Un ennesimo colpo al settore sementiero

29 Giu 2010
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di Fernando Antonio Di Chio

La prima volta che ho scritto su questo sito, ho detto di essere un agronomo che opera nel settore sementiero e a tale scopo oggi sono qui a parlare (e mi scuso se potrà sembrare un discorso di parte) di un evento a dir poco scandaloso a cui stiamo assistendo.

Si è infatti deciso l’accorpamento dell’Ente Nazionale Sementi Elette ad un altro Ente (INRAN), in un’ottica di snellimento ma che appare più di “svilimento” di un settore importante come il comparto sementiero. Ritengo opportuno precisare però, prima di ogni commento cos’è l’ENSE e cosa ha prodotto in questi ultimi anni.

Tale Ente nacque nel lontano 1954 con lo scopo di certificare i prodotti sementieri, in tal senso la parola “certificazione” aveva un valore più ampio, poiché lo scopo era di puntare ad un riordino del settore puntando ad una maggior qualità nella produzione sementiera nazionale.

In seguito poi con l’obbligo dell’uso di sementi certificate, tale Ente acquisì sempre maggior importanza poiché il compito di sorveglianza assunto, determinò un maggior controllo delle ditte sementiere che mantenevano in purezza e diffondevano nuove varietà di cereali e non solo.

Ora però a quanto pare, la scomparsa dell’obbligo di usare sementi certificate e l’esigenza di tagliare i cosidetti ENTI INUTILI, ha determinato quella che definirei una vera caccia alle streghe che ha coinvolto anche Enti quali l’ENSE appunto, che hanno un buon motivo per continuare ad operare sul territorio, specialmente se si vuol puntare a ciò che si definisce qualità.

Da figlio di agricoltore rammento i tempi in cui, mio padre al tempo della trebbiatura conservava parte del seme raccolto per poterlo poi “svecciare”ossia ripulirlo e riseminarlo nuovamente l’anno seguente. Allora girare per le campagne significava vedere campi di frumento difformi con un livello di inquinamento varietale inverosimile, poiché l’agricoltore, con il lavoro di svecciatura non era in grado di eliminare piante fuori tipo o di altre specie che potevano esser presenti.

In seguito però, con l’avvento dell’obbligo di utilizzare sementi certificate tutto cambiò, non essendo possibile usare seme autoprodotto e grazie anche all’opera di sorveglianza dell’ENSE si sono raggiunti livelli eccellenti, con varietà uniformi e con caratteristiche qualitative e produttive superiori.
A costo di risultare ripetitivo voglio concludere dicendo che un plauso a quanto in questi anni è stato fatto, va anche all’ENSE, poiché il lavoro di sorveglianza e di controllo, ha contribuito al miglioramento della coltivazione di numerose specie erbacee.

Se l’art.68 aveva dato un forte colpo alla qualità, costringendo molte ditte sementiere a ridimensionare la propria produzione di seme, ora un simile atto determinerà un ulteriore smacco a chi si è sempre battuto per ottenere un prodotto di qualità. Mi auguro che questa “fusione” non porti ad uno snaturamento dell’ENSE che in un momento così importante in cui sempre più si discute di colture OGM e della loro auspicabile introduzione, l’ENSE in mancanza di Enti accreditati potrebbe essere l’unico Organismo di Controllo capace di svolgere quel compito di sorveglianza che dette colture necessitano.

1 commento al post: “Un ennesimo colpo al settore sementiero”

  1. Alberto GuidorziNo Gravatar scrive:

    @ Fernando
    L’Ense, nato come iniziativa privata della Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, ha assunto con la legge sementiera 1096/71 la veste di Ente certificatore nazionale, ma dobbiamo dire che l’industria sementiera nazionale che in realtà si occupava di sole due specie: i cereali a paglia (frumento in particolare) e leguminose (erba medica) facendo la malsana scelta di imporre, oltre alla 1ª Riproduzione (R1) a partire dalla Base, anche una seconda moltiplicazione (R2) si isolò dal resto dei selezionatori comunitari e quindi non ricevette stimoli all’innovazione e al miglioramento varietale. In fatto di leguminose poi l’aver fatto divenire gli ecotipi delle varietà saturò il mercato di produzioni sì certificate, ma limitò l’innovazione. In altri termini, l’iscrizione ai registri varietali e la certificazione, che doveva selezionare le case sementiere tra quelle capaci di innovare e quelle che si limitavano a burattare produzioni altrui, in Italia non raggiunse lo scopo. Ora assistiamo, infatti, all’agonia della nostra attività costitutiva nazionale. In alcuni casi anche l’Ense fu complice dell’ annacquamento di una direttiva comunitaria nel momento di essere recepita dalla legge italiana. Infatti in vari casi la certificazione fu recepita più come uno strumento di ricavi sui controlli che un modo di penalizzare i costitutori o i moltiplicatori che agivano male. Dobbiamo dire che col tempo le cose sono andate migliorando, ma in altre agricolture i passi in campo sementiero furono enormi e apportarono un vero progresso. Come te, però, temo che l’accorpamento con l’INRAN ci riporti ancora indietro in quanto il recente comportamento di questo ultimo sugli OGM lascia poco sperare

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Nella categoria: Fernando Di Chio, OGM & Agricoltura italiana

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