rischi evidenti di un danno grave alla salute o all’ambiente).
Si aggiunga a tutto ciò che il 29 marzo 2013 l’Italia aveva già comunicato alla Commissione UE (ai sensi del medesimo Regolamento n. 178/2002) la sua intenzione di adottare una misura di urgenza sul MON 810, e che la Commissione aveva già provveduto a richiedere all’EFSA un parere in merito alla fondatezza scientifica del dossier predisposto dall’Italia per giustificare l’emissione della misura d’urgenza. L’EFSA aveva a ciò provveduto con il proprio parere del 12 settembre 2013 (successivo cioè al Decreto), dichiarando che il dossier presentato dall’Italia non conteneva alcunché di nuovo, che quindi tutte le preoccupazioni ivi esposte erano già state prese in considerazione dall’EFSA nelle sue precedenti prese di posizione in merito alla sicurezza del MON 810 (che avevano sempre stabilito che non esisteva alcun motivo scientifico per vietare il prodotto in questione), e che di conseguenza non vi era alcuna ragione per rivedere le precedenti conclusioni a favore del MON 810.

A questo punto, vi starete sicuramente chiedendo come abbiamo fatto a perdere la causa: infatti, se il Decreto era identico a uno francese già cassato dal Giudice amministrativo francese, se l’EFSA si era già pronunciata negativamente sia sul dossier scientifico predisposto dall’Italia per giustificare il Decreto sia, in precedenza, su quello francese, e se, per soprammercato, l’EFSA non ha fatto altro, negli ultimi anni, che ripetere che il MON 810 era del tutto innocuo, come ha fatto il TAR a non annullare il Decreto? E’ una bella domanda, ma non è facile rispondere. Proviamo però almeno a capire cos’è successo. Per dirla molto in breve: si è parlato d’altro.

Gli argomenti che Dalla Libera (e Fidenato, difeso dall’avv. Longo, nella causa gemella che è stata discussa alla stessa udienza e decisa con identica sentenza in pari data) aveva addotto erano quelli esposti qua sopra: in sostanza, non sussistevano i motivi di manifesta gravità e urgenza richiesti dalle norme comunitarie invocate dai tre Ministeri per emanare una misura come quella prevista dal Decreto. Infatti, per poter procedere in via di urgenza, è necessario che sia manifesto che alcuni prodotti già autorizzati ai sensi della normativa comunitaria (se non fossero già stati autorizzati, infatti, il problema non si porrebbe neppure: il MON 810 non potrebbe essere commercializzato, stop) possano comportare gravi rischi per la salute umana, la salute animale o l’ambiente e che questi rischi siano immediati e urgenti (tali, cioè, da non consentire di attendere che su di essi si pronunci la Commissione). E si noti che, per giurisprudenza costante della Corte di Giustizia, il rischio non deve essere meramente ipotetico, ma dev’essere reale e fondato su dati scientifici nuovi (cioè, non presi in esame in precedenza) e attendibili. Posti questi presupposti (cioè, presenza manifesta di un rischio grave per la salute o l’ambiente, non meramente ipotetico ma risultante da dati scientifici nuovi e attendibili) lo Stato membro deve informare preventivamente la Commissione della sua intenzione, assieme a tutte le informazioni su cui si basa; se la Commissione non interviene nei termini previsti, lo Stato membro può allora adottare misure cautelari provvisorie. Così, l’Italia ha scritto alla Commissione, inviandole un dossier formato (in gran parte) di materiale identico a quello già utilizzato l’anno prima dalla Francia (e rigettato dal Conseil d’Etat, e ancor prima sbertucciato dall’EFSA); dopodiché, in attesa della pronuncia della Commissione, ha emanato il Decreto.

La controversia all’esame del Giudice amministrativo consisteva, quindi, essenzialmente nel verificare se esistessero i presupposti per la misura d’urgenza che l’Italia pretendeva applicare. Questo richiedeva un esame sommario delle evidenze scientifiche addotte dall’Italia; ma il lavoro era semplificato dal fatto che gran parte di questi dati erano già stati analizzati (e giudicati insufficienti) dall’EFSA e dal Conseil d’Etat francese tra il 2012 e il 2013, e poi integralmente rigettati nel settembre 2013 dall’EFSA (stavolta con riferimento all’istanza dell’Italia).

Ebbene, la discussione in udienza ha preso immediatamente una piega che sarebbe difficile non definire bizzarra: invece di discutere del dossier scientifico e degli argomenti a sostegno della misura di urgenza adottata col Decreto, il TAR ha voluto parlare delle vicende del procedimento di rinnovo dell’autorizzazione del MON810. Su questo punto si diffonde ampiamente anche la sentenza, che ne discetta per svariate pagine. Eppure si tratta di una questione che nulla aveva a che fare con l’oggetto del giudizio. Nessuno, infatti, né i Ministeri resistenti, né gli intervenienti, si è mai sognato di sostenere che il MON 810 non fosse validamente commercializzabile nell’UE per un vizio nel procedimento autorizzatorio o di rinnovo dell’autorizzazione. Invece il TAR si è dilungato sul punto, facendo notare che il MON 810, pur validamente commercializzato in forza della prima autorizzazione e della successiva notifica di Monsanto del prodotto come già esistente (art. 17 della Direttiva n. 2001/18), è tuttora soggetto a procedura di rinnovo della (prima) autorizzazione, sottolineando come, “a distanza di sette anni dalla presentazione della menzionata istanza di rinnovo, la Commissione non ha adottato alcuna formale definitiva determinazione”.

Il punto è, in realtà, del tutto irrilevante: la Commissione ci sta effettivamente mettendo un po’ troppo tempo, però la cosa non ha alcuna importanza, in assenza di nuovi dati scientifici che facciano presumere l’esistenza di rischi; e si noti – cosa che dovrebbe tagliare la testa al toro – che di fatto l’EFSA, che per legge è il soggetto che deve istruire la pratica di rinnovo dal punto di vista scientifico, si era già pronunciata (nel 2009) dando parere favorevole al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810. Ma proprio qui arriva il bello: secondo il TAR, infatti, l’EFSA “la quale aveva rilasciato nel 2009 un parere favorevole, successivamente … avrebbe assunto una posizione più articolata e problematica (pareri dell’8/12/2011; dell’11/12/2012 e del 13 dicembre 2013) prendendo in considerazione nuovi aspetti per la valutazione del rischio ambientale sulla base di criteri non presi in considerazione dal parere del 2009”.

Dunque, secondo il TAR, il ritardo nel rinnovo dell’autorizzazione non sarebbe dovuto a ragioni, diciamo così, estravaganti (e quindi prive di significato giuridico), come magari il carico di lavoro o, più verosimilmente, problemi di tipo ‘politico’, ma sarebbe dovuto al fatto che l’EFSA sta nel frattempo riesaminando i criteri in base ai quali aveva autorizzato prima, e poi nel 2009 nuovamente approvato, l’autorizzazione al MON 810.

Allora qui ci sarebbe innanzitutto da chiedersi: ammesso e non concesso che questo sia vero, dall’inerzia dell’EFSA (e della Commissione) che tipo di conclusioni bisognerebbe trarre? Se davvero l’EFSA da 5 anni sta riesaminando i criteri di valutazione già adottati per autorizzare il MON 810, ma ancora non ha concluso il suo riesame, e nel frattempo però si è guardata bene anche solo dall’accennare a una qualche pericolosità del MON 810 per la salute o l’ambiente, è davvero questo un motivo sufficiente per giustificare l’emissione di una misura di urgenza contro il MON 810? Le norme comunitarie parlano di rischi manifesti di danni gravi risultanti da dati scientifici nuovi e affidabili: davvero il fatto che l’EFSA da cinque anni sta ripensando i criteri di risk assessment sarebbe sufficiente per affermare che un rischio (nuovo, grave, manifesto) esiste? Non è che, fino al momento in cui i criteri di risk assessment verranno effettivamente modificati, il giudizio sul MON 810 vada eseguito in base ai criteri attualmente vigenti? Se non fosse così, tra l’altro, ne deriverebbe che, nelle more della riforma della normativa, persino dei prodotti già autorizzati e che, a norme vigenti, avrebbero tutto il diritto al rinnovo dell’autorizzazione, non potrebbero più circolare – il che è una autentica assurdità.
Intanto, però, andiamo a vedere se è vero che l’EFSA starebbe “ripensando” i criteri di valutazione del rischio e se davvero essa, dal 2009 ad oggi, avrebbe assunto “una posizione più articolata e problematica”, come pretenderebbe il TAR.

Intanto, dei tre pareri citati dal TAR, il terzo (quello di dicembre 2013) non esiste1. Gli altri due dicono tutt’altro.
Quello dell’11 dicembre 2012, sentite un po’, riferisce che l’EFSA ha analizzato tutte le pubblicazioni scientifiche serie (= pubblicate su riviste scientifiche peer reviewed) apparse dal tempo dell’autorizzazione al MON 810 in poi, e ha concluso che nessuna di esse “riportava nuove informazioni che possano invalidare le precedenti conclusioni sulla sicurezza del mais MON 810 assunte dal GMO Panel dell’EFSA. Pertanto, il Panel GMO dell’EFSA ritiene che le sue conclusioni precedenti in materia di valutazione del rischio sul mais MON 810, come pure le sue precedenti raccomandazioni sulle misure di mitigazione del rischio e di monitoraggio, rimangono valide e applicabili”. Niente, insomma.
L’altro, cioè quello del dicembre 2011, conclude che, in certi casi e in certi luoghi, può essere opportuno che vengano adottate delle misure di mitigazione del rischio per la coltivazione del mais Bt11 (al quale è assimilato il MON 810). Qui va subito notato che l’EFSA non dice affatto che si debbano modificare i criteri di valutazione del rischio: dice che, in certi limitatissimi casi (precisamente, quando si coltiva il mais Bt11/MON 810 in prossimità di popolazioni di lepidotteri non-target che siano “estremamente sensibili” alla tossina del mais Bt11/MON 810 e sempreché la coltivazione del mais Ogm superi il 7,5% dell’area agricola utilizzata, altrimenti non c’è nessun problema), bisogna adottare delle misure di mitigazione del rischio: ad es., basta stabilire che il mais Ogm in tal caso non sia coltivato a meno di 20 metri di distanza dalle aree che contengono le popolazioni di lepidotteri “estremamente sensibili”, oppure che vi sia in mezzo una fascia dove è coltivato mais non-Ogm. L’EFSA, in altri termini, non sta affatto dicendo “dobbiamo rivedere i criteri di valutazione generale del rischio del mais Ogm, perché potrebbe essere più pericoloso di quel che si credeva per le larve di alcuni lepidotteri non-target”, ma sta dicendo: “come sappiamo e diciamo da tempo2, in certi casi bisogna stabilire delle misure di mitigazione del rischio per evitare che certe larve di lepidotteri non-target vengano danneggiate”. Ma si tratta, come spiega ad nauseam la stessa EFSA, di rischi molto limitati, e che non giustificano misure generali, perché anche nel caso in cui esistano specie di lepidotteri a rischio, molte misure di mitigazione del rischio potrebbero rivelarsi eccessivamente onerose.

Per riassumere: non è vero che l’EFSA avrebbe espresso la necessità di rivedere i criteri di valutazione del rischio per il mais MON 810. Invece, l’EFSA – continuando a ribadire, nel 2009, nel 2010, nel 2011, nel 2012 e nel 2013, che il MON 810 non è pericoloso né per la salute né per l’ambiente – si è limitata a dire che è opportuno, in alcuni limitatissimi casi, che si prevedano misure di minimiizzazione del rischio per alcune specie di lepidotteri. Perciò, non è possibile che sia per questa ragione che la Commissione abbia omesso, finora, di concludere l’iter di rinnovo dell’autorizzazione del MON 810. E ancor più importante, quand’anche fosse questo il motivo, ripetiamolo, ciò non avrebbe nessuna conseguenza sul caso del Decreto: perché la legittimità o meno del Decreto nulla a che fare con l’iter di rinnovo dell’autorizzazione al MON 810 (che non solo è legittimamente commercializzato pur in pendenza della decisione sul rinnovo, ma anche perché, ricordiamolo, l’EFSA non solo ha dato parere favorevole al rinnovo, nel 2009, ma ha continuato a dichiarare il MON 810 innocuo anche negli anni successivi).

Ciò detto, torniamo alla sentenza. Questa scrive che l’autorizzazione originaria al MON 810 era stata data nel 1998, cioè in base a “una normativa superata da quella attualmente in vigore, tant’è che a distanza di ben sette anni dalla data di presentazione dell’istanza di rinnovo della suddetta autorizzazione nessuna decisione è stata adottata in merito dalla Commissione”. Qui dispiace far notare al TAR che 1) la normativa anteriore è identica, nella sostanza, a quella attualmente in vigore, e infatti il parere dell’EFSA del 2009 giunge alle medesime conclusioni di quello reso per l’autorizzazione originaria; 2) non è comunque questa la ragione per cui la Commissione, dal 2009 ad oggi, non si è ancora pronunciata sul rinnovo (e d’altronde, la Commissione non ha mica spiegato perché non si è ancora pronunciata; cosa facciamo, i processi alle intenzioni?); e infine 3) la cosa è comunque del tutto irrilevante. Anche se fosse vero che l’autorizzazione del 1998 sia stata emanata in forza di una normativa obsoleta (e si noti che non è affatto vero 3), rimane da verificare se ci siano o meno ragioni scientifiche nuove e affidabili che dimostrino l’esistenza manifesta di rischi gravi derivanti dalla coltivazione del MON 810. Di questo, e solo di questo, dovremmo parlare. Del resto, proprio in questo senso il Conseil d’Etat francese costituiva un precedente significativo: nella già citata sentenza, il Giudice transalpino aveva infatti chiarito che queste circostanze non possono considerarsi come quelle ragioni di urgenza che giustificano una misura interdittiva.

4) Il TAR aggiunge che “tale situazione di impasse è avvalorata dalla circostanza che l’EFSA, che è l’organo competente a dare il proprio parere sotto l’aspetto scientifico, se nel 2009 aveva dato parere positivo, tuttavia successivamente … si era pronunciata diversamente, tenendo conto anche di altri aspetti del rischio ambientale non tenuti presente nel parere del 2009”. Ma questo, come abbiamo visto sopra, è completamente errato: l’EFSA non si è affatto “pronunciata diversamente”, ma ha continuato a ripetere che il MON 810 è innocuo, che nulla in senso contrario è emerso nella letteratura scientifica, e che quanto ai famosi lepidotteri non-target basta adottare, nei soli rarissimi casi in cui la cosa è davvero necessaria, alcune anodine misure di contenimento del rischio, non diverse (e anzi, probabilmente meno onerose) di quelle che possono essere richieste da motivi di coesistenza. Anche su questo si era già limpidamente pronunciato il Conseil d’Etat.

5) Ci siamo fin qui? Bene. Guardate adesso la sbalorditiva conseguenza che ne ricava il TAR: “quindi, non può essere seriamente posto in dubbio che il diffondersi di culture di Mais transgenico sulla base di un’autorizzazione risalente nel tempo, la quale non poteva tener conto di una normativa successiva più restrittiva nonché delle problematiche connesse ai rischi ambientali successivamente emerse ed avvalorate dagli studi richiamati nel contestato decreto, le quali avevano in sostanza precluso alla Commissione Europea di procedere al rinnovo della citata autorizzazione, poteva rappresentare una situazione di concreto pericolo tale da giustificare l’adozione del suddetto decreto”.
Insomma, secondo il TAR:
a) l’autorizzazione al MON 810 è stata data molto tempo fa, senza tener conto né di una normativa successiva più restrittiva, né
b) di rischi ambientali successivamente emersi;
c) questi rischi erano avvalorati dagli studi richiamati nel Decreto;
d) tutti questi fatti avevano precluso alla Commissione di procedere al rinnovo dell’autorizzazione al MON 810; e pertanto
e) il diffondersi del MON 810 su queste basi rappresenta una situazione di pericolo tale da giustificare l’adozione del Decreto.
Si noti, come spero di aver già mostrato, che tutte le premesse, da a) fino a d), sono errate. La a), perché la normativa successiva non è più stringente, nella sostanza, della precedente; la b), perché nel frattempo non sono affatto emersi rischi ambientali nuovi (e se ci si riferisce alla questione dei lepidotteri non-target, essa in primis non è affatto nuova, e in secundis non è giudicata dall’EFSA abbastanza grave da richiedere una nuova valutazione del rischio, ma giustifica, semmai, solo l’adozione di puntuali e limitate misure di gestione); la c), perché gli studi richiamati nel Decreto non sono affatto nuovi, visto che la stessa EFSA, sia nel 2012 sia nel 2013, ha esplicitamente rilevato come essi richiamassero fatti già ben noti e già ripetutamente presi in esame dalla stessa EFSA nei suoi precedenti pareri; e infine la d), perché non è vero (o comunque, non è minimamente provato) che siano state queste ragioni a impedire alla Commissione di rinnovare l’autorizzazione al MON 810.

Ma quel che è veramente decisivo è un altro punto. E il punto decisivo è questo: che, anche se tutte le premesse a), b), c) e d) fossero vere (non lo sono, ma fingiamo per amor di discussione che lo siano), non ne seguirebbe comunque e), cioè non ne discenderebbe la liceità di una misura d’urgenza come il Decreto. Infatti, la misura d’urgenza richiede prove scientifiche nuove di danni gravi e manifesti alla salute o all’ambiente, e nessuna delle circostanze da a) a d), anche se fossero vere, può servire a questo scopo. Le vicende dell’autorizzazione al MON 810 e del suo rinnovo, a questo riguardo, sono del tutto irrilevanti. Il MON 810 è stato validamente autorizzato nel 1998 e continua validamente a essere commercializzato pur in pendenza della procedura di rinnovo; le ragioni del mancato rinnovo non possono servire a giustificare una misura d’urgenza come il Decreto, perché i presupposti d’adozione di questa misura sono completamente diversi, e attengono – come ormai si sarà capito – alla successiva emersione di nuovi e affidabili dati scientifici che dimostrino l’esistenza manifesta di gravi rischi alla salute e all’ambiente. Niente del genere è emerso; e dunque il Decreto è illegittimo.

La mia personale conclusione è semplicemente che il TAR, come peraltro già successo altre volte in analoghe occasioni, non se la sia sentita di dar torto al Governo su una questione così “sensibile” come il mais Ogm. Ma ci sono sempre dei giudici a Berlino! Auguriamoci, per il bene della giustizia, che l’appello di Fidenato al Consiglio di Stato venga accolto: la sentenza del TAR, come abbiamo appena visto, non ha né capo né coda.

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Il TAR boccia il ricorso di Dalla Libera e Fidenato con motivazioni paradossali

Aprile 24th, 2014
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delirio1
Leggi la sentenza.

La sentenza appena pubblicata non riguarda solo l’Italia ma vorrebbe sindacare sulla coltivazione di Mon 810 in tutta Europa con un evidente abuso di giurisdizione. Sembra scritta da chi vuole che l’Italia divenga terra di conquista da parte di chi può tranquillamente coltivare mais Bt fuori dall’Italia e poi legittimamente importarlo da noi come se i pretesi danni ambientali fatti in Spagna, Portogallo o Repubblica Ceca non fossero fatti in Europa.

Da meditare questo passaggio che ha davvero del paradossale: contro questo passaggio sarebbe assurdo se lo stesso MIPAF non presentasse ricorso.

III) nessuna discriminazione è dato riscontrare a danno delle imprese italiane che intendono coltivare e commercializzare il mais in questione rispetto alle imprese estere che possono esportare senza alcuna restrizione nel mercato italiano tale prodotto, in quanto queste ultime non coltivando il mais de quo nel territorio italiano non vengono a determinare i paventati rischi ambientali che hanno giustificato l’adozione del controverso decreto.

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Sentenza TAR Della Libera del 2011

Maggio 8th, 2012
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Siamo così arrivati all’ennesimo episodio del duello fra Della Libera e il MIPAF (stavolta spalleggiato dalla Regione Friuli): e come in ogni serial che si rispetti, non è ancora in vista la fine della saga. Si tratta di un’altra piccola vittoria, che porta Della Libera un passo avanti verso la definitiva libertà di coltivare Ogm, sempre in attesa della definitiva pronuncia della CGE sul ricorso Pioneer che dovrebbe, anche alla luce delle conclusioni dell’Avvocato Generale (già commentate da Roberto Defez),  mettere definitivamente fine alla manfrina (diciamolo) francamente indecorosa inscenata finora da Governo e  Regioni.

Si tratta di questo: nel 2009 Della Libera ha richiesto al MIPAF l’autorizzazione alla messa in coltura di mais Ogm iscritto nel catalogo comune. Il MIPAF, con una interessante variazione sul tema ormai ben noto ai lettori di Salmone, ha comunicato all’agricoltore friulano che “prima di portare la domanda all’attenzione della Commissione per i prodotti sementieri geneticamente modificati è necessario acquisire il parere preventivo delle Regioni interessate, e ha sospeso nelle more il relativo procedimento“.  Della Libera ha quindi impugnato tale sospensione. Il TAR del Lazio gli ha dato ragione, con una motivazione che, per essere fondamentalmente di ordine procedurale, non è però priva di interesse anche dal punto di vista sostanziale (tra l’altro il TAR dichiara subito, alla p. 9, di non voler entrare nel merito dei più recenti sviluppi in sede comunitaria, tirati in ballo forse un po’ troppo ottimisticamente dal MIPAF, in qaunto questi non sembrano ancora essersi conclusi con un chiarimento definitivo).

Il TAR nota innanzitutto che il provvedimento del MIPAF  non è un mero avvio del procedimento (come tale non impugnabile) ma ha contenuto dispositivo, in quanto non solo comunica la (asserita) necessità di acquisire il  parere della Regione, ma altresì dispone la sospensione dei termini di conclusione del procedimento. A parere del TAR, mentre disporre la acquisizione del parere della Regione interessata è lecito, anche se il parere in questione non è imposto da alcuna norma di legge, invece la sospensione è illegittima. Non solo perché l’art. 17.1 della Legge n. 241/1990 prevede la sospensione solo qualora le “valutazioni tecniche di organi od enti appositi” siano richieste “per disposizione espressa di legge o di regolamento“, il che non è nel nostro caso (il parere della Regione è richiesto solo da una circolare ministeriale), ma anche perché detta sospensione è stata effettuata senza indicare alcun termine, che invece è necessario ai sensi dell’art. 2.7 della medesima Legge 241/1990. Il MIPAF ha replicato, su quest’ultimo punto, che è stato predisposto “un disciplinare tecnico per l’istruttoria che prevede una serie di passaggi necessari tra i quali appunto l’acquisizione del parere in contestazione“; ma il TAR rileva che, purtroppo, per il rilascio del parere della Regione non risulta che siano previsti “termini perentori brevi, tali da non incidere in modo significativo sugli originari termini di conclusione del procedimento di cui trattasi“. E la cosa, osserva il TAR, è tanto più grave in quanto le Regioni hanno competenza per l’adozione delle Linee guida per i piani di coesistenza e dei relativi piani, “atti cui tali enti non hanno ancora provveduto, reiteratamente manifestando la volontà contraria all’adozione degli atti di propria competenza“. In altre parole, il TAR sta dicendo: le Regioni non hanno alcuna intenzione di rilasciare parere favorevole, non si vede perché si debba far restare nel limbo sine die l’istanza di Della Libera in attesa di chissà quale rivelazione: tanto vale che la Regione dica di no subito.

Che succederà adesso? Essendo nullo il provvedimento di sospensione, i termini originari imposti al MIPAF per adottare un provvedimento sull’istanza di autorizzazione di Della Libera riprenderanno a  decorrere (con l’unico effetto che, nel frattempo, Della Libera ha perso altri due anni).  Già mi immagino i frenetici contatti tra MIPAF e Regione Friuli per escogitare il provvedimento finale, che ovviamente è facile indovinare quale mai sarà. L’unico dubbio che personalmente mi  coglie, mancando di informazioni sugli atti endoprocessuali, è che il termine di legge per l’adozione di un provvedimento sull’istanza di Della Libera a me sembrerebbe già abbondantemente scaduto (il provvedimento del MIPAF è del 17 maggio 2010, mentre l’istanza di autorizzazione è di oltre un anno prima, il 3 marzo 2009): ma sicuramente qui mi sfugge qualcosa.

Nella categoria: Luca Simonetti

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